IL DIPINTO SU TAVOLA DI CEBETE

 

 

Una breve introduzione

 

-La datazione dell’opera

Scritto in greco da un autore che ci rimane sconosciuto, è ormai certo che questo drammatico “dialogo raccontato” risale al I secolo dopo Cristo. Il suo impianto è stoico-cinico, ed il Cebete di cui si parla nel titolo nulla ha a che fare con il personaggio che compare nel “Fedone” di Platone.

-Il significato dell’opera

Mi tocca anzitutto doverosamente avvertire chi legge, che questo dialogo è altamente pericoloso in quanto si tratta, per il lettore, di vita o di morte. Chi si imbatte in esso, infatti, è  chiamato a fare la stessa esperienza che fece Edipo sulla via di Tebe, quando si imbatté nella Sfinge.
Questo dialogo, e la spiegazione che esso contiene, sono altamente pericolose perché chi presta la dovuta attenzione e capisce quanto vi si dice è già, o è destinato ad essere, un uomo saggio e felice. Chi, invece, non presta la dovuta attenzione e non capisce quanto vi si dice è già, o è destinato inevitabilmente a rimanere, un individuo stolto ed infelice, una persona amareggiata ed incolta che vive male.
La ragione di ciò sta nel fatto che la spiegazione contenuta in questo dialogo assomiglia all’enigma che la Sfinge, sulla via di Tebe, proponeva alle persone. Se uno capiva l’enigma e dava la risposta corretta, aveva salva la vita. Ma se uno non lo capiva e dava la risposta scorretta, periva divorato dalla Sfinge.

Edipo

Le cose stanno allo stesso modo anche nel caso di questa spiegazione. Giacché la Stoltezza è, per il lettore, una Sfinge. Il dipinto su tavola del quale il dialogo tratta, allude enigmaticamente a quanto è bene, a quanto è male ed a quanto è né bene né male nella vita. E chi non capisce queste cose è destinato a perire per opera della Stoltezza; non in una sola volta, come chi moriva divorato dalla Sfinge, ma rovinato poco per volta nel corso dell’intera esistenza, come i condannati ad una punizione perenne. Se il lettore, invece, riconosce e capisce queste cose è la Stoltezza, all’opposto, a perire; mentre lui si salva e diventa beato e felice per tutta la vita. Chi legge presti dunque molta attenzione e non fraintenda nulla.

D'altra parte è arduo capire “Il dipinto su tavola di Cebete” se non si ha familiarità con la mia traduzione dell’opera di Epitteto. I concetti di 'proairesi' e di 'diairesi', di 'cultura' (cioè di 'educazione alla diairesi') e di 'pseudocultura' (cioè di 'educazione a tutte le altre conoscenze'), di 'essere umano' e di 'uomo', di 'felicità' e di 'infelicità', di 'virtù' e di 'vizio', di 'bene', di 'male' e di 'udetero' trovano qui un’efficacia pittorica di straordinaria attualità, nella spiegazione che un anziano signore dà ad un gruppo di forestieri del significato di un dipinto su tavola visibile in un antico tempio di Crono.

-La traduzione

Trattandosi di un’opera di dimensioni contenute, per la traduzione non ho avuto bisogno di lavorare su di un vero e proprio Index Verborum.
A differenza de “L’albero della Diairesi”di Epitteto, che è la fedele registrazione di un parlato dal vivo, questo “Il dipinto su tavola di Cebete” è un testo letterario. Fatta dunque salva la scrupolosità nel tradurre tutte le parole chiave e filosoficamente rilevanti, so di essermi permesso quelle libertà di stile che mi parevano concesse dalla natura del testo.

-Il testo

La traduzione che qui presento è stata da me condotta sul testo greco pubblicato da D. Pesce: “La tavola di Cebete” Paideia Editrice, Brescia 1982, nella collana “Antichità classica e cristiana”. Questo testo riproduce essenzialmente l’edizione critica di K. Praechter (Teubner, Lipsia 1893). Io me ne sono discostato in un luogo solo.

 

Il dipinto su tavola di Cebete

 

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