SENOFONTE

MEMORABILIA Libro I

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Quelli che la tradizione ha raccolto sotto il generico nome di ‘Memorabilia’, ovvero di ‘Detti e fatti memorabili’, sono appunti disparati che Senofonte scrisse in tempi diversi e senza un ordine preciso. L’unico elemento che appare tenerli uniti è la presenza costante del personaggio ‘Socrate’, come visto ed interpretato da Senofonte.
Per comodità, io ho raccolto ciascun appunto in altrettanti paragrafi. Gli appunti che formano il Libro I sono in totale 23, e l’argomento di ciascuno di essi è il seguente.

Appunto 1 - [I,I,1-9] Riflessioni di Senofonte circa la vacuità delle argomentazioni, con le quali gli accusatori riuscirono a convincere gli Ateniesi che Socrate meritava la condanna a morte.
Appunto 2 - [I,I,10-15] Perché Socrate non discusse mai della generazione del Cosmo, limitandosi a ritenere che tali questioni fossero per gli uomini di impossibile soluzione.
Appunto 3 - [I,I,16-20] Socrate giudicava uomini ‘virtuosi’ quanti conoscevano le risposte a domande sulle faccende umane, e giudicava ‘schiavi’ quanti ignoravano tali risposte.
Appunto 4 - [I,II,1-3] Senofonte nota con stupore come gli Ateniesi, pur contro ogni evidenza, fossero persuasi della colpevolezza di Socrate in quanto corruttore dei giovani.
Appunto 5 - [I,II,4-8] Socrate non trascurava la cura del corpo ma ne disapprova l’eccesso, tanto quanto disapprovava la smania per il denaro.
Appunto 6 - [I,II,9-11] Socrate era accusato di aizzare la gioventù a disdegnare le leggi vigenti e quindi alla violenza, in quanto criticava l’assegnazione a sorte delle cariche pubbliche.
Appunto 7 - [I,II,12-38] Senofonte racconta per filo e per segno come Crizia, Alcibiade e Caricle divennero dapprima amici di Socrate, e successivamente si trasformarono in delinquenti.
Appunto 8 - [I,II,39-48] Una discussione tra Pericle ed Alcibiade su cosa siano le ‘leggi’. Chi furono i veri amici di Socrate?
Appunto 9 - [I,II,49-55] Un’altra accusa rivolta a Socrate era quella di insegnare ad infangare la figura del proprio padre, e quella dei propri amici.
Appunto 10 - [I,II,56-57] Quali erano gli uomini che Socrate definiva ‘laboriosi’ e quali uomini definiva ‘oziosi’.
Appunto 11 - [I,II,58-59] La critica di Socrate ad alcuni versi dell’Iliade di Omero.
Appunto 12 - [I,II,60-61] Popolare e filantropo qual era, Socrate era sempre disponibile a discorrere con chiunque. E quanti discorrevano con lui, sempre se ne congedavano migliori di prima.
Appunto 13 - [I,II,62-64] Socrate non fu mai all’origine, né mai fu causa, di sedizione o di guerra.
Appunto 14 - [I,III,1-4] Per Socrate, il culto degli dei e la celebrazione di riti sacrificali andavano mantenuti entro i limiti delle possibilità economiche di ciascuno.
Appunto 15 - [I,III,5-7] Uno stile di vita capace di educare tanto l’animo quanto il corpo.
Appunto 16 - [I,III,8-15] Le esortazioni di Socrate a proposito del godimento dei piaceri sessuali. L’esempio di Critobulo e del figlio di Alcibiade.
Appunto 17 - [I,IV,1] La capacità di Socrate, non soltanto di esortare alla virtù ma anche di prendere gli uomini con sé e di condurli fino ad essa.
Appunto 18 - [I,IV,2-19] Ciò che una volta Socrate, a proposito degli dei e del proprio démone, disse discorrendo con Aristodemo.
Appunto 19 - [I,V,1-6] Socrate parla della virtù della temperanza.
Appunto 20 - [I,VI,1-10] Socrate discorre con Antifonte di felicità e di infelicità.
Appunto 21 - [I,VI,11-14] Socrate discute con Antifonte sulla possibilità di essere una persona giusta ed insieme una persona sapiente.
Appunto 22 - [I,VI,15] Socrate risponde ad Antifonte circa il miglior modo di occuparsi di politica.
Appunto 23 – [I,VII,1-5] Socrate spiega perché il tenersi il più lontano possibile dalla millanteria coincida già con l’essere vicinissimi alla virtù.

 

SENOFONTE

MEMORABILIA

LIBRO I

[I,I,1] Spesso mi sono chiesto con stupore, quali fossero le argomentazioni con le quali gli accusatori di Socrate riuscirono a convincere gli Ateniesi che egli, secondo le leggi dello Stato, meritava la condanna a morte. Infatti, l’atto di accusa contro di lui, suonava all’incirca così: “Socrate è colpevole di delegittimare gli dei che lo Stato ritiene legittimi, e di introdurre nuovi ed inauditi démoni. Inoltre egli è colpevole anche del reato di corruzione dei giovani”. [I,I,2] In primo luogo: di quali prove testimoniali si servirono gli accusatori, per dimostrare che Socrate riteneva illegittimi gli dei che lo Stato invece legittimava? Egli, infatti, offriva sacrifici sotto gli occhi di chiunque: molte volte in casa, ma spesso anche sui pubblici altari; né si nascondeva quando praticava la divinazione, giacché la sua affermazione che fosse un démone a segnalargli cosa fare, era cosa notoria. È soprattutto da questa affermazione, io credo, che sia nata l’accusa a Socrate di introdurre nuovi ed inauditi démoni. [I,I,3] Eppure, in realtà, egli non introdusse usanza alcuna più nuova ed inaudita di quelle introdotte da quanti, legittimando la divinazione, traggono auspici dal volo degli uccelli, da responsi oracolari, da segnali premonitori o da cerimonie sacrificali. Costoro non pensano che gli uccelli o i segni in cui si imbattono, conoscano cos’è utile per loro; ma che siano gli dei a segnalarlo loro per il tramite di quelli: e questo era ciò che anche Socrate riteneva. [I,I,4] Ma, mentre la maggioranza degli uomini afferma che sono il volo degli uccelli o i segni in cui ci si imbatte, che fanno allontanare oppure che spronano a certe azioni; Socrate riferiva il tutto a ciò che conosceva: ossia diceva che era un démone a segnalargli cosa fare. Sicché erano molti i sodali ai quali egli suggeriva di fare certe cose o di non farne delle altre, a seconda di quanto gli preannunciava il démone. Ed a quanti di loro ubbidivano al démone, ciò tornava utile; mentre quanti non gli ubbidivano, avevano poi di che pentirsene. [I,I,5] Chi non sarebbe d’accordo nel dire che Socrate non voleva certo mostrarsi sciocco o cialtrone agli occhi dei suoi sodali? Egli avrebbe invece dimostrato di essere entrambe le cose, predicendo falsamente qualcosa come si trattasse di una rivelazione divina. È quindi manifesto che egli nulla avrebbe predetto, se non con la certezza che la sua profezia si sarebbe avverata. E per le profezie, di chi altro si fiderebbe chiunque, se non di un dio? Ed avendo fiducia negli dei, come poteva Socrate ritenere che gli dei non esistono? [I,I,6] Con quanti aveva maggiore familiarità, egli era uso comportarsi in questo modo. Circa le cose assolutamente necessarie, egli consigliava loro di effettuarle comunque, e nel modo che essi ritenevano il migliore possibile. Circa le cose di incerta riuscita, egli li mandava a consultare l’oracolo, affinché ne tornassero sapendo se esse andavano effettuate. [I,I,7] A coloro che intendevano bene amministrare case o città intere, egli solitamente ripeteva che essi abbisognavano della divinazione. Infatti, del fare il falegname, o il fabbro, o l’agricoltore, o il comandante militare; e di siffatte attività diventare supervisore, controllore, economo, pianificatore: ebbene, egli riteneva che tali nozioni potessero essere apprese con l’aiuto del semplice intelletto umano. [I,I,8] Ma riteneva anche che le nozioni più segrete e profonde, gli dei le avevano riservate a loro stessi; sicché di esse, nessuna era agli uomini manifesta. Infatti, chi ha bene seminato il campo è del tutto ignaro di chi ne raccoglierà i frutti. Chi ha bene edificato una casa, non sa assolutamente chi l’abiterà. Lo stratega ignora del tutto se gli sia utile il comandare una certa spedizione militare. Il politico non sa affatto se gli sia utile prendere il governo dello Stato. Chi ha sposato una bella ragazza per godersela, ignora del tutto se andrà incontro ad un mare di guai per causa sua. Chi ha stabilito rapporti di parentela con uomini assai influenti nello Stato, non sa assolutamente se proprio da costoro sarà esiliato dallo Stato. [I,I,9] Socrate diceva anche che quanti credono che nessuna di siffatte nozioni più segrete e profonde sia comunicata a noi dai démoni, e che esse, anzi, siano tutte attingibili dall’intelletto umano, ritengono di essere dei démoni essi stessi. Sicché démoni si credono quanti interrogano l’oracolo su cose che gli dei hanno invece già posto in potere degli uomini, i quali sono capaci di distinguere da soli quale sia la risposta. Per esempio, credono di essere démoni coloro che interrogano l’oracolo chiedendo se sia meglio prendere per sé un conduttore di carri molto esperto nella guida, oppure uno che non lo è affatto; un pilota di nave che ha grande esperienza di viaggi per mare, oppure uno che non ne sa nulla; e così pure si credono démoni coloro che interrogano l’oracolo su cose che noi possiamo benissimo enumerare, misurare in lunghezza oppure pesare. Sicché egli riteneva che quanti pongono agli dei delle domande di questo genere, facciano richieste illegittime. Diceva, dunque, che noi dobbiamo imparare quali siano le cose che gli dei hanno messo in nostro potere; mentre quelle che rimangono a noi celate, dobbiamo tentare di conoscerle attraverso la divinazione; e che si tratta di rivelazioni che gli dei fanno soltanto a coloro con i quali intendono essere benevoli.
[I,I,10] Era abitudine di Socrate quella di stare sempre all’aria aperta. La mattina se ne andava a passeggio e per palestre; e quando la piazza del mercato s’era riempita, lo si trovava sempre in mezzo alla gente. Per il restante della giornata, egli s’intratteneva di solito nei luoghi più affollati; dove parlava il più possibile, e chiunque volesse poteva ascoltarlo. [I,I,11] Nessuno mai udì Socrate dire una sola parola empia, né mai lo vide effettuare un solo atto sacrilego. Né egli soleva discutere degli argomenti di cui discuteva la maggior parte delle altre persone, ossia della Natura dell’Universo, e di come fu generato quello che i sofisti chiamano ‘Cosmo’, ed a quali cogenti leggi ubbidisca l’orbita di ciascun corpo celeste; ma anzi mostrava che quanti si preoccupano di siffatti problemi chiacchierano a vanvera. [I,I,12] Innanzitutto, infatti, egli cercava di capire se costoro fossero giunti ad occuparsi di siffatte questioni, dopo essere certi di avere ormai sviscerato a sufficienza tutte le faccende umane; oppure se, una volta messe da canto le faccende umane e studiando quelle che riguardano i démoni, essi ritengano di stare facendo ciò che loro davvero conviene. [I,I,13] Lo stupiva assai il fatto che non fosse loro evidente come queste questioni siano per gli uomini impossibili da risolvere; giacché anche i più esperti di simili problemi dichiarano di non avere affatto tutti le stesse opinioni al riguardo; ed anzi di trovarsi, gli uni verso gli altri, alla stessa stregua dei pazzi. [I,I,14] Infatti, alcuni pazzi non hanno timore neppure delle cose più terribili; altri invece hanno paura anche di ciò che paura non fa. Ad alcuni non appare affatto vergognoso dire o fare qualunque cosa in mezzo alla folla; mentre ad altri sembra che neppur si debba uscir di casa e mescolarsi con gli uomini. Altri non onorano sacrari, né altari, né qualunque cosa divina; mentre altri venerano dei sassi, dei pezzi di legno in cui si imbattono casualmente, e pure le belve. Di coloro che si affannano circa la Natura dell’Universo, ad alcuni pare che tutto ciò che esiste sia una entità sola; ad altri invece che la moltitudine degli enti sia infinita. Ad alcuni pare che tutte le cose siano in perpetuo movimento; ad altri che esse non siano mai mosse. Ad alcuni sembra che tutte divengono e poi decadono; ad altri invece che esse sarebbero né mai divenute, né mai decadute. [I,I,15] Circa costoro, egli cercava inoltre di capire se, come quanti hanno imparato tutto delle faccende umane, ritengono di potere poi applicare a proprio vantaggio o a vantaggio di chiunque loro vogliano, qualunque cosa abbiano imparato; allo stesso modo, anche quanti hanno indagato le faccende divine, una volta conosciute le leggi per cui ciascuna di esse avviene, potranno poi farla accadere quando vogliano: dico, i venti, le piogge, le stagioni e qualunque altro simile fenomeno di cui abbiano bisogno; oppure se neanche sperano di riuscire a tanto, ed a loro basta la conoscenza delle cause per cui ciascuno di tali fenomeni avviene.
[I,I,16] Queste erano dunque le cose che Socrate diceva a proposito di coloro che si occupano di tali questioni. Quanto a lui, egli sempre discuteva delle faccende umane: cos’è pio, cos’è empio, cos’è bello, cos’è brutto, cos’è giusto, cos’è ingiusto, cos’è temperanza, cos’è intemperanza, cos’è virilità, cos’è viltà, cos’è Stato, cos’è politica, cos’è il governo di uomini, cos’è il governatore di uomini; e di altre faccende simili, ritenendo ‘uomini dabbene’ quanti conoscevano le risposte a queste domande, e che invece erano stati giustamente chiamati ‘schiavi’ quanti tali risposte ignoravano. [I,I,17] Ora, su questioni circa le quali non era noto cosa Socrate pensasse, non c’è da stupirsi che i giudici possano avere emesso un verdetto sbagliato; ma su fatti di cui tutti erano al corrente, non sorprende che i giudici non abbiano riflettuto a dovere? [I,I,18] Infatti, quando egli divenne membro del Consiglio dei Cinquecento, dopo avere prestato il rituale giuramento nel quale era previsto l’obbligo di rispettare strettamente le leggi vigenti, gli accadde di essere sorteggiato quale Presidente dell’Assemblea Generale. Ora, accadde che ad un certo punto la maggioranza dei presenti divenne smaniosa di approvare, seduta stante e con una sola votazione, la condanna a morte e l’uccisione di nove Ammiragli, tra i quali erano compresi Trasillo ed Erasinide. Questa unica votazione era del tutto contraria alla legge, e Socrate, quale Presidente dell’Assemblea, si rifiutò fermamente di metterla ai voti, benché avesse contro la maggioranza del popolo, e fosse sotto la minaccia di molti ed influenti personaggi presenti. Eppure egli dimostrò così di tenere in maggior conto il giuramento fatto, che l’andare contro la giustizia per riuscire gradito al popolo, e proteggersi così dalle accuse di quanti lo minacciavano. [I,I,19] Infatti, egli riteneva che gli dei si prendano cura degli uomini, ma non nel modo in cui lo crede la maggioranza della gente. Costoro credono che gli dei conoscano alcune cose, ma che altre non le conoscano. Socrate riteneva invece che gli dei sappiano tutto: tanto le parole che pronunciamo, quanto le azioni che facciamo e le deliberazioni che concepiamo; e che essi siano presenti dappertutto, e che inviino agli uomini segnali riguardanti tutte le cose umane. [I,I,20] Pertanto, grande è il mio stupore, se penso a come gli Ateniesi abbiano potuto essere persuasi che Socrate, circa gli dei, non la pensava da saggio. Proprio lui che, circa gli dei, mai aveva dato il minimo segno di empietà, né in parole, né in opere; ed anzi aveva detto e fatto cose che, in parole ed in opere, sarebbero davvero, e verrebbero giustamente ritenute, quelle del più pio di tutti gli uomini.
[I,II,1] A me pare anche stupefacente la persuasione di taluni che Socrate fosse colpevole di corruzione dei giovani. Proprio lui che, innanzitutto, in fatto di cosiddetti piaceri sessuali e di quelli della tavola, era il più morigerato di tutti gli uomini. In secondo luogo, proprio lui che davanti ai rigori invernali, alle calure estive e ad ogni sorta di fatica era resistentissimo; e inoltre talmente allenato ad avere bisogno di qualunque cosa con una moderazione tale, che quel pochissimo che possedeva gli era facilmente più che bastante. [I, II,2] Come avrebbe potuto un uomo simile, essendo chi era, far sì che altri giovani fossero empi, delinquenti, ghiottoni, ingolfati nei piaceri sessuali, mollaccioni dinanzi alla fatica? Anzi, egli a molti di costoro fece smettere questi vizi, li fece smaniare per la virtù, dando loro la speranza che, se avessero avuto cura di se stessi, sarebbero diventati uomini dabbene. [I,II,3] Eppure egli non promise mai, in nessuna circostanza, di essere loro maestro in ciò; ma con l’essere ed il rimanere egli manifestamente l’uomo che era, faceva sperare quanti lo frequentavano, che, imitando lui, tali sarebbero diventati.
[I,II,4] Socrate non trascurava la cura del corpo, e non lodava quanti invece la trascurano. Disapprovava l’eccesso di alimentazione accoppiata all’eccesso di fatica, ed approvava invece come sufficiente la quantità di fatica che l’animo è in grado di risentire come piacevole. Egli soleva dire che questa è la quantità di fatica sana e sufficiente per il corpo, e quella che non intralcia la sollecitudine che dobbiamo avere per l’animo. [I,II,5] Affettato o pretenzioso non era di certo, né nel modo di vestire né in quello di calzare, e neppure nel suo tenore di vita in generale. Non faceva dei suoi compagni degli appassionati del denaro. Anzi, mentre raffreddava le altrui smanie per esso, si guardava bene dal trasformare in denaro per se stesso la smania altrui di stare in sua compagnia. [I,II,6] Astenendosi infatti da questa pratica, egli giudicava di darsi cura della propria libertà; e soprannominava ‘schiavisti di se stessi’, quanti vendevano la loro conversazione contro un pagamento in denaro, giacché in tal modo diventava per essi obbligatorio dialogare con coloro dai quali venivano pagati. [I,II,7] Socrate era poi stupito dal fatto che qualcuno, professando di insegnare la virtù, guadagnasse del denaro e non ritenesse, invece, che il suo incomparabilmente maggior guadagno sarebbe stato l’acquisizione di un buon amico. Insomma, che costui avesse paura che chi è diventato davvero virtuoso, non abbia poi somma gratitudine verso colui che gli ha reso il più grande dei benefici. [I,II,8] Socrate non professò mai di insegnare la virtù, né promise mai alcunché di simile a nessuno; ma era invece fiducioso che quanti dei suoi seguaci avevano accolto i principi da lui valutati come positivi, per tutta la vita sarebbero stati buoni amici suoi e buoni amici tra di loro. Dunque, come potrebbe un uomo siffatto corrompere i giovani? A meno che il prendersi ogni cura della virtù sia ‘corrompere’.
[I,II,9] Ma per Zeus, diceva l’accusatore, Socrate faceva sì che i suoi seguaci disdegnassero le leggi vigenti, sostenendo che era da stupidi eleggere quali giudici gente estratta a sorte tra tutti i cittadini; quando invece nessuno vorrebbe utilizzare l’estrazione a sorte per la scelta del pilota di una nave, né di un falegname, né di un flautista, né per alcun altro mestiere che abbisogna di specialisti, i cui errori comunque causano danni molto più lievi di quelli commessi da chi è alla guida dello Stato. Discorsi simili, sosteneva l’accusa, aizzano i giovani a disprezzare il presente Governo e fanno di essi dei violenti. [I,II,10] Io credo invece che quanti praticano costantemente la saggezza e si ritengono capaci di istruire i propri cittadini su ciò che davvero è loro utile, non diventino affatto violenti. Essi sanno bene come alla violenza si congiungano inimicizie personali e pericolose; mentre con la persuasione si ottengano gli stessi risultati senza pericolo alcuno ed amichevolmente. Le vittime di una violenza, infatti, odiano quanti hanno loro sottratto qualcosa; mentre se sono stati persuasi con le buone maniere, si sentono gratificati e mostrano amicizia. Dunque l’uso della violenza non appartiene a quanti praticano la saggezza, ma a coloro il cui potere non è associato ad intelligenza alcuna. [I,II,11] Invero, chi ha l’audacia di usare la violenza abbisogna di non pochi complici, mentre chi è capace di persuadere non ha bisogno di alcun aiuto, dal momento che ritiene certo bastargli la sua capacità di persuasione. A uomini simili non accade mai di commettere omicidi. Chi, infatti, preferirebbe assassinare qualcuno piuttosto che contare su di un vivo e fidato seguace?
[I,II,12] Ma, sosteneva ancora l’accusatore, una volta diventati discepoli di Socrate, i due, ossia Crizia ed Alcibiade, furono entrambi causa di moltissimi mali per lo Stato. Di tutti i membri del Governo oligarchico, infatti, Crizia fu il più dedito al latrocinio, alle violenze e agli assassini; mentre Alcibiade, per parte sua, dell’insieme dei membri del Governo democratico fu di tutti il più impudente, il più oltraggioso e il più violento. [I,II,13] Se quei due hanno arrecato gravi danni allo Stato, io, per parte mia, non sono affatto qui per ergermi a loro difensore; ma intendo piuttosto raccontare come nacquero le loro abituali frequentazioni con Socrate. [I,II,14] Accadde dunque che questi due individui, ciascuno per sua natura, volessero diventare i più onorati e rispettati di tutti i cittadini Ateniesi; e che tutto il potere fosse nelle loro mani, così da diventare capi di Stato supremi ed indiscussi. Entrambi sapevano bene che Socrate, con le pochissime risorse di cui disponeva, menava una vita di totale indipendenza; che egli era morigeratissimo quanto a qualunque forma di piacere; e che, con il ragionamento, egli era in grado di condurre alle conclusioni che volesse tutti coloro che discutevano con lui. [I,II,15] Osservando che questi erano i fatti, ed essendo tali individui della predetta natura, qualcuno affermerebbe che ambedue smaniavano di condurre la vita di Socrate, imitando la temperanza che quello praticava; oppure che ambedue desideravano le conversazioni con lui perché entrambi sarebbero diventati così più efficaci parlatori ed esecutori dei loro progetti? [I,II,16] Quanto a me, io ritengo che se un dio avesse concesso loro di vivere tutta la vita come l’avevano vista vivere da Socrate, oppure di morire: ebbene, ambedue avrebbero scelto senza dubbio di morire. Ciò divenne evidente dalle azioni che i due effettuarono. Infatti, non appena essi ritennero di essere diventati superiori ai loro colleghi, subito abbandonarono Socrate e si buttarono nella politica, che era lo scopo per cui entrambi avevano desiderato l’amicizia di Socrate. [I,II,17] Forse a queste parole qualcuno obietterebbe che Socrate doveva insegnare ai discepoli per prima cosa la temperanza, e soltanto dopo parlare loro di politica. Io questo non lo nego, ma osservo che i maestri mostrano ai discepoli come essi stessi per primi mettano in opera ciò che professano, accostando poi ai fatti anche le parole. [I,II,18] Io so che anche Socrate dimostrava ai suoi discepoli di essere lui per primo un uomo virtuoso, e che dialogava splendidamente sulla virtù e su tutte le altre faccende umane. E so pure che quei due si comportavano con temperanza finché erano in presenza di Socrate, non per paura di essere puniti o malmenati da lui, ma credendo davvero che, in quelle circostanze, questa fosse per loro la cosa più opportuna da fare. [I,II,19] Forse molti di coloro che si dicono filosofi praticanti, sosterranno l’impossibilità che l’uomo giusto diventi ingiusto, che il temperante diventi oltraggioso; e che chi ha appreso qualcosa di cui c’è apprendimento, possa mai diventarne ignorante. A questo proposito io non la penso così. Osservo, infatti, che come quanti non esercitano costantemente il loro corpo sono poi incapaci di compiere le azioni ad esso richieste; così pure quanti non esercitano costantemente il proprio animo, sono poi incapaci di compiere le azioni ad esso richieste. E in questo modo costoro diventano incapaci sia di effettuare quanto va effettuato, sia di astenersi da quanto ci si deve astenere. [I,II,20] Perciò i padri tengono i figli, anche qualora siano ragazzi giudiziosi, lontani dalla frequentazione di uomini malvagi; giacché mentre la compagnia di uomini probi è già di per sé un esercizio di virtù, quella di uomini malvagi è già la completa dissoluzione di essa. Di ciò è testimone anche quello tra i poeti, che dice:

‘è dai prodi che imparerai le prodezze;
ma mescolato ai dissennati perderai anche il senno che hai’

e quell’altro che dice:

‘nondimeno, un uomo virtuoso a volte è vizioso;
altre volte è un prode’

[I,II,21] La mia testimonianza è in accordo con le loro parole. Osservo, infatti, che come quanti trascurano di ripetere costantemente le composizioni poetiche in versi, finiscono poi per dimenticarle; così pure quanti non curano la continua ripetizione dei discorsi didascalici, lasciano che essi vadano a finire nel dimenticatoio. E qualora uno abbia dimenticato i discorsi che mettono in guardia la mente, sono stati dimenticati anche i discorsi per i quali smaniava l’animo nostro quando si pasceva di temperanza. Dunque non sorprende che chi ha dimenticato tali discorsi si sia scordato anche della temperanza. [I,II,22] Osservo, inoltre, che quanti si sono lasciati attirare al bere, e che quanti sono inviluppati in tresche amorose, sono meno capaci di curarsi di ciò che merita cura e di tenersi lontani da ciò che non la merita. E molte persone che prima di innamorarsi erano capaci di gestire i propri risparmi, ne diventano incapaci da innamorati, sperperano il loro denaro, e non si astengono più da quei guadagni da cui si tenevano in precedenza lontani poiché li ritenevano vergognosi. [I,II,23] Com’è dunque fattibile che chi in precedenza era temperante tutt’a un tratto non lo sia più; e che da individuo capace di effettuare azioni giuste, egli ne divenga di botto incapace? A me sembra, pertanto, che tutte le azioni virtuose vadano continuamente messe in pratica: che si tratti dunque di una questione di costante esercizio, in particolar modo per la temperanza. È infatti nel nostro corpo stesso che sono stati connaturati all’animo quei piaceri che lo persuadono a non essere temperante, ed a gratificare invece, il più in fretta possibile, proprio quelli ed il corpo. [I,II,24] Finché furono sodali di Socrate, Crizia e Alcibiade riuscirono, avendo lui come alleato, a tenere a freno le loro smanie viziose. Quando però entrambi si allontanarono da Socrate, Crizia fuggì in esilio in Tessaglia, e lì fece comunella con uomini dediti all’illegalità piuttosto che alla giustizia. A sua volta Alcibiade, a causa del suo bell’aspetto essendo terreno di caccia di molte signore del gran mondo; subendo, grazie all’ascendente di cui godeva in città e presso gli alleati, le lusinghe di numerosi uomini di potere; e recitando facilmente il ruolo di primattore grazie al favore popolare di cui godeva: come accade agli atleti che primeggiano facilmente nelle gare e quindi trascurano di allenarsi, così anch’egli non si curò più di se stesso. [I,II,25] Dati questi fatti: due individui orgogliosi per la loro nascita, esaltati per le loro ricchezze, boriosi per il loro potere, lusingati da molti uomini; cosa c’è di sorprendente se entrambi, per tutti questi motivi e per essere stati a lungo lontani da Socrate, divennero oltracotanti? [I,II,26] E poi, se i due commisero delle malefatte, l’accusatore ne accagiona Socrate? E del fatto che Socrate li conobbe entrambi da giovani, quando verosimilmente si è più scriteriati e più sregolati, e ne fece due persone temperanti: ebbene l’accusatore non ritiene Socrate degno neppure della minima lode? In altri casi almeno, non è certo così che si giudica. [I,II,27] Quale flautista, quale citaredo, quale altro maestro che abbia fatto dei propri allievi dei musicisti capaci, è responsabile del fatto che poi essi, frequentando un altro maestro, suonino peggio? Qualora un figlio che passa molto tempo in compagnia di una persona temperante, diventi successivamente malvagio a causa della continua frequentazione di un’altra persona: ebbene, quale padre incolpa di ciò il primo amico del figlio e invece non lo loda, tanto più quanto più il figlio si mostra peggiore in seguito alla frequentazione del secondo amico? I padri stessi, qualora siano persone temperanti, pur convivendo con i figli non sono responsabili delle malefatte di questi ultimi. [I,II,28] Giustizia voleva che anche Socrate fosse giudicato allo stesso modo. Se dunque egli avesse commesso qualche azione spregevole, sarebbe apparsa del tutto verosimile la sua malvagità. Ma se invece egli aveva trascorso tutta la sua vita praticando costantemente la temperanza; come poteva egli, secondo giustizia, essere ritenuto responsabile di una viziosità che non risiedeva affatto in lui? [I,II,29] E tuttavia se, pur senza fare alcunché di malvagio, vedendo gli altri due effettuare azioni spregevoli, <Socrate> li lodava: allora egli giustamente sarebbe stato da rimproverare. A questo proposito, quando si accorse che Crizia voleva diventare l’amante di Eutidemo, e che cercava di abusare di lui come fanno quanti godono dei piaceri sessuali legati al corpo; Socrate lo trattenne dal farlo, dicendogli che il mendicare l’elemosina dall’amato, al quale l’amante vuole invece mostrarsi uomo di gran valore, come fanno i poveracci, supplici e incapaci di ricambiare, e per di più per nulla di nobile; non era un’azione da persona libera, e che si trattava di cosa per nulla confacente ad un uomo dabbene. [I,II,30] Ora, poiché Crizia non diede affatto retta a tali ammonimenti, né prese le distanze da Eutidemo, si racconta che Socrate, in presenza di molte altre persone e dello stesso Eutidemo, disse: “A me pare proprio che Crizia sia in preda ad una porcata, giacché smania in continuazione di strofinarsi contro Eutidemo, come fanno i maiali contro le pietre”. [I,II,31] Da quel momento Crizia prese ad odiare Socrate, al punto che quando egli, insieme con Caricle, divenne uno dei legiferatori dei Trenta, memore del suo rancore per Socrate, fece scrivere nelle leggi che ‘l’insegnamento dell’arte delle parole’ era da considerarsi a tutti gli effetti illegale. Questo fu il modo capzioso che Crizia scovò per ingiuriare Socrate, non avendo nei fatti alcun aggancio per metterlo con le spalle al muro, se non quello di imputargli una pratica costantemente attribuita a tutti i filosofi, e che lo calunniava davanti alla maggioranza dei cittadini. Io stesso, infatti, non ho mai sentito parlare così di Socrate; né mi sono mai accorto che qualcun altro abbia parlato di lui in questi termini. [I,II,32] Comunque , la cosa si riseppe. Infatti, mentre i Trenta continuavano a far uccidere molti dei cittadini, e non dei peggiori; ed istigavano molti altri a commettere delle ingiustizie, Socrate una volta disse: “A me sembra stupefacente che chi è diventato pastore di una mandria di buoi, e ne rende minore il numero dei capi e ne peggiora la qualità, non ammetta di essere un cattivo mandriano. Ma ancora più stupefacente a me sembra che chi è diventato capo di Stato e ne rende i cittadini minori di numero e peggiori di qualità, non si vergogni né creda di essere un cattivo capo di Stato”. [I,II,33] Quando ciò fu riferito a Crizia e a Caricle, i due convocarono Socrate, gli mostrarono il testo della legge e gli vietarono categoricamente di discutere con i giovani. Socrate chiese ad ambedue se gli fosse concesso di porre loro delle domande, nel caso non capisse qualcosa dei loro decreti. I due risposero affermativamente. [I,II,34] “Quanto a me”, disse allora Socrate, io sono prontissimo ad ubbidire alle leggi. Ed affinché io non faccia qualcosa di contrario alla legge, non per ignoranza bensì a mia insaputa, questo intendo sapere esplicitamente da voi: ‘l’arte delle parole’ dalla quale mi intimate di astenermi, voi ritenete che sia quella consistente di argomentazioni corrette, oppure quella consistente di argomentazioni scorrette? Se voi ritenete che si tratti di quella consistente di argomentazioni corrette, è evidente che io dovrei astenermi dall’argomentare correttamente. Se invece si tratta dell’arte consistente di argomentazioni scorrette, è evidente che io dovrei sforzarmi di argomentare correttamente”. [I,II,35] A questo punto Caricle, in un empito d’ira, gli disse: “Socrate, siccome tu sei un ignorantone, detto in un modo più comprensibile per te, il nostro decreto significa questo: tu non devi assolutamente più dialogare con i giovani”. Socrate gli rispose: “Affinché non ci siano ambiguità sulla mia stretta obbedienza a quanto è ordinato nel vostro decreto, definitemi esattamente fino a quale età la legge vuole che gli uomini siano dei giovani”. E Caricle chiarì: “Esattamente fino a quando non è concesso agli uomini far parte del Consiglio dei 500; giacché fino ad allora essi non sono capaci di intendere e di volere. Pertanto ti è vietato dialogare con persone che siano al di sotto dei trent’anni”. [I,II,36] “Neppure nel caso”, chiese Socrate, “che io stia comprando qualcosa? Oppure se uno più giovane di trent’anni mi sta vendendo qualcosa, non posso chiedergli a che prezzo me la vende?” “Per cose simili, sì che puoi”, rispose Caricle, “ma proprio tu, caro Socrate, sei solito fare la maggior parte delle tue domande sapendo già in anticipo quale sarà la risposta. Queste sono le domande che non devi fare”. “Dunque non devo rispondere”, chiese Socrate, “ad un giovane il quale mi chieda, ed io lo sappia, per esempio: ‘dove abita Caricle?’; oppure: ‘dov’è Crizia?’ ” “Per cose simili, sì che puoi”, rispose Caricle. [I,II,37] “Dunque, caro Socrate”, aggiunse Crizia, “ti toccherà astenerti dai tuoi calzolai, dai tuoi falegnami e dai tuoi fabbri ferrai, i quali secondo me ne hanno pure le scatole piene di essere diventati notori per opera tua”. “Astenermi quindi”, disse Socrate, “anche dal trattare gli argomenti ad essi legati: ossia alle questioni del giusto, del sacrosanto e così via?”. “Sì, per Zeus”, sottolineò Caricle, “e anche dai mandriani. Altrimenti, sta bene in guardia dal non fare tu pure diminuire il numero dei buoi”. [I,II,38] A questo punto divenne evidente che qualcuno aveva riferito ai due il discorsetto di Socrate sulla mandria di buoi, e che per questo motivo essi erano furibondi con lui. Della qualità dello stare insieme di Crizia con Socrate, e del modo in cui si trattavano l’un l’altro, s’è detto abbastanza.
[I,II,39] Io aggiungerei che nessuno riesce educato ad opera di un educatore che non gli sia gradito. A Crizia e ad Alcibiade, Socrate non era affatto gradito. Entrambi lo frequentarono tutto il tempo che lo frequentavano, ma fin dal principio il fine da cui i due erano mossi, era quello di diventare dei capi di Stato. E pertanto, quando erano insieme a Socrate, cercavano il modo di discutere con nessun altro, se non con coloro che maneggiavano faccende politiche. [I,II,40] Si racconta infatti che Alcibiade, ancor prima di avere raggiunto i vent’anni di età, quando Pericle era il suo tutore e il capo dello Stato, discutesse con lui delle leggi in questi termini. [I,II,41] “Dimmi, Pericle”, si narra che Alcibiade gli chiedesse, “avresti voglia di insegnarmi cosa sia una legge?” “Volentieri”, gli rispose Pericle. “Allora insegnamelo, in nome degli dei”, lo supplicò Alcibiade, “giacché quando io sento che alcuni uomini sono lodati per essere ligi alla legge, sarebbe giusto, io credo, che questa lode non toccasse a chi non sa cosa sia una legge”. [I,II,42] “Alcibiade”, gli rispose Pericle, “la spiegazione che cerchi sul cosa sia una legge, non è faccenda complicata da chiarire. Leggi sono tutte quelle deliberazioni scritte che la maggioranza dei cittadini, raccolta in assemblea, ha convalidato; specificando cosa bisogna fare e cosa bisogna non fare”. “E la decisione della maggioranza”, aggiunse Alcibiade, “è sempre quella di fare il bene oppure quella di fare il male?” “Per Zeus, giovanotto mio”, fu la risposta, “sempre il bene e mai il male”.
[I,II,43] “Ma se, come avviene negli Stati retti da una oligarchia, non è la maggioranza dei cittadini ma una minoranza riunita in assemblea, a scrivere cosa è d’uopo fare: queste deliberazioni cosa sono?” “Tutto ciò che”, fu la risposta di Pericle, “è stato deliberato e messo per iscritto su cosa sia d’uopo fare, da chi è a capo dello Stato: ebbene, si chiama ‘legge’ ”. “E dunque, se un tiranno, messosi a capo dello Stato, scrive quel che i cittadini debbono fare: anche queste deliberazioni sono delle leggi?” “Anche quanto scrive un tiranno che sia capo dello Stato”, rispose Pericle, “si chiama ‘legge’ ”. [I,II,44] “Cosa sono allora violenza e illegalità? Non sono forse”, sottolineò Alcibiade, “le azioni di chi, essendo più forte, costringe chi è più debole, non con la persuasione ma con la forza bruta, a fare qualunque cosa paia a lui?”. “Credo”, rispose Pericle, “che si tratti proprio di questo”. “E dunque illegale è tutto ciò che un tiranno fa mettere per iscritto e costringe i cittadini i fare, senza averli persuasi?” “A me sembra”, disse Pericle, “che sia proprio questo. Quindi rinnego quanto da me detto poco fa, cioè che sia legge ciò che un tiranno fa mettere per iscritto senza il consenso dei cittadini”. [I,II,45] “Quindi, tutto ciò che una minoranza, senza il consenso della maggioranza, fa mettere per iscritto con l’uso della forza bruta, lo chiameremo violenza oppure lo chiameremo non-violenza?” “A me sembra”, ribadì Pericle, “che tutto quanto, sia esso messo per iscritto o non per iscritto, uno costringe un altro a fare contro il suo consenso, non è una legge ma è piuttosto violenza”. “E ciò che la stragrande maggioranza dei cittadini, usando la forza bruta contro i possidenti facoltosi, fa mettere per iscritto contro il loro consenso, non sarebbe violenza piuttosto che legge?” [I,II,46] “Va bene così, Alcibiade”, disse Pericle, “alla tua età anche noi eravamo abilissimi in cose di questo genere. Infatti questi giochetti anche noi li facevamo per esercizio, e ci sofisticavamo sopra. Erano proprio tali e quali a quelli sui quali anche tu ora mi sembri esercitarti”. Ed Alcibiade gli rispose: “Pericle, oh! se io t’avessi incontrato a quel tempo, quand’eri al culmine della tua abilità in questi esercizi!” [I,II,47] Quindi, non appena concepirono di essere di un livello superiore a quello dei comuni governanti, Crizia e Alcibiade cessarono di frequentare Socrate. Peraltro, ad essi Socrate non riusciva affatto gradito; e, quando capitasse loro di trovarsi con lui, sempre si adontavano per le sue contestazioni dei loro errori. Si diedero perciò a praticare la politica, che è il motivo per cui si erano avvicinati a Socrate. [I,II,48] Invece Critone era un vero discepolo di Socrate, come lo erano Cherefonte, Cherecrate, Ermogene, Simmia, Cebete, Fedone ed altri ancora; i quali furono suoi sodali, non allo scopo di diventare capaci di discorsi parlamentari o forensi, ma affinché, una volta diventati uomini dabbene, diventassero capaci di trattare come si deve in casa, con i domestici, con i familiari, con gli amici, con lo Stato e con i cittadini. E nessuno di costoro, né da più giovane né da più vecchio, fece mai del male, né si attirò delle accuse.
[I,II,49] “Ma Socrate”, diceva l’accusatore, “insegnava a infangare la figura del padre. Intanto, persuadendo i suoi sodali che lui stava facendo di essi delle persone più sapienti dei loro padri; e poi affermando che era legale far incatenare chi era demente, fosse pure il proprio padre; prendendo a testimone di ciò la legalità del fatto che l’uomo più incolto fosse fatto incatenare da chi era più sapiente di lui”. [I,II,50] In realtà, l’opinione di Socrate era che chi fa incatenare qualcuno per incultura, secondo giustizia dovrebbe essere pure lui fatto mettere in catene da coloro che hanno le conoscenze che egli non ha. Su simili problemi, Socrate prendeva spesso in considerazione per cosa differisca la pazzia dall’incultura; e mentre riteneva che mettere in catene i pazzi fosse cosa utile sia per loro che per i loro amici; pensava invece che chi non aveva le dovute conoscenze, era giusto che le imparasse da chi quelle conoscenze le aveva. [I,II,51] “Ma Socrate”, insisteva l’accusatore, “rendeva disonorevoli agli occhi dei suoi sodali non soltanto i padri, ma anche gli altri congeneri; poiché sosteneva che i congeneri non sono di giovamento alcuno né ai sofferenti né a coloro che sono sotto processo, in quanto l’aiuto ai primi viene dai medici, ed ai secondi da coloro che sanno fare gli avvocati difensori. [I,II,52] A proposito degli amici”, aggiungeva poi l’accusatore, “Socrate sosteneva che la loro benevolenza non è di alcun pro, a meno che essi non siano capaci d’essere di qualche reale giovamento; e che i soli ad essere degni d’onore sono coloro che sanno cos’è che bisogna fare e sono capaci di spiegarlo a parole. Convincendo dunque i giovani di essere al vertice della sapienza e di essere il più capace di tutti a rendere sapienti gli altri, egli disponeva i suoi sodali in modo tale che, ai loro occhi, tutti gli altri nulla valevano a paragone di lui”. [I,II,53] Io, queste parole sui padri, sugli altri congeneri e sugli amici, ho visto Socrate pronunciarle. Ed oltre a queste parole, gli ho anche sentito dire che, una volta che l’animo sia uscito dal corpo, animo nel quale soltanto prende sede la saggezza, tutti costoro portano fuori casa e fanno sparire il più in fretta possibile il corpo del familiare, sia pur egli il più stretto. [I,II,54] Egli diceva anche, a proposito del corpo, che pur essendo esso, quando è in vita, ciò che più di tutto l’uomo ama, qualunque parte di esso che sia inutile o inservibile, è però l’uomo stesso a togliersela; oppure ad offrirla ad un altro perché gliela tolga. Sono gli uomini stessi a tagliarsi le unghie, i capelli e i calli; e ad offrire ai medici certe parti del corpo da mozzare e da cauterizzare pur tra dolori e sofferenze; ritenendo anzi che, per via di ciò, tocchi pagare ai medici anche un compenso. E sono ancora gli uomini stessi a sputare la loro saliva il più lontano possibile, giacché rimanendo essa nella bocca non è loro di alcun giovamento, ma anzi assai li danneggia. [I,II,55] Socrate, queste parole le pronunciava, non insegnando a sotterrare vivo un padre o a tagliare a pezzi se stessi; ma mettendo in tutta evidenza che ciò ch’è privo di mente è spregevole; e invitando quindi a dedicare ogni studio all’essere saggi e davvero giovevoli al massimo grado; affinché chi vuole essere tenuto in onore dal padre o dal fratello o da qualcun altro, ciò non trascuri, fidandosi del fatto di essere un familiare stretto, ma invece si sforzi di essere di reale giovamento a coloro dai quali vuole essere tenuto in onore.
[I,II,56] L’accusatore sosteneva poi che Socrate trasceglieva i peggiori versi dei più celebrati poeti, e che usando questi come testimonianze, insegnava ai suoi sodali come essere malfattori e tirannici. Il verso di Esiodo è questo:

‘Nessun lavoro è un’onta, l’inazione invece è un’onta’

e Socrate sosteneva che il poeta, con questo verso, intimava di non astenersi da qualunque genere di lavori, fossero essi ingiusti oppure indecenti, e di fare anche questi a motivo di guadagno. [I,II,57] In realtà, Socrate avrebbe giudicato del tutto ammissibile considerare cosa giovevole e buona per un uomo l’essere un lavoratore, ed invece l’essere ozioso una cosa dannosa e cattiva: dunque un bene il lavorare e un male l’oziare. Egli sosteneva quindi che quanti fanno qualcosa di buono, stanno lavorando e sono lavoratori; mentre coloro che giocano a dadi o fanno qualcos'altro di malvagio e di nocivo, egli li soprannominava ‘gli oziosi’. Tenuto conto di queste precisazioni, risulterebbe corretto il verso di prima:

‘Nessun lavoro è un’onta, l’inazione invece è un’onta’

[I,II,58] L’accusatore denunciava poi che spesso Socrate citava questo passaggio di Omero, nel quale si dice che Odisseo:

‘Ed ogni capo o scelto eroe che incontrava,
con parole serene lo tratteneva standogli accanto:
“Pazzo, non va che a te come a un vile io faccia paura.
Ma siedi, e fa’ che siedano gli altri soldati”.
Chiunque poi del volgo vedeva e trovava a urlare,
con lo scettro lo batteva, con parole sgridava:
“Pazzo, stattene fermo a sedere, ascolta il parere degli altri,
che sono più forti di te; tu sei vigliacco e impotente,
non conti nulla in guerra e nemmeno in Consiglio”

e che lo spiegava asserendo che così il poeta loderebbe le solenni bastonature di popolani e di poveracci. [I,II,59] Invece Socrate non intendeva affatto dire questo, altrimenti avrebbe creduto di dover essere lui stesso preso a bastonate. Egli intendeva piuttosto far notare che quanti non sono di alcun giovamento né a parole né a fatti, che sono incapaci di essere d’aiuto all’esercito, allo Stato ed al popolo stesso, qualora ve ne sia il bisogno; e che fanno i gradassi soprattutto contro il popolo: ebbene le azioni di costoro devono essere impedite in ogni modo, quand’anche si trattasse, caso mai, di persone ricchissime.
[I,II,60] Quanto a Socrate, egli era manifestamente tutto il contrario di simile gente, essendo egli uno favorevole al popolo e un filantropo. Egli, infatti, accettava di buon grado la compagnia di persone tanto della città quanto straniere, che fossero desiderose di frequentarlo; e non fece mai loro la richiesta di alcun pagamento per essere ammessi tra i suoi sodali, ma alle domande di tutti sovveniva in abbondanza con i suoi ripensamenti. Alcuni di questi sodali, si appropriavano poi gratuitamente di piccole parti di questi suoi ripensamenti, e li vendevano a gran prezzo ad altre persone, mostrando così di essere niente affatto dalla parte del popolo, visto che non volevano mai intavolare un discorso con chi non fosse fornito di denaro contante. [I,II,61] A confronto di altri uomini, Socrate dette anche un grandissimo lustro alla propria città; molto più di quanto fece il Lacedemone Lica, il quale si fece un gran nome per questo: ossia perché riceveva a cena gli ospiti stranieri che venivano a Sparta nel tempo in cui si celebravano le Gimnopedie. Socrate, invece, lungo il corso della sua intera vita, mettendo a disposizione di ognuno le grandissime doti che aveva, giovò a tutti quanti vollero servirsi di lui, giacché coloro con i quali si trovò insieme, sempre li congedava dopo averli resi migliori di prima. [I,II,62] Essendo dunque chi era, a me Socrate sembrava una persona degna di essere trattata della città con ogni onore, e non condannata a morte. E chi considerasse la sua vicenda da un punto di vista legale, troverebbe questo stesso risultato. Infatti, la pena di morte è la condanna che spetta a chi si sia manifestamente dimostrato un ladro, un rubavestiti, un tagliaborse, uno scassinatore, uno che riduce qualcuno in schiavitù, uno che si è macchiato di furti sacrileghi: tutti delitti dai quali Socrate si tenne lontano quant’altri uomini mai. [I,II,63] Invero, per la sua città egli non fu mai causa del sopravvenire di una guerra finita male, di una sedizione civile, né di episodi di tradimento, né di qualunque altra sorta di malefatta. In privato, non spogliò mai uomo alcuno dei suoi beni, né lo inviluppò in male alcuno; né fu mai denunciato per alcun episodio del genere. [I,II,64] Come poteva egli essere colpevole di quanto era scritto nell’atto di accusa? Egli, invece di non legittimare l’esistenza degli dei, come era stato scritto nella denuncia, era, al contrario, un manifesto cultore degli dei, più di quanto lo fossero tutti gli altri uomini. E invece di rovinare i giovani, visto che l’accusatore pure di ciò lo incolpava, egli si dava cura di far cessare le smanie malvage di quanti tra i suoi sodali di queste fossero preda, e li esortava invece a smaniare per quella nobilissima e grandiosissima virtù, grazie alla quale gli Stati e le famiglie prosperano. Così facendo, come poteva Socrate non essere meritevole di grandi onori da parte della sua città?
[I,III,1] Ora, siccome a me pare che Socrate giovasse ai suoi sodali, dimostrando, sia nei fatti che a parole, di cosa era capace; scriverò ora, su queste vicende, ciò di cui conservo memoria. Quanto al culto degli dei, era manifesto che egli operava e parlava al modo in cui la Pizia rispondeva a coloro che la interrogavano sul come comportarsi circa i riti sacrificali, sul culto degli antenati o su qualcos'altro del genere. E siccome il responso oracolare della Pizia è che quanti sono ligi alle leggi dello Stato sono al tempo stesso pii verso gli dei, Socrate così faceva lui stesso, e questo ammoniva gli altri a fare; mentre quanti facevano diversamente, egli la riteneva gente ossessionata dagli scrupoli. [I,III,2] L’auspicio che rivolgeva agli dei era semplicemente che essi gli concedessero dei beni, dato che gli dei sanno benissimo quali siano i beni. Coloro che invece auspicano per se stessi dell’oro o dell’argento o il potere assoluto o qualcos'altro del genere, egli riteneva che auspicassero per sé nulla di diverso dal buon esito di una posta al gioco dei dadi, o di una rissa o di qualcun'altra di quelle cose delle quali è manifestamente impossibile conoscere in anticipo come riescano. [I,III,3] Offrendo egli piccoli sacrifici che traeva dalle sue piccole sostanze, credeva però di non essere affatto da meno di coloro che offrivano molti e grandi sacrifici, traendoli dalle loro molte e grandi sostanze. Soleva anche dire che non si confaceva affatto agli dei il rallegrarsi più delle grandi offerte sacrificali che delle piccole, giacché così facendo sarebbero risultate loro gradite più le offerte dei malvagi che quelle degli uomini probi. Egli, quindi, riteneva che gli dei si rallegrino di più degli onori loro resi da quanti sono loro più devoti., e lodava questo verso:

‘Agli dei immortali offri sacrifici secondo le tue possibilità’

aggiungendo che nel trattamento degli amici, degli stranieri, e qualunque sia lo stile di vita, quel detto ‘offri secondo le tue possibilità’ era un bell’ammonimento. [I,III,4] Se qualcosa gli sembrava essere una segnalazione divina, piuttosto cha a disobbedire ai segnali degli dei, sarebbe stato più facile convincerlo a prendere quale guida un cieco che non conosce la strada, invece di qualcuno che ha un’ottima vista e che conosce la strada. Quanto agli altri, egli denunciava la stupidità di coloro che, per custodirsi immuni dal discredito presso gli uomini, fanno qualcosa che è contrario ai segnali degli dei. Quanto a lui, disdegnava tutte le opinioni umane, se paragonate al consiglio degli dei. [I,III,5] Il suo stile di vita comportava l’educazione sia dell’animo che del corpo; e seguendo tale stile di vita, a meno che non accada qualcosa di sovrumano, un uomo se la passerebbe sempre con fiducia, e nella piena sicurezza di non mancare mai della necessaria quantità di denaro da spendere. Era così frugale, poi, che io non so davvero se uno possa lavorare tanto poco da non ricevere per mercede almeno la somma che a Socrate bastava per vivere. Consumava la quantità di cibo strettamente necessaria a mangiare di gusto, ed era preparato a considerare già l’appetito quale il suo condimento. Qualunque bevanda gli era gradita, visto che egli non beveva se non aveva sete. [I,III,6] Se qualche volta gli veniva voglia di andare ad un pranzo al quale era stato invitato, gli riusciva facile il tenersi ben lontano da ciò che è invece gravosissimo da evitare per la maggioranza della gente, ossia il rimpinzarsi di cibo assai al di là della sazietà. A quanti erano incapaci di fare come lui, egli consigliava di tenersi ben lontani almeno dagli aperitivi, ossia da quei cibi che invogliano coloro che non hanno fame, a mangiare; e coloro che non hanno sete, a bere; poiché soleva dire che si tratta di bocconi che guastano lo stomaco, la testa e l’animo. [I,III,7] A scherno dei più, egli era solito dire di credere che Circe trasformi gli uomini in maiali, facendoli pranzare a base di una gran quantità di siffatti aperitivi; e che Odisseo non diventi un maiale sia per ciò che Ermes gli somministra, sia per la padronanza che egli ha di se stesso, astenendosi così dall’accostarsi a quegli aperitivi, ed a rimpinzarsene oltre la sazietà.
[I,III,8] Su tali argomenti, questo era ciò che egli soleva dire, un po’ scherzando e un po’ facendo sul serio. Quanto ai piaceri sessuali, egli esortava fortemente ad astenersi dai bei giovanotti, giacché non è facile che rimanga temperante chi si accosta a siffatti piaceri. Una volta, avendo saputo che Critobulo, il figlio di Critone, aveva baciato il figlio di Alcibiade, che era un bel giovanotto, Socrate chiese a Senofonte: [I,III,9] “Dimmi un po’, Senofonte, non ritenevi tu che Critobulo fosse una persona temperante piuttosto che sfrontata, e preveggente piuttosto che temeraria?” “Sì, cero che lo credevo” gli rispose Senofonte. “Da questo momento in poi, ritienilo una testa calda pronta a tutto; uno che farebbe i salti mortali dentro e fuori di un cerchio di spade o che salterebbe dentro il fuoco”. [I,III,10] “Ed è vedendolo fare cosa”, chiese Senofonte, “che lo hai riconosciuto capace di simili prodezze?” “Cosa ha fatto? Costui ha avuto l’ardire di baciare il figlio di Alcibiade, che è bellissimo di viso e nel fior degli anni”. “Ma se questa è temerarietà”, sorrise Senofonte, “mi ritengo anch’io pronto a correre un rischio simile!”. [I,III,11] “Oh te infelice!”, continuò Socrate, “Cosa credi di sperimentare, dopo avere baciato un bel ragazzo? Non è forse vero che all’istante sei diventato uno schiavo, mentre prima eri un uomo libero; uno che spende molto denaro per dei piaceri dannosi; uno che ha pochissimo tempo libero da dedicare al vivere da galantuomo, e che si dedica invece interamente a farsi costringere ad azioni alle quali non si dedicherebbe neppure se fosse pazzo?” [I,III,12] “Per Eracle”, disse Senofonte, “quanto è terribile la forza che tu attribuisci al bacio!” “E te ne stupisci?”, continuò Socrate, “Non sai che i falanghi, pur non arrivando neppure alla grandezza di un mezzo obolo, quando s’attacchino alla bocca, tribolano gli uomini con doglie strazianti che li mandano fuori di senno?” “Sì, per Zeus”, rispose Senofonte, “lo so; perché i falanghi iniettano qualcosa con il loro morso”. [I,III,13] “Ma stupidotto”, gli disse Socrate, “credi tu che baciando i bei ragazzi, costoro, soltanto perché tu non lo vedi, non iniettino in te qualcosa? Non sai che questa belva, chiamata un ‘bel ragazzo nel fior degli anni’, è di molto più terribile dei falanghi; in quanto questi iniettano qualcosa soltanto dopo essersi attaccati alla loro vittima; mentre il bel ragazzo non ha alcun bisogno di toccare la vittima, ma basta che uno lo veda perché egli da lontano inietti nella sua vittima qualcosa che la farà impazzire? [E forse è questo il motivo per cui gli ‘amorini’ sono chiamati arcieri, giacché è da lontano che i bei ragazzi feriscono] Perciò io ti consiglio, mio caro Senofonte, qualora tu veda un bel ragazzo, di fuggire a gambe levate; e a te, Critobulo, consiglio di passare un anno intero lontano da qui: e così, forse a stento, nel frattempo risanerai”. [I,III,14] Per quanto concerne i piaceri sessuali, Socrate pensava, dunque, che così dovessero comportarsi tutti coloro che non hanno di essi il sicuro dominio: ossia che l’animo non accetti i piaceri sessuali dei quali il corpo non ha assoluto bisogno, e che non creino impacci all’animo quelli dei quali il corpo ha invece assoluto bisogno. Quanto a se stesso, poi, egli era, a questo riguardo, chiaramente così preparato, che dai bei ragazzi nel fior degli anni si asteneva più facilmente di quanto gli altri si astenessero dai ragazzi laidissimi e stagionatissimi. [I,III,15] Quanto al cibo, al bere e ai piaceri sessuali, così egli disponeva per sé; e giudicava di sentirsi appagato a sufficienza, certamente non meno di quanti si davano un gran da fare per essi, ed anzi di andare incontro ad angustie molte meno volte di loro.
[I,IV,1] Se vi sono persone le quali ritengono che Socrate era diventato, sì, abilissimo nell’esortare gli uomini alla virtù, e però incapace di prenderli e condurli fino ad essa, come taluni scrivono e raccontano quando il discorso cade su di lui: ebbene, che costoro analizzino non soltanto le affermazioni che egli, a mortificazione di coloro che credono di sapere tutto, confutava ponendo loro delle domande; ma anche ciò che egli diceva quando passava l’intera giornata in compagnia; e soltanto dopo, queste persone valutino la capacità di Socrate di rendere migliori i suoi sodali. [I,IV,2] Parlerò in primo luogo delle cose che una volta ho sentito dire da lui a proposito del suo démone, mentre dialogava con Aristodemo, quello soprannominato ‘il piccolo’. Avendo appreso che costui non offriva sacrifici agli dei, non rivolgeva loro preghiere, non usava la mantica, e che derideva pure quanti praticavano simili attività, Socrate gli chiese: “Dimmi un po’, Aristodemo, esistono degli uomini che tu hai ammirato per la loro sapienza?” “Certamente esistono” rispose Aristodemo. [I,IV,3] E Socrate aggiunse: “Dimmi i loro nomi”. “Dunque, quanto alla poesia epica, colui che io ho ammirato di più è Omero; quanto alla ditirambica è Melanippide, quanto alla tragedia è Sofocle, quanto alla scultura è Policleto e quanto alla pittura è Zeusi”. [I,IV,4] “E a te sembrano più degni di meraviglia i facitori di simulacri privi di mente e di moto, oppure i facitori di esseri viventi dotati di mente e capaci di varie attività?” “Per Zeus, di sicuro i facitori di esseri viventi, se codesti nascono non per qualche caso fortuito, ma ad opera di un facitore intelligente”. “Ora, delle cose di cui è impossibile congetturare lo scopo, e di quelle che sono manifestamenti fatte in vista di un qualche giovamento: quali delle due giudichi originate dalla sorte, e quali originate dall’intelligenza?” “Si confà che opera dell’intelligenza siano quelle nate per giovare”. [I,IV,5] “Non ti pare, dunque, che il facitore degli uomini li abbia fin da principio dotati di sensi, grazie ai quali percepire ciascuna delle cose che li circondano: gli occhi per vedere le cose visibili e le orecchie per sentire i suoni? E gli odori sarebbero per noi di qualche pro, se noi non fossimo stati dotati, in aggiunta, delle narici? E quale sensazione avremmo noi del dolce, dell’aspro, del piacevole, se non fosse stata fatta la lingua, che attraverso la bocca le discerne una dall’altra? [I,IV,6] Oltre a queste, non pare anche a te che somiglino ad opere della prònoia anche altre cose che dirò adesso? Poiché quello della vista è un organo debole, l’occhio è stato dotato di porte, quelle che usiamo chiamare palpebre; sicché quando c’è bisogno di utilizzare la vista, le palpebre si spalancano, e invece quando dormiamo esse collabiscono e spengono la vista. Affinché poi i venti non li danneggino, la natura ha dato agli occhi, a mo’ di filtro, le ciglia; e al di sopra degli occhi, a mo’ di gronda, sporgono le sopracciglia, affinché neppure il sudore che scende dal capo sia loro di nocumento. L’organo dell’udito accoglie tutti i suoni, senza però esserne mai troppo ripieno. I denti incisivi di tutti gli animali sono adatti a tagliare il cibo, mentre quelli molari sono fatti per ricevere il cibo da quelli e per macinarlo. La bocca, grazie alla quale gli animali ingeriscono i cibi che appetiscono, è posta vicino agli occhi e alle narici. Poiché gli escrementi sono di odore sgradevole, lo sbocco del loro canale è volto verso la parte posteriore del corpo, ed è posto il più lontano possibile dagli organi di senso. Pertanto, di tutte questa cose così pronoeticamente effettuate, tu dubiti se esse siano opere del caso oppure dell’intelligenza?” [I,IV,7] “No, per Zeus”, rispose Aristodemo, “a chi analizza a fondo la faccenda, queste opere appaiono come il capolavoro di un demiurgo sapiente ed amante degli animali”. “E l’ingenerare negli animali la pulsione alla generazione dei figli, nelle madri la pulsione ad allevarli, e nei figli allevati la grandissima bramosia di vivere e la grandissima paura della morte?” “Senza dubbio, anche queste cose appaiono opere di qualcuno che ha deliberato che esistessero gli animali”. [I,IV,8] “Secondo te, ritieni di avere in te qualcosa che è dotato di raziocinio?” “Interrogami, e io ti risponderò”. “Credi tu che al di fuori di te, da nessun’altra parte esista qualcosa dotato di raziocinio? Tu sai di avere nel tuo corpo una piccola quantità di terra, terra che di suo è tantissima; una esigua quantità di acqua, che è molta anch’essa; e una certa quantità degli altri elementi, che sono in quantità enorme; e che ad opera di chi ha preso di ciascuno una piccola parte, è stato messo insieme armoniosamente il tuo corpo? Dunque la mente, che da sola non sta da nessuna parte, donde credi tu di averla fortunosamente ghermita? E queste cose che sono in quantità stragrande e di una moltitudine illimitata, credi tu che si dispongano ordinatamente grazie ad una qualche forma di assenza di raziocinio?” [I,IV,9] “Sì, per Zeus; giacché non ne vedo gli artefici, come invece vedo gli artigiani artefici delle opere d’arte che qui da noi si producono”. “Infatti, neppure vedi l’animo tuo, che è il signore del corpo. Eppure è grazie all’animo che hai la potestà di dire che tutto ciò che fai, lo fai non per intelligenza ma per caso”. [I,IV,10] “Socrate, io non disdegno il démone”, esclamò Aristodemo, “ma lo ritengo qualcosa di troppo grandioso perché esso abbia bisogno del mio culto”. “Dunque, quanto più grandioso è il démone che si degna di prendersi cura di te”, gli rispose Socrate, “tanto maggiore è il dovere che hai di rendergli onore”. [I,IV,11] “Socrate, tu lo sai bene. Se io ritenessi”, continuò Aristodemo, “che gli dei si preoccupano di qualche faccenda che riguarda gli uomini, ebbene io non ne trascurerei il culto”. “E perché ritieni che gli dei non si preoccupino degli uomini? Gli dei, infatti, in primo luogo hanno fatto dell’uomo, unico tra gli animali, un essere capace di stare in posizione eretta; e questa posizione eretta fa sì che egli possa vedere più lontano, guardare meglio le cose che gli stanno al di sopra, e in tal modo subire da loro meno danni. In secondo luogo, mentre agli altri animali, che prima strisciavano soltanto, gli dei diedero i piedi, piedi che concedono loro soltanto la possibilità di camminare; all’uomo diedero invece anche le mani; mani con le quali noi operiamo la maggior parte delle azioni, e grazie alle quali siamo molto più felici di quelli. [I,IV,12] Quanto alla lingua, benché tutti gli animali ne abbiano una, gli dei fecero sì che soltanto la lingua dell’uomo fosse capace di entrare in contatto, ora qui e ora là, con parti diverse della bocca; di articolare così la voce, e quindi di segnalare qualunque cosa tra di noi si voglia. Inoltre, quanto ai piaceri sessuali, gli dei li hanno concessi agli altri animali limitandoli unicamente ad un certo periodo dell’anno; mentre a noi li hanno concessi in godimento continuo, fino alla vecchiaia”. [I,IV,13] Eppure non bastò alla divinità il prendersi cura del corpo dell’uomo; ma, cosa ancor più grandiosa, essa ingenerò in lui un animo di somma eccellenza. Infatti, in primo luogo, l’animo di quale altro animale si accorge dell’esistenza di divinità che hanno disposto in ordine perfetto i grandissimi e splendidi corpi celesti? Quale altra schiatta, se non quella degli uomini, rende culto agli dei? Quale specie di animo è più capace di quello umano di premunirsi in anticipo contro la fame, la sete, il freddo, il caldo; di curare le malattie, di tenere allenata la forza fisica, di faticare per apprendere; e più capace di tenere a mente quanto ha sentito o visto o imparato? [I,IV,14] Non ti è evidente a sufficienza che, a differenza degli altri animali, gli uomini passano la vita come degli dei, essendo per natura superiori agli animali sia di corpo che d’animo? Neppure se avesse il corpo di un bue e l’intelligenza di un uomo, egli potrebbe fare ciò che vuole. Né gli animali che hanno le mani ma sono privi di raziocinio, hanno alcun vantaggio sugli altri. Tu che invece hai ottenuto in sorte entrambe queste due pregevolissime cose, credi che gli dei non si prendano cura di te? Cosa dovranno essi fare, così che tu li creda preoccuparsi di te?” [I,IV,15] “Quando invieranno, come tu affermi che essi inviano, dei consiglieri circa le cose che bisogna fare e non fare”. “Ma quando gli dei”, disse allora Socrate, “rispondono attraverso la mantica agli Ateniesi che cercano di sapere qualcosa da loro, non ti pare che gli dei stiano rispondendo anche a te? E quando gli dei mandano ai Greci, o anche a tutti gli uomini, dei portenti a segnalazione di qualcosa, li dispongono forse con trascuratezza, escludendone unicamente te solo? [I,IV,16] Credi tu che essi abbiano ingenerato negli uomini l’opinione che gli dei possono fare del bene e del male, se di ciò non fossero davvero capaci; e che su questo gli uomini si siano ingannati tutto il tempo, non essendosene mai accorti? Non vedi tu che le più durature e sapienti istituzioni umane, ossia gli Stati e le Nazioni, sono anche le più timorate degli dei, e che le età più ricche di saggezza sono anche le più diligenti nel culto degli dei? [I,IV,17] Mio caro Aristodemo, sappi anche che la mente, finché è in te, manipola il tuo corpo come vuole. Bisogna pertanto credere che il raziocinio inerente all’universo dispone tutte le cose nel modo che più gli aggrada; che se la tua vista non può andare oltre un certo numero di stadi, l’occhio della divinità può invece cogliere la totalità con un solo sguardo; e che se il tuo animo può darsi pensiero delle cose di qui, di quelle in Egitto e di quelle in Sicilia, il raziocinio della divinità è capace di prendersi cura di tutte quante esse. [I,IV,18] Se dunque, è essendo premuroso con gli uomini, che tu riconoscerai quali di essi intendano contraccambiarti con altrettante premure; che è facendo dei favori che riconoscerai chi intende contraccambiati con altrettanti favori; e che è consigliandoti con gli uomini che imparerai quali di essi sono saggi; allo stesso modo metterai alla prova gli dei rendendo loro il culto dovuto, e se essi vorranno darti consigli circa faccende il cui esito è del tutto dubbio agli uomini, riconoscerai finalmente che la divinità è così grande e così fatta che tutto vede, tutto ode, dappertutto è presente, e di tutte le cose si prende cura”. [I,IV,19] Dicendo queste parole, a me sembra che Socrate facesse in modo che i suoi sodali si astenessero da ogni empietà, da ogni ingiustizia e da ogni viltà, non soltanto quando erano visti dagli uomini ma anche quand’erano soli, proprio perché, qualunque cosa facessero, erano convinti di non poter sfuggire alla vista degli dei.
[I,V,1] Se poi la temperanza è per l’uomo un possesso virtuoso, analizziamo se è dicendo parole come le seguenti, che Socrate soleva far avanzare i suoi sodali verso tale virtù: “Signori, nel caso ci sopravvenisse una guerra e decidessimo di eleggere un uomo grazie al cui comando uscire noi salvi e sottomettere i nemici; sceglieremmo forse qualcuno che ci accorgiamo essere schiavo del ventre, o del vino, o dei piaceri sessuali, o del sonno? Come ritenere che un individuo di tal fatta, farà noi salvi e ridurrà alla nostra mercé i nemici? [I,V,2] Se noi, ormai in fin di vita, decidessimo di affidare a qualcuno l’educazione dei figli maschi, o la custodia delle figlie femmine non sposate, o la salvaguardia del nostro denaro, riterremmo a questo scopo degno di fiducia, chi non è padrone di sé? Affideremmo noi il nostro bestiame, i magazzini, la soprintendenza dei lavori necessari, ad uno schiavo che non ha padronanza di sé? Vorremmo noi prendere gratis quale servo incaricato degli acquisti, uno schiavo di tal fatta? [I,V,3] Ordunque, se noi non accoglieremmo in casa nessuno, neppure uno schiavo, che mancasse di temperanza; come può non essere cosa di gran pregio che il padrone di casa stia bene in guardia dal diventare egli stesso un intemperante? All’intemperante, inoltre, non accade quel che accade all’avaro. Infatti, come l’avaro, sottraendo i denari ad altrui pensa di arricchire se stesso; così pure l’intemperante, mentre è dannoso agli altri, crede di giovare a se stesso. Invece chi non è padrone di sé, mentre fa del male agli altri, fa molto più male a se stesso; e fare malissimo non è soltanto il rovinare la propria casa, ma anche il rovinare il proprio corpo e il proprio animo. [I,V,4] Chi godrebbe della compagnia di un intemperante, che tutti vedrebbero indulgere alle pietanze e al vino più che intrattenersi piacevolmente con gli amici, ed aver care le puttane più dei compagni di banchetto? Non è forse d’uopo che l’uomo il quale ritiene che la padronanza di sé sia il fondamento della virtù, in ogni occasione e in primo luogo la strutturi saldamente come tale nell’animo suo? [I,V,5] Chi è privo di temperanza, come potrebbe imparare qualcosa di buono, o metterlo in pratica come si deve? Chi non sarebbe maldisposto sia di corpo che d’animo, se è schiavo dei piaceri? Sì, per Era; a me sembra del tutto auspicabile che un uomo libero non si imbatta mai in uno schiavo di tal fatta; e che chi è schiavo di siffatti piaceri supplichi gli dei di farlo imbattere in buoni padroni, giacché soltanto così egli potrebbe condursi a salvamento. [I,V,6] Questo era ciò che Socrate diceva. Ma egli si dimostrò padrone di sé ancor più nelle opere che a parole. Egli, infatti, aveva piena padronanza di sé non soltanto a riguardo dei piaceri corporali, ma anche riguardo al denaro; poiché riteneva che chi prende denaro a prestito in quantità abnorme, istituisce per se stesso un padrone e si fa schiavo di una schiavitù tale che non ne esiste una più vergognosa.
[I,VI,1] Vale la pena di non lasciare da parte anche il discorso che Socrate ebbe con Antifonte il sofista. Infatti Antifonte, volendo far suoi i discepoli di Socrate, direttosi verso di lui ed in presenza di quelli, parlò così: [I,VI,2] “Socrate, io usavo credere che i filosofi praticanti dovessero diventare persone felicissime. A me pare che tu, invece di vantaggi, abbia ritratto dalla filosofia tutto il contrario. Infatti, tu stai vivendo in un modo tale, che neppure uno solo degli schiavi che campano sotto un padrone, potrebbe reggere. Mangi cibi e bevi bevande vilissime; ti cingi d’una mantellina non solo vile ma che è sempre la stessa d’estate e d’inverno; e passi la vita scalzo e senza una tunica. [I,VI,3] Non accetti denaro, il quale invece è cosa che mette di buonumore chi lo riceve, e permette a chi lo possiede di vivere in modo più libero da affanni e più piacevole. Se pertanto, come accade nel caso delle altre opere, gli insegnanti sono la dimostrazione vivente del fatto che gli allievi diventano loro imitatori, e che quindi tali anche tu finirai per rendere i tuoi sodali; credi pure di essere l’insegnante dell’infelicità”. [I,VI,4] Al che Socrate replicò: “Antifonte, mi sembra che tu ti sia fatta l’idea che io vivo una vita sommamente miserevole, onde mi sono convinto che tu sceglieresti di morire piuttosto di vivere come vivo io. Ordunque, analizziamo in dettaglio cos’è della mia vita che tu hai avvertito come insopportabile. [I,VI,5] È forse il fatto che quanti accettano del denaro, necessariamente devono poi applicarsi al lavoro per il quale vengono pagati; mentre io, non facendomi pagare, non ho alcun obbligo di discutere con chi non voglio discutere? È perché ritieni vilissimo il mio vitto, e che io mangi, per un verso, cose assai meno salubri delle tue o, per un altro verso, cose che forniscono assai meno vigoria? I componenti della mia dieta sono forse molto più difficili a procurarsi di quelli della tua, e sono forse assai più rari e assai più costosi? È forse perché i pasti che tu ti prepari hanno un sapore più piacevole di quelli che mi preparo io? Non sai che più piacevole uno trova il cibo che mangia, di meno pietanze ha bisogno? E che più piacevole uno trova quel che beve, minore è smania che ha per le bevande che non sono sulla tavola? [I,VI,6] Quanto alle mantelline, tu sai che quanti se le cambiano, lo fanno a motivo del freddo e del caldo; e che quanti calzano le scarpe lo fanno per non essere impediti nel camminare da ciò che può arrecare danno ai piedi. Ordunque, hai tu mai sentito dire che io sia rimasto chiuso in casa a motivo del freddo; oppure che a motivo del caldo io abbia litigato per dell’ombra; oppure che a motivo di qualche dolore ai piedi io non abbia camminato fin dove volevo? [I,VI,7] Non sai che quanti sono di corpo debolissimo, a forza di esercizi nelle attività nelle quali si esercitano, diventano più gagliardi di coloro che, pur robusti per natura, trascurano di esercitarsi; e che sopportano la fatica più facilmente di loro? Tu non credi che io, esercitando continuamente il mio corpo, sia in grado di reggere le fatiche che capitano, e di sopportarle più facilmente di te che non ti ci eserciti? [I,VI,8] Quanto al non essere schiavo del ventre, del sonno e della lascivia, credi tu che esista altra causa maggiore del semplice fatto di avere io a disposizione cose ben più piacevoli di quelle; e cose le quali, in caso di necessità, non solo mi rallegrano, ma mi danno anche la speranza di essermi sempre di giovamento? Invero, tu sai sicuramente che quanti credono di non stare riuscendo bene in ciò che fanno, non sono affatto lieti; mentre quanti ritengono che gli affari procedono per loro benissimo, si tratti di agricoltura o di commercio marittimo o di qualunque altra attività alla quale si applichino, sono lieti, poiché tutto sta loro andando per il verso giusto. [I,VI,9] E credi tu che in tutte queste attività sia contenuto tanto piacere quanto quello che è contenuto nel ritenere di diventare giorno dopo giorno un uomo migliore, e di procurarsi amici sempre più eccellenti? Invero, io continuo a credere che sia così. E quando si debba sovvenire agli amici o alla patria, chi dei due avrà più agio di prendersi cura di ciò: chi conduce una vita come la mia attuale, o chi ha il regime di vita che tu definisci beato? Chi dei due parteciperà più facilmente ad una campagna militare: chi è incapace di vivere se non ha a disposizione dei cibi costosi, oppure colui a cui basta quel che c’è? E chi dei due si arrenderebbe più rapidamente nel caso di un assedio: chi abbisogna di cose difficilissime a trovarsi, oppure colui cui basta servirsi di cose in cui è facilissimo imbattersi? [I,VI,10] Antifonte, tu somigli a chi crede che la felicità sia lusso e sperpero. Io invece ritengo che il non mancare di alcunché sia cosa divina, e che il mancare del minor numero possibile di cose sia lo stato più vicino che esiste al divino. Ora, la divinità è suprema potenza: dunque, ciò che è vicinissimo al divino, è anche ciò che è vicinissimo alla suprema potenza”.
[I,VI,11] In un’altra occasione, discutendo con Socrate, Antifonte disse: “Socrate, io ti ritengo senz’altro una persona giusta, ma in nessun modo una persona sapiente. A me sembra che tu stesso lo riconosca: infatti tu non ti fai pagare in denaro per la tua conversazione; e tuttavia la tua mantellina o la tua casa o qualcos'altro di ciò che possiedi e che ritieni avere un valore in denaro, a nessuno lo cederesti gratis, né ad un prezzo minore del suo valore di mercato. [I,VI,12] È dunque evidente che se tu credessi la tua conversazione avere un qualche valore in denaro, anche questa venderesti ad un prezzo non di certo inferiore al suo valore. Pertanto, se pur tu fossi un uomo giusto, giacché non inganni alcuno per avidità di guadagno, sapiente però non lo saresti, poiché la tua sapienza non ha alcun valore di mercato”. [I,VI,13] A questo, Socrate rispose: “Antifonte, dalle nostre parti esiste un modo nobile ed un modo vergognoso di disporre della giovanile bellezza e della sapienza. Qui da noi soprannominano ‘prostituto’ colui che vende per denaro il fior degli anni suoi a chi lo vuole; mentre noi riteniamo invece pienamente padrone di sé, chi si fa quale amante una persona che egli sappia essere un galantuomo. Accade la stessa cosa nel caso della sapienza; e pertanto, come soprannominano quegli altri ‘prostituti’, qui da noi soprannominano ‘sofisti’ coloro che vendono per denaro la sapienza a chi la vuole. Invece chiunque si faccia quale buon amico, chi egli sa essere di ottima natura e che gli insegna tutte le cose buone che può, noi pensiamo che assolva ai doveri di cittadino e di galantuomo. [I,VI,14] E io stesso, caro Antifonte, come altri godono chi per il possesso di un buon cavallo, chi di un cane e chi di un uccello; così io pure ancor di più godo della familiarità che ho con i miei buoni amici. E se so qualcosa di buono, ne metto anche loro al corrente; e li raccomando ad altri, qualora io ritenga che essi possano da loro trarre qualche giovamento nel cammino verso la virtù. E i tesori che i saggi del passato ci hanno lasciato nei libri scritti da loro, noi li apriamo insieme e tra amici insieme li scorriamo; e se vediamo in essi qualcosa di buono, lo mettiamo da parte, ritenendo un gran guadagno il diventare giovevoli gli uni agli altri”. Udendo queste parole, a me sembrava che Socrate fosse un uomo beato e che guidasse i suoi ascoltatori a diventare dei veri galantuomini.
[I,VI,15] In una occasione diversa, Antifonte gli chiese come mai ritenesse di fare degli altri dei periti di politica, senza mai prendere lui stesso parte diretta alla politica. Al che Socrate rispose: “Antifonte, qual è il modo migliore in cui potrei occuparmi di politica? Forse quello di prendervi parte io singolarmente, oppure quello di darmi ogni cura affinché quante più persone possibile siano all’altezza di prendervi parte?”
[I,VII,1] Analizziamo ora attentamente se sia vero che allontanando i suoi sodali dalla millanteria, egli con ciò stesso li spronava a curarsi attivamente della virtù. Socrate soleva infatti dire che verso la buona fama non esiste strada migliore di quella che fa davvero di un individuo il galantuomo che egli vuole sembrare. [I,VII,2] Che stesse dicendo la verità, Socrate lo insegnava in questo modo. “Consideriamo il caso”, diceva, “di qualcuno che non è un buon flautista e che però vuole sembrarlo. Cosa dovrebbe egli fare? Quanto alle apparenze esteriori dell’arte, non gli tocca forse imitare i buoni flautisti? Pertanto, visto che costoro sono dotati di ottimi strumenti e che vanno in giro accompagnati da molti seguaci, egli deve in primo luogo fare le cose che fa il buon flautista. In secondo luogo, poiché sono molte le persone che li applaudono, anch’egli deve dotarsi di una vasta platea di gente che lo applaude. E tuttavia non dovrà mai e in nessun caso accettare la richiesta di suonare il flauto, giacché andrebbe incontro ad una immediata contestazione, in quanto individuo ridicolo che non è soltanto un pessimo flautista ma che è anche un millantatore. E così, dopo avere speso molto denaro senza ricavarne vantaggio alcuno e, per di più, essendosi guadagnato una pessima fama; come potrà egli vivere se non penosamente, in modo controproducente e sommerso dal ridicolo? [I,VII,3] Non altrimenti avviene, qualora uno voglia mostrarsi, pur non essendolo, un buon generale o un buon pilota di nave. Consideriamo dunque quel che gli accadrebbe. Se egli, smanioso com’è di sembrare all’altezza di simili compiti, non riuscisse a persuadere gli altri, ciò non diventerebbe per lui un motivo di afflizione? E se, nel caso vi riuscisse, qualcosa di ancor più meschino? È infatti manifesto che, una volta posto al comando di una nave, o a capo di una spedizione militare, chi non sa comandarli come si deve, manderebbe in completa rovina coloro che meno vorrebbe rovinare, e lui stesso se la caverebbe malissimo e si troverebbe sommerso dalla vergogna”. [I,VII,4] Ragionando allo stesso modo, Socrate rendeva evidente che era del tutto controproducente voler apparire ricco, virile e potente, senza esserlo. Soleva, infatti, dire a costoro, che a quanti si impegnano in imprese che sono al di là dei loro limiti, e che credono di poter effettuare azioni delle quali non sono capaci, non è concesso alcun perdono. [I,VII,5] E soleva anche chiamare truffatore non chi sottraesse un po’ di denaro o qualche suppellettile per via di persuasione, ma infinitamente più truffatore chiunque, essendo uomo di nessun valore, avesse ingannato i suoi concittadini, inducendoli a ritenerlo capace di governare lo Stato. A me pare pertanto che Socrate, discutendo di questi argomenti, allontanasse i suoi sodali da ogni forma di millanteria.

 

 

 

 

 

 

 
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