Omaggio ai Cinici

 

 

Diogene

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Se prescindiamo da qualunque considerazione dotta e di merito, possiamo affermare senza tema di smentita che nel linguaggio italiano corrente l’aggettivo ‘Stoico’ viene comunemente usato in un modo che riflette un sostanziale rispetto e forse addirittura una certa ammirazione per questa antica Scuola Filosofica. L’accezione più comune, per non dire unica, nella quale esso viene usato è infatti quella di ‘resistente al dolore e alla sofferenza’, di ‘impavido di fronte alle avversità’. Questo è tutto ciò che è rimasto oggi dello Stoicismo, ossia di una straordinaria ricchezza di pensiero che con questo sito, unico nel suo genere, io mi sforzo come un archeologo di riportare alla luce, di ripulire, di rendere presentabile e finalmente di mettere a disposizione di tutti.

Ben diversa è la sorte toccata all’aggettivo ‘Cinico’. Nel linguaggio italiano corrente sarebbe difficile trovare un’altra parola che sia usata per manifestare altrettanto disprezzo, esecrazione, quando non addirittura conclamato abominio di qualcuno o di qualcosa. Dire di qualcuno che è un ‘Cinico’ equivale oggi a negargli quasi la qualità di uomo, trasformandolo in un essere abietto e sordido indegno di vivere nel consorzio umano. Che poi il ‘Cinismo’ sia stata una Scuola Filosofica che ha preceduto e generato lo Stoicismo non lo sa, o non se lo ricorda, quasi nessuno. Ebbene, siccome io mi ritengo né un Cristiano, né un Marxista, né un Nichilista, né un seguace delle decine e decine di ‘ismi’ filosofici antichi e recenti che vanno di moda; e invece mi onoro di essere qualcuno che ragiona e vive con la mentalità greca di uno Stoico e di un Cinico antico, sarà opportuno che io offra un quadro di cosa si debba davvero intendere per ‘Cinismo’. E lo farò parafrasando molto brevemente le ultime pagine del VI Libro delle ‘Vite dei filosofi’, pagine nelle quali Diogene Laerzio ne sintetizza i tratti fondamentali.

Innanzitutto bisogna ricordare che il Cinismo ha la dignità di una Scuola Filosofica e non è soltanto, come affermano alcuni, un istituto di vita. Il Cinismo mostra scarso o nessun interesse per la Logica e la Fisica, e concentra tutta la sua attenzione sull’Etica. I Cinici, quindi, ricusano di dare importanza alle nozioni enciclopediche, e sono dell’avviso che coloro i quali sono diventati virtuosi non hanno alcun bisogno di apprendere la ‘Letteratura’ o le ‘Scienze’, per non essere eventualmente distratti da attrattive estranee alla filosofia. Essi tolgono di mezzo anche la geometria, la musica e tutte le nozioni di questo genere. A chi gli mostrava una meridiana, Diogene diceva: “Questo aggeggio è utile per non arrivare tardi a pranzo”. E ad uno che sfoggiava le proprie doti musicali, disse: “Le città sono ben governate dall’intelligenza degli uomini, e anche le case lo sono; non dai suoni vibrati né dai trilli”. I Cinici concordano nel ritenere che per l’uomo il sommo bene è la vita in armonia con la virtù. Questa dottrina è esattamente simile a quella degli Stoici poiché, come ho già accennato, vi è una stretta relazione tra queste due scuole filosofiche. Questa è anche la ragione per cui è stato detto che il Cinismo è una ‘scorciatoia’ per la virtù. Del resto, proprio in questo modo condusse la sua vita Zenone di Cizio. I Cinici ritengono che si debba vivere frugalmente, utilizzando cibi non cotti e già naturalmente pronti per il consumo; vestirsi il più semplicemente e sobriamente possibile; spregiare la ricchezza, la gloria mondana e la nobiltà di natali. Taluni Cinici sono pertanto integralmente vegetariani, bevono soltanto acqua fresca e utilizzano come dimora i ripari che capitano ed anche le botti: come faceva Diogene, il quale giudicava che l’aver bisogno di nulla è proprio degli dei e che proprio degli uomini simili a dei è l’avere bisogno di poco. I Cinici ritengono anche che la virtù può essere insegnata e che la virtù, una volta acquisita, non può essere persa; che il sapiente è degno d’amore, è al riparo dalle aberrazioni, è amico del suo simile e che egli nulla delega alla fortuna. Anche i Cinici, poi, chiamano ‘indifferente’ tutto ciò che sta frammezzo alla virtù e al vizio.

Il mio presente omaggio ai Cinici si compone dunque di tre testi:

3.1) Il primo è la mia traduzione dal Greco in Italiano del Libro VI delle ‘Vite dei filosofi’ di Diogene Laerzio, libro interamente dedicato ai Cinici.
In esso Diogene Laerzio ci informa sulla vita e le opere dei seguenti filosofi:
- Antistene (c. 446 - 366 a. C.)
- Diogene di Sinope (404 - 323 a. C.)
- Monimo (IV secolo a. C.)
- Onesicrito (floruit 330 a. C.)
- Cratete (floruit 326 a. C.)
- Metrocle (c. 300 a. C.)
- Ipparchia (c. 300 a. C.)
- Menippo
- Menedemo

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3.2) Il secondo è la mia traduzione dal Greco in Italiano del Capitolo XXII del Libro III delle ‘Diatribe’ di Epitteto. Si tratta del capitolo che Epitteto dedica specificamente al suo ‘Omaggio ai Cinici’ e che testimonia della strettissima interdipendenza tra Cinismo e Stoicismo.
In questo circostanza mi sono permesso di proporre una mia traduzione che non rispetta al 100 % la fedeltà al discorso parlato che mi sono imposto nel caso della traduzione delle ‘Diatribe’. So comunque che in questo modo farò felice buona parte dei mei venticinque lettori, senza peraltro sentirmi traditore della sostanza del dettato di Epitteto.

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3.3) Il terzo è la mia traduzione dal Greco in Italiano di un'orazione di Flavio Claudio Giuliano (detto l'Apostata) ed intitolata: 'Ai Cinici ignoranti della natura delle cose'.
Questa Orazione ha la forma di un aspro rimprovero indirizzato da Giuliano ai Cinici del suo tempo, e in particolare a coloro che diffamavano la memoria di Diogene di Sinope. Nel III secolo dopo Cristo, ormai in era Cristiana, il modo di vita Cinico era comunque assai popolare, e praticato in prevalenza da individui indigenti che imitavano la spudoratezza, ma non la disciplina e l’autosufficienza che aveva nobilitato, circa VII secoli prima, la vita di Antistene, di Diogene e di Cratete. I Cinici cui Giuliano si riferisce possono tranquillamente essere accostati al peggior tipo di monaci Cristiani mendicanti che erano anch’essi molto popolari nel III secolo dopo Cristo. Per entrambi, indossare un ruvido mantello, andare in giro con bisaccia e bastone, lasciar crescere una folta barba, era tutto ciò che contava. Se si guarda però alla sostanza di questa orazione, è facile scoprire che il vero scopo delle parole di Giuliano non è quello di riformare l’irriformabile Cinismo o Cristianesimo del suo tempo, ma quello di ricordare la sostanziale unità di tutte le filosofie, quando la filosofia sia intesa nella sua unica, eterna e verace essenza. E cos’è la filosofia? Filosofia è riconoscere la differenza tra ciò che è proairetico e ciò che è aproairetico, ossia riconoscere la natura delle cose e vivere in armonia con essa. Per chiudere, faccio notare incidentalmente che il sostantivo 'proairesi' viene usato da Giuliano due volte in questa Orazione [§ 194D e § 202D] nello specifico significato in cui esso è usato da Epitteto e non nell'accezione in cui lo usa Aristotele.

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