SENECA

 

 

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SENECA

Tutte le citazioni (23) tratte dal 'De beneficiis' di Seneca
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e di Paragrafo del 'De beneficiis' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (4) dal Libro I del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ I, § III, 2.
Parlerò poi del valore intrinseco e della appropriatezza di questi benefici, ma tu prima concedimi una digressione su una faccenda che non pertiene al discorso: ossia sul perché le Grazie siano tre, perché siano sorelle e si tengano per mano, perché siano sorridenti, vergini e indossino una veste discinta e diafana. Alcuni sono convinti che una sia quella che dà i benefici, l’altra quella che li riceve, e la terza quella che li restituisce. Altri invece pensano che si tratti di tre generi di beneficati: quelli che i benefici li meritano, quelli che li restituiscono, e quelli che li accettano e li restituiscono. Tu giudica pur corretta una o l’altra di queste interpretazioni. Nonostante ciò, di quale utilità ci è una simile cognizione? Che cosa significa quella danza in cerchio tenendosi per mano? Serve ad indicare che la serie dei benefici passa di mano in mano e ciò nondimeno torna a chi l’ha iniziata; che essa perde ogni valore se qualcuno la interrompe, e che invece è bellissima se mantiene la sua continuità e la sua reciprocità. Fra queste Grazie ce n’è comunque una che si distingue per dignità, com’è proprio di chi vanta dei meriti. I loro volti sono sorridenti come sogliono essere quelli di chi offre o riceve benefici; inoltre sono giovani perché il ricordo dei benefici non può invecchiare, e sono anche vergini perché sono inviolate, leali e pie in ogni senso. Indossano tuniche vaporose, perché ad esse nulla s’adatta che le leghi o costringa, e diafane perché i benefici pretendono d’essere visti. Se qualcuno è così legato al punto di vista dei Greci da ritenere queste spiegazioni necessarie, certo nessuno giudicherà pertinente al discorso i nomi che Esiodo ha imposto a queste Grazie. La maggiore egli l’ha infatti chiamata Aglaia, quella di età intermedia Eufrosune, e la terza di Talia. Ognuno adatta questi nomi all’interpretazione che gli pare, e cerca di dar loro un significato razionale, dato che Esiodo ha imposto i nomi a suo piacimento. Così Omero ha cambiato il nome di una di queste in Pasitea e l’ha offerta in sposa, perché si sapesse che le Grazie non sono vergini vestali. E io stesso sarei in grado di trovare un altro poeta che le presenta con vesti non sciolte e di lana spessa e rustica. E poi in loro compagnia c’è anche Mercurio, non per il fatto che ai benefici si addica un ragionamento o un discorso, ma perché così è sembrato di dover fare al pittore. Anche Crisippo, a cui non manca sottigliezza di spirito, acume e un’attitudine ad andare a fondo nella verità, Crisippo che parla sempre non perdendo di vista la concretezza e usando il minimo necessario di parole per farsi capire, ebbene anche lui riempie un intero libro di queste inezie, col risultato di dire quasi nulla sul modo di dare, ricevere e restituire benefici, sicché egli non intercala qua e là delle storielle tra i ragionamenti, ma al contrario intercala qua e là dei ragionamenti tra tante storielle. Oltre a ciò che Ecatone ha copiato da lui, Crisippo sostiene che le tre Grazie sono figlie di Giove e di Eurinome, più giovani delle Ore, ed anche un po’ migliori d’aspetto, tanto che sono destinate al seguito di Venere. Crisippo giudica interessante anche il nome della loro madre. Essa è chiamata Eurinome perché distribuire benefici è segno del possesso di un vasto patrimonio; neanche se valesse l’usanza di dare il nome prima alle figlie e poi alla madre, o se i poeti solessero riferire i veri nomi. […] Ecco che Talia della quale più che mai qui si tratta, in Esiodo è una Grazia e in Omero una Musa. [SVF II, 1082 (1)]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ I, § IV, 1.
Tu però difendimi se qualcuno mi obietterà di avere messo in riga Crisippo, per Ercole, un granduomo e però pur sempre un greco; uno il cui acume così appuntito talvolta si ottunde e gli si rigira contro; ed anche quando qualche effetto lo fa, punge, ma non perfora. [SVF II, 1082 (2)]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ I, § IV, 4.
Crisippo ci invita a questa degnissima contesa che è quella di vincere coi benefici i benefici. Anzi egli esprime il timore, visto che le Grazie sono figlie di Giove, che l’assenza di gratitudine sia un sacrilegio e un’offesa recata a tanto leggiadre fanciulle. […] Ma lasciamo queste sciocchezze ai poeti, il cui proposito è quello di dilettare le orecchie e di intrecciare una gradevole storiella. [SVF II, 1082 (3)]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ I, § VI, 2.
Che ci sia un grande discrimine tra queste cose lo puoi capire dal fatto che il beneficio è comunque un bene, mentre ciò che si compie o si dà è né un bene né un male. […] Non è beneficio ciò che si conta o che si passa di mano, così come il culto degli dei non è nelle vittime, per quanto pingui siano o risplendenti d’oro, ma nella retta e pia volontà di chi lo rende. Pertanto i buoni sono devoti anche quando offrono un po’ di farina o una focaccetta; mente i malvagi, al contrario, non sfuggono alla loro empietà anche se inondano di sangue gli altari. [SVF III, 506]

Citazioni (7) dal Libro II del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XVII, 3.
Voglio ricorrere ad una similitudine del nostro Crisippo, tratta dal gioco della palla. Se la palla finisce a terra, non c’è dubbio che la colpa sia di chi la lancia o di chi la riceve, ed essa mantiene la giusta traiettoria solo quando passa da una mano all’altra, lanciata e ricevuta da entrambi con abilità. Ma il buon giocatore deve lanciarla in modo diverso a seconda che il suo compagno di gioco sia lontano o vicino. Lo stesso principio vale anche per il beneficio. Se questo non si adatta alla personalità di entrambi, di chi dà e di chi riceve, non lascia l’uno e non arriva all’altro come deve. Se si gioca con un compagno abile ed esperto, noi lanceremo la palla con più audacia: infatti, comunque egli la riceverà una mano agile e pronta ce la rilancerà. Se invece giochiamo con un pivello e un incapace, non la lanceremo a braccio teso e con violenza, ma piuttosto piano, e gliela indirizzeremo con calma quasi nella mano. La stessa cosa va fatta con i benefici: alcuni uomini hanno bisogno di insegnamenti, per altri dobbiamo giudicare sufficiente che si sforzino, che ci provino, che mostrino buona volontà. Difatti molto spesso siamo noi a rendere gli altri ingrati, o a favorire la loro ingratitudine, come se i nostri benefici fossero grandi solo quando non possiamo da loro averne il contraccambio. Siamo come i giocatori malevoli che si propongono di mettere in ridicolo il compagno anche a scapito del gioco, che non può svolgersi se non c’è cooperazione. [SVF III, 725]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XVIII, 4.
Tante volte devo far presente che io non sto parlando dei saggi, per i quali ogni dovere è un piacere, che hanno piena padronanza del proprio animo, si danno la legge che preferiscono e, una volta datasela, la osservano. [SVF III, 573]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XXV, 3.
Chi ha intenzione di essere riconoscente, pensi subito alla restituzione già nell’atto di ricevere. Crisippo dice che dev’essere come il concorrente pronto alla gara di corsa, chiuso dietro le sbarre di partenza e che aspetta il momento esatto in cui si dà il via per scattare. E certo ha bisogno di grande spinta, di grande velocità per raggiungere chi gli sta innanzi. [SVF III, 726]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XXIX, 4.
Qualunque cosa gli dei ci negano, è perché non hanno potuto darcela. Passa in rassegna l’universo intero e non troverai nessun’altra creatura che tu vorresti essere, pur se da tutte le creature estraessi qualche dote che vorresti per te. A conti fatti confesserai necessariamente che la natura è stata indulgente con te e che hai goduto dei suoi favori. Così è: gli dei immortali ci hanno voluto un gran bene e ce ne vogliono tuttora: ci hanno conferito tutto l’onore possibile, collocandoci quasi alla loro altezza: tanto abbiamo ricevuto, di più non ne avremmo accolto. [SVF II, 1121]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XXXI, 1.
Secondo me, fra i paradossi della scuola Stoica il meno sorprendente o incredibile è l’affermazione che chi riceve con animo riconoscente ha già restituito il beneficio. Infatti per noi che riportiamo tutto all’animo, il fare equivale al volere. E poiché la devozione, la buona fede, la giustizia, insomma, le virtù di ogni tipo sono in se stesse perfette, l’uomo può essere grato per un mero atto di volontà, anche se non gli è stato permesso di alzare la mano. [SVF III, 507]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XXXI, 2.
Chi fa un beneficio non voleva che gliene venisse qualcosa in cambio; altrimenti non di un beneficio si tratta bensì di una compravendita. [SVF I, 578 (2)]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ II, § XXXV, 2.
Alcuni assunti di noi Stoici cozzano con le idee correnti, ma poi ad esse ritornano per altra via. Noi neghiamo che il saggio possa ricevere offesa, e tuttavia chi lo percuote con un pugno sarà condannato per lesioni. Neghiamo che lo stolto possegga qualcosa, eppure condanneremo per furto chi allo stolto ha sottratto qualcosa; diciamo che tutti gli uomini sono pazzi, eppure non tutti li curiamo con l’elleboro; anzi, proprio a costoro che chiamiamo pazzi diamo il diritto di voto e affidiamo l’amministrazione della giustizia. [SVF III, 580]

Citazioni (3) dal Libro III del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ III, § XVIII, 2.
Quel che conta è l’animo di chi fa il prestito, non la sua condizione sociale. Nessuno è escluso dalla virtù; essa è aperta a tutti, ammette tutti, invita tutti: nobili, liberi, schiavi, re ed esuli. Non sceglie sulla base del casato o del censo: le basta l’uomo come tale, nudo. [SVF III, 508]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ III, § XXII, 1.
Secondo Crisippo il servo è un mercenario a vita. E come il mercenario dà un beneficio quando rende un servigio straordinario che va oltre il compito assegnatogli, così il servo, quando per affetto verso il padrone fa più di quello che la sua condizione prevede ed osa imprese più nobili di quelle che farebbero onore perfino ad un uomo di nascita più fortunata, e così facendo supera le aspettative del padrone, allora tra le mura di casa ci si ritrova un beneficio. [SVF III, 351]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ III, § XXVIII, 1.
Noi originiamo tutti dalla stessa sorgente ed abbiamo tutti la stessa origine. Nessuno di noi è più nobile di un altro, se non colui che ha più retto ingegno e più attitudine a bene operare. […] Il cosmo è l’unico padre di tutti noi e sempre qui, a questa prima origine si risale, attraverso ascendenti illustri od oscuri. [SVF III, 349]

Citazioni (6) dal Libro IV del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § VII, 1.
“La natura” dice “mi offre tutto ciò”. Ma non capisci che quando parli così cambi nome a dio? Infatti, cos’altro è la natura se non dio e la divina ragione, immanenti nel mondo intero e nelle sue parti? Certo, tutte le volte che vuoi potrai chiamare in un altro modo un tale artefice della nostra realtà: secondo le consuetudini potrai chiamarlo Giove ottimo e massimo, Tonante, Statore […] E se poi lo chiamerai Fato non mentirai; il fato, infatti, altro non è che la catena delle cause, e la prima delle cause da cui tutte le altre discendono. Qualunque nome attribuirai a dio sarà ben dato purché esprima una forza o un effetto di ordine celeste; e potrà avere tanti nomi quanti sono i suoi doni. I nostri ritengono che sia anche il padre Libero, Ercole e Mercurio. Padre Libero, perché è genitore di tutti in quanto a lui si deve la scoperta della forza seminale che provvede alla generazione della vita accompagnandola con un piacere; Ercole, per la sua forza invincibile che una volta esauritasi nello sforzo della creazione si riconvertirà in fuoco; Mercurio perché presso di lui si trovano ragione, misura, ordine e scienza. Dovunque ti volgerai vedrai dio venirti incontro, perché nulla è vuoto di lui ed egli è pienamente presente nella sua opera. [SVF II, 1024]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § XXI, 4.
Come può essere facondo anche chi tace, forte chi ha le mani impedite o legate, e come un timoniere resta un timoniere anche sulla terraferma, giacché il suo sapere è perfetto e completo pur se qualcosa gli impedisce di usarlo; così un uomo è riconoscente se vuole esserlo e non ha testimone della propria volontà altri che se stesso. [SVF III, 509]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § XXV, 1.
Il nostro proposito è quello di vivere in armonia con la natura delle cose seguendo l’esempio degli dei. Ma gli dei, qualunque cosa facciano, cosa seguono nel farla se non la razionalità che inerisce indissolubilmente al loro fare? A meno che tu non pensi che essi percepiscano la ricompensa per le loro opere dal fumo dei pranzi sacrificali o dal profumo dell’incenso. [SVF II, 1119]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § XXVII, 1.
Qualcuno è chiamato timoroso perché è uno stolto. Il termine stolto si attaglia ai malvagi, che sono assediati da tutti i vizi senza eccezioni e senza distinzioni; mentre in senso proprio si dice timoroso colui che per natura sobbalza al minimo rumore. Ora, lo stolto ha tutti i vizi, ma non è prono per natura a tutti: uno è propenso all’avarizia, un altro alla lussuria, un altro all’impudenza. Pertanto errano coloro che domandano agli Stoici: “E allora Achille è timoroso?” […]  Noi non sosteniamo che tutti i vizi siano presenti in tutti gli uomini con la stessa forza con cui sono presenti in alcuni, ma che il malvagio e lo stolto non mancano di nessun vizio. Per noi neppure l’uomo coraggioso va esente dal timore, né riteniamo il generoso del tutto libero dall’avarizia. [SVF III, 659]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § XXXIV, 4.
Il saggio non cambia opinione se tutto permane qual era quando prese la decisione. Egli quindi non conosce il rimorso, giacché non si poteva fare meglio di come si fece, né decidere meglio di come si decise. Del resto, il saggio intraprende ogni azione con una certa riserva, ossia: “Se non capita nulla che lo impedisca”. Pertanto noi diciamo che a lui tutto va per il verso giusto e nulla va contro le sue previsioni, perché nel suo animo egli già mette in conto che può capitare qualcosa che vanifica i piani prestabiliti. [SVF III, 565]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ IV, § XXXIX, 1.
“Perché dunque”, obiettò quello, “il vostro Zenone, dopo avere promesso ad un tale un prestito di cinquecento denari, pur avendo avuto le prove della inaffidabilità di costui e nonostante gli amici cercassero di persuaderlo a non concederlo, glielo concesse comunque per la sola ragione che glielo aveva promesso? [SVF I, 16]

Citazioni (1) dal Libro V del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ V, § XIV, 1.
Le espressioni di Cleante sono anche più veementi, giacché egli dice: “Posto anche che quello ricevuto non sia un beneficio, chi l’ha ricevuto resta pur sempre un ingrato, perché non l’avrebbe ricambiato neppure se l’avesse ricevuto. Così l’uomo è un brigante ancor prima di macchiarsi le mani di sangue, giacché è già armato per uccidere ed ha la volontà di depredare e di assassinare. La malvagità si esercita e si manifesta apertamente nelle opere, ma non inizia con esse. Infatti si infliggono pene ai sacrileghi, anche se nessuno di essi riesce a stendere la mano fino agli dei”. [SVF I, 580]

Citazioni (2) dal Libro VI del ‘De beneficiis’

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ VI, § X, 2.
La semplice e nuda volontà non reca di per sé ad effetto un beneficio, giacché non si dà beneficio se alla pur ottima e piena volontà di effettuarlo viene a mancare il concorso di fortuite circostanze esteriori; così come, allo stesso modo, non si dà beneficio se la piena volontà non ha anticipato le circostanze esteriori. Che tu m’abbia giovato non è motivo sufficiente perché io sia in obbligo verso di te: bisogna che tu l’abbia fatto con il deliberato proposito di giovarmi. Cleante si serve di un esempio di questo genere. “Ho mandato due ragazzi”, racconta, “a cercare Platone ed a chiedergli di venire qui dall’Accademia. Uno dei due ha scrutato in tutti gli angoli del porticato ed ha perlustrato anche altri luoghi nei quali sperava di trovarlo, dopo di che è tornato a casa tanto stanco quanto deluso. L’altro ragazzo invece s’è accostato al primo perdigiorno che ha trovato e mentre scherzando se ne andava a zonzo con della gentaglia, ecco che ti incontra proprio Platone, il quale passava di lì e che egli neppure cercava. Ebbene -dice Cleante- noi loderemo il ragazzo che ha fatto quanto gli era stato comandato di fare al meglio delle sue possibilità; e invece castigheremo il secondo, che nulla ha fatto ed è stato soltanto fortunato”. [SVF I, 579]

L. Annaei Senecae ‘De beneficiis’ VI, § XII, 2.
Colui che bada soltanto a se stesso e ci giova perché questo è il solo modo che ha di giovare a se stesso, secondo me si comporta come chi […] fa diventare i propri schiavi ben pasciuti allo scopo di venderli con maggiore profitto […] giacché, come afferma Cleante, c’è una gran differenza tra beneficio e compravendita. [SVF I, 578 (1)]

 

 
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