PRONOIA

 

Ricorrenze (11) del sostantivo Pronoia nelle ‘Meditazioni' di MARCO AURELIO e le(37) presenti nel mio commento

 

 

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[II,3,1] Le opere degli immortali sono intrise di Prònoia; quelle della Fortuna non mancano di legame con la Natura o della trama e dell’ordito di quelle governate dalla prònoia: tutto scorre di là.

[II,11,2] L’andarsene via dagli uomini, se esistono degli immortali, nulla è di terribile; giacché essi non ti precingerebbero di un male. Se poi degli immortali non esistono oppure non importa loro delle umane vicende, cos’è per me il vivere in un cosmo vacuo di immortali e di prònoia?

[IV,3,5] O sei malcontento anche per ciò che ti è assegnato dall’universo? Smettila, rinnovando la considerazione della proposizione disgiuntiva: ‘O prònoia o atomi’; e di quante volte è stato dimostrato che il cosmo è come se fosse una città.

[VI,10,1] O guazzabuglio, groviglio e dispersione oppure unione, ordine e prònoia.

[IX,1,10] Dico che la comune natura si serve parimenti di queste, per dire che tutte avvengono parimenti, in conseguenza di un succedere ed un susseguirsi di eventi originati da un qualche primitivo impulso della prònoia, col quale essa diede inizio da principio a questo buon ordine del cosmo, dopo avere concepito certe ragioni delle cose future e demarcato facoltà generative di tali basi sostanziali, trasformazioni e successioni.

[XII,1,1] Tutti quei successi cui periodicamente auspichi di pervenire, puoi averli adesso se non te li denegherai tu stesso. [XII,1,2] E cioè: se abbandonerai il passato, affiderai il futuro nelle mani della prònoia e indirizzerai il presente soltanto verso santità e giustizia.

[XII,14,1] Esistono o una necessità e un ordinamento inviolabile, o una prònoia propizia o un garbuglio di fortuità senza governo.

[XII,14,3] Se la prònoia è compatibile con l’esserci propizia, renditi degno dell’aiuto che ti viene da ciò che è divino.

[XII,24,1] Bisogna avere a portata di mano queste tre considerazioni. Circa ciò che fai, se non sia fatto a casaccio oppure altrimenti da come la giustizia in persona lo eseguirebbe. Circa ciò che avviene al di fuori di te, che esso avviene o per coincidenza casuale oppure per prònoia e che non bisogna biasimare la coincidenza casuale né incolpare la prònoia.

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[ II,3 ] Cos’è la Prònoia? Molti sono i modi in cui la Prònoia può essere definita: come mente della Materia Immortale; come la proairesi, o egemonico, del cosmo; come il ‘logos’ che lo pervade; come le leggi inviolabili, eterne, invarianti che manifesta; come la razionalità che gli inerisce e che da esso è inseparabile come sono inseparabili i poli positivo e negativo di un magnete.
Nel solco della tradizione fissata da Aristotele e condivisa dagli stoici, in questo frammento anche Marco Aurelio sottoscrive il giudizio che quattro sono le cause basilari degli eventi cosmici e le presenta nella loro sequenza tradizionale: Proairesi umana e Prònoia cosmica, Natura, Necessità, Fortuna.
Queste quattro cause basilari e le loro relazioni reciproche potrebbero forse essere illustrate con un esempio di questo genere: che un seme sia un seme è Prònoia; che un seme di grano generi una pianticella di grano è Natura; che una pianticella di grano sia distrutta da una furiosa grandinata è Necessità; che la grandine cada proprio su quella pianticella è Fortuna.

[ II,11 ] La natura è immortale. L’uomo è mortale. Al perenne flusso della divina natura, di cui l’uomo è parte, inerisce una razionalità, la Prònoia o Logos, della quale la ragione dell’uomo partecipa con la Proairesi. L’armonia dell’uomo con la natura non può pertanto stabilirsi che quando la proairesi sia in armonia con la Prònoia.
È possibile questa armonia? Questa armonia è possibile quando la proairesi dell’uomo si atteggia diaireticamente, ossia quando riconosce la differenza tra ciò che è aproairetico e ciò che è proairetico: nel presente caso, tra natura e Prònoia (entità aproairetiche) ed i giudizi che essa ha su natura e Prònoia (entità proairetiche). Se la proairesi giudicasse che natura e Prònoia sono ‘male’, in quanto la destinano alla morte, implicherebbe per sé il progetto di contrastare qualcosa che essa stessa invece ha già definito incontrastabile. Se giudicasse che esse sono ‘bene’, in quanto l’hanno chiamata alla vita, implicherebbe l’esistenza al di fuori di sé di un bene da lei stessa già definito irraggiungibile, così come la parte non può essere il tutto. Dunque la retta proairesi deve giudicare che natura e Prònoia sono né bene né male, ‘indifferenti’ per la propria felicità o infelicità, e comportarsi di conseguenza.
Ed è possibile la disarmonia? La disarmonia dell’uomo con la natura delle cose, ossia della proairesi con la Prònoia, è facilissima da ottenere. Basta giudicare che natura e Prònoia siano ‘male’ o siano ‘bene’. E dunque anche, ancora più semplicemente, che vita, gloria, piacere fisico, ricchezza di denaro siano ‘bene’, con le inevitabili disillusioni conseguenti; e che i loro contrari: morte, discredito, dolore fisico, povertà di denaro, siano ‘male’, con l’inevitabile infelicità che li accompagna.

[ II,16 ] Poiché il cosmo è natura onnicomprensiva, nessuna particolare natura in esso compresa può essergli estranea o contraria. Pertanto nulla di ciò che accade nel cosmo può avvenire e dirsi ‘contro natura’. La vita è ‘secondo natura’ tanto quanto lo è la morte, e sono secondo natura tanto la salute quanto la malattia, tanto un ascesso quanto un tumore.
Questo vale pienamente anche nel caso dell’uomo. Inveire contro gli avvenimenti, cercare di danneggiare un altro, lasciarsi vincere dal piacere o dal dolore, fingere, mentire, agire a casaccio, ma anche uccidere per piacere, torturare per lucro, inquinare l’ambiente, e così via non sono affatto atteggiamenti ‘contro natura’ ma pienamente ‘secondo natura’ ed ai quali il cosmo assiste con sovrana, eterna indifferenza, senza esserne minimamente scalfito.
Ma esiste, allora, una peculiare natura dell’uomo? E se essa esiste qual è?
Se l’uomo è, come in effetti è, ‘Homo proaireticus’, la sua peculiare natura sarà da ricercarsi in ciò che lo differenzia da tutti gli altri animali: e questa differenza è la proairesi. Natura della proairesi è quella di essere libera, infinita, inasservibile e insubordinabile, ed essa salvaguarda questa sua peculiare natura soltanto mantenendosi in tale stato. Per mantenersi in tale stato la proairesi deve scegliere di atteggiarsi diaireticamente, ossia deve scegliere di riconoscere pienamente la differenza tra ciò che è in suo esclusivo potere e ciò che non lo è, e dunque rispettare la ‘natura delle cose’.
È in esclusivo potere della proairesi anche atteggiarsi controdiaireticamente, negare la propria natura, aberrare, oltraggiarsi. Oltraggiarsi è ‘contro natura’? Assolutamente no. Oltraggiarsi è ‘secondo natura’. Ma la proairesi che si oltraggia è esattamente la proairesi che fallisce la diairesi tra ciò che è in suo esclusivo potere e ciò che non lo è, che fallisce il rispetto della ‘natura delle cose’, che aberra. E la ‘natura delle cose’ non è stata scritta né dall’uomo né dalla sua proairesi, ma è la legge inviolabile scritta da quella che qui Marco Aurelio chiama ‘ragione e statuto della città e del regime primigenio’, ossia la Prònoia del cosmo, ovvero dalla mente della Materia Immortale, e che può essere letta e interpretata soltanto dall’uomo.

[ III,6 ] Chi giudica che i delinquenti, i ladri, i politicanti, i ricchi di denaro siano uomini giusti, veritieri, temperanti, virili, ha l’obbligo di fare di tutto per diventare come loro ed essere il primo dei delinquenti, il primo dei ladri, il primo dei politicanti e un Creso.
Chi, invece, giudica che le virtù proprie dell’uomo stiano in una proairesi rettamente operante, capace di disciplinarne gli assensi, i desideri e gli impulsi e che in questo consistano giustizia, verità, temperanza e virilità, fa inevitabilmente altre scelte.
Dove cercare il canone che permette di portare a termine questa indagine con sicurezza e scegliere la strada giusta? Da nessun'altra parte che nella natura delle cose, laddove la ragione umana sa leggere quello che la Prònoia vi ha scritto e riconoscere la differenza fra ciò che è utile all’uomo in quanto semplice animale e ciò che gli è utile in quanto creatura razionale.

[ IV,4 ] Se, come l’uomo continuamente sperimenta, nulla viene dal nulla e neppure ritorna nel nulla, allora ciò che esiste ha perenne sussistenza e dunque il cosmo è Materia Immortale le cui trasformazioni non comportano né creazione né annullamento. Il movimento incausato, eterno, inarrestabile, generativo di queste continue trasformazioni è appunto quella dimensione della Materia Immortale che può essere correttamente chiamata logos o mente o Prònoia o egemonico o proairesi del cosmo e della quale la proairesi ragionante dell’uomo è come un’immagine, avendone la medesima natura.
Una volta assodata la mente come una delle facoltà della Materia, che poi la cosmologia di Marco Aurelio si fondi sull’esistenza di soli quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco; invece che di circa un centinaio di specie atomiche presenti nell’universo in percentuali quantitativamente variabili, fa assai poca differenza.

[ IV,27 ] Un ordine immutabile, razionale, perfetto e necessario che governa e sorregge infallibilmente tutte le cose e le fa essere e conservarsi quelle che sono. Questa è, secondo Marco Aurelio, la rappresentazione del cosmo cui conducono il rigoroso materialismo e il rigoroso monismo degli Stoici. Egli la condivide e guarda al cosmo come ad un’unità organizzata e indivisibile dotata di un logos o Prònoia o egemonico del quale la proairesi o egemonico dell’uomo è come un’immagine, un riflesso del quale il virtuoso ha esperienza empirica quando, usando la diairesi, si sente ordinato e bello dentro.
Nel contempo, Marco Aurelio mostra di intendere l’ipotesi atomistica di Democrito e di Epicuro, che pure poggia anch’essa su basi rigorosamente materialistiche, come radicalmente alternativa a quella stoica, come un’ipotesi negatrice del cosmo e che prospetta l’esistente come un guazzabuglio intrinsecamente disordinato, casuale e privo di unità.

[ V,16 ] Si può, si deve ed è inevitabile che l’uomo abbia a che fare con le cose esterne e aproairetiche. Ma quando egli si dà da fare intorno ad esse senza riserva, come se fossero in suo esclusivo potere mentre invece, per inviolabile natura delle cose, esse non lo sono; ecco che l’uomo perde se stesso.
Chi, dunque, può affermare che essendoci dato di vivere a corte ci è anche dato, per ciò stesso e senza ulteriori precisazioni, di vivere bene a corte; tacendo il fatto che non si può vivere laddove e quando c’è troppo fumo e dunque che vivere bene a corte può anche essere impossibile?
La creatura razionale ha come fine cardinale quello di mantenere la propria proairesi in accordo con la natura delle cose. Chi dunque può affermare, senza ulteriori distinzioni, che la creatura razionale è nata per la vita in società e per operare il bene comune, se non chi vede il bene principalmente fuori di sé, nel dominio di ciò che è esterno e aproairetico?
Certamente le creature razionali hanno facoltà che altre creature non hanno. Ma chi può ritenersi superiore a tutti gli altri esseri quando anche i lupi, nel loro linguaggio, ringraziano certamente la Prònoia di avere fatto gli uomini così stupidi da massacrarsi l’un l’altro a milioni per offrire loro, in questo modo, dei lauti banchetti?
Se il frammento è anche soltanto parzialmente autobiografico, è difficile sfuggire alla sensazione che Marco Aurelio lo sprema dalla falsa coscienza di un insipiente che ha il problema di giustificare ex post le proprie scelte di vita, e che la sua autocritica sia rappresentata, né più né meno, dalle parole del frammento immediatamente successivo.

[ V,21 ] Delle quattro cause basilari operanti nel cosmo, quella cui Marco Aurelio qui allude più direttamente è la Prònoia, cui la Proairesi umana è omogenea, in quanto espressione entrambe del medesimo ‘logos’, e della quale è come un’immagine.

[ V,30 ] Ovviamente non tutti gli esseri viventi si prestavano ad essere inseriti con facilità nel finalismo e nell’antropocentrismo di tradizione stoica. Ma l’acutezza di Crisippo, che echeggia nello sguardo di Marco Aurelio quando si incanta a guardare il cosmo, trovò sempre una via d’uscita: leoni, orsi, leopardi, cinghiali esistono per allenare i germi di coraggio presenti nell’uomo; i denti velenosi dei serpenti per fornire medicamenti; i topi ci abituano a stare attenti nel riporre le provviste di cibo; le cimici provvedono a che non dormiamo troppo e il pavone è stato generato in ragione della sua coda, perché noi possiamo ammirare lo splendore della sua coda.
Anche i Parti, i Quadi e i Marcomanni dovevano essere stati creati dalla Prònoia per qualcosa su cui però Marco Aurelio preferisce non soffermarsi.

[ V,34 ] La felicità è cosa proairetica, è il giudizio di essere felici. A disporlo in modo inviolabile e invariante per tutti gli uomini è la natura delle cose, la quale dispone anche in modo altrettanto inviolabile e invariante che è il logos o Prònoia a stabilire le leggi cui ubbidisce tutto ciò che è aproairetico.
Mentre la Prònoia non si mette mai in armi contro la Proairesi, la Proairesi dell’uomo, atteggiandosi controdiaireticamente, può mettersi in armi contro la Prònoia. Ma siccome la proairesi umana è parte del cosmo e non può violarne le leggi, la sua ribellione è destinata a quella sconfitta che prende appunto il nome di ‘infelicità’.
Due sono dunque le caratteristiche principali della Prònoia e della Proairesi: entrambe non possono essere intralciate altro che da se stesse, per entrambe il bene consiste nel rispetto della natura delle cose.

[ VI,1 ] Non esiste il male nel cosmo. Il male esiste soltanto nella proairesi degli esseri umani viziosi. La Prònoia che governa il cosmo, infatti, è legge razionale e verità, ossia natura delle cose, universalmente valida, invariante, inviolabile e tale legge non può essere contemporaneamente una ed il proprio opposto. Questo significa anche non esiste il bene nel cosmo. Il bene esiste soltanto nella proairesi degli uomini virtuosi.

VI,5 ] Poiché la proairesi umana è facoltà autoteoretica, è legittimo chiedersi se anche la Prònoia del cosmo sia autoteoretica. Marco Aurelio, in questo frammento, da una risposta positiva a simile domanda, in accordo con una tradizione che non è soltanto stoica ma risale almeno al V° secolo a.C. Tale tradizione si basa su un ragionamento di questo genere: “Se nel cosmo non ci fosse l’elemento terreste, in te non vi sarebbe traccia di terra; e se non ci fosse l’elemento umido, in te non ci sarebbe traccia di acqua; e lo stesso vale per l’aria e per il fuoco. E dunque, se nel mondo non vi fosse intelletto, neppure in te ci sarebbe; ma c’è, e dunque c’è anche nel cosmo. Pertanto il cosmo è intelligente, e se è intelligente è anche dio”.

[ VI,10 ] Se il cosmo è un guazzabuglio senza legge, l’intrattenermi in esso non può avere altro scopo che quello di intrattenermici il più a lungo possibile, cercando di piegarlo il più rudemente possibile alla mia volontà di potenza, qualunque forma essa prenda. Infatti, non avrei da perdere altro se non quello che perderò comunque, mentre tutto il resto è per me un guadagno.
Marco Aurelio intende così, come assenza di ordine e di finalità, ossia di Prònoia o Logos quale legge immanente e razionale del divenire cosmico, l’ipotesi atomistica e meccanicistica di Epicuro anche se una simile interpretazione ne fraintende sostanzialmente il pensiero. Egli comunque può considerare seria questa prospettiva, giacché sarebbero dovuti ancora passare circa millecinquecento anni prima che Galileo, definendo le leggi di alcuni moti, dimostrasse per primo, empiricamente e inconfutabilmente, che il cosmo non è un guazzabuglio senza legge e ponesse così la Fisica su basi del tutto nuove.

[ VI,36 ] Il cosmo è uno ed uno è il suo egemonico. Sappiamo già che alla domanda cruciale se l’egemonico del cosmo sia da considerarsi autoteoretico come la proairesi umana oppure no, Marco Aurelio ha risposto affermativamente.
Così come gli è impossibile pensare che se un oggetto si muove uniformemente in linea retta non vi sia una forza che lo spinge, per lui è impossibile pensare che la ragione provenga da una materia che non contenga già in sé la ragione ‘come tale’ nei propri elementi, e dunque che la Prònoia o Logos del cosmo non sia autoteoretica visto che egli pensa al cosmo, secondo la tradizione stoica, come ad un organismo vivente e in continua trasformazione molto più grande e più perfetto del semplice uomo e della sua proairesi. Se la Prònoia è autoteoretica, pensa inoltre Marco Aurelio, essa non può contenere in sé nulla di contraddittorio e dunque dai suoi buoni e solenni impulsi è derivato anche tutto ciò che a noi può apparire deleterio o cattivo.

[ VI,55 ] Dov’è la salvezza dell’uomo? Gli Stoici hanno ampiamente dimostrato che tutto ciò che è aproairetico è per sua natura né bene né male, e che soltanto ciò che è proairetico può essere tale.
La Natura, il Cosmo, il Fato, la Prònoia, la Materia Immortale, il Dio delle religioni monoteiste e così via, sono entità proairetiche o aproairetiche?
Se essi esistono indipendentemente da me, se non sono in mio esclusivo potere, essi sono entità aproairetiche. E se tali sono, nessuna di esse può e deve essere per me bene o male.
Infatti, se io le giudicassi essere un bene, ponendo il bene fuori di me farei inevitabilmente dipendere da esse e dal loro volere la mia libertà e la mia felicità e dunque le odierei e le bestemmierei quando ritenessi di non ottenere da esse quei beni dei quali le faccio depositarie. Se le giudicassi essere un male, ponendo il male fuori di me cercherei inevitabilmente di avversarle in ogni modo, ma farei comunque dipendere da esse e dal loro volere la mia libertà e la mia felicità, giacché le odierei e le bestemmierei quando incappassi in qualcuno dei mali dei quali le faccio depositarie.
Il solo atteggiamento corretto di fronte a tutte queste entità è dunque quello di riconoscere che esse non sono e non possono essere altro per me che né bene né male. Il che significa che l’uomo può benissimo immaginare di provare l’esistenza di un Dio malvagio come Arimane, ma resta il fatto che questo è affar suo, è affare di Arimane.
Come Epitteto ha insegnato a Marco Aurelio, e come invece Marco Aurelio continuamente mostra di fraintendere, Arimane o Zeus possono benissimo essere entità malvagie o buone ma per l’uomo virtuoso, per l’uomo che usa correttamente la proairesi e la diairesi, essi sono malvagi o buoni per se stessi ma comunque buoni per il virtuoso. La divinità può benissimo essere pensata non soltanto buona ma anche connotata dalla malvagità, da una provvidenzialità perversa che ha di mira il nostro danno. In quel caso l’uomo virtuoso perdona Dio ed usa con lui la bacchetta di Ermete e gli dice: ‘Tu, divinità, porta quel che vuoi ed io, uomo, ne farò un bene. Porta malattia, morte, difetto di mezzi di sussistenza, ingiurie, una condanna ingiusta. Io, uomo, ne farò un bene, una cosa attraverso cui mostrare nei fatti cos’è una creatura che comprende il tuo piano. Tutto ciò che mi darai lo farò beato, felicitante, solenne, da emulare’.
Allo stesso modo, abbiamo miriadi di esempi tutt’altro che immaginari di medici che non sono affatto interessati alla salute dei pazienti e di piloti la cui preoccupazione non è affatto l’attenzione alle esigenze dei passeggeri.
Sto per fare un viaggio per mare. Cosa mi è possibile? Mi è possibile scegliere la nave con cui partire e dunque, in un certo senso, il pilota e i marinai; il giorno; il porto da cui partire. Succede poi che una tempesta si abbatta sulla nave. Quale altra parte posso fare? La parte che mi spettava io l’ho già assolta. La tempesta è ipotesi di altri, del pilota e dell’equipaggio. Ma la nave affonda pure! E cosa posso fare per evitarlo? Quel che posso, questo soltanto faccio. E se non posso null’altro, affogo senza avere paura né strillando né incolpando Dio o la natura o chi altro, ma sapendo che quanto nasce deve anche perire. Giacché non sono eterno; sono un uomo, una parte del tutto, come un'ora di un giorno. Io devo come l'ora venire e come un'ora trapassare. C’è differenza sostanziale se trapasso annegando o per la febbre? Giacché per qualcosa devo pur morire.
È dunque controdiairetico, è da schiavi, è vizioso è stupido credere nell’esistenza di un Dio aproairetico e giudicarlo buono, provvidente, amoroso o il contrario di questi attributi.

[ VII,16 ] Marco Aurelio parla, in questo frammento, di due diversi egemonici o proairesi.
Nei primi due paragrafi il soggetto è la Prònoia, l’egemonico di quell’unico essere vivente che è il cosmo. Sappiamo che egli la concepisce come autoteoretica e non è difficile capire che la Prònoia, comunque muovesse il cosmo, lo muoverebbe verso il proprio bene, poiché qualunque essere fa sempre quello che giudica essere il proprio bene e mai il proprio male. E ovviamente nulla e nessuno potrebbe deviare la Prònoia del cosmo dal suo corso.
I paragrafi seguenti sono invece riferiti all’uomo, che Marco Aurelio vede composto, come ha già detto in precedenti frammenti, di: corpo, animo o pneuma, ed egemonico.
Il corpo può patire, provare dolore o piacere, ma non ha la capacità di esprimere giudizi su quello che prova. L’animo può avere reazioni istintive di paura o di afflizione che precedono la formazione dei giudizi da parte della proairesi, semplicemente perché esse sono reazioni animali rapidissime, utili all’individuo per sfuggire determinati pericoli e che gli conferiscono pertanto dei vantaggi di sopravvivenza. La proairesi è invece autoteoretica, è essa e soltanto essa quella che produce i giudizi ai quali corpo e animo ubbidiranno. E l’egemonico dell’uomo, quando operi rettamente è, sempre secondo Marco Aurelio, una fedele immagine dell’egemonico del cosmo.

[ VII,30 ] È importante comprendere da quali cause basilari siano prodotti gli eventi. E noi sappiamo che anche per Marco Aurelio queste cause basilari sono quattro: Prònoia o Proairesi, Natura, Necessità, Fortuna.

[ VII,57 ] Natura, fortuna, necessità e Prònoia intessono tutto ciò che di aproairetico avviene all’uomo. Ma anche la proairesi è una delle cause basilari del nostro destino.

[ VII,75 ] Se la Prònoia, ossia l’egemonico del cosmo, fosse una entità irrazionale, non riuscirei a spiegarmi come mai io, Marco Aurelio, sono una creatura razionale.

[ VIII,54 ] Paragonando l’aria alla Prònoia che pervade il cosmo e che egli vede dappertutto, Marco Aurelio invita a cointelligere con la mente della Materia Immortale così come respiriamo l’aria che ci circonda.

[ VIII,57 ] Le caratteristiche della luce del sole che permea e riscalda la nostra atmosfera sono avvicinate da Marco Aurelio a quelle della Prònoia che permea e dà le sue leggi al cosmo.
L’etimologia che Marco Aurelio dà della parola ‘raggi’ è comunque errata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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