Stoicorum Veterum Fragmenta
Introduzione

 
 

Il Testo

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Nel 1886, mentre preparava la sua edizione delle opere di Epicuro, Hermann K. Usener, allora professore all’Università di Bonn, affidò ad uno dei suoi allievi, Hans von Arnim, il compito di individuare e di raccogliere, setacciando l’intera letteratura greca e latina, il maggior numero possibile di frammenti delle opere di Crisippo (c. 275-206 a.C.) o contenenti dottrine direttamente e con certezza a lui riconducibili.

Stimolato anche da un Premio promesso, poco tempo dopo, dall’Ordine dei Filosofi dell’Università di Gottinga a chi avesse portato a termine un simile compito, il giovane allievo si mise alacremente all’opera e, ottenuto il Premio, amplificò successivamente la sua raccolta fino a farla diventare il testo degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ che oggi possediamo, e che vide la luce tra il 1903 e il 1905.

 Il testo degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ è suddiviso in tre volumi:

Il volume I contiene tutti i frammenti di Zenone (c. 330-261 a.C.) e dei discepoli di Zenone, il più noto dei quali è Cleante (c. 320-231 a.C.)

Il volume II contiene tutti i frammenti di Logica e di Fisica di Crisippo

Il volume III contiene tutti i frammenti dell’Etica di Crisippo e i frammenti dei discepoli e dei successori di Crisippo.

La redazione del volume IV, contenente vari Indici riferiti al materiale dei precedenti tre volumi, fu da H. von Arnim successivamente affidato alle cure del suo allievo Maximilian Adler, e vide la luce nel 1924. Questo volume contiene un ‘Index Verborum’ greco che risulta approssimativo e parziale, ma del quale mi sono comunque utilmente servito per portare a termine la mia traduzione italiana, traduzione che è liberamente accessibile su questo sito.

 

La Traduzione

Le tre più recenti traduzioni in italiano degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ sono le seguenti:

- ‘Stoici Antichi’ a cura di Margherita Isnardi Parente, Utet, Torino 1989. I due volumi di questa edizione presentano  una traduzione quasi completa del testo del von Arnim, testo che risulta però riorganizzato, tagliato ed integrato con materiale di diversa provenienza seguendo criteri propri della curatrice.

- ‘Stoici antichi - Tutti i frammenti’ a cura di Roberto Radice, Rusconi, Milano 1998. Si tratta di un volume con testo latino e greco a fronte, il quale riproduce l’impaginazione originale del testo di von Arnim e ne fa una versione completa. Chiude il volume un Indice dei concetti.

-Quella che prende ora avvio sul mio sito. Invece di prendere la facile scorciatoia di scopiazzare da traduzioni parziali in francese, in inglese, in tedesco o in italiano, Io ho tradotto direttamente dal Greco e dal Latino.

La traduzione inizia con i Frammenti greci del III libro e proseguirà con i Frammenti greci del I libro per finire, ‘rebus sic stantibus’, con quelli del II libro. Successivanente mi dedicherò alla traduzione anche dei frammenti latini dei tre libri degli Stoicorum Veterum Fragmenta. La scelta di cominciare dai Frammenti greci del III libro non è ovviamente casuale, dal momento che esso contiene la maggior parte del pensiero etico di quella personalità filosofica Stoica di indiscussa grandezza che risponde al nome di Crisippo. Nella mia traduzione ho conservato l’ordine del testo originale del von Arnim, e i numeri contenuti negli apici tra parentesi quadra fanno appunto riferimento al volume, alla pagina e alla riga di tale testo. Anche nella traduzione degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ mi sono conservato strettamente fedele al mio metodo di traduzione dal Greco antico, il quale è basato sull’analisi costante e scrupolosa di un ‘Index Verborum’. L’Index Verborum è, in questo caso, dovuto alle fatiche di Maximilian Adler ed è contenuto nel volume IV dell’opera di H. von Arnim.

Si tratta di un Index Verborum approssimativo e parziale, non certo paragonabile, per completezza, all’Index Verborum presente nell’edizione critica di J. Dalfen dei ‘Ricordi’ di Marco Aurelio, né tantomeno al monumentale ed accuratissimo Index Verborum che arricchisce l’edizione critica dell’opera di Epitteto preparata da H. Schenkl, dei quali, comunque, mi sono servito.

Pur con tutti i suoi limiti, questo Index Verborum è risultato in ogni caso di notevole ausilio. Esso aiuta a seguire la strada maestra di dare ad ogni parola greca (sostantivo, aggettivo, forma verbale e così via) uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti, così da evitare, per quanto possibile e come mi piace dire, di ‘andare allegramente per i prati’. Il che equivale, traducendo, al perdersi raccogliendo un granchietto qui, schiacciando un pisolino là, inseguendo una papera poco oltre, e al ritrovarsi infine nella valle dei farfalloni, immemori del tutto di dove si è, di cosa si è appena fatto e di cosa si è lì per fare. Sospetto, anzi, che la compattezza e l’acribia della traduzione italiana che offro permetta, a chi lo vorrà, di fare il percorso inverso, ossia di utilizzare la mia traduzione italiana per implementare lo ‘Index Verborum’ greco dell’Adler.

Cosa significa tradurre in lingua Italiana un testo in Greco antico sulla base dell’Index Verborum? Significa innanzitutto partire dalla presunzione, o se volete dalla scommessa, che la lingua italiana abbia una struttura ed una dovizia di vocaboli sufficienti a restituire con accettabile approssimazione le forme e i panneggi dell’abito confezionato nell’antichità. Possiamo paragonarla, insomma, ad un’impresa di alta moda. Io mi sono ovviamente servito dell’aiuto di un gran numero di traduzioni in Italiano, in Inglese e in Francese per superare le numerose incertezze e i frequenti scogli che il testo Greco degli Stoicorum Veterum Fragmenta presenta, e posso dunque parlare al riguardo con conoscenza di causa delle modeste o modestissime sartine -absit iniuria verbis- nelle quali mi sono imbattuto. Non desiderando fare nomi, mi spiegherò con un esempio preso da un testo che invece assolutamente tutti conoscono, dotato di un’autorità senza paragoni e che rappresenta dunque un caso ancora più grave. L’esempio è tratto dal testo ‘La Sacra Bibbia’, Traduzione dai testi originali, Edizioni Paoline, 1964 ed è questo:
**Do per buona la citazione di Luca 19, 41, che fa il paio con quella di Giovanni 11, 35.
In entrambi i casi la traduzione italiana del testo del Vangelo usa il verbo ‘piangere’. Gesù dunque pianse due volte sole in vita sua: una su Lazzaro che poi avrebbe risuscitato e, più tardi, alla vista di Gerusalemme.
Ma le cose stanno veramente così?
Tralascio di parlare della traduzione latina di S. Gerolamo. Cosa è scritto nel testo greco?
In Giovanni 11, 35 il testo greco è questo:  “Edàkrusen o Iesùs”. Il verbo δακρύω “dakrùo” vuol dire propriamente “versare lacrime” e “dàkru” è infatti il sostantivo greco che indica la “lacrima”. Dunque siamo ampiamente autorizzati a tradurre “Gesù pianse” (versando lacrime).
In Luca 19, 41 il testo greco è il seguente: “Kai òs énghisen, idòn tèn pòlin éklausen ep’autèn”, che si può tradurre: “E quando si avvicinò, guardando la città (Gerusalemme) éklausen su di essa”.
Tutti capiscono che il verbo κλαίω “klàio” non è il verbo “dakrùo”, meno i traduttori in italiano dei Vangeli, che traducono per sentito dire, per pigrizia, con disprezzo dei lettori i quali, tanto, non si accorgeranno di nulla.
Il verbo “klàio”  è usato in greco per indicare qualunque espressione sonora di dolore o di afflizione che può, ma può anche non, essere accompagnata dalle lacrime. Io lo tradurrei con un verbo come “singhiozzare”, “rompere in alti lamenti”. Si può piangere in silenzio ma non si può “klàiein” in silenzio. Si può “klàiein” senza versare lacrime ma non si può  fare altrettanto se si piange.
Ne concludo che in Giovanni il testo greco si propone di sottolineare il silenzioso scorrere delle lacrime sul volto di Gesù e tutta l’intimità della sua pena in un ambiente familiare e raccolto.
In Luca, invece, il testo intende porre in evidenza tutta la sonorità e la spettacolarità di un lamento che è fatto davanti a un grande pubblico e per un grande pubblico. Esso sarà infatti immediatamente seguito dalla cacciata dei mercanti dal Tempio.**
Mi auguro di essermi spiegato.

Com’è mia abitudine, ho spulciato con attenzione le non numerose traduzioni Italiane degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ ed ho preso facilmente le misure degli abiti che vi ho visto confezionati. Questo mi è bastato per prendere in seria considerazione l’invito di una mia carissima cugina, la quale mi ha scongiurato di evitare accuratamente la lettura delle pestilenziali e mortifere ‘Introduzioni’, ‘Prefazioni’, ‘Bibliografie’ e via dicendo, con le quali Emeriti Professori amano presentare con sussiego come proprio un prodotto al quale invece parecchi ignari sconosciuti, di solito, hanno lavorato per loro, e che ella non vede andare oltre il significato di certi schizzetti di liquidi organici con i quali diversi animali segnano un territorio e il loro presunto potere su di esso. Lascio a lei il merito di una descrizione tanto vivace, che comunque spiega la mia ignoranza su riserve di caccia e faide territoriali, come le chiama lei, alle quali sono e rimango del tutto estraneo.

Quando a me è parso che uno o più Frammenti richiedessero una chiarificazione o una precisazione, le ho raccolte alla fine del paragrafo di testo che li contiene, con un opportuno rimando al loro numero d’ordine. Faccio espressamente notare, inoltre, che per la corretta comprensione del pensiero Stoico si rivela sempre più essenziale ed imprescindibile la conoscenza  e l’uso della terminologia filosofica introdotta da Epitteto e che, grazie all’ormai abbondante materiale presente su questo sito, è stata da me ampiamente precisata ed anche, se mi è permesso dirlo, ulteriormente arricchita. Mi riferisco in particolar modo ai concetti di: ‘Natura delle cose’, ‘Proairesi’, ‘Proairetico’, ‘Aproairetico’, ‘Diairesi’, ‘Controdiairesi’, ‘Antidiairesi’.

Questo a testimonianza della potenza di una riflessione filosofica che non solo non è morta ma che è più vitale che mai, ed anzi del ruolo fondamentale che lo Stoicismo è inevitabilmente destinato a giocare nell’immediato futuro di tutti noi.

 

 

 


 
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