PLUTARCO

 

DE VIRTUTE MORALI

ΠΕΡΙ ΤΗΣ ΗΘΙΚΗΣ ΑΡΕΤΗΣ
SULLA VIRTU’ ETICA

 

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Quella che qui segue è la mia traduzione in Italiano di tutti i frammenti Greci di questa operetta di Plutarco (DVM), contenuti negli Stoicorum Veterum Fragmenta (SVF).

DVM § 2. [440E+440F+441A] = SVF I, 375
Anche Aristone di Chio faceva delle virtù, in sostanza, una sola virtù cui dava il nome di ‘salute’. Le virtù sono differenti e plurime soltanto per il modo della loro relazione con qualcosa, come se si volesse chiamare la nostra visione, quando coglie oggetti bianchi ‘bianco-visione’ e quando coglie oggetti neri ‘nero-visione’, o qualcos’altro del genere. Giacché la virtù, quando sopravveda quanto va fatto e quanto non va fatto, è stata chiamata saggezza; quando dà compostezza alla smania e definisce quanto è equilibrato ed opportuno nei piaceri fisici è stata chiamata temperanza; quando concerne relazioni di affari e contratti tra persone è stata chiamata giustizia. Così come il coltello, che è uno ma spartisce di volta in volta cose differenti; e il fuoco, che ha una sola natura pur essendo attivo su materiali differenti.

DVM § 2. [441A] = SVF I, 201
Sembra che anche Zenone di Cizio si lasci in un certo senso trarre a questa opinione, poiché definisce la saggezza nelle cose che si devono assegnare, giustizia; quella nelle cose che si devono scegliere, temperanza; quella nelle cose che si devono reggere, virilità; e i suoi difensori sono del parere che in queste definizioni la conoscenza certa sia stata da Zenone chiamata col nome di saggezza.

DVM § 2. [441A+441B] = SVF III, 255
Sembra che anche Zenone di Cizio si lasci in un certo senso trarre a questa opinione, poiché definisce la saggezza nelle cose che si devono assegnare, giustizia; quella nelle cose che si devono scegliere, temperanza; quella nelle cose che si devono reggere, virilità; e i suoi difensori sono del parere che in queste definizioni la conoscenza certa sia stata da Zenone chiamata col nome di saggezza. Crisippo invece, legittimando l’idea che se esiste una certa qualità sussista una virtù con quella peculiare qualità, senza avvedersene svegliò, per dirla con Platone, “uno sciame di virtù” inconsuete e sconosciute. Infatti, come di contro al ‘virile’ c’è la ‘virilità’, di contro al ‘mite’ c’è la ‘mitezza’ e la ‘giustizia’ sta di contro al ‘giusto’; così di contro al ‘carino’ egli pose la ‘carinità’, al ‘prode’ la ‘prodità’, al ‘grande’ la ‘grandità’, al ‘bello’ la ‘bellità’; e ponendo altre siffatte ‘garbatezze’, ‘affabilitezze’ e lepidezze come virtù, ha infarcito la filosofia, che non ne aveva bisogno, di molti nomi assurdi.

DVM § 3. [441B+441C+441D] = SVF I, 202 = SVF III, 459 [1]
Tutti costoro <ossia gli Stoici Aristone, Zenone, Crisippo> in comune ipotizzano che la virtù sia una disposizione durevole dell’egemonico dell’animo e una facoltà originata dalla ragione, o piuttosto che essa stessa sia la ragione in quanto ammessa come tale, ben salda ed immutabile. Essi legittimano anche l’idea che la parte passionale e irrazionale non sia distinta dalla parte razionale per una differenza di natura ma che sia la stessa identica parte dell’animo, che chiamano appunto ‘intelletto’ o ‘egemonico’, la quale si rigira e muta completamente nel caso delle passioni e delle trasformazioni di postura o di disposizione d’animo, diventando sia vizio che virtù senza avere però in sé nulla d’irrazionale. E inoltre che si dica ‘irrazionale’ qualora, per l’eccedere dell’impulso divenuto così potente da farla da padrone, essa sia portata fuori controllo verso qualcosa di assurdo e in contrasto con la ragione che sceglie. La passione, infatti, è ragione malvagia e impudente, originata da una determinazione insipiente e sbagliata cui s’aggiungono veemenza e vigoria.

Ceneo

DVM § 4. [443A] = SVF I, 299
Eppure raccontano che anche Zenone, mentre saliva al teatro dove Amebeo cantava suonando la cetra, dicesse ai suoi discepoli: “Andiamo a decifrare quale accordo armonioso di suono e di canto rilascino budella e nervi, legno e osso, quando partecipano di ragione, di numero e di ordine”.

DVM § 7. [446F+447A] = SVF III, 459 [2] 
Taluni affermano che passione non è altro da ragione, e che non vi è differenza e conflitto intestino tra le due ma soltanto rivolgimento dell’unica e sola ragione nei suoi due aspetti; rivolgimento che ci sfugge a causa dell’acutezza e della rapidità della trasformazione. Noi perciò non notiamo che stessa ed identica è la facoltà dell’animo grazie alla quale per natura smaniamo e ci pentiamo, ci adiriamo e temiamo, siamo portati al brutto dall’ebbrezza e mentre questa ci trascina ci riprendiamo nuovamente da essa. Infatti smania, ira, paura e tutti i sentimenti siffatti sono opinioni e determinazioni malvagie le quali non coinvolgono soltanto una certa parte dell’animo ma sono propensioni, cedimenti, assensi e impulsi dell’intero egemonico e, nel complesso, attività volubili in un breve arco di tempo; proprio come le scorrerie dei ragazzi hanno del furente, del veemente, che però è malsicuro a causa della loro debolezza ed è non ben saldo.

DVM § 9. [449A+449B] = SVF III, 439
Su questi temi <gli Stoici> capitolano di fronte all’evidenza e chiamano ‘provare pudore’ il vergognarsi, ‘rallegrarsi’ il godere nella carne e ‘cautele’ le paure. Se si chiamano le medesime passioni con i primi nomi quando s’addiziona loro il ragionamento e con i secondi nomi quando invece esse lo combattono e gli fanno violenza, allora nessuno metterebbe in causa questo modo eufemistico di parlare. Ma qualora, contestati dalle lacrime, dai tremiti e dai mutamenti di colore, invece che di afflizione e di paura essi parlino di certe ‘compunzioni’ e di certi ‘trasalimenti’, e vezzeggino le smanie chiamandole ‘slanci’; allora essi sembrano, da sofisti e non da filosofi, escogitare giustificativi e scappatoie dai fatti attraverso i nomi. Eppure essi chiamano ‘affetti positivi’ e non ‘assenze di passioni’, quelle loro gioie, decisioni razionali e cautele e utilizzano, in questo caso rettamente, i nomi.

DVM § 9. [449C+449D] = SVF III, 384
Forzati dall’evidenza dei fatti, gli Stoici affermano che “non ogni determinazione è una passione, ma quella determinazione che mette in moto un impulso violento ed eccessivo”, ammettendo che la parte che in noi determina e la parte che in noi patisce sono diverse, come sono diverse la parte che muove e la parte che è mossa. Crisippo stesso, in molti libri, quando definisce la fortezza e la padronanza di sé come posture dell’animo ossequenti alla ragione che opera la scelta, è manifestamente costretto dall’evidenza dei fatti ad ammettere che in noi la parte che segue ubbidendo oppure, al contrario, che combatte non ubbidendo, è diversa dalla parte alla quale segue.

DVM § 10. [449D] = SVF III, 468 [1]
Una volta poste come pari tutte le aberrazioni e tutti gli errori, se pure per altri versi gli Stoici travisano la verità e non è questo il momento opportuno per oppugnare i loro argomenti, nel caso però delle passioni essi paiono recalcitrare accuratamente davanti all’evidenza e alla ragione. Secondo loro, infatti, ogni passione è un errore, e chiunque è preda dell’afflizione, della paura e della smania, aberra. Eppure sono grandi, nel più e nel meno, le differenze visibili tra le passioni.

DVM § 10. [449F+450A] = SVF III, 468 [2]
 Cercando di eludere queste difficoltà e altre del genere, essi affermano che l’intensificazione e la veemenza delle passioni non nasce dalla determinazione, nella quale consiste l’elemento soggetto ad aberrare; ma che sono i morsi, le contrizioni e le effusioni ad accogliere il più e il meno dalla parte irrazionale dell’animo.

Iolao

DVM § 10. [450B] = SVF III, 468 [3]
Da ciò si deve concludere che anche gli Stoici convengono che la parte irrazionale dell’animo sia diversa dalla parte che determina; parte irrazionale in accordo con la quale essi affermano che la passione diventi più veemente e più grande. Essi litigano sul nome e sul verbo, ma concedono il punto a quanti dichiarano che la parte passionale e irrazionale differisce da quella raziocinante e giudicante.

DVM § 10. [450C+450D] = SVF III, 390
Nei libri ‘Sulla inammissibilità’, Crisippo afferma: “L’ira è cieca, spesse volte non permette di vedere cose luminose e spesse volte si para innanzi alle cose già da noi afferrate”. Poco più avanti dice: “Le passioni che ci sopravvengono sbattono fuori le nostre contezze e le cose ci appaiono come diversamente, spingendoci violentemente alle azioni opposte”. Di poi utilizza come testimone Menandro, quando dice:

‘Oh, sciagurato me! In quale parte del mio corpo
era finito in quel tempo il mio senno
quando sceglievo questo e non quello?’

Poi di nuovo Crisippo prosegue dicendo: “Pur bisognando che chi ha la natura di creatura logica utilizzi in ciascuna attività la ragione e che da questa si lasci pilotare, noi spesse volte ce ne distogliamo ed utilizziamo un’altra pulsione più violenta”.

DVM § 12. [451B] = SVF II, 460
In generale <gli Stoici> stessi affermano, ed è manifesto, che alcuni esseri sono governati dalla forza di coesione, altri dalla facoltà vegetativa, altri da una facoltà animale priva di ragione e altri ancora da una facoltà razionale e intellettiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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