Sinossi di tutti i passi dell'opera di Epitteto contenenti il sostantivo παιδεία (educazione)

 

 

 

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Cecilia

A Cecilia, per il suo sposalizio con la morte

 

Nel dileguar del giorno,
Avanti che tu parta, a gara intorno
Ti son le tue compagne. Chi, discosto,
Più abbracciarti non può, un dolce sguardo
Su te riposa: vede
Che affanni immensi, che stupendi sogni
Muovono teco alla novella sede.
E in suo pensier, tacendo,
-Così credo- sospira.
E tu pur taci:sai
Che bianca sei come non fosti mai.
Chi or t’è accosto, aprendo
Ti vien la destra e come
Ristà di meraviglia.
Ristà, già più non osa  
Sfiorar quel che ti copre, il chiaro velo,
tentar la fronte, le tue labbra rosa,
Ché fanciulletta sei, e sei già sposa.

                                                                                                                   Maggio 1984

Una bambina di sette anni giace in una bara . E’ vestita con l’abito che le piaceva di più. Tra poco inizierà il funerale, lo sposalizio con la morte.

 

INTRODUZIONE

Io non dubito che per la corretta interpretazione della filosofia stoica di Epitteto sia indispensabile riconoscere che il sostantivo ‘παιδεία’ (‘paidéia’) e i termini correlati ‘παίδευσις’ ‘παιδευτής’ ‘παιδεύω’ ‘παιδεύομαι’, oltre al normale e corrente significato di ‘educazione’, abbiano per lui anche il significato ben più specifico e tecnico di ‘educazione alla diairesi’. E non si tratta di occorrenze casuali e saltuarie nella sua opera giacché, come le rispettive frequenze da me qui calcolate dimostrano, su 37 occorrenze totali di tali termini nella sua opera, in 27 casi, ossia ben il 73% delle volte, risulta impossibile dare un significato coerente e preciso alle parole di Epitteto se non ricorrendo alla traduzione ‘educazione alla diairesi’.

Facciamo un esempio tra i tanti, quello di ‘Diatribe’ I,22,9 del cui testo si usa dare questa traduzione:
‘Che cosa significa dunque, ricevere un’educazione filosofica? Significa imparare ad applicare le prenozioni naturali alle cose particolari in modo conforme a natura; inoltre, imparare a distinguere, tra le cose, quelle che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi’. (Epitteto ‘Diatribe, Manuale, Frammenti. Ed. Rusconi 1982)
Cosa significa quel ‘educazione filosofica’? Di quale ‘educazione’ si parla? Di quale ‘filosofia’? Forse la filosofia di Epicuro, quella di Platone o quale altra? Il traduttore tace, sperando di essersela cavata con poco, e non sa che pesci pigliare. Infatti, il benpensante e il malpensante sono tutti e due ‘educati’ a qualcosa: il primo a certe idee morali e politiche, il secondo ad idee diverse da quelle. Ma si tratta in entrambi i casi di semplici ‘modelli culturali’, i quali hanno i loro difensori e le loro ragioni. In filosofia, invece che in economia o in politica, c’è bisogno di un canone che sia non un semplice modello culturale, ma che faccia riferimento a qualcosa di invariante e valido senza eccezione alcuna per tutti gli esseri umani, a qualunque cultura essi appartengano. Questo canone fortunatamente esiste ed è rappresentato, come Epitteto mostra di continuo, dalla infinita libertà della proairesi umana nell’uso delle rappresentazioni, ossia dalla infinita libertà della proairesi umana di atteggiarsi in armonia con la diairesi oppure in contrasto con la diairesi. Siccome Epitteto sa benissimo quanto sia facile equivocare in proposito, spacciando per ‘educazione’ quelli che sono dei semplici ‘modelli culturali’, egli si guarda bene dal farlo e viene subito in soccorso del suo traduttore nel periodo immediatamente successivo, nel quale afferma con ogni evidenza e con estrema decisione che esiste la ‘natura delle cose’. La ‘natura delle cose’, com’è ben noto, è la loro essenziale bipartizione in cose che sono in nostro esclusivo potere ed in cose che sono non in nostro esclusivo potere. Ne consegue che la ‘diairesi’ ossia il giudizio capace di distinguere in qualunque circostanza la ‘natura delle cose’, cioè quanto è in esclusivo potere dell’uomo, ossia ‘proairetico’ e quanto non lo è, ossia è ‘aproairetico’, è esattamente ciò cui l’uomo si deve educare. Pertanto il termine ‘παιδεία’ va sempre a mio giudizio qualificato come ‘educazione alla diairesi’, giacché questa è la sola interpretazione coerente con l'impianto generale della filosofia di Epitteto ed è anche chiaramente lo scopo che egli si dà e ribadisce di sé come educatore. Soltanto in alcuni casi, laddove il termine ‘educazione’ è usato genericamente, Epitteto lo lascia correre in un senso meno stringente e più colloquiale. A mio giudizio, ne consegue che la corretta traduzione di ‘Diatribe’ I,22,9 non può essere che la seguente:
Cos'è dunque educarsi alla diairesi? Imparare ad adattare i naturali preconcetti alle particolari sostanze in modo consono alla ‘natura delle cose’ e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre sono non in nostro esclusivo potere’.

Mi appare persino stucchevole segnalare il tremendo impatto che queste parole di Epitteto hanno sulla retta comprensione del compito dell’Istituzione ‘Scuola’; giacché sarà soltanto in relazione alla loro permanente ‘educazione alla diairesi’ che i giovani si divideranno poi in virtuosi e viziosi, in felici ed infelici, in liberi e schiavi, in pace vivente oppure in guerra vivente.

Ma proviamo a concederci un’analisi della faccenda un po’ più approfondita.
L’uomo traspira, respira, usa le rappresentazioni, ha impulsi e repulsioni. Tuttavia tutto ciò è non peculiare dell’uomo. Qual è, dunque, l’opera propriamente umana? Affinché l’uomo risulti idoneo all’opera per la quale è stato strutturato dalla natura, la sua unica, vera e fondamentale ‘educazione’ è quella al rispetto della natura delle cose e all’onore per la propria proairesi, ‘ossia alla comprensione e all’uso della diairesi’. Lo sfacciato, il furbastro, le persone sleali fanno comunque opere possibili e dunque altrettanto naturali di quelle di chi è virtuoso. E come sarebbe insensato richiedere che quanto è naturale non accada, così sarebbe aberrante richiedere che accada l’impossibile. Ora, poiché la natura delle cose inviolabilmente dispone che premio e pena, bene e male, felicità e infelicità siano incorporati, per ciascuno di noi, nei suoi stessi atti di pensiero, l’uomo ‘educato alla diairesi’ ha pienamente ragione di non affliggersi delle aberrazioni altrui e di farle anzi diventare altrettante occasioni, da un lato, per eventualmente correggere la sua superficialità o la sua imprudenza al riguardo e, dall’altro, per fare opera di filosofica educazione alla diairesi nei confronti di chi ha aberrato. Con riserva, ovviamente: ossia senza pretenderne una qualunque ricompensa né dolersi di non essere ascoltato o di essere frainteso.
Giulio Capitolino racconta nella ‘Storia Augusta’ che nel 138 d.C., quando l’allora diciassettenne Marco Aurelio seppe di essere stato adottato da Adriano fu atterrito e non allietato dalla notizia; e che quando gli fu intimato di recarsi ad abitare nella casa privata di Adriano lasciò la casa materna con estrema riluttanza. Ed a chi gli chiedeva perché egli fosse triste per l’adozione imperiale, Marco Aurelio enumerò le disgrazie e i mali che può contenere in sé il potere imperiale. Ora, chi giudica che diventare imperatore sia un bene in quanto intrinsecamente produttivo di felicità propria e altrui, come giudicano le turbe di microimperatori insipienti che non sanno di cosa parlano e vanno oggi sotto il nome di cittadini, smanierà e bramerà, benché invano, una simile carica e toccherebbe il cielo con un dito se gli capitasse di ricoprirla. Chi giudica che diventare imperatore sia un male, in quanto intrinsecamente ostativo alla felicità propria e altrui, farà di tutto per evitare tale carica per sé e soprattutto, senza avere coscienza della terribile contraddizione in cui si dibatte, riterrà giusto che la aborrano gli altri e tenderà ad istituirsi come minoranza fanaticamente regicida fino all’esilio o alla morte. Chi giudica invece che l’impero, come qualunque altra cosa esterna e aproairetica, sia di per sé né un bene né un male, accetterà eventualmente la decisione della sorte e dimostrerà, se ne è capace, come si conduce in simili circostanze un uomo ‘educato ad usare la diairesi’ e capace di vivere da libero in questo mondo. Questo è il rischio che Marco Aurelio, a diciassette anni e con il batticuore, ha accettato di correre. Pur non essendo dotato, come egli stesso ammette, di un intelletto particolarmente brillante, vivendo a corte egli deve avere nel corso del tempo capito che la sorte lo aveva immerso in una fogna maleodorante, mefitica e che gli aveva affidato un lavoro più sporco di quello del pulitore dei più sudici cessi. Sul fatto che egli sia riuscito o meno a rendere decorosamente pulite le chiaviche che la sorte gli aveva affidato in custodia ognuno ha il diritto di avere la propria opinione. In ogni caso Marco Aurelio non ha rifiutato il lavoro, e le testimonianze storiche sono prevalentemente concordi nel valutare positivamente il suo operato, dandogli atto che egli, con le capacità che aveva, nelle condizioni e nei tempi che gli erano concessi, primo e forse unico nella storia si è sforzato di interpretare il proprio ruolo di augusto custode del merdaio, come quello di colui che può giovare agli uomini principalmente creando loro il minor numero di difficoltà e di complicazioni possibili in vista di un corretto uso della proairesi e che è pronto ad accogliere qualunque suggerimento si dimostri il migliore a questo scopo.

Una ulteriore utile lettura introduttiva all'argomento è il mio dialogo sulla 'Natura delle cose'

 

SINOSSI
DI TUTTI I PASSI DELL’OPERA DI EPITTETO
CONTENENTI I SOSTANTIVI
 ‘παιδεία’ ‘παίδευσις’ ‘παιδευτής’
E LE FORME VERBALI DI
 ‘παιδεύω’ ‘παιδεύομαι’

***Libro I delle Diatribe:

‘Diatribe’ I,2,6
-Per questo soprattutto abbiamo bisogno di educazione alla diairesi, così da imparare a adattare il preconcetto di ragionevole ed irragionevole alle particolari sostanze in armonia con la natura delle cose.

‘Diatribe’ I,9,12
-Questa è la gara in cui dovrebbe gareggiare il vostro insegnante ed educatore alla diairesi, se egli fosse qualcuno.

‘Diatribe’ I,9,18
-Qualcosa di siffatto dovrebbe accadere da parte di chi educa a diairesizzare i purosangue tra i giovani.

‘Diatribe’ I,9,19
-Ora invece, che accade? Cadaverico è l'educatore, cadaverici siete voi. Qualora siate foraggiati oggi, sedete a singhiozzare sul domani e sul come farete a mangiare.

‘Diatribe’ I,12,8
-Chi poi si sta educando a diairesizzare, è tenuto a venire ad educarsi alla diairesi con questo progetto: “Come accompagnarmi in ogni circostanza agli dei, come compiacermi del governo della Materialità, come diventare libero?”

‘Diatribe’ I,12,15
-Qui dunque, soltanto su quanto è massimo e sommamente dominante, sulla libertà, mi è stato accordato di volere come capita? Nient'affatto! Ma educarsi a diairesizzare è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade. E come accade? Come la costituì il costitutore.

Diatribe’ I,12,17
-Memori dunque di questa costituzione, bisogna venire ad educarsi a diairesizzare non per cambiare le premesse (giacché ciò non ci è dato né è meglio), ma perché stando le cose intorno a noi come stanno e come sono per natura, noi teniamo la nostra intelligenza conciliata agli avvenimenti.

‘Diatribe’ I,22,9
-Cos'è dunque educarsi alla diairesi? Imparare ad adattare i naturali preconcetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere.

‘Diatribe’ I,27,2
-Orbene è opera di chi è stato educato a diairesizzare imbroccarla in tutti questi casi. Qualunque sarà la cosa che opprime, contro quella si deve appressare l'aiuto. Se ad opprimerci sono i sofismi Pirroniani ed Accademici, contro quelli appressiamo l'aiuto.

‘Diatribe’ I,29,33
-Di questo bisogna ricordarsi, e chi è chiamato ad una siffatta circostanza deve sapere che è venuto il tempo di dimostrare se ci siamo educati a diairesizzare.

‘Diatribe’ I,29,44
-Anche qua. “Prendi l'imperio!” Lo prendo e, presolo, mostro come si conduce un uomo che è stato educato a diairesizzare.

‘Diatribe’ I,29,54
-E chi davvero è stato educato a diairesizzare si impensierirà per un individuo non educatovi, il quale decreta qualcosa sul sacrosanto e sul sacrilego, sull'ingiusto e sul giusto? Che ingiustizia da parte degli educati alla diairesi! Queste cose le imparasti qui? Non vuoi lasciare ad altri le argomentazioni logiche su queste questioni, ad indolenti ometti, affinché immobili in un angolino essi prendano delle paghette o brontolino che nessuno procura loro nulla; e tu invece pervenire ad usare ciò che imparasti?

Totale per il Libro I:   ‘educazione alla diairesi’         13
                                   ‘educazione’                           1

***Libro II delle Diatribe:

‘Diatribe’ II,1,21
-Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello e il più confacente per coloro che effettivamente sono educati a diairesizzare: il dominio sullo sconcerto e sulla paura, la libertà.

‘Diatribe’ II,1,22
-Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati a diairesizzare sono liberi.

‘Diatribe’ II,1,25
-Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi? I filosofi infatti dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati a diairesizzare, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo.

‘Diatribe’ II,2,13
-Ma schiettamente e con l'intelletto tutto intero, o questi o quelli; o libero o servo; od uno che è stato educato a diairesizzare od uno non educatovi; o gallo generoso o ignobile; e reggi d’essere percosso fino a che morirai oppure abdica subito. Non ti accada di prendere molte botte e successivamente abdicare.

‘Diatribe’ II,17,26
-Ma se invidi, o indolente, ed hai pietà e sei geloso e tremi e non smetti un giorno solo di singhiozzare disperato di te e degli Dei, perché asserisci di essere stato educato a diairesizzare?

‘Diatribe’ II,17,27
-Quale educazione alla diairesi, o uomo? Che effettuasti sillogismi, ragionamenti equivoci? Non vuoi, se possibile, disimparare tutto questo ed iniziare daccapo, dopo aver preso consapevolezza del fatto che finora neppure hai toccato la faccenda.

‘Diatribe’ II,19,29
-Ed ora io sono chi vi educa a diairesizzare, mentre voi alla diairesi vi educate presso di me. Io ho questo progetto: farvi risultare non soggetti ad impedimenti, non soggetti a costrizioni, non soggetti ad impacci, liberi, sereni, felici, che tengono gli occhi su Zeus in ogni circostanza, sia piccola che grande; e voi presenziate per imparare e studiare questo.

‘Diatribe’ II,20,26
-Bene, o filosofo: persisti, persuadi i giovani, affinché ci sia ancor più gente a sperimentare e parlare come te. Da questi discorsi ci crebbero le ben legificate città. Sparta nacque per questi discorsi. Licurgo, con le sue leggi ed il suo sistema di educazione, infuse negli Spartani queste persuasioni, che l'essere servi è non più brutto che bello e che l'essere liberi è non più bello che brutto. Coloro che morirono alle Termopili morirono per questi giudizi. Per quali altri discorsi gli Ateniesi abbandonarono la città?

‘Diatribe’ II,21,9
-Che rappresentazione ho di me? Come mi uso? Forse anch'io come si usa un saggio, forse anch'io come uno padrone di sé? Forse anch'io dico di essere stato educato a fronteggiare qualunque cosa accadrà?

Totale per il Libro II:   ‘educazione alla diairesi’        8                                    
                                    ‘educazione’                          4         

***Libro III delle Diatribe:

‘Diatribe’ III,7,19
-“Io non mi sposo”. “Io neppure: giacché non ci si deve sposare”. E neppure fare figli né interessarsi di affari cittadini. Che dunque accadrà? Donde verranno i cittadini? Chi li educherà? Chi sarà capo degli efebi, chi sarà ginnasiarca? Ed a cosa li educherà? A ciò cui venivano educati gli Spartani o gli Ateniesi?

‘Diatribe’ III,21,15
-Così diventano giovevoli i Misteri, così veniamo alla rappresentazione che tutti questi riti furono istituiti dagli antichi per l'educazione e la rettificazione della vita.

‘Diatribe’ III,22,17
-Se chi educa alla diairesi, il comune pedagogo fallirà, cos'è necessario che sperimenti?

‘Diatribe’ III,24,99
-Ma finché mi trastullerò con cose tue, chi disponi che io sia? Un magistrato od un privato cittadino, un senatore od un popolano, un soldato od uno stratega, uno che educa alla diairesi od un padrone di casa? L'ufficio ed il posizionamento che mi porrai in mano, come dice Socrate, morirò diecimila volte prima di disertarli.

Totale per il Libro III:   ‘educazione alla diairesi’      2
                                      ‘educazione’                        4
                                      
***Libro IV delle Diatribe:

‘Diatribe’ IV,5,7
-Se invece vorrà che il figlio o la moglie non aberrino, egli vuole che l'allotrio non sia allotrio. Ed educarsi a diairesizzare è questo: imparare quanto è nostro peculiare e quanto è allotrio.

Totale per il Libro IV:   ‘educazione alla diairesi’      1

***Il Manuale:

‘Manuale’ E5
-Sconcertano gli esseri umani non le faccende, ma i giudizi sulle faccende. Per esempio, la morte nulla è di terribile, dacché questo sarebbe parso anche a Socrate; ma il giudizio sulla morte, che sia terribile, quello è il terribile. Qualora dunque siamo intralciati o sconcertati od afflitti, non accagioniamo mai altro che noi stessi, cioè i nostri giudizi. Incolpare altri per ciò per cui uno finisce male è opera del non educato a diairesizzare. Incolpare se stessi è opera di chi ha iniziato a diairesizzare. Non incolpare né un altro né se stesso, di chi è stato educato a diairesizzare.

Totale per il Manuale:    ‘educazione alla diairesi’      3

***I Frammenti:

‘Frammenti’ F5
-Chi di noi non ammira le parole dello spartano Licurgo? Giacché accecato ad un occhio da uno dei cittadini, ottenne in consegna il giovanotto dal popolo perché se ne vendicasse come decideva. Ma egli da ciò si astenne ed invece, educatolo e resolo chiaramente uomo dabbene, lo menò con sé a teatro. Agli Spartani che si stupivano “Quando lo presi,” diceva, “dalle vostre mani costui era oltraggioso e violento; ve lo restituisco acquiescente alla ragione e popolano”.

Totale per i Frammenti:      ‘educazione alla diairesi’            0
                                           ‘educazione’                   1

Totale generale:     37          ‘educazione alla diairesi’            27
                                           ‘educazione’                   10

 

 

 

 

 

 
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