SENECA

 

 

Per tornare alla homepage clicca qui

Per tornare alla Introduzione a Seneca clicca qui

 

SENECA

Tutte le citazioni (64) tratte dalle 'Lettere morali' di Seneca
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente del numero di lettera e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

L. Annaei Senecae ad Lucilium Epistulae: VI, 6.
Cleante non sarebbe stato un’immagine vivente di Zenone se ne avesse soltanto ascoltato le lezioni. Egli partecipò invece alla sua vita, ne scrutò a fondo quella privata, lo osservò attentamente per capire se Zenone vivesse secondo i principi che professava. [SVF I, 466 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: IX, 14.
Voglio mostrarti questa distinzione fatta da Crisippo: “Il saggio non manca di nulla eppure ha bisogno di molte cose. Al contrario, lo stolto di nulla ha bisogno, giacché nulla sa come usare, e manca di tutto”. [SVF III, 674 (4)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: IX, 16.
Che tipo di vita sarà quella di un saggio lasciato senza amici, […] o gettato su una spiaggia deserta? Uguale a quella di Giove quando alla dissoluzione del mondo, alla riduzione in un unico essere degli dei e mentre per qualche tempo è sospesa anche la natura, egli se ne sta tranquillo e tutto dedito ai suoi pensieri. Il sapiente fa la stessa cosa: si apparta e sta con sé. [SVF II, 1065]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XXXI, 8.
Perché la virtù sia perfetta bisogna che le si accompagnino calma interiore e un tenore di vita consono ad essa. Il che non può accadere se manca la conoscenza della natura delle cose e l’arte grazie a cui si comprendono le cose umane e divine. [SVF III, 200]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XXXVI, 3.
Aristone diceva di preferire un giovane triste ad uno allegro e di compagnia. Infatti diventa buono il vino che sembrava da novello duro e asprigno, mentre non sopporta l’invecchiamento quello di buon sapore già nella botte. [SVF I, 388]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XLIV, 3.
Cleante attingeva l’acqua dal pozzo e lavorava dietro compenso alla irrigazione di un orto. [SVF I, 466 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XLV, 10.
(L’uomo stolto) giudica necessarie cose che in gran parte sono assolutamente superflue e che, quand’anche non fossero tali, non hanno alcuna capacità di renderlo beato e fortunato. Se una cosa è necessaria non per questo è subito buona; altrimenti degradiamo il bene, dando questo nome al pane, alla polenta e ad altre cose senza le quali ci è impossibile vivere. Ciò che è buono è in ogni caso necessario, ma ciò che è necessario non sempre è buono, dato che certe cose sono necessarie pur essendo vilissime. [SVF III, 81]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XLIX, 11.
La natura ci ha fatti capaci di apprendere dandoci una ragione imperfetta ma capace di perfezionamento. [SVF III, 219]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LVII, 7.
Ora tu credi che io mi riferisca agli Stoici, i quali sono convinti che l’anima di un uomo fatto a brandelli da un grande peso che l’ha schiacciato non possa durare e subito si sparpagli perché non ha potuto avere una libera via d’uscita? [SVF II, 820]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LVIII, 12.
Il genere ‘ente’ è generale e nulla ha sopra di sé. È il principio delle cose ed esse tutte gli sono subordinate. Gli Stoici vogliono però porre al di sopra di questo un genere ancor più primario. [SVF II, 332 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LIX, 1.
Noi crediamo che l’ebbrezza sia cosa viziosa […] So bene che stando al significato ufficiale del termine, l’ebbrezza è cosa infame, e che la gioia tocca unicamente al saggio; essa è infatti uno slancio dell’animo che confida nella bontà e verità dei propri possessi. […] Alla gioia poi è connessa la stabilità e il non trasformarsi mai nel suo contrario. [SVF III, 435]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXV, 2.
I nostri Stoici, come sai, dicono che la natura delle cose è tale per cui due sono le realtà dalle quali tutto deriva: la causa e il materiale. Il materiale giace inerte, è cosa pronta a tutto, sempre a riposo se nessuno la mette in moto. Invece la causa, cioè la ragione, dà forma al materiale, lo foggia come vuole e da esso produce artefatti vari. Pertanto deve esistere qualcosa dal quale le cose si generano, e inoltre qualcosa che le generi. Quest’ultimo è la causa, il primo è il materiale. [SVF II, 303]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXV, 4.
Gli Stoici pensano che la causa sia una sola: l’artefice che fa. [SVF II, 346a (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXV, 11.
La folla di cause che Platone e Aristotele ipotizzano ne comprende o troppe o troppo poche. Infatti, se essi giudicano causa qualunque remoto agente senza il cui concorso qualcosa è impossibile a farsi, allora ne hanno enumerate troppo poche. Mettano allora fra le cause il tempo, giacché niente può farsi senza il tempo. Mettano anche il luogo, perché se non c’è il posto dove si fa una cosa, neppure si potrà farla. Mettano il movimento: senza di esso nulla nasce e nulla perisce; né c’è l’arte senza il moto: insomma nessun mutamento di nessun genere. Ma noi ora ricerchiamo la causa prima e generale, e questa dev’essere semplice come semplice è la materia. Ci domandiamo cos’è causa? La ragione creatrice, ossia dio. [SVF II, 346a (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXVI, 5.
Il primo giorno il quesito era questo: come possono i beni essere equivalenti se sono legati a tre condizioni diverse? Alcuni di questi, secondo i nostri amici, sono beni primari: come la gioia, la pace, la prosperità della patria. Altri sono beni legati ad una seconda condizione, e sono quelli che si manifestano nelle avversità, come la sopportazione delle torture e l’autocontrollo in una grave malattia. Il primo tipo di beni è senz’altro desiderabile, il secondo solo in caso di necessità. Esistono anche beni legati ad una terza condizione: come un portamento modesto, un volto che esprime onestà e decoro, e un modo di fare che si addice all’uomo per bene. [SVF III, 115]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXVIII, 2.
Noi Stoici non indirizziamo l’uomo a tutte le cariche pubbliche, né per sempre né senza uno scopo preciso. D’altra parte, una volta che abbiamo assegnato al saggio una carica pubblica che è degna di lui, cioè il mondo, egli stesso non è privo di una carica pubblica anche se vive appartato. [SVF III, 696]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXIV, 22.
Infatti tra i beni voi annoverate dei figli devoti, una patria ben governata e dei buoni genitori. [SVF III, 99]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXV, 11.
Per farla breve: l’affezione è un giudizio ostinatamente erroneo, per il quale si ritiene che sia assolutamente da richiedersi ciò che è tale solo in minima misura. Se preferisci si può ricorrere a quest’altra definizione: un’aspirazione eccessiva a ciò che è oggettivamente poco appetibile oppure per niente appetibile; oppure un esagerato apprezzamento di ciò che vale poco o nulla. [SVF III, 428]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXVI, 9.
Cos’ha l’uomo di ottimo? La ragione. Grazie ad essa sorpassa gli animali e segue gli dei. La perfezione della ragione è dunque il bene primario, mentre tutto il resto egli lo condivide con gli animali. [SVF III, 200a (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXVI, 10.
Cos’è proprio dell’uomo? La ragione, che quando è retta e perfetta dà all’uomo la pienezza della felicità. Perciò, se ogni cosa quando realizza perfettamente il suo bene specifico, è degna di lode e raggiunge il suo fine naturale, e se il bene dell’uomo è la ragione, allora una volta che questi l’abbia pienamente realizzata è degno di lode ed ha raggiunto il suo fine naturale. Questa perfetta ragione si chiama virtù ed è onestà intellettuale. Questo è il solo bene dell’uomo, perché uno solo è il suo bene. [SVF III, 200a (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXI, 8.
Non tutti quelli che sono grati sanno cosa comporta l’essere debitori di un beneficio […] Solo il saggio conosce il valore di ogni cosa; infatti lo stolto di cui prima parlavo, per quanto animato da buona volontà, o restituisce meno del dovuto, o lo fa fuori tempo o fuori luogo. [SVF III, 633 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXI, 10.
Il saggio esaminerà tra sé e sé ogni aspetto della faccenda:  quanto abbia ricevuto, da chi, quando, dove e in che modo. Pertanto noi Stoici neghiamo che sappia essere riconoscente chi non è saggio, e che qualcuno sappia recare un beneficio se non è saggio. [SVF III, 633 (2)]
L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXI, 12. Solo il saggio sa amare. Solo il saggio è amico […] Per questo diciamo che solo nel saggio c’è lealtà. [SVF III, 633 (3)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXII, 9.
Il nostro caro Zenone utilizza questo sillogismo: “Nessun male è glorioso; ma la morte è gloriosa; dunque la morte non è un male”. [SVF I, 196]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXII, 15.
Ma anche tra le cose che chiamiamo indifferenti o medie, caro Lucilio, vi sono grandi differenze. Ad esempio la morte non è un indifferente paragonabile all’avere un numero pari o dispari di capelli. [SVF III, 120]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXIII, 9.
Zenone, uomo eccellente e fondatore della fortissima e integerrima scuola Stoica, ci vuole tenere lontano dall’ubriachezza. Ascolta dunque in quale modo egli dimostri che il saggio non sarà mai ubriaco: “Ad un ubriaco nessuno confida un segreto, mentre invece lo confida ad un uomo saggio. Dunque il saggio non sarà ubriaco”. [SVF I, 229]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXV, 2.
Chi è saggio è anche temperante, e chi è temperante è anche costante. Chi è costante è imperturbabile. Chi è imperturbabile è al riparo dall’afflizione. Chi è al riparo dall’afflizione è beato: pertanto l’uomo saggio è beato e per una vita beata è sufficiente la saggezza. [SVF III, 58 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXV, 24.
Chi è forte non ha timore. Chi non ha timore è al riparo dall’afflizione. Chi è al riparo dall’afflizione è beato. [SVF III, 58 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXV, 30.
Ciò che è male, nuoce. Ciò che nuoce ci rende peggiori. Il dolore e la povertà non ci rendono peggiori: dunque non sono mali. [SVF III, 166]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXVII, 12.
Ciò che è bene fa uomini buoni. Infatti anche nell’arte musicale il buon pezzo fa il musicista. Invece gli eventi fortuiti non fanno il galantuomo: dunque non sono beni. [SVF III, 151 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXVII, 15.
Ciò che tocca all’uomo più spregevole e vizioso non è certo un bene. L’opulenza tocca anche a lenoni e lanisti: dunque non è un bene. [SVF III, 151 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXVII, 22.
Un bene non nasce da un male. La ricchezza di denaro nasce anche dall’avarizia. Dunque la ricchezza di denaro non è un bene. [SVF III, 151 (3)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXVII, 28.
Ciò che, mentre vogliamo conseguirlo, ci fa incappare in molti mali, non è un bene. Ma noi, mentre vogliamo conseguire la ricchezza di denaro, incappiamo in molti mali. Dunque quella ricchezze non è un bene. [SVF III, 151 (4)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXVII, 38.
“Dai mali non risulta il bene; ma da molte povertà risulta la ricchezza; dunque la ricchezza non è un bene”. I nostri Stoici non condividono questa argomentazione, mentre i Peripatetici la formulano e la risolvono. Posidonio ci riferisce come questo sofisma, trattato in tutte le scuole di dialettica, sia stato così confutato da Antipatro: “La povertà è definita non per il possesso di qualcosa ma per la sua mancanza: gli antichi dicevano ‘per deprivazione’ e κατὰ στέρησιν dicono i Greci; vale a dire non esprime quel che uno ha, ma quel che uno non ha. In questo senso da molti vuoti non viene alcun pieno, e per fare una ricchezza ci vogliono molti beni, non molte indigenze. Tu concepisci la povertà, diceva Antipatro, in un senso improprio: povertà non significa possesso di poche cose, ma mancanza di molte, e cioè si definisce non da ciò che si ha ma da ciò che manca”. Certo esprimerei con più facilità ciò che voglio dire se ci fosse una parola latina che significa ἀνυπαρξία (ossia insussistenza), che è la qualità assegnata da Antipatro alla povertà. [SVF III [AT], 54]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: LXXXIX, 13.
Aristone di Chio disse che la logica e la fisica sono parti della filosofia non soltanto superflue ma contrarie a quella etica. Anche l’etica, che è la sola parte della filosofia che lasciò salva, egli la circoscrisse; giacché eliminò la sezione riguardante le ammonizioni, sostenendo che si tratta di materia da pedagoghi e non da filosofi: come se il saggio fosse qualcos'altro che il pedagogo del genere umano. [SVF I, 357]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCII, 5.
Alcuni però giudicano che anche il sommo bene sia suscettibile di aumento, giacché esso non è nella sua pienezza finché delle circostanze fortuite gli sono contrarie. Anche Antipatro, che è tra i massimi rappresentanti di questa scuola, afferma di dare un certo peso, pur se piuttosto limitato, ai beni esterni. Tu vedi però quale assurdità sia il non accontentarsi della luce del giorno se non le si aggiunge una qualche fiammella. [SVF III [AT], 53]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCII, 30.
Come puoi non stimare che esista qualcosa di divino in ciò che è parte di dio? Tutto ciò che ci contiene è un’unità ed è dio: noi siamo i suoi soci e sue membra. [SVF II, 637]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCIV, 1.
Della filosofia, alcuni accettano solo quella parte che fornisce precetti specifici per i casi singoli, ma non stabilisce quale sia la natura delle cose ed il posto che spetta all’uomo nell’universo: e quindi consiglia al marito come trattare la moglie, al padre come allevare i figli, al padrone come governare i servi […] Lo stoico Aristone considera invece questa parte poco rilevante e incapace di scendere al cuore dei problemi. Piuttosto che a una tale precettistica da vecchiette, egli dice che a procurare grandissimo profitto sono di per sé stessi i principi cardine della filosofia e la definizione del sommo bene, perché chi l’ha bene intesa e ben imparata, sa poi da sé quello che si deve fare in ogni circostanza. [SVF I, 358]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCIV, 4.
Cleante giudica utile anche quella parte della filosofia (ossia quella che fornisce precetti specifici per i casi singoli, ma non stabilisce quale sia la natura delle cose ed il posto che spetta all’uomo nell’universo: e quindi consiglia al marito come trattare la moglie, al padre come allevare i figli, al padrone come governare i servi) e tuttavia la ritiene debole e insufficiente qualora non discenda dalla conoscenza della natura delle cose e se ignora i principi cardine stessi della filosofia. [SVF I, 582]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCIV, 5.
Quelli che vogliono fornire la prova dell’assoluta inutilità di questa parte, ossia della precettistica, così argomentano. Se c’è qualcosa davanti agli occhi che impedisce la vista, va tolto. Finché è lì davanti, è tempo perso ordinare: ‘cammina così, stendi la mano a quell’oggetto là’. Allo stesso modo, quando qualcosa acceca l’animo e gli impedisce la percezione della gerarchia dei doveri, non conclude nulla chi prescrive: ‘Così si vive col padre, così con la moglie’. Queste indicazioni non serviranno a nulla, finché l’errore fa velo alla mente; ma se questo velo sarà squarciato, allora a ciascuno apparirà chiaro qual è il suo dovere. Altrimenti insegnerai, sì, come deve agire un uomo sano, ma non renderai sano nessuno. Tu mostri ad un povero come ci si comporta da ricchi: ma come potrà egli comportarsi in tal modo, finché resta in povertà? Tu esponi ad un affamato quello che dovrebbe fare da sazio? Pensa piuttosto a togliergli la fame che gli sta piantata nelle budella. Lo stesso dico a te in relazione ad ogni vizio: bisogna rimuovere i vizi, non ordinare ciò che non può realizzarsi finché quei vizi permangono. Se non espellerai le false opinioni che ci fanno soffrire, l’avaro non comprenderà come si deve usare il denaro, e neppure il pavido come sprezzare il pericolo. È necessario far sì che egli capisca che il denaro è né un bene né un male, e che tu gli esponga quanto siano miseri i ricchi. È necessario far sì che egli capisca quanto poco sia da temere -certo meno di quel che ne dica la fama- ciò che in generale temiamo: il dolore e la morte. Circa la morte, che ognuno deve inesorabilmente subire, è spesso una grande sollievo sapere che essa non torna mai due volte;  e circa il dolore sarà un rimedio la saldezza dell’animo, il quale ha il potere di alleggerire qualsiasi avversità sia sopportata con forza. Inoltre, la natura del dolore è particolarmente benevola, perché non può esserci un dolore duraturo che sia acuto, né un dolore acuto che sia duraturo. E quindi tutti gli eventi che la necessità che governa il mondo ci impone, sono da sopportarsi con forza d’animo. Quando, per via di questi principi, avrai condotto uno alla consapevolezza della sua condizione e alla coscienza che non la vita di piacere è beata, ma la vita secondo natura; e poi quando uno si sarà innamorato dell’unico bene dell’uomo, cioè della virtù, e sarà rifuggito dall’unico male, cioè dal vizio; e, da ultimo, quando avrà riconosciuto che tutto il resto, ricchezze, onori, buona salute, vigore, potere, sono realtà intermedie da computarsi né fra i beni né fra i mali, allora finalmente non sentirà la necessità di chi lo ammonisca caso per caso dicendogli: “Va’ avanti così, pranza così; questo tocca all’uomo, questo alla donna, questo al maritato e quest’altro al celibe”. Del resto, quelli che con tanta diligenza distribuiscono ammonimenti, poi loro stessi non li sanno attuare. Sono questi i consigli che il maestro dà al bambino e la nonna al nipote; eppure mentre discetta sul fatto che non ci si deve adirare il maestro è furibondo. Se entrerai in una scuola elementare, ti renderai conto che i principi che i filosofi con tanta supponenza vanno esibendo, già si trovano nei dettati dei bambini. E poi insegnerai principi dubbi o chiari? Perché le cose che si impongono per l’evidenza non hanno bisogno di ammonitori; e d’altra parte a chi insegna cose dubbie non si presta orecchio, e dunque è inutile insegnarle. Impara dunque questo. Se fai ammonimenti ambigui e poco chiari, ci sarà bisogno di prove; ma se devi ricorrere a prove, queste hanno di per sé più valore e questo basta. “Tratta così l’amico, il cittadino, il compagno”. Perché? Perché è giusto. Ma questo me lo dice la sezione della filosofia che si occupa della giustizia: è qui che scopro che l’equità va ricercata per se stessa, e che ad essa non può costringerci la paura e neppure condurci una ricompensa; e che non è giusto chi è attratto da qualcosa in questa virtù che non sia la virtù stessa. E una volta che mi sono convinto di queste verità e le ho assimilate,  a che giovano questi precetti che insegnano a chi sa già? Fornire insegnamenti a chi sa già è inutile, e a chi non sa è insufficiente. Uno deve sentirsi dire non solo quel che gli viene prescritto, ma anche il perché. Mi chiedo: opinioni vere sui beni e sui mali sono necessarie a chi le ha o a chi non le ha? Chi non le ha certo non sarà aiutato da te, perché nelle sue orecchie risuonano voci opposte alle tue esortazioni; e d’altra parte chi possiede un giudizio preciso su quanto va fuggito e su quanto va ricercato, sa come comportarsi anche se tu stai zitto. Pertanto, tutta questa parte della filosofia può essere abolita.
Due sono le cause dei nostri errori: o nell’animo alberga una malvagità contratta da opinioni perverse, oppure, anche se l’animo non è occupato da opinioni false, è però ad esse propenso, e in breve può essere corrotto da quelle apparenze che lo portano fuori strada. Non ci resta quindi che curare la mente malata e liberarla dai vizi, oppure, ammesso che ne sia ancora sgombra ma sia prona al peggio, prenderne possesso prima che il peggio arrivi. Ebbene, i principi della filosofia fanno una cosa e l’altra. Ne segue che un tal genere di esortazioni non serve a niente. Se poi pretendiamo di dare consigli caso per caso, allora la nostra impresa è sconfinata: altri infatti sono i consigli da dare all’usuraio, altri al coltivatore, altri ancora al negoziante, a chi persegue l’amicizia dei re, a chi si affeziona ai suoi pari, o a quelli che gli sono sottomessi. In caso di matrimonio darai suggerimenti sul come convivere con la moglie quand’essa sia giunta vergine al matrimonio, o quando sia già stata con un altro uomo prima delle nozze, o quand’essa sia provvista di dote o priva di dote. Inoltre, non pensi che si debba distinguere fra una donna sterile e una feconda, fra una avanti con gli anni ed una ancora adolescente, fra una madre e una matrigna? Non possiamo comprendere tutti i casi, eppure ognuno di essi esigerebbe una trattazione specifica; mentre invece le leggi della filosofia sono concise e contemplano ogni caso. Aggiungi ancora che i principi della saggezza devono essere in numero finito e certi: se questi non possono essere definiti nel numero, si pongono al di fuori dell’ambito della sapienza, la quale conosce bene i limiti delle cose. Pertanto bisogna eliminare dalla filosofia la parte precettistica, perché quel che promette a pochi essa non può garantirlo a tutti, mentre la saggezza si offre a tutti. Fra la follia diffusa tra la gente e quella che si affida alle cure mediche, non c’è altra differenza se non che in un caso la follia viene dalla malattia, nell’altro da false opinioni; in un caso causa della pazzia è lo stato di salute; nell’altro caso la causa è il cattivo stato di salute dell’animo. Se ad un tale che ha un attacco di follia uno desse consigli sulla buona creanza nel parlare, o nel camminare o nel comportamento in pubblico e in privato, sarebbe più pazzo lui di quello che vuole ammonire. Piuttosto è la bile nera che va curata, e quella da rimuovere è la causa stessa della pazzia. Lo stesso bisogna fare con l’altro genere di follia, quella dell’animo: essa va proprio distrutta, altrimenti finiranno nel nulla le parole di chi ammonisce. Ecco dunque qual è il punto di vista di Aristone. [SVF I, 359]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCIV, 53.
Non c’è parola che giunga impunemente al nostro orecchio. Ci nuocciono sia quanti ci augurano il bene, sia quanti ci esecrano. Infatti le maledizioni di questi ultimi ci istillano in animo false paure; mentre l’affetto dei primi, augurandoci il bene, è cattivo maestro, giacché ci indirizza verso beni lontani, incerti e vaghi, mentre potremmo trarre la felicità da noi stessi. [SVF III, 232]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCV, 47. Su come si debbano venerare gli dei, solitamente si danno dei precetti. […] Venera gli dei chi li conosce. […] L’uomo non sarà mai progredito abbastanza finché non avrà in mente un’esatta cognizione di dio: e cioè che egli ha in suo potere ogni cosa e ogni cosa distribuisce gratuitamente. Quale causa fa gli dei benefici? La natura. Sbaglia chi ritiene che gli dei non vogliano fare il male: non possono farlo, e non possono fare un danno né riceverlo. [SVF II, 1117]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: XCV, 57.
Un’azione non sarà retta se non fu retta la volontà, giacché è da questa che deriva l’azione. A sua volta la volontà non sarà retta se anche la postura abituale dell’animo non sarà tale, giacché da quest’ultima deriva la volontà. Inoltre la postura abituale dell’animo non potrà essere al suo meglio se l’uomo non avrà compreso le leggi della vita tutta ed elaborato il giudizio da darsi in ciascun caso. [SVF III, 517]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CII, 3.
Io mi sforzavo di provare una tesi cara a quelli della nostra Scuola, e cioè che la rinomanza che tocca ad uno dopo la morte è un bene. [SVF III, 100 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CII, 5.
Le obiezioni che i dialettici muovono contro questa opinione [ossia che la rinomanza dopo la morte sia un bene] dovevano essere tenute distinte, e quindi furono messe da parte. Ora, poiché tu vuoi che si discuta di tutto, le esporrò tutte e poi le esaminerò una per una. Tuttavia se non farò una premessa, sarà impossibile capire le mie confutazioni. E in che cosa consiste questa premessa? Alcuni corpi, come l’essere umano, sono continui. Altri invece sono composti: ad esempio una nave, una casa, insomma tutto ciò che risulta dalla composizione di parti diverse unite insieme. Altri corpi ancora sono fatti di parti distinte e i loro componenti restano separati, come ad esempio un esercito, un popolo, il Senato. Ora, gli elementi di questi corpi coesistono in virtù di una legge o di una funzione, mentre per natura essi sono singoli e individui. Qual è il seguito di questa premessa? Noi reputiamo che nessun bene sia costituito di parti distinte. Infatti un solo bene deve essere contenuto e sorretto da un solo pneuma: unico il bene, unica la parte egemone. Questo, basterebbe volerlo, si dimostrerebbe da sé. Ora, però, è necessario darlo per scontato, perché le nostre armi sono usate dai dialettici contro di noi. Essi dicono: “Voi sostenete che nessun bene deriva da elementi distinti. Eppure proprio la rinomanza è l’opinione favorevole dei galantuomini. Ora, come la fama non si riduce alle parole di apprezzamento di un solo uomo, né l’infamia alla disistima di uno solo, così neppure la rinomanza può consistere nel favore di un unico virtuoso: perché ci sia rinomanza c’è bisogno del consenso di parecchi uomini eccellenti e per bene. Pertanto, siccome deriva dal giudizio di più persone, e quindi di elementi distinti, essa non è un bene. Inoltre, si aggiunge, la rinomanza è la lode resa dai galantuomini ad un galantuomo. Essa ha la forma di un discorso, e il discorso è un suono dotato di significato. Ora, quest’ultimo, quand’anche provenga da uomini virtuosi, non è un bene […] Dunque la rinomanza non è un bene. Infine, diteci se essa è un bene per chi loda o per chi è lodato: se dite che è un bene per chi è lodato, dite una cosa ridicola, come se sosteneste che la buona salute di un altro è un mio bene. Ma lodare chi ne è degno è un’azione onorevole, sicché la lode è un bene di chi loda, ossia di chi agisce, non nostro cioè di noi che riceviamo la lode. E questa era la questione in discussione”. [SVF III, 160 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CII, 8.
La rinomanza è l’opinione favorevole dei galantuomini. [SVF III, 100 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CII, 9.
La rinomanza è la lode resa dai galantuomini ad un galantuomo. [SVF III, 100 (3)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CII, 20.
A questi cavillatori risponderemo abbondantemente. Ma il nostro scopo non deve essere quello di perderci in argute disquisizioni e intanto trascinare la filosofia dall’alto della sua maestà in queste miserie. Non è forse assai meglio seguire una via libera e dritta piuttosto che crearsi vie tortuose da ripercorrere fra mille difficoltà? Dispute siffatte non sono altro che giochi di gente che abilmente cerca di trarsi in inganno. [SVF III, 160 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CIV, 21.
Se vivere tra i Greci è cosa di giovamento, passa del tempo con Socrate e con Zenone: il primo ti insegnerà a morire, se sarà necessario; il secondo anche prima che sia necessario. [SVF I, 258]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CVI, 2.
Tu sai che è mia intenzione abbracciare tutta la filosofia morale e risolvere tutte le questioni ad essa pertinenti. Per questo sono stato indeciso se farti attendere finché venisse il momento opportuno per questa trattazione, oppure darti soddisfazione al di fuori di ogni ordine. Mi è parso più gentile non far attendere ulteriormente chi viene da così lontano. Pertanto stralcerò tale trattazione dall’ordine delle questioni, e se ve ne saranno altre dello stesso genere te ne scriverò senza bisogno che tu me lo richieda. Tu mi domandi di quali questioni si tratti? Si tratta di materia che tanto più è bene conoscere quanto più la sua conoscenza ci reca giovamento; come la questione che tu poni: il bene è un corpo? Il bene ha un effetto e difatti reca giovamento. Ora, ciò che ha un effetto è un corpo. Il bene mette in moto l’animo e in un certo senso gli dà forma e lo mantiene, il che è proprio di un corpo. I beni di un corpo sono corpi, dunque anche quelli dell’animo lo sono. Pertanto anche l’animo è corpo. Necessariamente il bene dell’uomo è corpo, perché l’uomo stesso è corporeo. Io sto mentendo se dico che ciò che lo nutre, lo tiene in salute e lo risana non è corpo. Dunque anche il suo bene è corpo. Tanto per inserire nel discorso un argomento da te non richiesto, non dubiterai, io penso, che siano corporee anche emozioni come l’ira, l’amore e la tristezza; e se ne dubiti, guarda come alterino le nostre sembianze, facciano corrugare la fronte e distendere il volto, ci facciano arrossire o impallidire. Allora, effetti così evidenti su un corpo, che altro credi possa causarli se non un corpo? E se le emozioni sono corpi, lo sono anche le malattie dell’animo come l’avarizia, la crudeltà, i vizi incalliti ed ormai non più correggibili,  e quindi anche la malvagità in tutte le sue forme: la malignità, l’invidia, la superbia; e saranno corpi anche i beni, in primo luogo perché sono il contrario dei mali e poi perché te ne offriranno gli stessi indizi. Non vedi quanto vigore dà allo sguardo la fortezza? E quale acutezza dà la saggezza? Quale modestia e quale pacatezza il ritegno? Quale serenità la letizia? Quanto rigore la severità? Quanta indulgenza la mitezza? Dunque sono corpi quelli che cambiano colore e forma ai corpi, che esercitano il loro potere su di essi. Ebbene, ogni virtù che ho citato è un bene, e anche tutte le conseguenze che seguono ad esse sono tali. Puoi dubitare che sia corpo ciò che è suscettibile di contatto? […] Tutte le realtà che ho menzionato non cambierebbero un corpo se non venissero a contatto con esso: dunque sono corpi. Inoltre anche quelle realtà che hanno la forza di impellere, costringere, trattenere e determinare sono corpi. Ebbene, forse che la paura non trattiene, o che l’audacia non impelle, o che il coraggio non stimola e non dà slancio? Non è forse vero che la moderazione ci frena e ci trattiene, e che la gioia ci risolleva mentre la tristezza ci deprime? E poi, ogni nostra azione è sotto il dominio o del vizio o della virtù: quello che ha il dominio su un corpo è corpo e, parimenti, è corpo quello che ha effetto su un corpo. Il bene del corpo è corporeo. Il bene dell’uomo è anche il bene di un corpo: e dunque è corporeo. [SVF III, 84 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CVII, 10.
Ed ora rivolgiamoci a Giove, dal cui governo è retta l’immensa mole del mondo, come fece Cleante in versi assai eleganti; versi che io mi permetto di tradurre in latino sull’esempio di quell’uomo eloquentissimo che fu Cicerone. Se ti piaceranno, ti saranno buoni consiglieri; se ti dispiaceranno, riconoscerai almeno che in ciò ho seguito l’esempio di Cicerone:

“Conducimi o padre dominatore dell’alto cielo
dovunque ti piaccia: io non esiterò un istante ad ubbidirti.
Eccomi a te sollecito. Se mi opponessi,
ti dovrei comunque seguire, ma tra i gemiti,
e subirei da vizioso ciò che m’era lecito fare da virtuoso.
Ecco, il fato guida chi lo segue di buon grado
e trascina a viva forza chi gli è riluttante.
[SVF I, 527(2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CVIII, 10. Infatti, come diceva Cleante, al modo in cui il nostro soffio produce un suono più squillante quando sia incanalato in un tubo lungo e stretto e poi fuoriesca da un orifizio che si allarga molto alla fine, così le stringenti regole della poesia rendono più chiara l’espressione dei nostri pensieri. [SVF I, 487]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXIII, 1.
Tu chiedi la mia opinione sulla questione che i nostri agitano, cioè se la giustizia, la fortezza, la saggezza e le altre virtù siano animali. Carissimo Lucilio, con queste sottigliezze abbiamo l’aria di cimentare la nostra mente in vane questioni e di sprecare il tempo in discorsi per nulla proficui. Però farò quel che desideri e ti esporrò il punto di vista dei nostri filosofi […] Ti dirò dunque quali siano le opinioni che hanno fatto dibattere gli antichi ovvero quelle che gli antichi hanno dibattuto. Risulta che l’animo sia un animale, perché è esso a far sì che che noi siamo animali, ed anzi proprio da esso gli animali traggono il loro nome. La virtù inoltre altro non è che l’animo in una certa disposizione: dunque anch’essa è un animale.  La virtù inoltre ci fa fare qualcosa, e nulla può essere fatto senza un impulso. E se ha un impulso, il che è caratteristico soltanto degli animali, è un animale. Ma, dice uno: “Se la virtù è un animale, questa a sua volta ha una virtù”. E perché la virtù non dovrebbe avere il possesso di se stessa? Come il saggio fa ogni cosa con virtù, così la virtù fa tutto con se stessa. Ma, dice: “Quindi tutte le arti sono animali e lo è pure tutto ciò che pensiamo e abbracciamo con la mente. Ne consegue che molte migliaia di animali abitino nel poco spazio del nostro petto, e noi singoli saremmo molti animali, o avremmo in noi molti animali”. Ti chiedi cosa rispondere a questa obiezione? Si risponde così: “Ognuna di queste cose è un animale; eppure in noi non ci saranno molti animali”. Perché mai? Te lo spiegherò se mi favorirai con la tua sottigliezza e la tua attenzione. Ogni singolo animale deve avere una singola sostanza; tutti questi animali abitano un solo animo, che è il mio; pertanto possono essere singoli animali ma non possono essere molti animi. Io, ad esempio, sono sia animale sia uomo, eppure non dirai certo che sono doppio. Perché? Perché per essere due bisogna essere separati, cioè uno distaccato dall’altro. Tutto quello che è molteplice in una unità, cade sotto l’unità di natura e pertanto è uno. Anche il mio animo è un animale e io pure lo sono: e tuttavia non siamo due esseri. Come mai? Perché l’animo è una parte di me. Dunque qualcosa sarà numerato a parte, quando starà per sé; ma finché è membro di un altro essere non potrà venir considerato separato da questo. Perché? Perché per essere un’altra cosa, una realtà deve essere padrona di sé, completa e compiuta in se stessa. [SVF III, 307 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXIII, 18.
Ogni animale razionale nulla fa se prima non sollecitato dalla rappresentazione di qualcosa. Di poi ha un impulso a cui, infine, conferma il suo assenso. Ora spiego cos’è l’assenso: devo camminare; ebbene cammino, dopo essermi prospettato questa decisione e dopo averla approvata. [SVF III, 169 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXIII, 23.
Tra Cleante e il suo discepolo Crisippo non c’è accordo su cosa sia l’atto del ‘camminare’. Cleante afferma che è uno spirito vitale spedito dall’egemonico fino ai piedi; Crisippo invece che è l’egemonico stesso che si estende fino ai piedi. [SVF I, 525]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXIII, 24.
Ma dice: “Le virtù non sono molti animali e tuttavia sono animali. Come infatti uno stesso uomo è poeta e retore e tuttavia è uno, così queste virtù sono animali ma non sono molti animali”. [SVF III, 307 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXV, 8.
Allora riusciremo a capire quanto siano spregevoli le cose che ammiriamo: noi, del tutto simili a bambini che apprezzano ogni giocattolo e tengono di più a monili di poco prezzo che ai genitori e ai fratelli. Qual è la differenza tra noi e loro, dice Aristone, se non che noi facciamo follie per quadri e statue, mostrandoci così bambocci ma più a caro prezzo? Quelli almeno provano diletto in qualche ciottolo variopinto raccolto sulla spiaggia; noi invece nelle venature dei marmi di grandiose colonne. [SVF I, 372]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXV, 11.
I genitori hanno istillato in noi l’ammirazione per l’oro e l’argento, sicché l’avidità per essi infusaci da bambini, via via ha messo radici ed è cresciuta con noi. Quindi tutto il popolo, pur in disaccordo su altre cose, sull’oro e l’argento è d’accordo, a quelli guarda e chiede per i propri figli. [SVF III, 231 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXV, 12. Si aggiungono a ciò le composizioni poetiche […] nelle quali la ricchezza d’oro e d’argento è lodata quale unico pregio ed ornamento della vita. [SVF III, 231 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXVI, 1.
Ci si è spesso chiesti se sia meglio avere passioni moderate o non averne alcuna. I nostri Stoici le rigettano, mentre i Peripatetici suggeriscono di moderarle. [SVF III, 443]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXXI, 1.
Vedo che avrai da ridire quando ti avrò presentato il problemino del giorno su cui ci siamo già intrattenuti piuttosto a lungo. Esclamerai ancora una volta: “Che cosa c’entra questo con la morale?” Ma […] ti trovo io gente con cui litigare Posidonio e Archedemo; loro sì che accetteranno d’essere trascinati in giudizio! [SVF III [ArT], 17 (1)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXXI, 5.
Ci chiedevamo se tutti gli animali avessero il senso della propria complessione. Che ce l’abbiano appare evidente soprattutto da ciò: che essi muovono le membra con disinvoltura e speditezza, proprio come se fossero stati educati a tal fine. [SVF III, 184 (1) - SVF III [ArT], 17 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXXI, 10.
La complessione, come voi la chiamate, è la parte egemonica dell’animo, la quale si atteggia in un certo modo verso il corpo. [SVF III, 184 (2)]

L. Annaei Senecae ad Lucilium epistulae: CXXI, 14.
Voi sostenete, disse quello, che ogni animale per prima cosa si concilia con la sua propria complessione. Ora, la complessione dell’uomo è di natura razionale, e pertanto l’uomo si concilia a se stesso non in quanto animale ma in quanto essere razionale? L’uomo insomma ha caro se stesso grazie a quella parte per cui è uomo. [SVF III, 184 (3)]

 

 
Copyright [c] 2006 My Education Website. All rights reserved.