SENECA

 

 

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SENECA

Tutte le citazioni (12) tratte dai 'Dialoghi' di Seneca
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni dei 'Dialoghi' rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber II ‘De constantia sapientis’: libro I, § XVII, 1.
Crisippo racconta che un tale s’era indignato perché qualcuno l’aveva chiamato castrone di mare. [SVF II, 11]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber III ‘De ira’: libro I, § XVI, 7.
Però, come dice Zenone, pur se la ferita è sanata anche nell’animo del saggio resta la cicatrice. Pertanto egli sentirà come delle suggestioni ed ombre di passione, pur se ne sarà esente. [SVF I, 215]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber III ‘De ira’: libro III, § XXXVIII, 1.
Qualcuno ti ha coperto di contumelie? C’è forse una contumelia più grave di quella rivolta a Diogene <di Babilonia>, il filosofo Stoico, a cui, proprio mentre trattava dell’ira, un giovane protervo sputò addosso? Ma egli sopportò la cosa senza scomporsi e con saggezza, dicendo: “Non mi adiro, ma mi chiedo se sia il caso di adirarsi”. [SVF III [DB], 50]

L. Annaei Senecae Dialogorum ‘De clementia’: libro II, § III, 1.
Clemenza è la moderazione dell’animo quando si abbia la potestà di vendicarsi, oppure è la mitezza del superiore nei confronti dell’inferiore nel decretare una pena. Per evitare che una definizione non sia abbastanza comprensiva oppure sia tale, per così dire, da far stralciare il processo, è più sicuro offrirne diverse. Per questo la clemenza si può anche chiamare una inclinazione dell’animo alla mitezza nell’esigere le pene. Però ad una tale definizione, benché vicinissima al vero, si troveranno delle obiezioni. Infatti, se diremo che la clemenza è la moderazione per la quale si concede uno sconto sulla pena equa e meritata, si obietterà che non c’è virtù che dia a qualcuno meno del dovuto. [SVF III, 290]

L. Annaei Senecae Dialogorum ‘De clementia’: libro II, § IV, 4.
A questo punto è pertinente chiedere cosa sia la misericordia. I più infatti la lodano come una virtù, e chiamano misericordioso l’uomo buono. Ma essa è invece un vizio dell’animo. [SVF III, 452 (1)]

L. Annaei Senecae Dialogorum ‘De clementia’: libro II, § V, 2.
Io so che i non intenditori parlano male della scuola Stoica per la sua eccessiva durezza, il suo scarsissimo interesse a dare buoni consigli ai principi e ai re, e le rinfacciano di negare al saggio la misericordia e il perdono. […] La misericordia è un malessere dell’animo alla vista delle miserie del prossimo, oppure è una tristezza contratta dai mali altrui, quando siano ritenuti immeritati. Ma il malessere non trova posto nell’uomo saggio. [SVF III, 452 (2)]

L. Annaei Senecae Dialogorum ‘De clementia’: libro II, § VII, 1. Fissiamo ora il carattere del perdono, e così impareremo che esso non deve essere concesso dal sapiente. Il perdono è la remissione di una pena meritata. Coloro che si interessano specialmente di questo problema rendono ampiamente ragione del perché il saggio non deve concederlo. Io, per dire la mia brevemente, parlerò citando un’opinione altrui. Si perdona chi doveva essere punito; ma il saggio nulla fa che non deve fare, né trascura alcuna delle cose che deve fare; pertanto non condona la pena che deve essere scontata. Ma ciò che tu vuoi raggiungere col perdono, lui te lo otterrà seguendo una via moralmente più onesta: il saggio infatti non infierisce, ma si prende cura e corregge. [SVF III, 453]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber VIII ‘De otio’: libro I, § III, 2.
Zenone afferma: “Il saggio può accedere a delle cariche pubbliche, a meno che qualche causa glielo impedisca”. [SVF I, 271 (1)]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber VIII ‘De otio’: libro I, § VIII, 1.
Aggiungici pure, sull’autorità di Crisippo, che il saggio può vivere libero da cariche pubbliche. Non auspico che il saggio subisca passivamente tale condizione, ma che la scelga. I nostri Stoici negano al saggio l’accesso a qualunque sorta di carica pubblica. [SVF III, 695 (1)]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber IX ‘De tranquillitate animi’: libro I, § I, 10.
Senza esitare e con determinazione io seguo Zenone, Cleante e Crisippo, nessuno dei quali accedette a cariche pubbliche e tuttavia nessuno dei quali si rifiutò di indirizzarvi altre persone. [SVF I, 28 (2) - SVF I, 271 (2) - SVF I, 588 - SVF III, 695 (2)]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber IX ‘De tranquillitate animi’: libro I, § XIV, 3.
Il nostro caro Zenone, quando gli fu annunciato il naufragio e quindi capì che tutta la sua mercanzia era finita in fondo al mare, disse: “La sorte impone che io mi dia più speditamente alla filosofia”. [SVF I, 277 (5)]

L. Annaei Senecae Dialogorum Liber XII ‘Ad Helviam’: libro I, § XII, 4.
È ben attestato che Omero ebbe un solo schiavo, Platone tre, e che Zenone, dal quale ebbe inizio la rigorosa e virile filosofia degli Stoici, non ne ebbe nessuno. [SVF I, 15]

 
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