Sinossi di tutti i passi dell'opera di Epitteto contenenti i termini 'Impulso' e 'Repulsione'

 

 

Per tornare alla homepage clicca qui

 

Se ammettiamo, come afferma Epitteto, che la ‘proairesi’ sia la facoltà fondamentale e dominante di cui l’uomo adulto è naturalmente dotato; e che sia la proairesi, e non la ‘ragione’, quella che lo rende capace: (A) di operare la diairesi tra ciò che è in suo esclusivo potere, e che quindi è ‘proairetico’, e ciò che è non in suo esclusivo potere, e che quindi è ‘aproairetico’; (B) di riconoscere la ‘natura delle cose’ e quindi fare il corretto uso delle rappresentazioni; (C) di atteggiarsi diaireticamente: ossia in armonia con la natura delle cose e quindi in modo virtuoso e felice, oppure controdiaireticamente: ossia in contrasto con la natura delle cose e quindi in modo vizioso e infelice; allora appare del tutto appropriato il tentativo di individuare quali siano le azioni che una simile realtà implica e mette in moto.
     A questo riguardo, Epitteto identifica tre campi principali di azione della proairesi e chiama ‘opere della proairesi’, quelle in cui l’uomo che intende vivere bene ed essere felice deve allenarsi continuamente e raggiungere la perfezione. Il primo campo concerne i nostri ‘desideri’ e le nostre ‘avversioni’ [aggiungere citazione]. Su questo terreno l’uomo deve diventare capace di ottenere sempre ciò che desidera e non incappare mai in ciò che avversa. Su di esso la sua proairesi gioca la partita del bene e del male, della virtù e del vizio. Il secondo campo concerne i nostri ‘impulsi’ e le nostre ‘repulsioni’, intendendo come tali le opere doverose che a noi si confanno in quanto ‘esseri animali’ ed ‘esseri sociali’. Su questo terreno l’uomo, secondo Epitteto, deve diventare capace di evitare ogni azione ‘aberrante’ e di compiere in ogni caso azioni ‘corrette’. Il terzo campo concerne i nostri ‘assensi’ e i nostri ‘dissensi’, intendendo come tali quelle operazioni logiche che ci permettono di evitare gli errori di giudizio e la casualità nelle scelte.
      A ben vedere, nelle sue opere Epitteto cita assai più di una decina di opere della proairesi ma, secondo lui, le principali sono rappresentate dalle tre coppie di opere che abbiamo appena citato. La presente ricerca è dedicata unicamente ad una trattazione di impulso e repulsione.

UN IMPULSO MOLTO POPOLARE

     Passeggiavo lungo la spiaggia sabbiosa di Amans, in Tanzania, quando mi capitò di incontrarvi Diotima e Phaedrus, due amici che non vedevo da molti anni. Li salutai e mi scusai di avere interrotto la loro discussione; ma essi mi invitarono a rimanere qualche tempo con loro, e così ebbi modo di ascoltare questo dialogo.
- Pertanto, Diotima, negli uomini lo stimolo sessuale è proairetico o aproairetico?
- Aproairetico.
- In argomento, allora, cos’è proairetico?
- Il giudizio che si ha di questo stimolo e che lo trasforma in un impulso. Che esso sia conveniente o sconveniente, gradevole o sgradevole, utile o inutile. E quindi il progetto di come soddisferemo o non soddisferemo questo stimolo naturale che abbiamo in comune con tutti gli animali.
- Nella cultura in cui io sono nato e cresciuto, quando si parla di sensi umani il loro elenco si ferma a cinque soltanto. I nostri cinque sensi sarebbero: gusto, tatto, udito, olfatto e vista.
- Phaedrus, e le sensazioni legate al sesso? L’orgasmo sessuale non è una sensazione?
- Sì, Diotima. Ed è anche gradevolissima, quando il sesso sia fatto come si deve.
- Ma forse voi ne avete paura e vergogna; e per questo la annoverate tacitamente tra le sensazioni delle quali non si può parlare. Se ne avessimo saputo parlare, forse non avremmo avuto né psicanalisi né pornografia.
- Hai accennato allo stimolo e all’impulso sessuale. Dimmi ancora, Diotima: le sensazioni sessuali sono proairetiche o aproairetiche?
- Aproairetiche.
- Anche a questo riguardo, allora, cos’è proairetico?
- Phaedrus, non posso che ripeterti quello che ho già detto. Proairetico è il giudizio che si ha di queste sensazioni: convenienti o sconvenienti, gradevoli o sgradevoli, utili o inutili e così via.
- E l’orgasmo stesso è un’entità proairetica o aproairetica?
- Aproairetica. Tant’è vero che nel rapporto sessuale molto spesso non viene raggiunto. Possiamo semplificare il tutto in questo modo: lo stimolo sessuale che, in un certo senso, rappresenta l’inizio di questo percorso, è aproairetico. L’orgasmo, che qui assumiamo rappresentare il culmine del rapporto sessuale, è aproairetico. Ad essere proairetico è, seppur detto alquanto impropriamente, tutto ciò che sta nel mezzo. Come nella vita: la nascita è aproairetica; la morte è aproairetica e nel mezzo vi è la nostra esistenza.
- Dimmi ancora, Diotima: vi è differenza tra rapporto eterosessuale e rapporto omosessuale al riguardo?
- Non vi è assolutamente alcuna differenza. Salvo l’ovvia e naturale differenza della possibile procreazione, la quale tuttavia non ha alcuna rilevanza per il discorso che stiamo facendo.
- Dove stanno allora il bene e il male?
- Siccome bene e male sono entità proairetiche, esse non possono stare né nello stimolo né nelle sensazioni sessuali, allo stesso modo che bene e male stanno nella nostra esistenza e non nella nostra nascita né nella nostra morte.
- E dove stanno allora?
- Stanno in ciò che è proairetico ossia, parlando di sesso, nei giudizi e nei progetti che abbiamo riguardo al sesso. Ed è a questo proposito che dobbiamo essere particolarmente e virtuosamente cauti giacché, dovunque si tratta di ciò che è proairetico, qui sono in gioco la nostra libertà e la nostra felicità.
- Fammi capire meglio. Cosa sono, allora, lo stimolo e le sensazioni sessuali?
- Stimolo e sensazioni sessuali sono entità che possono essere definite come ‘né bene né male’, come entità ‘indifferenti’.
- E cosa succede se io faccio dello stimolo sessuale e dell’orgasmo, insomma del sesso, un ‘bene’?
- Phaedrus, se tu fai dello stimolo e dell’orgasmo sessuale un ‘bene’ sei mosso da un errato giudizio, giacché poni il bene in qualcosa di aproairetico. Questo significa che tu rifiuti la diairesi ed usi la controdiairesi. L’uso permanente della controdiairesi ti porterà inevitabilmente alla schiavitù e all’infelicità, in quanto il ‘bene’ sesso diventerà certamente per te, prima o poi, irraggiungibile o ripugnante.
- E se invece io facessi del sesso un ‘male’?
- Anche in questo caso saresti mosso da un giudizio scorretto, speculare al precedente. Saresti infatti certamente, prima o poi, perseguitato da immonde e atroci fantasie o sogni che chiamerai, come già accadeva in tempi remoti, le ‘Tentazioni di Sant’Antonio’.
- Bene è il giudizio: il sesso è né bene né male. Male è il giudizio che ci fa smaniare per esso come se fosse un bene o fosse un male. Diotima, si può allora dire cosi?
- Esattamente, Phaedrus: ti sei espresso perfettamente. Dunque il piacere sessuale va sottomesso ai doveri umani di libertà, di nobiltà, di rispetto di sé e degli altri. Esso va usato secondo la sua natura, che è quella di servitore, di ministro; affinché promuova il nostro slancio al bene, ci tenga in accordo con la natura delle cose, stimoli il coraggio di diventare quello che siamo: uomini liberi, nobilmente generosi, rispettosi di sé e degli altri. Vedi, il piacere sessuale non ha natura di signore e padrone: come il denaro, come il nostro aspetto esteriore, esso è un ottimo servitore ma un pessimo padrone. Ci serve per vivere, ma noi non viviamo per lui.
Era divina la serenità che emanava dalla bellissima Diotima Karume distesa lì nuda, in pieno sole, su un coloratissimo Kanga, sulla spiaggia di Amans. Accanto a lei, lo sguardo di Phaedrus Pitt si era perso su grosse navi che entravano e uscivano dal porto di Dar es Salaam.

‘IMPULSO’ E ‘REPULSIONE’ SONO NELL’UOMO OPERE PROAIRETICHE

     Cos’è l’impulso e cos’è la repulsione? Mentre il desiderio e l’avversione sono movimenti dell’animo umano diretti o all’ottenimento di qualcosa che la proairesi giudica essere un bene (τὸ ἀγαθόν), oppure all’allontanamento di qualcosa che la proairesi giudica essere un male (τὸ κακόν) ; l’impulso e la repulsione sono movimenti dell’animo umano diretti all’ottenimento di qualcosa che la proairesi giudica essere né un bene né un male, bensì qualcosa di confacente e ‘doveroso’ (τὸ καθῆκον). Cosa significa, allora, ‘doveroso’? ‘Doveroso’ è il nome col quale Epitteto, seguendo strettamente la tradizione Stoica, qualifica tutto ciò che ha una giustificazione razionale e che è confacente all’uomo: A) in quanto semplice animale; B) in quanto animale inserito in un certo ambiente naturale; C) in quanto uomo in relazioni naturali o acquisite con altri uomini; giacché tutti noi siamo figli o figlie, padri o madri, fratelli o sorelle, mogli o mariti e così via; e tutti facciamo parte della società civile.
     A questo punto una breve digressione non è fuori luogo, giacchè vale la pena di sottolineare come l’impulso e la repulsione quali li intende Epitteto, come si vede, siano leggermente diverse da quel che ne immagina Pierre Hadot; il quale dà invece dell’impulso semplicemente la definizione di Sant’Agostino nel ‘De civitate dei’, e qualifica pertanto l’impulso come ‘impulso all’azione’; cosa che mancherebbe invece al ‘desiderio’; perchè, sempre secondo Pierre Hadot: “Colui che desidera non agisce, ma si trova in una disposizione di attesa. […] Bisogna invece che lo Stoico agisca, e dunque egli ha un impulso sia istintivo che razionale ad agire”.  Trovo queste idee di Hadot tanto rispettabili e interessanti quanto sfortunatamente inutilizzabili per la comprensione di qualunque Stoicismo.
     Nell’uomo, le caratteristiche fondamentali dell’impulso e della repulsione sono essenzialmente tre: la prima è quella appena precisata. La seconda è che impulso e repulsione, in quanto risposte a degli stimoli naturali, si esplicano soltanto nel presente e mai nel futuro né nel passato. La terza è che essi inducono una risposta attiva che non è mai da considerarsi come un bene o come un male, ma che va valutata come una azione indifferente, ossia un’opera cui manca di per sé la valenza di essere virtuosa o viziosa.
     Pochi e semplici esempi serviranno a chiarire perché gli impulsi e le repulsioni sono intrinsecamente né bene né male. Circa il punto A: l’impulso a bere quando si ha sete è opera sia del saggio che dello stolto; e lo stesso vale per la repulsione a degli odori sgradevoli. Circa il punto B: la repulsione ad inciampare in un sasso, e l’impulso a tenere gli occhi bene aperti, sono anch’esse opere sia del saggio che dello stolto. Circa il punto C: l’impulso ad accoppiarsi e la repulsione ad ignorare i legami familiari, sono anch’esse opere possibili e confacenti tanto al saggio quanto allo stolto.
     Per indicare l’impulso e le opere che ne conseguono, Epitteto usa sempre il sostantivo ὁρμή (hormé) ed il verbo ὁρμῶ (hormò); mentre per indicare la repulsione e le opere che ne conseguono egli usa sempre il sostantivo ἀφορμή (aformé) e il verbo ἀφορμῶ (aformò). Inoltre egli usa sistematicamente i due verbi ‘aberrare’ ἁμαρτάνω (amartàno) ed ‘operare correttamente’ κατορθῶ (katorthò) in riferiremento allo scorretto oppure corretto impellere e repellere degli uomini.
     Essendo in esclusivo potere dell’uomo, anche l’impulso e la repulsione sono entità ‘proairetiche’, e di essi dobbiamo servirci in modo da essere al riparo dalle aberrazioni, al fine di agire con posizionamento, con razionalità, senza trascuratezza, né fuori tempo, né fuori luogo e salvaguardare così la nostra cooperatività nelle relazioni con i nostri simili .
     Appare opportuno, a questo punto, citare le esatte parole che proprio Epitteto usa al riguardo: “<Il secondo campo è> quello degli impulsi e delle repulsioni e insomma quello del doveroso, per agire con posizionamento, con razionalità, senza trascuratezza” (Diatribe III,2,2). E subito dopo: “Secondo <campo> è quello del doveroso: giacché io non devo avere il dominio che delle passioni ha una statua, ma serbare le relazioni sociali naturali ed acquisite da uomo pio, da figlio, da fratello, da padre, da cittadino” (Diatribe III,2,4). E poi: “Tralasciamo giustappunto il secondo àmbito, quello circa gli impulsi e l'arte di lavorarli in rapporto al doveroso” (Diatribe II,17,15). E ancora: “Il secondo àmbito è quello dell'impulso e della repulsione: per essere obbedienti alla ragione, per non agire fuori tempo, fuori luogo o fuori di qualche altra simmetria siffatta” (Diatribe III,12,13).
     Queste precisazioni di Epitteto su cosa si debba intendere per ‘doveroso’ rientrano nella classica definizione Stoica dell’impulso (SVF III, 491-499) e sono preziose per intendere quale sia la differenza essenziale tra le coppie di opere proairetiche: ‘desiderio-avversione’ e ‘impulso-repulsione’. Infatti, come afferma Diogene Laerzio in SVF 493: “Diogene Laerzio ‘Vitae philosophorum’ VII, 107. Inoltre <gli Stoici> affermano che ‘doveroso’ è ciò che quando sia effettuato ha una giustificazione ragionevole: per esempio, ciò che consegue all’essere in vita e che pertiene anche a vegetali e ad animali, giacché anche per questi sono contemplati atti doverosi. Il ‘doveroso’ è stato denominato così da Zenone per primo; questa denominazione essendo stata derivata dall’espressione ‘incombere ad alcuni’, ed è un’operazione appropriata alle strutture naturali”. E Cicerone in SVF 497: “Cicerone ‘De finibus’ III, 22. Siccome quelli che ho definito atti doverosi scaturiscono da pulsioni naturali primarie, per poter dire rettamente che tutti gli atti doverosi sono riconducibili al soddisfacimento di pulsioni naturali, è necessario far risalire quegli atti a queste pulsioni; senza perciò affermare che questi atti siano il sommo bene, giacché l’azione intellettualmente integra non inerisce agli atti naturali istintivi, dato che essa ne è una conseguenza che, come ho detto, nasce successivamente”.
     Epitteto dedica un intero capitolo (il II, 10) ad esemplificare quali opere doverose siano confacenti alle nostre condizioni di ‘essere umano’, di ‘cittadino del mondo’, di ‘figlio’, di ‘fratello’, di ‘consigliere’, di ‘giovane’, di ‘vecchio’, di ‘padre’, e alle perdite cui va incontro chi fraintende o dimentica chi è; e riassume brevemente l’argomento delle nostre ‘relazioni sociali’ nel capitolo XXX del suo ‘Manuale’, che qui vale la pena di rileggere: “Il doveroso si commisura generalmente alle relazioni sociali. E' padre: è dettato di averne sollecitudine, dargli spazio in tutto, tollerare se ingiuria, se batte. “Ma è un cattivo padre”. Fosti forse imparentato dalla natura ad un buon padre? No, ma ad un padre. “Mio fratello commette ingiustizie”. Perciò serba il tuo posizionamento nei suoi confronti, e non considerare cosa fa lui ma cosa fai tu per avere la tua proairesi in armonia con la natura delle cose. Giacché un altro non danneggerà te, se tu non lo disporrai. E allora sarai stato danneggiato, qualora concepisca di essere danneggiato. Così dunque troverai quanto è doveroso da vicino, da cittadino, da stratega, se ti abituerai a conoscere i principi generali delle relazioni sociali”.

LA SINOSSI

(P2IR1) - Dacché ciò non potevo, ti diedi una certa vostra particolarità: questa facoltà di impellere e di repellere, di desiderare e di avversare ed insomma atta ad usare le rappresentazioni.
‘Diatribe’ I,1,12
(P2IR2) - Cercalo là, disgraziato, dov'è l'opera tua. Dov'è l'opera tua? Nel desiderio e nell'avversione, per non fallire il segno nell'uno e non incappare nell'oggetto dell'altra; negli impulsi e nelle repulsioni, per essere al riparo da aberrazioni; nella proposizione e sospensione dell'assenso, per essere al riparo dall'inganno.
‘Diatribe’ I,4,11
(P2IR3) - “Prendi il trattato “Sull'impulso” e riconosci come l'ho letto!” “Schiavo! Non cerco questo, ma come impelli e repelli; come desideri ed avversi, come progetti, proponi e ti prepari: se in armonia con la natura delle cose od in disarmonia.
‘Diatribe’ I,4,14
(P2IR4) - E dunque? Niente ti muoveva ed impelleva a lasciare la bimba? E com'è possibile? Ma era tal quale quel che muoveva anche a Roma un tale a coprirsi il capo mentre correva il cavallo per cui parteggiava. Una volta il cavallo inopinatamente vinse, e lui ebbe bisogno di spugnaggi per essere recuperato dallo svenimento.
‘Diatribe’ I,11,27
(P2IR5) - Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?”
‘Diatribe’ I,17,24
(P2IR6) - Così pure dell'impellere a qualcosa lo sperimentare che mi è utile; e che è inconcepibile giudicare una cosa utile e desiderarne un'altra, di giudicare una cosa doverosa ed impellere ad un'altra: perché ci esasperiamo ancora con i più
‘Diatribe’ I,18,2
(P2IR7) - Un impulso al riparo da aberrazioni? E dove ne hai parte? Orsù, su una nave hai fiducia in te od in chi sa?
‘Diatribe’ I,19,3
(P2IR8) - Sale su al Campidoglio, offre un sacrificio. Chi dunque mai sacrificò per aver desiderato da virtuoso, per avere impulso secondo la natura delle cose? Giacché dove poniamo il bene, là pure ringraziamo gli dei.
‘Diatribe’ I,19,25
(P2IR9) - O uomo, cosa vuoi che ti accada? Io mi accontento se desidererò ed avverserò secondo la natura delle cose; se userò impulso e repulsione come sono nato per fare; e poi proposito, progetto, assenso. Perché dunque ci cammini davanti come se avessi ingoiato uno spiedo?
‘Diatribe’ I,21,2
(P2IR10) - Se appunto sapessi che ora mi è stato destinato di ammalarmi, vi impellerei addirittura, giacché anche il piede, se avesse del buonsenso, impellerebbe ad infangarsi”.
‘Diatribe’ II,6,10
(P2IR11) -Vi mostrerò il nerbo di un filosofo. Quale nerbo? Un desiderio che non fallisce il segno, un’avversione che non incappa in quanto avversa, un impulso doveroso, un proposito solerte, un assenso non precipitoso. Questo vedrete.
‘Diatribe’ II,8,29
(P2IR12) - Qual è dunque la professione di cittadino? Non avere peculiarmente alcun utile, non deliberare su nulla come assoluto ma come farebbero la mano od il piede i quali, se avessero contezza e comprendessero la naturale struttura, non impellerebbero o desidererebbero mai altrimenti che una volta rapportatisi all'intero.
‘Diatribe’ II,10,4
(P2IR13) - Causativo di ciò è l'essere noi venuti al mondo come già istruiti, in questo campo, dalla natura; ma prendendo impulso da questi pre-concetti noi aggiungiamo poi ad essi la nostra presunzione.
‘Diatribe’ II,11,6
(P2IR14) - Dunque non lo adatto bene?- Tutta la ricerca sta qui, e qui sopravviene la presunzione. Dopo avere infatti preso impulso da queste ammissioni, gli individui si promuovono al disaccordo a motivo dell'adattamento non consono.
‘Diatribe’ II,11,8
(P2IR15) - Giacché questo credo sia quanto, una volta trovato, allontana dalla pazzia coloro che usano il solo reputare come misura di tutto. Affinché prendendo impulso da canoni conosciuti e ben distinti possiamo, orbene, usare per i particolari dei pre-concetti bene articolati.
‘Diatribe’ II,11,18
(P2IR16) - Eppure non scrive un testamento senza sapere come bisogna scriverlo, oppure assume chi sa; né altrimenti sigilla una obbligazione o scrive una garanzia, e tuttavia usa, prescindendo da un legale, desiderio ed avversione, impulso, progetto e proposito.
‘Diatribe’ II,13,7
(P2IR17) - Siamo in ansia per il corpo, per le coserelle, sul che cosa reputerà Cesare, ma su nessuna delle cose di dentro. Forse sul non concepire il falso? -No, giacché è in mio potere- Forse sull'impellere contro natura? -Neppure su questo-
‘Diatribe’ II,13,11
(P2IR18) - Se però dirai a qualcuno: “I tuoi desideri soffrono di infiammazione, le tue avversioni sono da servo nell'animo, i progetti incoerenti, gli impulsi in disarmonia con la natura delle cose, le concezioni avventate e mentitrici”; subito esce a dire: “Mi oltraggiò!”
‘Diatribe’ II,14,22
(P2IR19) - Tralasciamo giustappunto il secondo àmbito, quello circa gli impulsi e l'arte di lavorarli in rapporto al doveroso. Tralasciamo anche il terzo, quello circa gli assensi.
‘Diatribe’ II,17,15
(P2IR20) - “Tu in quello di Platone”; “Tu in quello di Antistene”. E poi narrativi gli uni gli altri i vostri sogni, ritornate di nuovo alle medesime cose. Desiderate allo stesso modo, allo stesso modo avversate, similmente impellete, progettate, proponete, le stesse cose auspicate, per le stesse vi industriate.
‘Diatribe’ II,17,36
(P2IR21) - Perché dunque non mi dici nulla?- Io ho da dirti solo questo, che chi ignora chi è, per che cosa è nato, in che sorta di ordine del mondo e con quali soci, e quali sono i beni ed i mali, il bello ed il brutto; che non comprende né un ragionamento né una dimostrazione né cos'è vero né cos'è falso e neppure può distinguerli; che non desidererà, non avverserà, non impellerà, non progetterà, non assentirà, non dissentirà, non sospenderà il giudizio secondo la natura delle cose: in totale andrà in giro sordo e cieco reputando di essere qualcuno, mentre è nessuno.
‘Diatribe’ II,24,19
(P2IR22) - Quello degli impulsi e delle repulsioni e insomma quello del doveroso, per agire con posizionamento, con razionalità, senza trascuratezza; terzo è quello del riparo dall'inganno, dalla casualità di giudizio e in complesso quello degli assensi.
‘Diatribe’ III,2,2
(P2IR23) - Cerca giudizi in armonia con questo, e prendendo impulso da essi ti asterrai con piacere da faccende così persuasive a condurre e vincere la gente.
‘Diatribe’ III,7,22
(P2IR24) - Quali sono questi cardinali? Interessarsi di affari cittadini, sposarsi, fare figli, venerare dio, esser sollecito dei genitori; in generale, desiderare, avversare, impellere, repellere come si deve fare ciascuna di queste cose e come siamo nati per fare.
‘Diatribe’ III,7,26
(P2IR25) - Strutturaci tuoi emuli, come Socrate di sé. Quello era chi le comanda come uomini, chi le ha strutturate in modo che abbiano subordinato a lei, alla ragione, il loro desiderio, l'avversione, l'impulso, la repulsione.
‘Diatribe’ III,7,34
(P2IR26) - Patrono, non patrono, che m'importa? Importa a te. Sono più ricco di te: non sono in ansia per cosa Cesare pregerà di me; non adulo nessuno per questo. Questo ho in cambio dell'argenteria e dell'oreficeria. Tu suppellettili d'oro, ma di terracotta la ragione, i giudizi, gli assensi, gli impulsi, i desideri.
‘Diatribe’ III,9,18
(P2IR27) - Dopo desiderio ed avversione, il secondo àmbito è quello dell'impulso e della repulsione: per essere obbedienti alla ragione, per non agire fuori tempo, fuori luogo o fuori di qualche altra simmetria siffatta.
‘Diatribe’ III,12,13
(P2IR28) - Non si deve rincasarli capaci di tollerare l'intemperanza altrui, cooperativi, in grado di dominare le passioni, di dominare lo sconcerto; provvisti di siffatto viatico per la vita prendendo impulso dal quale potranno sopportare da virtuosi quanto accade ed anche adornarsene?
‘Diatribe’ III,21,9
(P2IR29) - Ma se i principi filosofici generali ti cattivano l'animo siedi e rigirali tra te e te. Non dirti mai filosofo e non tollerarlo se lo dice qualcun altro, ma dì: “Ha errato, giacché io non desidero altrimenti da prima, né impello ad altro, né ad altro assento, né in complesso mi sono diversificato in qualcosa dalla condizione di prima nell'uso delle rappresentazioni”.
‘Diatribe’ III,21,23
(P2IR30) - Sciagurato, cosa di tuo sta male? Il patrimonio? Non sta male: sei ricco d'oro e ricco di bronzo. Il corpo? Non sta male. Che male hai dunque? Quello: che di te è stato trascurato ed annientato ciò con cui desideriamo, con cui avversiamo, con cui impelliamo e repelliamo.
‘Diatribe’ III,22,31
(P2IR31) - E perché sei venuto qui? Forse correvano pericoli il vostro desiderio, l'avversione; forse l'impulso, la repulsione? “No,” dice, “fu ghermita la femminuccia di mio fratello”.
‘Diatribe’ III,22,36
(P2IR32) - Chi di voi può desiderare od avversare, impellere o repellere, prepararsi o proporsi qualcosa senza prenderne rappresentazione di vantaggioso o di non doveroso?” “Nessuno”. “Dunque avete anche in questo qualcosa non soggetto ad impedimenti e libero.
‘Diatribe’ III,22,43
(P2IR33) - Dove trovi in lui un assenso precipitoso, dove un impulso avventato, dove un desiderio fallito, dove un'avversione che incappa in quanto avversa, dove un progetto imperfetto, dove lagnanza, dove servilismo o invidia?
‘Diatribe’ III,22,104
(P2IR34) - Qualora tu abbia deprezzato gli oggetti esterni ed aproairetici e nulla di essi ritenuto tuo, tuoi invece soltanto il determinare da virtuoso, il concepire, l'impellere, il desiderare, l'avversare; dove c'è ancora posto per l'adulazione, dove per la servilità?
‘Diatribe’ III,24,56
(P2IR35) - Libero è chi vive come decide, chi non è possibile costringere né impedire né violentare; colui i cui impulsi non sono soggetti ad intralci, i cui desideri vanno a segno, le cui avversioni non incappano in quanto avversano. Chi, dunque, vuole vivere aberrando? -Nessuno-
‘Diatribe’ IV,1,1
(P2IR36) - Orsù, può qualcuno costringerti ad impellere a ciò che non vuoi? - Può. Giacché qualora mi minacci morte o catene mi costringe ad impellere- Ma se spregerai il morire o l'essere messo in catene, ti impensierisci ancora di lui? -No- Dunque è opera tua spregiare la morte oppure non tua? -Mia- Tuo è proprio anche l'impellere oppure no? -Sia mio- Ed il repellere qualcosa? Tuo anche questo. -E dunque se imprendendo io a camminare, quello mi impedirà?- Cosa impedirà di te? Forse l'assenso? -No, ma il corpo- Sì, come un sasso. -Sia, ma io non cammino più- E chi ti disse “camminare è opera tua non soggetta ad impedimenti”? Giacché io dicevo non soggetto ad impedimenti soltanto l'impellere. Dove c'è bisogno del corpo e della sua cooperazione, hai sentito dire da tempo che nulla è tuo. -Sia anche questo-
‘Diatribe’ IV,1,70-73
(P2IR37) - Io invece non fui mai impedito disponendo, né fui mai costretto non disponendo. Com'è possibile questo? Ho posto il mio impulso al seguito della Materia Immortale. Essa dispone che io abbia la febbre: ed io dispongo. Dispone che impella a qualcosa: ed io dispongo. Dispone che desideri: ed io dispongo. Dispone che io centri qualcosa: ed io decido. Non dispone: non decido.
‘Diatribe’ IV,1,89
(P2IR38) - E come accadrà ciò? Come altrimenti che esaminando gli impulsi ed il governo della Materia Immortale? Cosa mi ha dato mio ed incondizionato? Cosa lasciò dietro per sé? Mi ha dato ciò che è proairetico, lo ha fatto in mio esclusivo potere, non soggetto ad intralci, non soggetto ad impedimenti. Ma il corpo fatto d'argilla, come poteva farlo non soggetto ad impedimenti? Subordinò dunque il patrimonio, le suppellettili, la casa, i figlioli, la moglie al ciclo regolare dell'intero.
‘Diatribe’ IV,1,100
(P2IR39) - Se noi invece leggessimo i libri “Sull'impulso” con lo scopo, non di vedere cosa vi si dice sull'impulso ma per impellere bene; ed i libri “Sul desiderio e sull'avversione” per non fallire desiderando né, avversando, incappare in quanto avversiamo; ed i libri “Sul doveroso” affinché, memori delle relazioni sociali, nulla facciamo irragionevolmente né di contrario ad esse:
‘Diatribe’ IV,4,16
(P2IR40) - Ma diremmo: “Oggi usai l'impulso com'è prescritto dai filosofi, non usai il desiderio, usai l'avversione soltanto verso ciò che è proairetico, non fui atterrito dal tale, non persi sicurezza di fronte al tale, allenai la mia capacità di tollerare l'intemperanza altrui, quella di astenermene, la cooperatività”, e così ringrazieremmo la Materia Immortale per ciò per cui si deve ringraziare.
‘Diatribe’ IV,4,18
(P2IR41) - “Ma mi assordano di gracchiate”. Dunque è intralciato il tuo udito. Cos'è questo per te? E' forse intralciata anche la facoltà che usa le rappresentazioni? E chi ti impedisce di usare desiderio ed avversione, impulso e repulsione secondo la natura delle cose? Quale trambusto è sufficiente per questo?
‘Diatribe’ IV,4,28
(P2IR42) - I principi filosofici necessari prendendo impulso dai quali è possibile diventare capace di dominare l'afflizione, la paura, le passioni, diventare non soggetto ad impedimenti, libero; questi però non li alleno né studio, in accordo con questi, di uno studio conveniente.
‘Diatribe’ IV,6,16
(P2IR43) - Disgraziato, non vuoi ravvisare cosa dici tu di te stesso? Chi appari a te stesso? Chi nel concepire, chi nel desiderare, chi nell'avversare; chi nell'impulso, nella preparazione, nel progetto, nelle altre opere umane? Ma ti importa se gli altri ti commiserano?
‘Diatribe’ IV,6,18
(P2IR44) - Vedi se essi hanno più di te in ciò per cui tu ti industrii ed essi invece trascurano: se assentono di più circa le naturali misure; se desiderano e più di te non falliscono il segno; se avversano e più di te non incappano in quanto avversano; se la imbroccano di più nel progetto, nel proposito, nell'impulso; se salvaguardano il confacente come mariti, figli, genitori e poi, di seguito, secondo gli altri nomi delle relazioni umane.
‘Diatribe’ IV,6,26
(P2IR45) - O uomo, innanzitutto esercitati d'inverno. Vedi il tuo impulso, se non è quello di un debole di stomaco o di una femmina che ha le voglie. Studia innanzitutto ad essere ignorato. Chi sei, filòsofalo con te stesso per un po' di tempo.
‘Diatribe’ IV,8,35
(P2IR46) - Chi, divenuto gravido e ripieno di giudizi così rilevanti, non si accorge della propria preparazione e non impelle alle opere consone?
‘Diatribe’ IV,8,41
(P2IR47) - Ora, opere dell'animo sono impellere, repellere, desiderare, avversare, prepararsi, progettare, assentire.
‘Diatribe’ IV,11,6
(P2IR48) - Orbene, bisogna solo indicarglielo e dire: “Giovanotto, tu cerchi il bello e fai bene. Sappi dunque che il bello germoglia là dove hai la ragione. Cercalo là dove sono gli impulsi e le ripulse, dove sono i desideri e le avversioni.
‘Diatribe’ IV,11,26
(P2IR49) - Delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. In nostro esclusivo potere sono concezione, impulso, desiderio, avversione e, in una parola, quanto è opera nostra. Non sono in nostro esclusivo potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, quanto non è opera nostra.
‘Manuale’ E,1,1
(P2IR50) - Rimuovi dunque l'avversione da tutto quanto è non in nostro esclusivo potere ed allogala su quanto, di ciò che è in nostro esclusivo potere, è contrario alla natura delle cose. Il desiderio, per il presente, aboliscilo definitivamente. Giacché se desidererai qualcosa di non in nostro esclusivo potere, è necessario che tu sia sfortunato, mentre nulla di quanto è in nostro esclusivo potere e sarebbe bello desiderare ti è ancora presente. Usa soltanto l'impellere ed il repellere, e tuttavia leggermente, con eccezioni e pacatamente.
‘Manuale’ E,2,2
(P2IR51) - Qualora qualcuno ti tratti male o parli male di te, ricorda che lo fa o dice credendolo doveroso. Non è dunque possibile che egli segua quel che pare a te ma quel che pare a lui sicché, se il suo parere è cattivo, è danneggiato chi si è ingannato. Giacché se uno concepirà falso un vero periodo copulativamente coordinato, non è danneggiato il periodo copulativamente coordinato ma chi si ingannò. Prendendo dunque impulso da ciò, sarai mite con chi ingiuria. Giacché ad ogni ingiuria esclama: “Lo reputò!”
‘Manuale’ E,42
(P2IR52) - Ha rimosso da sé ogni desiderio ed ha allogato l'avversione solo su ciò che, tra quanto è in nostro esclusivo potere, è contro la natura delle cose. Verso tutto usa l'impulso pacatamente. Se sembrerà sciocco od incolto, non se ne preoccupa. In una parola, sta in guardia verso se stesso come verso un insidioso nemico personale.
‘Manuale’ E,48,3

L’IMPULSO E LA REPULSIONE ORIGINANO UNICAMENTE DA STIMOLI APROAIRETICI ED HANNO DI MIRA SOLTANTO ENTITA’ APROAIRETICHE

     La fenomenologia dell’impulso e della repulsione è molto semplice, se paragonate a quella del desiderio e dell’avversione . All’origine dell’impulso e della repulsione vi è sempre uno stimolo aproairetico: ad esempio, il ronzio di una zanzara, il quale viene giudicato fastidioso, e cessato il quale cessano anche l’impulso ad allontanare l’insetto e la repulsione al suo ronzio. È di per sé evidente che nessuno considererà mai una virtù o un vizio, un bene o un male, il giudicare fastidioso oppure gradevole il ronzio di una zanzara.
     Ora, nessun animale ha mai dubbio alcuno su cosa sia confacente e ‘doveroso’ per lui, giacché qualunque animale, in quanto creatura priva di proairesi, si comporta sempre in un certo modo definito quando si trovi confrontato con un determinato stimolo, anche qualora si tengano nella dovuta considerazione le limitate capacità di apprendimento di cui per natura sono dotate molte specie animali. Circa gli impulsi e le repulsioni, anche gli uomini non hanno dubbi sulle risposte da dare agli stimoli, fatte salve le differenze legate ai modelli culturali delle società nelle quali vivono: ad esempio, nel trattamento dei cadaveri umani o nelle abitudini alimentari o nei costumi sessuali. Tuttavia, al contrario di tutti gli altri animali, e grazie alla proairesi della quale sono naturalmente dotati, gli esseri umani sono l’unica specie i cui appartenenti esibiscono la facoltà di chiedersi, in circostanze determinate, non soltanto cosa sia per loro confacente e doveroso fare in una determinata circostanza, bensì inevitabilmente anche se il farlo sia per loro un ‘bene’ oppure un ‘male’: devo scegliere di sopravvivere o di morire? di mangiare o di digiunare? poiché io sono il figlio della tale o la madre del tale o il fratello della tale o la moglie del tale e così via, e poiché noi siamo tutti parte di una determinata società civile, devo scegliere di cooperare oppure di non cooperare con chi mi è parente? e con chi mi è concittadino?
    
IL NECESSARIO E INEVITABILE PASSAGGIO DALLA FENOMENOLOGIA DELL’IMPUSO E DELLA REPULSIONE A QUELLA DEL DESIDERIO E DELL’AVVERSIONE.

     È ben per questo che Epitteto, dopo avere dato al principiante in filosofia il consiglio di escludere completamente o di posporre qualunque desiderio e di avversare, tra le cose proairetiche, unicamente quelle che vanno contro la natura delle cose; non può fare a meno di includere tra i suggerimenti che dà al principiante nel percorso di educazione alla natura delle cose, quello di usare impulso e repulsione, l'impellere ed il repellere, seppure leggermente, applicando la dovuta riserva e pacatamente. E perché non può farne a meno? Semplicemente perché nessun uomo può fare a meno di impellere e di repellere, giacché gli stimoli che sono qui in gioco sono aproairetici e nascono in noi spontaneamente senza che noi si sia in grado di tacitarli se non soddisfacendoli ragionevolmente. E come mai Epitteto è così preciso, impiega due avverbi e cita qui esplicitamente la clausola di riserva? Perché l’applicazione della clausola di riserva è il passaggio obbligato che permette ad Epitteto di sottolineare la transizione dal semplice animale privo di proairesi all’uomo dotato di proairesi, e quindi permette il passaggio dalla fenomenologia dell’impulso e della repulsione a quella del desiderio e dell’avversione. E siccome la fenomenologia del desiderio e dell’avversione riconosce l’esistenza di quattro modalità fondamentali di atteggiarsi della proairesi, che sono quelle della ‘esaltazione’, della ‘stoltezza’, della ‘depressione’, e della ‘saggezza’; mi appare evidente che Epitteto utilizza qui l’avverbio ‘leggermente’ quale contrario della modalità ‘da depresso’, e l’avverbio ‘pacatamente’ quale contrario della modalità ‘da esaltato’, fermo restando che stoltezza e saggezza non sono modalità possibili dell’impulso e della repulsione umana, in quanto non ineriscono né al bene né al male, né alla virtù né al vizio. Sono possibili moltissimi esempi di questa differenza sostanziale che passa tra un qualunque animale e l’uomo. Basterà accennarne due soltanto. La fenomenologia dell’impulso dell’animale assetato che beve dell’acqua è identica a quella dell’uomo. Ma mentre nessun animale eccede mai nell’impulso ad assumere l’acqua di cui ha bisogno per vivere, l’uomo è dotato della capacità di giudicare altri liquidi, ad esempio l’alcool etilico, un bene e di desiderarlo fino al punto di uccidersi con una overdose di esso. Il secondo esempio è rappresentato in modo spettacolare e tragico dalla ‘corrida de toros’, laddove il toro viene messo nella condizione di giocare la propria sopravvivenza utilizzando unicamente i propri impulsi, mentre il torero e i suoi collaboratori, ben lungi dal limitarsi al proprio impulso, giudicano un bene la vittoria sull’animale ed hanno l’unico scopo di dimostrare agli astanti la propria stolta passione di ottenerne la morte.

 

 

 

 

 

 

 

 
Copyright (c) 2006 My Education Website. All rights reserved.