Omaggio 6.9 a Socrate
Il 'Simposio' di Senofonte

 

 

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SENOFONTE

SIMPOSIO

 

BREVE INTRODUZIONE AL ‘SIMPOSIO’ DI SENOFONTE

 

Gli studiosi fanno risalire la redazione di questo ‘Simposio’, ad opera di Senofonte, agli anni 383-382 a.C., ossia a pochi anni dopo che Platone, nel 385 a.C., aveva scritto il suo ‘Simposio’.  Senofonte, a quel tempo, era stato ormai privato dagli Ateniesi di tutte le sue proprietà e, sotto protezione degli Spartani, viveva in esilio nel Peloponneso, a Scillunte: una località nelle immediate vicinanze di Olimpia, ossia del luogo dove ogni quattro anni si svolgevano le celebri Olimpiadi.

Senofonte ambienta il suo ‘Simposio’ nell’estate del 421 a.C., in casa del ricchissimo Callia, il quale è invaghito del giovane Autolico, recente vincitore della gara del ‘pancrazio’ nelle Panatenee di quell’anno. Tutti i partecipanti sono personaggi conosciuti, di alcuni dei quali si conosce anche il destino. Ad esempio, Autolico finì assassinato nel 404 a.C. per ordine dei Trenta Tiranni. Antistene è il noto amico di Socrate, nonché fondatore del Cinismo. Nicerato, figlio del generale Nicia, finì anch’egli assassinato per ordine dei Trenta. Critobulo, è il figlio di Critone, intimo amico di Socrate. Callia è, per antonomasia, il riccone Ateniese, fratello di Ermogene. Licone, padre di Autolico, è probabilmente uno dei tre personaggi che, una ventina circa di anni dopo, accusarono Socrate di empietà e ne chiesero la condanna a morte.    

In risposta all’unica domanda: “Cos’è ciò di cui tu vai specialmente orgoglioso?”, in ordine successivo di discorso giustificativo, i personaggi cui Senofonte fa prendere la parola sono i seguenti:
– Callia, figlio di Ipponico e fratello di Ermogene, la cui risposta è: della mia capacità di rendere gli uomini migliori.
– Nicerato, figlio di Nicia, la cui risposta è : di conoscere tutto Omero a memoria.
– Critobulo, figlio di Critone, la cui risposta è: di essere bello e di sapere cosa sia la bellezza.
– Carmide, figlio di Glaucone, zio di Platone e cugino di Crizia il tiranno, la cui risposta è: della mia povertà di denaro.
– Antistene, figlio di Antistene ateniese e di una schiava, la cui risposta è: della mia ricchezza d’animo.
– Ermogene, figlio di Ipponico e fratello di Callia, la cui risposta è: del valore e del potere dei miei divini amici.
– Filippo il buffone, la cui risposta è: della mia buffoneria.
– Un Siracusano, impresario di un gruppetto teatrale, pagato da Callia, per allietare i partecipanti al Simposio, (e probabile caricatura, ad opera di Senofonte, di Platone quale filosofastro fallito, reduce dal suo primo disastroso viaggio a Siracusa nel 388 a.C. presso Dionisio I) la cui risposta è: del guadagnare denaro con i miei spettacolini, grazie alla dabbenaggine dei gonzi.
– Socrate, la cui risposta è: di essere un magnaccia.
– Licone, padre di Autolico, la cui risposta è: di mio figlio.
– Autolico, figlio di Licone, la cui risposta è: di mio padre.

 

LA TRADUZIONE DEL SIMPOSIO

 

[I, 1] Pare a me che degli uomini più eccellenti meritino di essere ricordate non soltanto le opere virtuose, ma anche quelle che essi compiono in occasioni più leggere e festevoli. Di queste ultime ho deciso di rendere note quelle che conosco per esservi stato personalmente presente. [I, 2] Era il giorno della corsa dei cavalli alle Grandi Panatenee e Callia, figlio di Ipponico, che era allora l’amante del giovane Autolico, in onore della vittoria di quest’ultimo nella gara del pancrazio, lo aveva condotto a vedere lo spettacolo. Conclusa la corsa dei cavalli, insieme con Autolico, il padre di questi e in compagnia anche di Nicerato, Callia stava andando verso la sua casa al Pireo. [I, 3] Ad un certo punto, vedendo un gruppetto di persone comprendente Socrate, Critobulo, Ermogene, Antistene e Carmide, egli ordinò ad uno dei suoi di fare da guida a coloro che attorniavano Autolico, raggiunse il gruppetto che attorniava Socrate e disse: [I, 4] “Il fortuito incontro con voi cade davvero a proposito. Sto infatti per ospitare a banchetto Autolico e suo padre; e credo che tutto ciò che ho fatto apparecchiare mi apparirà molto più brillante se il salone fosse illustrato dalla presenza di uomini dall’animo puro come il vostro, invece che da generali, da comandanti di cavalleria e da gente che briga per ottenere delle cariche pubbliche”. [I, 5] Al che Socrate rispose: “Tu ci disprezzi e non perdi occasione per prenderci in giro, visto che proprio tu hai dato un sacco di soldi a Protagora, a Gorgia, a Prodico e a molti altri per l’acquisto della sapienza, e invece guardi a noi come a dei poveri autodidatti in filosofia”. [I, 6] “Finora ammetto”, riprese Callia, “di avervi tenuto all’oscuro delle molte e sapienti parole che ho da dire; però adesso, se sarete miei ospiti, vi dimostrerò di essere un uomo che merita grandissima considerazione”. [I, 7] A questo punto Socrate e coloro che gli stavano intorno, com’era verosimile, ringraziarono per l’invito senza tuttavia promettere di partecipare al banchetto. Poiché era però evidente che Callia si sarebbe adontato moltissimo se non si fossero uniti alla sua compagnia, essi lo seguirono. Di poi arrivarono a casa sua gli ospiti, alcuni dopo aver fatto ginnastica e le frizioni con olio, altri dopo avere fatto anche un bagno caldo. [I, 8] Autolico si sedette accanto a suo padre mentre gli altri, com’è uso, si posero a giacere. Chi avesse riflettuto su ciò che stava avvenendo, sarebbe ben presto giunto alla conclusione che la bellezza esteriore è per natura qualcosa di regale: specialmente quando la si possegga, com’era allora il caso di Autolico, accompagnata dal rispetto di sé e degli altri e dalla temperanza. [I, 9] In primo luogo, infatti, come quando nella notte la comparsa di una face trae a sé gli occhi di tutti, così allora la bellezza esteriore di Autolico attirava su di sé gli sguardi di tutti i presenti. In secondo luogo l’animo di nessuno di coloro che lo guardavano poteva fare a meno di provare qualcosa: tant’è vero che alcuni diventavano più taciturni, mentre altri rimanevano addirittura immobili in una qualche posizione. [I, 10] Ora, tutti coloro che sono posseduti da una qualche divinità sembrano uno spettacolo degno d’esser visto. Ma mentre quelli che lo sono da altre divinità sono portati ad avere lo sguardo più truce, una voce più tonante e ad essere più decisi nei modi, coloro che sono entusiasmati da Eros nella sua forma temperante, hanno occhi che esprimono maggiore tenerezza, parlano con una voce piena di mitezza ed assumono atteggiamenti che ne manifestano al massimo grado il nobile sentire: tutte cose per le quali Callia, che agiva in questa circostanza mosso da Eros, era uno spettacolo degno dello sguardo degli iniziati al culto di questo dio. [I, 11] Costoro banchettavano dunque in silenzio, come se questo comportamento fosse stato loro ordinato da una qualche potenza superiore. A questo punto Filippo il buffone batté alla porta e disse al servo a ciò addetto, di riferire chi era e il motivo per il quale chiedeva il permesso di intrattenersi con loro. Affermava di essersi presentato fornito di tutte le provviste necessarie per pranzare alla mensa altrui, e sosteneva che il servo che lo accompagnava era completamente schiacciato dal peso che portava, cioè nulla, perché non aveva neppure fatto colazione. [I, 12] Udito ciò, Callia disse: “Ebbene, signori, è vergognoso negare un tettuccio a qualcuno. Che egli entri, dunque”. Nel contempo volse lo sguardo verso Autolico, con la manifesta intenzione di osservare cosa ne pensasse della scherzosa sorpresa. [I, 13] Filippo entrò e, fermo in piedi all’entrata del salone nel quale si teneva il banchetto, disse: “Voi tutti sapete che io sono un buffone, e sono qui giunto orgogliosamente convinto che sia ben più da buffone intervenire ad un banchetto come non invitato che come invitato”. “Poniti dunque a giacere”, gli disse Callia, “giacché i presenti, come puoi vedere, sono certo ben forniti di argomenti seri, ma forse piuttosto poco provvisti di cose da ridere”. [I, 14] Procedendo il banchetto, Filippo quasi subito prese a raccontare una barzelletta, per svolgere così i servizi per i quali ogni volta era invitato ai pranzi. Ma poiché la cosa non aveva mosso alcun riso, nell’occasione il buffone si mostrò alquanto risentito. Poco dopo decise di raccontare un’altra barzelletta: ma poiché neppure questa volta i presenti si misero a ridere, nel bel mezzo del banchetto egli smise di mangiare, si coprì il capo col mantello e si sdraiò sul lettino. [I, 15] Callia allora gli chiese: “Filippo, cos’è che fai? T’han forse preso le doglie?” E quello sospirando gli rispose: “Sì, per Zeus, o Callia, e delle intensissime doglie: se infatti è sparito il riso dalla bocca degli uomini, per me è finita! In passato io ero invitato a pranzo affinché i presenti potessero stare in allegria ridendo delle mie buffonate. Adesso invece, quale motivo avrebbe chiunque di invitarmi a banchetto? Io di sicuro non sarei in grado di parlare seriamente più di quanto lo sia di diventare immortale, né di certo qualcuno mi invita con l’intenzione che io gli contraccambi l’invito, giacché tutti sanno che da sempre a nessuno passa mai per il capo l’idea di portare un pranzo a casa mia”. Mentre diceva questo s’asciugava il naso che gli colava, e la sua voce faceva chiaramente intendere che stava singhiozzando. [I, 16] Tutti si misero allora a consolarlo assicurandogli che la prossima volta avrebbero riso e gli ordinarono di continuare a pranzare; mentre Critobulo, invece, ruppe in un rumoroso sghignazzo sulla sua lagna. Non appena Filippo s’accorse dello sghignazzo si scoprì il capo, e dopo avere esortato il proprio animo a farsi coraggio dicendogli che saranno insieme contributori al banchetto, riprese nuovamente a pranzare.
[II, 1] Non appena furono portate via le mense, fu fatta la libagione e fu cantato il peana, per dare inizio al festino si presentò loro innanzi un tale di Siracusa. Con lui c’erano un’eccellente flautista, una danzatrice di quelle capaci di acrobazie, ed un bellissimo ragazzetto, assai abile nel suonare la cetra e nel danzare. Dietro un pagamento in denaro, quel Siracusano si guadagnava infatti da vivere facendo esibire questi tre giovani in esercizi di spettacolare destrezza. [II, 2] Dopo che la flautista ebbe suonato per i presenti il flauto e il ragazzetto la cetra, e mentre entrambi apparivano averlo fatto con grande soddisfazione di tutti, Socrate disse: “Per Zeus, o Callia, ci stai offrendo un banchetto di perfetta completezza, giacché ci hai fatto servire non soltanto una cena di gusto impeccabile, ma ci stai anche procurando gradevolissime sensazioni alla vista e all’udito”. [II, 3] Al che Callia rispose: “Che ne direste se qualcuno ci portasse qui anche del profumo, così che potessimo banchettare immersi in un odore soave?” “Niente affatto!”, disse Socrate, “come il vestito che sta bene ad una donna è diverso da quello che sta bene ad un uomo, così pure l’odore che è proprio di un uomo è diverso da quello che è proprio di una donna. Per odorare da uomo, io credo, nessun uomo si friziona con del profumo. E le donne, eccezion fatta quando siano spose novelle, com’è il caso di quella del qui presente Nicerato e di quella di Critobulo, che bisogno hanno mai di profumo, visto che odorano già da donne, poiché tali sono? Un certo odore di olio d’oliva, che è presente nelle palestre, è più piacevole di un profumo da donna e più desiderabile di esso, quando sia assente. [II, 4] Chi si unge di profumo, inoltre, sia egli uno schiavo o un uomo libero, odora subito come odora l’altro, mentre gli odori associati agli sforzi e alle fatiche dei mestieri liberali onesti, s’intende, abbisognano di molto tempo prima d’essere piacevoli all’olfatto, e che sappiano di libertà”. Disse allora Licone: “Forse queste parole s’applicherebbero bene a dei giovani; ma noi che ormai non frequentiamo più le palestre, di chi dovremmo avere l’odore?” “Per Zeus”, rispose Socrate, “ma l’odore della nobiltà d’animo!” “E dove si comprerebbe questa essenza profumata?” “Per Zeus”, rispose Socrate, non certo dai profumieri“ “E allora dove?” “Teognide ha detto:

‘È dai prodi che imparerai le prodezze;
ma mescolato ai dissennati perderai anche il senno che hai’ ”

[II, 5] Allora Licone disse: “Hai sentito le parole di Teognide, figlio mio?” “Sì, per Zeus”, disse Socrate, “e le ha già messe anche in pratica. Infatti, quando si determinò a diventare vincitore nella gara del pancrazio, analizzò ben bene con te la faccenda … ed ora di nuovo, dopo avere analizzato ben bene con te la faccenda, individuerà l’uomo che gli parrà più capace di insegnargli come raggiungere quest’altro traguardo e ne diverrà un sodale. [II, 6] A questo punto si levò un gran vociare, giacché mentre uno dei presenti diceva: “E dove mai si troverà un maestro che glielo insegni?”, un altro gridava che la faccenda non era neppure insegnabile; e un altro ancora berciava invece che anche questa cosa, come tutto il resto, poteva benissimo essere imparata. [II, 7] “Poiché questa questione”, intervenne Socrate, “appare assai discutibile, differiamone l’esame ad un momento successivo; e portiamo invece a termine la faccenda che abbiamo in corso. Vedo infatti che la danzatrice sta ritta proprio qui dinanzi a me, e che il ragazzetto si dirige verso di lei portandole dei cerchi”. [II, 8] Ad un certo punto la flautista cominciò ad accompagnare col suono del flauto i movimenti della danzatrice mentre il ragazzetto, stando accanto a quest’ultima, le passava uno dopo l’altro i cerchi, fino al numero di dodici. Senza smettere mai di danzare, ella li lanciava in sequenza verso l’alto, imprimendo loro una rapida rotazione e calcolando bene a quale altezza bisognasse lanciarli per poterli raccogliere in caduta e quindi rilanciarli ad un ritmo regolare. [II, 9] “Signori miei”, proruppe Socrate, “certo in molti altri casi, ma anche nel caso di ciò che questa ragazza sta facendo, è manifesto che la natura femminile non è affatto peggiore della natura maschile, pure questa carente, a volte, di senno e forza fisica. Sicché se qualcuno di voi ha una moglie, le insegni pure con piena fiducia qualunque cosa voglia che ella impari a fare.” [II, 10] “Socrate, ma se la pensi così”, domandò Antistene, “come mai allora non educhi tu stesso Santippe, ed invece continui a convivere con una donna che è la più bisbetica di tutte quelle esistenti e, credo io, anche di tutte quelle che esisteranno?” “Lo faccio”, gli rispose Socrate, “perché constato che quanti decidono di diventare esperti cavalieri, non si procurano dei cavalli mansueti bensì i cavalli più focosi, giacché ritengono che qualora riescano a domare questi ultimi potranno poi cavalcare facilmente anche quegli altri. E poiché la mia decisione è quella di cavalcare e dirigere uomini, ho scelto per me costei; ben sapendo che se mi riuscirà di sopportare lei, riuscirò facilmente a convivere anche con tutti gli altri uomini”. E questo discorso parve a tutti i presenti non essere stato pronunciato fuor di proposito. [II, 11] Dopo di ciò fu introdotta nella sala un’ampia ruota, sul cui perimetro erano fissate numerose spade con le lame rivolte verso l’alto. La danzatrice, volteggiando al di sopra delle spade, si esibì in continui salti mortali dentro e fuori del cerchio, tanto che i presenti ebbero davvero il timore che si ferisse; mentre ella invece portò a termine anche queste acrobazie con indomito coraggio e in piena sicurezza. [II, 12] Allora Socrate, voltosi verso Antistene gli disse: “Credo proprio che quanti assistono ad acrobazie del genere non potranno più negare che anche la virilità sia insegnabile, visto che costei, pur essendo una femmina, si getta con tale ardimento contro le spade”. [II, 13] E Antistene gli rispose: “Ma la cosa ancor migliore per questo Siracusano non sarebbe quella di mostrare le capacità di questa ballerina a tutta la città, annunciando che, se gli Ateniesi lo pagano, egli farà sì che tutti gli Ateniesi acquisiscano l’ardimento di gettarsi contro le punte delle lance?” [II, 14] Al che Filippo commentò: “Per Zeus, così finalmente io avrei il piacere di vedere quel demagogo di Pisandro che impara a fare i salti mortali sopra le lame; proprio lui che non riuscendo a sopportare la vista delle lance, adesso non vuole neppure far parte dell’esercito”. [II, 15] A questo punto, fu il ragazzetto che iniziò a danzare. Parlò allora Socrate e disse: “Notate quanto questo già di suo bel ragazzetto, nelle movenze della danza appaia ancora più bello di quando sta fermo?” Al che Carmide commentò: “Mi sembra proprio che tu stia tessendo le lodi del suo insegnante di danza” [II, 16] “È proprio così, per Zeus”, annuì Socrate, “infatti ho notato anche qualcos'altro, ossia che nella danza il ragazzetto non lascia inattiva parte alcuna del corpo e che il suo collo, le gambe e le mani sono attivi tutti insieme, come bisogna che danzi chi abbia la più completa scioltezza di movimenti”. E poi rivoltosi al Siracusano aggiunse: “Ed io con grandissimo piacere imparerei da te tali movenze”. Il Siracusano gli rispose: “Per fartene cosa, di tali movenze?” “Per Zeus”, gli rispose Socrate, “per danzare!” [II, 17] Udendo queste parole tutti i presenti si misero a ridere. Ma Socrate, con espressione assolutamente seria, chiese: “Voi ridete di me? È forse perché, esercitandomi nella danza, io voglio stare meglio in salute? O forse perché voglio mangiare e dormire con maggior piacere? Oppure perché desidero questo specifico tipo di esercizi, e non quelli che fanno i corridori di lunghe distanze, esercizi che ingrossano le gambe mentre assottigliano le spalle; oppure gli esercizi dei pugilatori, che ingrossano le spalle mentre assottigliano le gambe; e desidero invece sviluppare il mio corpo facendone faticare in modo equilibrato tutte le parti? [II, 18] O forse ridete di me a motivo del fatto che non avrò bisogno di trovare qualcuno che si alleni con me e neppure, anziano come sono, di denudarmi in pubblico; ed invece mi basterà esercitarmi in una modesta sala da sette posti, un locale come quello che è bastato proprio ora a questo ragazzetto per coprirsi di sudore; e perché d’inverno farò ginnastica al coperto e quando torni la calura estiva farò ginnastica all’ombra? [II, 19] Oppure a provocare il vostro riso è la mia decisione di normalizzare il volume del mio ventre, che è ormai più grosso del dovuto? Non lo sapete che tempo fa, una mattina, proprio il qui presente Carmide mi sorprese mentre stavo danzando?” “Sì, per Zeus, è proprio così”, confermò Carmide, “ed io sulle prime ne rimasi così sorpreso che temetti tu fossi impazzito. Ma dopo averti sentito pronunciare le stesse parole che hai pronunciato or ora, una volta tornato a casa non mi misi a danzare, perché la danza non l’ho mai imparata; ma da allora soglio fare mosse di pugilato a vuoto, perché queste sì, le avevo imparate”. [II, 20] “Per Zeus”, disse Filippo, “e infatti tu mostri d’avere le gambe e le spalle talmente di peso uguale che, per quanto pare a me, se affidassi agli ufficiali di pesi e misure del mercato il compito di pesare la parte inferiore e la parte superiore del tuo corpo, come fossero due pani, non incorreresti in alcuna multa”. E Callia aggiunse: “Socrate, quando tu stia per imparare ad apprendere la danza, ti prego, invitami; affinché io possa allinearmi al tuo fianco ed impararla con te”. [II, 21] “Orsù, qualcuno suoni il flauto per me”, chiese allora Filippo, “così che possa danzare anch’io”. Poi si alzò e si aggirò per la stanza, imitando sia la danza del ragazzetto che quella della ragazza. [II, 22] Per cominciare, mentre tutti avevano lodato il fatto che nelle movenze della danza il ragazzetto fosse apparso ancora più bello; Filippo, qualunque parte del suo corpo muovesse, la muoveva in modo che apparisse più ridicola del naturale. Di poi, mentre la ragazza aveva imitato dei cerchi incurvandosi tutta all’indietro, Filippo provò ad imitarla, ma incurvandosi tutto in avanti. Infine, poiché tutti avevano lodato il ragazzetto perché danzando aveva messo in esercizio ogni parte del corpo, Filippo ordinò alla flautista di accelerare il ritmo della musica, e cominciò a dimenarsi tutto: gambe, mani e testa compresi. [II, 23] Quando si sentì spossato, si gettò sul letto e disse: “Signori miei, vi ho dato la prova che anche le mie danze sono un ottimo esercizio. Infatti, io adesso ho sete; e dunque l’inserviente riempia per me la grande coppa”. “Per Zeus”, disse Callia, “e la riempia anche per noi, poiché anche noi, a forza di ridere di te, abbiamo sete”. [II, 24] Socrate allora riprese la parola: “Signori miei, anche a me l’invito a bere aggrada assai; giacché il vino, innaffiando gli animi, effettivamente seda le afflizioni, come fa la mandragora con gli uomini, e risveglia in noi una festevole amabilità, come olio che rinfocoli la fiamma. [II, 25] E tuttavia a me pare che i corpi degli uomini sperimentino ciò che sperimentano anche i vegetali appena spuntati dalla terra. Pure questi, infatti, qualora il cielo li irrori con una pioggia troppo abbondante, non riescono più a tenersi eretti, né a lasciarsi ventilare dalle brezze. Invece, quando ricevano tant’acqua quanto loro garba, allora i loro fusticini crescono belli diritti e le pianticelle prosperano fino a giungere alla produzione dei frutti. [II, 26] Allo stesso modo a noi pure, qualora si tracanni una bevuta dopo l’altra, viene ben presto meno il controllo del corpo e della mente; e non potremo neppur più respirare, per non dire della capacità di parlare. Se invece gli inservienti faranno stillare con frequenza su di noi dei piccoli calici, per parlare anch’io con espressioni ‘alla Gorgia’, non essendo violentati dal vino, non giungeremo all’ubriachezza; ma ci ritroveremo d’umore più pacioso e scherzevole. [II, 27] Questa proposta ebbe l’approvazione di tutti, e Filippo vi aggiunse come postilla l’opportunità che i coppieri imitassero i migliori aurighi facendo girare celermente i calici. E i coppieri così fecero.
[III, 1] Dopo di ciò e dopo avere accordato la sua cetra al flauto, il ragazzetto la suonò e cantò. Tutti i presenti lo lodarono, e Carmide disse: “A me sembra, signori miei, che quanto detto da Socrate a proposito del vino valga anche per la fiorente bellezza dei ragazzi e l’armonia delle note musicali, la cui mescolanza seda davvero le afflizioni e risveglia la divina Afrodite”. [III, 2] Allora Socrate riprese la parola e disse: “Questi artisti, signori miei, si mostrano davvero capaci di deliziarci, eppure io so che noi riteniamo di essere molto migliori di costoro. Non sarebbe dunque vergognoso se, mentre siamo qui riuniti, non ponessimo mano a recarci qualche giovamento o a complimentarci l’un l’altro per qualcosa?” Furono subito in molti a rispondere, dicendo: “Sii quindi tu a spiegarci quali siano gli argomenti, discorrendo sui quali potremmo raggiungere al meglio questo risultato!” [III, 3] “Quanto a me”, rispose Socrate, “l’argomento che prenderei in considerazione con maggior piacere è la promessa di Callia; il quale ci ha detto, come ricordiamo, che se avessimo cenato con lui, egli ci avrebbe fatto sfoggio della sua sapienza”. “Ed io ve la sfoggerò”, disse Callia, “a patto che anche voi tutti mettiate sul tavolo ciò che ciascuno di voi sa con certezza essere buono e bello”. “In tal caso ti assicuro”, disse Socrate, “che nessuno qui si oppone a dirti quale ritiene che sia, a suo giudizio, il sapere di maggior valore”. [III, 4] “Io pertanto vi esplicito”, riprese Callia, “quale sia il sapere di cui sono orgoglioso al massimo grado. Io infatti credo di possedere la capacità di rendere gli uomini migliori”. Al che Antistene gli chiese: “Insegnando loro qualche arte manuale oppure la nobiltà d’animo?” “Nobiltà d’animo, se la giustizia è nobiltà d’animo”. “Sì, per Zeus”, continuò Antistene, “ed è anche la più incontestabile delle virtù; giacché la virilità e la sapienza a volte appaiono dannose sia per gli amici che per lo Stato, mentre la giustizia non si mescola mai, neppure una volta, all’ingiustizia”. [III, 5] “Dunque, dopo che ciascuno di noi”, proseguì Callia, “avrà indicato ciò che di giovevole è capace di conferire ad altri, io non rifiuterò di parlare dell’arte grazie alla quale riesco ad ottenere il mio risultato. Orsù Nicerato, ora che è il tuo turno, dicci quale sia la conoscenza della quale ti senti orgoglioso”. “Mio padre”, rispose Nicerato, “si prese ogni cura di far sì che io diventassi un uomo virtuoso, ed a questo fine mi impose di imparare tutta la poesia epica di Omero: sicché io anche ora potrei recitarvi a memoria l’intera l’Iliade e l’intera l’Odissea”. [III, 6] “E non ti sei reso conto”, gli chiese Antistene, “che anche tutti i rapsodi conoscono a memoria questi poemi?” “E come potrebbe essermi sfuggito ciò”, rispose Nicerato, “visto che li ascoltavo recitare quasi ogni giorno?” “Conosci tu dunque una genia di gente”, aggiunse Antistene, “più sciocca di quella dei rapsodi?” “No, per Zeus”, disse Nicerato, “a me non pare di conoscerla”. “Il motivo di ciò è manifesto”, interloquì Socrate, “e sta nel fatto che essi non conoscono il significato recondito di quel che recitano. Eppure tu per certo hai pagato molto denaro a Stesimbroto, ad Anassimandro e a molti altri conoscitori di Omero, sicchè nulla di ciò che valeva la pena di sapere in proposito ti è sfuggito”. [III, 7] “E tu Critobulo”, aggiunse poi Socrate, “qual è la cosa che, di tutte, ti rende più orgoglioso?” “La bellezza”, rispose Critobulo. “Dunque anche tu”, proseguì Socrate, “avrai modo di spiegare come, grazie alla tua bellezza, possiedi la capacità di renderci migliori?” “Sì, altrimenti”, fu la risposta di Critobulo, “mi mostrerò un insipiente”. [III, 8] “E tu, Antistene”, fu la domanda successiva di Socrate, “di cosa vai orgoglioso?” “Della ricchezza”, gli rispose Antistene. Ermogene chiese allora ad Antistene se possedesse molto denaro; al che Antistene rispose dicendo che non possedeva neppure un obolo. “Forse allora sei il proprietario di molti terreni?”, insistette Ermogene. “Forse ho tanta terra”, rispose Antistene, “quanta basterebbe al qui presente Autolico per impolverarsi”. [III, 9] “Varrà dunque la pena di ascoltare anche le tue spiegazioni”, disse Ermogene; che poi continuò: “E cosa ci dici di te, caro Carmide? Cos’è ciò di cui vai altamente orgoglioso?” “Io”, rispose Carmide, “vado orgoglioso della povertà”. “Sì, per Zeus”, intervenne allora Socrate, “sei orgoglioso di una faccenda davvero ad alto gradimento! Una cosa che non suscita per niente invidia, non origina nessuna disputa, che si conserva senza avere bisogno di alcuna custodia, e che quando sia lasciata nella più completa trascuratezza diventa sempre più poderosa”. [III, 10] “E tu, Socrate”, chiese Callia, “cos’è ciò di cui vai sommamente orgoglioso?” Allora Socrate atteggiò il volto alla più solenne serietà e disse: “Di fare il magnaccia”. Tutti risero di queste sue parole, ma Socrate continuò: “Voi ridete di me, ma io so bene che farei un gran mucchio di soldi se decidessi davvero di utilizzare quest’arte”. [III, 11] “Nel tuo caso”, disse Licone rivolgendosi a Filippo, “è manifesto che ciò di cui vai orgoglioso è di fare il buffone”. “E lo credo un orgoglio assai più giusto”, rispose Filippo, “di quello di Callippide, il quale si vanta oltremodo della sua capacità di tenere un sacco di gente seduta a singhiozzare”. [III, 12] “E tu pure, Licone”, chiese Antistene, “non ci dirai forse di cosa vai orgoglioso?” E Licone gli rispose: “Non lo sapete forse tutti che ciò di cui vado orgoglioso è questo mio figlio?” Al che uno dei presenti disse: “Ed è ovvio che l’orgoglio di questo tuo figlio sta nell’essere il vincitore del primo premio nel pancrazio”. Invece Autolico arrossì e disse: “No, per Zeus, non è di questo che vado orgoglioso!” [III, 13] Tutti i presenti, lieti di sentirlo parlare, si volsero verso di lui, ed uno di loro gli chiese: “Autolico, e dunque di che cosa sei orgoglioso?” Al che Autolico rispose: “Di avere il padre che ho”, e così dicendo si piegò verso di lui. Osservando la scena, Callia commentò: “Licone, ma ti rendi conto di essere l’uomo più ricco del mondo?” “No, per Zeus”, gli rispose Licone, “di questo non mi rendo proprio conto”. “Ma ti sfugge forse”, insistette Callia, “che non accetteresti mai lo scambio di tuo figlio con tutto l’oro del gran Re?” “Sono stato colto sul fatto”, rispose Licone, “di essere, a quanto pare, l’uomo più ricco del mondo”. [III, 14] “E tu Ermogene”, chiese Nicerato, “di cosa vai sommamente fiero?” Ed Ermogene rispose: “Del valore e del potere dei miei amici, i quali, pur essendo tali, mostrano sollecitudine per me”. Udendo queste parole, tutti volsero lo sguardo verso Ermogene e molti dei presenti, ad una voce sola gli chiesero che presentasse anche a loro questi suoi amici; ed egli rispose che non avrebbe rifiutato di farlo.
[IV, 1] A questo punto Socrate riprese la parola: “Dunque ci rimarrebbe da dimostrare che ciò di cui ciascuno di noi ha detto di andare orgoglioso, sia davvero qualcosa di grande valore”. “Vi propongo di ascoltare me per primo”, disse Callia, “giacché il tempo che ascolto voi sprecare in incerte discussioni su cosa sia il giusto, è lo stesso tempo che io invece impiego nel rendere gli uomini più giusti”. “E come fai, carissimo?”, gli chiese Socrate. “Per Zeus, dando loro del denaro!”, fu la risposta di Callia. [IV, 2] Antistene allora balzò in piedi e più che perentoriamente gli chiese: “Callia, secondo te il giusto gli uomini ce l’hanno nell’animo oppure nel borsello?” “Nell’animo”, rispose Callia. “E dunque tu, mettendo loro nel borsello del denaro, ne rendi gli animi più giusti?” “È proprio così!” “E come succede questo?” “Perché sapendo essi di avere qualcosa con cui comprare il necessario per vivere, evitano di correre i pericoli legati alla commissione di crimini”. [IV 3] “E ti restituiscono il denaro che hanno preso da te?”, domandò Antistene. “No, per Zeus, proprio no!”, gli rispose Callia. “E cosa allora? Non del denaro ma dei ringraziamenti?” “No, per Zeus, neanche questi!”, aggiunse Callia, “Anzi taluni di loro mi si mostrano personalmente più nemici di prima”. “È stupefacente, questo”, sbottò Antistene scrutando Callia con occhiate di contestazione, “ossia che tu sia capace di fare gli uomini giusti verso gli altri, ma incapace di renderli tali nei tuoi confronti”. [IV, 4] “Perché lo trovi stupefacente?”, rispose Callia, “Non vedi tu falegnami ed architetti edificare case per gli altri, e però non avere il denaro necessario per edificare una casa per se stessi, e così abitare in case in affitto? E quindi, il mio caro sofista, ingoiati pure la tua contestazione”. [IV, 5] “Sì, per Zeus”, disse Socrate, “Antistene sopporti pure di essere stato contestato da Callia; giacché anche degli indovini si dice che essi siano capaci di pronosticare agli altri il lontano futuro, ma che siano però incapaci di prevedere il loro domani”. E a questo punto la discussione fu lasciata in sospeso. [IV, 6] Prese allora la parola Nicerato e disse: “Potreste ora ascoltare da me in cosa sarete uomini migliori se diventerete miei sodali. Voi sapete bene, infatti, che il sapientissimo Omero ha preso in esame e scritto di praticamente tutte le faccende umane. Pertanto, chiunque di voi intenda diventare un economista, o un capo politico, o un comandante militare, o un pari di Achille, di Aiace, di Nestore, di Odisseo, che si rimetta alle mie cure, giacché io conosco perfettamente tutti questi argomenti”. A lui Antistene domandò: “Ed hai anche la perfetta conoscenza di come ci si comporti da re, visto che sai come Omero lodi Agamennone per essere un ottimo sovrano, e al contempo un poderoso lanciere?” “Sì che lo so, per Zeus”, gli rispose Nicerato, “e so pure che quando si guida il cocchio bisogna girare stretto alla stele di meta

‘e lui intanto, nella cassa bene intrecciata del cocchio
 piegato un po’ a sinistra di quelli, il cavallo di destra
pungola e sgrida e le redini che tiene con le mani gli allenta’.

[IV, 7] Oltre a ciò so pure qualcos'altro, che voi potete mettere immediatamente alla prova. Infatti, da qualche parte Omero ha detto: ‘E con delle cipolle, che sono companatico per il bere’. Sicché se qualcuno portasse qui delle cipolle, immediatamente potrete giovarvi di esse, giacché berrete con molto più piacere. [IV, 8] Al che Carmide commentò: “Signori miei, Nicerato non vede l’ora di andare a casa puzzando di cipolla, affinché sua moglie sia fiduciosa che a nessuno qui è venuta l’idea di baciarlo”. “Sì, va bene, per Zeus”, disse Socrate, “ma corriamo il rischio di tirarci addosso, in qualche modo, una fama ridicola e diversa. Senza dubbio la cipolla è simile ad un buon companatico, giacché essa rende più piacevole non soltanto il cibo ma anche il bere. Ma se noi sbocconcelleremo della cipolla anche dopo il pasto, fate attenzione che poi qualcuno affermerà di certo che noi siamo venuti qui da Callia soltanto per godercela”. [IV, 9] “Niente affatto, caro Socrate”, rispose Carmide, “nessuno dirà così! Infatti, quando ci si appresta a dare battaglia, è ottima cosa trangugiare della cipolla; come fanno taluni che gettano nella lotta i galli da combattimento solo dopo averli cibati con spicchi d’aglio. Nel nostro caso, invece, forse il piano è quello di baciare qualcuno piuttosto che di battagliargli contro”. E la discussione terminò pressappoco a questo punto. [IV, 10] Allora Critobulo chiese: “È dunque giunto per me il momento di spiegare quali siano le ragioni per cui sono tanto orgoglioso della mia bellezza?” “Parla pure”, lo incoraggiarono tutti. “Dunque, se io non sono bello, come invece credo di essere, voi potreste giustamente essere chiamati a rendere conto del vostro inganno; visto che mentre nessuno vi chiede di giurarlo, voi però andate in continuazione dicendo che sulla mia bellezza ci giurate. Ed io ho piena fiducia in voi, giacché vi ritengo uomini per bene. [IV, 11] D’altra parte, se io sono davvero bello, e voi nutrite nei miei confronti gli stessi sentimenti che io provo verso colui che a me pare bello, qui vi giuro su tutti gli dei che io sceglierei d’essere bello, piuttosto che di essere il gran re di Persia. [IV, 12] Io, infatti, oggi contemplo Clinia con maggior piacere di quello che provo osservando tutte le altre cose belle esistenti tra gli uomini, ed accetterei la totale cecità dinanzi a tutte quante esse, in cambio della vista del solo Clinia. Io mi adonto con la notte e col sonno perché non posso vederlo, e invece ringrazio di tutto cuore il giorno e la luce del sole perché mi rendono visibile Clinia. [IV, 13] Degno di menzione per noi belli, è anche un altro fatto di cui possiamo andare orgogliosi. Infatti, mentre il potente deve acquisire i suoi beni a costo di grandi fatiche, il valoroso correndo dei pericoli, e il sapiente a forza di discussioni; chi è bello manderebbe ad effetto tutte le sue conquiste, anche restandosene tranquillo. [IV, 14] Io, per esempio, pur sapendo che il denaro è un possesso piacevole, darei a Callia tutto quel che possiedo con maggior piacere di quello che proverei ottenendo altro denaro da qualcuno; e con più piacere sarei schiavo invece che libero, se Clinia volesse essere il mio padrone. Infatti, faticherei per lui con più soddisfazione di quanta ne trarrei dal restare inattivo, e troverei più piacevole correre dei pericoli in vece sua, piuttosto che vivere una vita priva di pericoli. [IV, 15] Sicché se tu, caro Callia, vai orgoglioso della capacità di rendere gli uomini più giusti, io sono di una giustizia superiore alla tua, in quanto so indirizzare gli uomini verso ogni sorta di virtù. La causa di ciò sta nel fatto che noi belli ispiriamo qualcosa di speciale negli innamorati, e così li rendiamo più liberali nei confronti del denaro, più laboriosi e più strenui nei pericoli, sicuramente più rispettosi e più padroni di sé; sicché essi si vergognano proprio di quelle cose di cui sono soprattutto carenti. [IV, 16] Secondo me, dunque, sono pazzi anche coloro che non scelgono quali generali degli uomini belli. Io, per Clinia passerei anche attraverso il fuoco; e so che lo fareste anche voi con me. Sicché, caro Socrate, non avere il minimo dubbio sul potere della mia bellezza di giovare agli uomini. [IV, 17] E neppure è il caso di sottovalutare il potere della bellezza, riducendola a qualcosa che presto sfiorisce; giacché come è bello un ragazzetto, così lo sono un adolescente, un uomo adulto, una persona anziana. Ne sia prova il fatto che quali portatori dei rami d’olivo in onore di Atena, si selezionano tra i vecchi quelli belli, in quanto la bellezza è compagna d’ogni età della vita. [IV, 18] E se fa davvero piacere che qualcuno effettui di sua propria volontà qualcosa di cui un altro sente tacitamente il desiderio; ebbene so per certo che in questo stesso momento, pur rimanendo in completo silenzio io persuaderei questo ragazzetto e la ragazza a darmi dei baci, e li otterrei molto più rapidamente di te, caro Socrate, seppure tu dicessi loro moltissime cose intelligenti”. [IV, 19] “Perché dici questo?”, esclamò Socrate, “e ti vanti, come dando per scontato di essere più bello di me!” “Sì, per Zeus”, replicò Critobulo, “altrimenti sarei più brutto di tutti i Sileni che compaiono nelle commedie satiriche”. Ed in effetti a Socrate capitava di somigliare assai a costoro. [IV, 20] “Andiamo avanti, adesso”, disse Socrate, “si penserà in seguito al modo in cui decidere di bellezza fra me e te, dopo che abbiano avuto il loro spazio i discorsi che sono in attesa. E voglio che ad arbitrare la contesa non sia Alessandro, il figlio di Priamo, ma questi stessi due che tu ritieni non vedano l’ora di baciarti”. [IV, 21] “E non affideresti invece”, chiese Critobulo a Socrate, “il giudizio a Clinia?” E Socrate gli rispose: ”Ma quand’è che la smetti di mettere continuamente di mezzo Clinia?” “Ma se io non ne citassi il nome”, continuò Critobulo, “credi tu che io penserei di meno a lui? Non ti rendi conto che io ho nell’animo un’immagine di lui talmente evidente, che se fossi uno scultore o un pittore, dall’immagine che di lui ho in me, ne farei una copia perfetta come se lo guardassi dal vivo?” [IV, 22] Al che Socrate controbatté: “E allora perché infastidisci me, conducendomi sempre in luoghi dove lo puoi vedere di persona, se hai in te una immagine tanto evidente di lui?” “Caro Socrate, è perché la vista di lui dal vivo è capace di allietarmi, mentre l’immagine che ho di lui nella mente non mi produce diletto, bensì m’infonde una brama assillante”. [IV, 23] Ermogene qui si intromise, e disse: “Il prendere tanto alla leggera lo stato di un Critobulo così sconvolto dalla passione amorosa, caro Socrate, lo ritengo davvero qualcosa di non degno di te”. “Tu sei dell’avviso”, gli rispose Socrate, “che questa disposizione d’animo di Critobulo abbia avuto inizio quando è diventato mio sodale?” “E quando, se non da allora?” “Non hai notato che a Critobulo è soltanto da poco tempo che una molle lanugine scende fino alle orecchie, mentre a Clinia la prima barba già risale dietro di esse? Devi sapere che l’uno e l’altro hanno frequentato le stesse scuole; ed è da allora che in Critobulo si accese, ed arse potente, la fiamma della passione. [IV, 24] Suo padre, accortosi di ciò, me lo affidò, chiedendomi se io potessi essergli di qualche giovamento. Ed in effetti il ragazzetto sta già molto meglio. In precedenza, infatti, come coloro che fissano le Gorgoni, aveva lo sguardo pietrificato su Clinia, e non se na allontanava in nessuna circostanza; mentre di recente l’ho visto addirittura fargli l’occhiolino! [IV, 25] Eppure, per gli dei, signori miei”, continuò Socrate, “a me sembra proprio, per dirla tra di noi, che Critobulo abbia addirittura già dato dei baci a Clinia, e non c’è nulla di più potente del bacio, quale incendiario della passione amorosa, giacché esso è insaziabile ed anticipatore di certe dolcezze, che non è il caso di citare adesso. [IV, 26] È questo il motivo per cui io affermo che chi vorrà essere capace di temperanza, deve tenersi ben lontano dal baciare quanti sono nel fior degli anni”. [IV, 27] Qui intervenne Carmide: “Socrate, ma perché vai agitando davanti a noi, che ti siamo amici, questi babau, e distogliendoci dalle persone belle? Per Apollo, io ho visto proprio te in persona insieme a Critobulo”, continuò Carmide, “e in presenza del maestro di scuola, compulsare qualcosa sullo stesso libro, testa accanto a testa, spalla nuda contro spalla nuda”. [IV, 28] “Argh!”, dichiarò Socrate, “ma allora è per questo che io, come azzannato da una bestia feroce, per più di cinque giorni provai un bruciore alla spalla e mi sembrò di avere delle fitte al cuore!. Però ora, caro Critobulo”, continuò Socrate, “davanti a un tal numero di testimoni, io ti intimo formalmente di non accostarti mai più a me, fino a quando il tuo mento non avrà tanta barba quanto il tuo capo ha capelli”. Era questo il modo in cui i presenti solevano mescolare un po’ di cose serie con un po’ di prese in giro. [IV, 29] Di poi Callia disse: “Caro Carmide, adesso tocca a te spiegarci perché vai tanto orgoglioso della tua povertà”. “Dunque, siamo tutti d’accordo”, cominciò Carmide, “che è molto meglio avere coraggio che avere paura, essere un uomo libero che essere uno schiavo, essere servito che essere un servitore, godere di fiducia in patria invece di essere ritenuto non degno di fede. [IV, 30] Io pertanto in questa città, tempo fa, quand’ero una persona ricca, solevo aver paura che qualcuno facesse un buco nel muro e mi penetrasse in casa, prendesse il mio denaro e mi facesse del male. Inoltre solevo trattare con ogni rispetto i sicofanti, ben sapendo che sarebbe stato possibile subire ad opera loro qualche male, piuttosto che farne ad essi. Inoltre capitava in continuazione che la città mi ordinasse di pagare per qualche sua spesa, e non mi era assolutamente lecito viaggiare all’estero. [IV, 31] Invece ora, da quando sono stato privato delle mie proprietà oltre i confini dello Stato, da quando non incasso più gli interessi da quelle entro i confini; da quando gli effetti di casa mia sono stati tutti venduti: ebbene, per lo Stato sono diventato un cittadino degno di fede; non ricevo più alcun tipo di minaccia, ed anzi sono io che posso minacciare altri; e quale libero individuo posso viaggiare all’estero o risiedere in patria. Ormai i ricchi si alzano in piedi davanti a me, mi offrono il posto a sedere, e per strada mi cedono pure la destra. [IV, 32] Adesso io sembro una sorta di despota, mentre allora sembravo chiaramente uno schiavo. A quel tempo ero io che pagavo le imposte al governo democratico, mentre adesso è invece lo Stato che riscuote le tasse e mi dà di che vivere. Quand’ero ricco, inoltre, i democratici mi ingiuriavano perché ero un sodale di Socrate; mentre ora, dopo essere diventato povero, a nessuno importa più nulla di questa faccenda. Allora, quando avevo davvero molte proprietà, mi toccava continuamente fare delle spese, o per ordine del governo o per necessità impreviste, mentre adesso non spendo più nulla, giacché semplicemente più nulla ho, mentre nutro sempre la speranza di raccattare qualcosa”. [IV, 33] “Dunque ciò che tu ti auguri”, disse Callia, “è di non diventare mai più ricco; e qualora ti capiti di fare qualche bel sogno, offri sacrifici agli dei che proteggono dalle disgrazie?” “Oh no, per Zeus, non arrivo a tanto”, rispose Carmide, “ma sopporto tale sogno con grandissimo sprezzo del pericolo, qualora esso mi faccia balenare la speranza di raccattare qualcosa da qualche parte!” [IV, 34] “Orsù Antistene”, disse a questo punto Socrate, “spiegaci a tua volta come mai, possedendo così poco, vai però orgoglioso della ricchezza”. “Ne vado orgoglioso”, rispose Antistene, “perché ritengo che la ricchezza e la povertà degli uomini non risieda, signori miei, nel patrimonio ma risieda nell’animo. [IV, 35] Io ho davanti agli occhi molti privati cittadini i quali, benché posseggano denaro in abbondanza, ritengono di essere in uno stato di tale povertà da assoggettarsi a qualunque fatica ed a correre ogni sorta di pericoli, pur di incrementare sempre più la quantità delle loro sostanze. Io so di fratelli, a cui la sorte ha assegnato pari quantità di ricchezze, ma dei quali uno ha quanto gli basta per vivere ed anche più di quanto spende, mentre l’altro afferma di mancare di tutto. [IV, 36] Io sono al corrente dell’esistenza di certi tiranni, i quali hanno una fame di denaro tale, da condurli ad effettuare dei crimini molto peggiori di quelli che compiono persone poverissime. È certo per indigenza che taluni rubano, altri sfondano dei muri, altri ancora si danno al commercio di schiavi. Ma vi sono dei tiranni che si impossessano con la violenza di interi patrimoni, che ordinano degli eccidi di massa, che spesso rendono schiave intere città: e tutto ciò soltanto per il denaro. [IV, 37] Di questi uomini io non posso che compatire la tremenda malattia di cui sono preda. A me pare, infatti, che costoro soffrano della bulimia di cui soffre chi ha a disposizione molto cibo e molto ne mangia, senza però mai riuscire a saziarsene. Di cibo io ne ho a disposizione una tale quantità che faccio fatica io stesso a trovare quel che cerco; e mi accontento di mangiare soltanto fino a non avere più fame; e quando bevo, fino a non avere più sete. Circa il vestirmi, ne ho quanto basta per non provare, stando all’aperto, più brividi di freddo di quanti ne provi il qui presente e ricchissimo Callia. [IV, 38] Quando poi mi capiti di stare in casa, i muri a me sembrano tuniche belle calde, i soffitti mantelli ben spessi e la coperta che ho sul letto è talmente di mio gradimento che faccio un bel po’ di fatica a risvegliarmi. Qualora poi il mio corpo avverta il bisogno di piaceri sessuali, quel che ho a disposizione mi basta: al punto che le donne dalle quali mi reco mi coccolano tutte, visto che nessun altro vuole avvicinarle. [IV, 39] Tutte queste attività mi appaiono così piacevoli che mi augurerei di goderne non più di quel che ne godo, ma piuttosto di meno; giacché talune di esse a me pare che siano più piacevoli del conveniente. [IV, 40] Nell’ambito della ricchezza, io conteggio poi quale mio possesso di maggior valore il seguente: ossia, che pur se qualcuno oggi mi sottraesse ciò che posseggo, io non vedo alla mia portata alcun lavoro tanto dequalificato da non procurarmi una quantità di cibo sufficiente per vivere. [IV, 41] Infatti, qualora decida di assaggiare qualche delizia, io non vado a comprarla al mercato dei cibi rari e costosi, ma vado a trarla fuori dalla dispensa che è nel mio animo; giacché, quanto al piacere, c’è una gran differenza tra ciò che si porta alla bocca quando si sia atteso il momento in cui se ne sente davvero il bisogno, rispetto a quando ci si ciba di qualche delizia senza sentirne un vero bisogno, come mi capita ora con questo vino di Taso, che sto bevendo senza avere sete. [IV, 42] Ed è verosimile che quanti badano alla parsimonia, siano molto più inclini alla giustizia di quanto lo sono coloro i quali ad altro non badano che alla ricchezza di denaro. Coloro infatti che si accontentano di quel che hanno, sono molto meno inclini degli altri a desiderare ciò che è altrui. [IV, 43] Ed è pure degno di nota il fatto che questo genere di ricchezza rende gli uomini anche più inclini ad una generosa liberalità. Socrate, che è qui presente e che è colui dal quale io ho acquisito questa ricchezza, me ne ha sovvenuto senza limitazioni di numero né di quantità, ma tanta me ne ha fornito quanta io ero in grado di reggere. Pertanto io ora non provo più invidia per alcuno, fo mostra a tutti gli amici della mia abbondanza e fo parte, a chi lo vuole, della ricchezza che ho nell’animo. [IV, 44] Invero, voi stessi vedete che il possesso più divino di tutti, ossia il vivere a bell’agio, mi è sempre presente; cosicché a me è possibile recarmi a vedere ciò che più merita d’essere visto e ad ascoltare ciò che più merita d’essere ascoltato; e inoltre, ciò che apprezzo più di tutto, è d’avere l’agio di passare la giornata intera in compagnia di Socrate. E Socrate non ammira coloro che passano la maggior parte del loro tempo a contar soldi, bensì passa il suo tempo in compagnia di quanti sono di suo gradimento. [IV, 45] Così parlò Antistene. E Callia commentò: “Sì, per Era, sono davvero geloso della tua ricchezza e, tra le altre cose, del fatto che la città non ti tratti come uno schiavo al quale dà degli ordini, e che la gente non s’adiri con te perché non le concedi del denaro in prestito”. “Ma per Zeus”, disse allora Nicerato a Callia, “non provare gelosia per la ricchezza di Antistene. Io infatti mi recherò ben presto da lui per farmi dare in prestito il non mancare di nulla. E per questo, educato come sono da Omero a contare, prima gli chiederò

‘sette tripodi nuovi al fuoco, dieci aurei talenti,
venti lebeti lucidi, dodici cavalli’,

senza smettere di bramare quanta più ricchezza è possibile sia per numero che per quantità. E forse questo è il motivo per cui a taluni io sembro un po’ troppo avido di denaro”. Al che tutti si misero sonoramente a ridere, ritenendo che Nicerato avesse spifferato come stavano davvero le cose. [IV, 46] A questo punto qualcuno disse: “Ermogene, adesso tocca a te spiegare chi sono i tuoi amici, evidenziare come essi abbiano un grande potere e si prendano cura di te, affinché appaia evidente che tu vai giustamente orgoglioso di loro”. [IV, 47] “Ordunque, è manifesto che tanto i Greci quanto i barbari ritengono che gli dei conoscano qualunque cosa, tanto le cose presenti quanto quelle future. Inoltre tutte le nazioni e tutti i popoli, attraverso la mantica, interrogano gli dei su cosa sia d’uopo fare e cosa sia d’uopo non fare. È altrettanto chiaro che noi riteniamo gli dei capaci di fare tanto del bene quanto del male; e quindi tutti implorano gli dei di tenere lontani i mali e di concedere i beni. [IV, 48] E proprio questi dei, onniscienti e onnipotenti come sono, nutrono per me una tale amicizia che, grazie alle loro sollecitudini, non mi manca mai loro presenza né di notte né di giorno, dovunque io mi diriga o qualunque cosa io imprenda a fare. E poiché gli dei conoscono in anticipo le conseguenze di ciascun atto, essi me le segnalano mandandomi dei messaggeri sotto forma di voci profetiche, di sogni, di presagi legati al volo degli uccelli, circa cosa sia d’uopo fare e cosa sia d’uopo non fare. Qualora poi io ubbidisca a tali premonizioni, non ha mai da pentirmene; mentre invece ogni volta che non mi sono affidato ad esse, sono stato castigato”. [IV, 49] Socrate allora disse: “Non è il caso di diffidare di una sola delle parole che hai pronunciato. E tuttavia io accetterei con piacere di sapere da te come accudisci gli dei, ottenendone in cambio una tale amicizia”. “Ebbene sì, per Zeus”, gli rispose Ermogene, “te lo dico in poche parole: tesso le loro lodi senza spendere una dracma; di ciò che essi mi concedono, sempre ne restituisco loro una parte; parlo bene di loro il più che mi sia possibile, e su ciò che chiamo gli dei a far da testimoni, non mento mai deliberatamente”. “Sì, per Zeus”, continuò allora Socrate, “se quindi tu sei un uomo siffatto ed hai l’amicizia degli dei, a quanto pare anche gli dei gioiscono della tua nobiltà d’animo”. Questa fu la seria piega che prese questo discorso. [IV, 50] Poiché era giunto il turno di Filippo, i presenti lo interrogarono su cosa egli vedesse nella buffoneria, tale da andare orgoglioso di essa. “Non vale forse la pena che io ne sia orgoglioso”, rispose Filippo, “quando lo sanno tutti che io faccio il buffone; e che quando alla gente capita qualche bene, allora sono invitato molto volentieri a raggiungerli; mentre quando capita loro qualche male mi voltano la schiena e scappano, per paura di scoppiare indeliberatamente in una risata?” [IV, 51] Al che, Nicerato commentò: “Sì, per Zeus, è quindi giusto che tu ne vada orgoglioso. Infatti nel mio caso, al contrario, gli amici che se la passano bene si tengono lontani da me e se ne stanno fuori dai piedi, mentre quelli che incappano in qualche male fanno la genealogia della parentela che ci unisce, e non mi lasciano in pace un solo momento”. [IV, 52] “Sia pure così”, disse Carmide, “ma tu, Siracusano, di cosa vai orgoglioso? Oppure è già di per sé manifesto che vai orgoglioso del ragazzetto che hai con te?” “No, per Zeus”, rispose il Siracusano, “non è davvero per questo! Anzi, io temo fortemente per lui, giacché mi accorgo che taluni lo insidiano per rovinarmelo”. [IV, 53] Udendo queste parole, Socrate disse: “Per Eracle, qual è l’enorme offesa che costoro ritengono d’avere subito dal tuo ragazzetto, tanto da decidere di ucciderlo?” “Ma costoro”, rispose il Siracusano, “non vogliono ucciderlo, bensì convincerlo a condividere il letto con loro!” “E se ciò avvenisse, a quanto pare tu ritieni che il ragazzetto sarebbe rovinato?” “Sì, per Zeus”, fu la risposta, “rovinatissimo!” [IV, 54] “E proprio tu, invece”, disse Socrate, “non te lo porti forse a letto?” “Sì, per Zeus, tutte le notti”. “Per Era”, disse allora Socrate, “gran fortuna che hai, d’avere per natura una tale pellaccia per cui tu solo non rovini coloro che ti porti nel letto! Sicché vale la pena che tu vada orgoglioso, se non altro, proprio della pellaccia che hai”. [IV, 55] “Ma per Zeus”, disse il Siracusano, “non è questo ciò di cui io vado orgoglioso!” “E di cosa allora vai orgoglioso?” “Ebbene, per Zeus, dei gonzi! Infatti sono proprio i gonzi che, guardando i miei spettacoli di marionette, mi danno di che mangiare!”. Udito ciò, Filippo disse: “Queste sono proprio le parole che io ti ho sentito pronunciare avant’ieri, quando pregavi gli dei che concedessero a te, dovunque fossi, abbondanza di frutti e completa assenza di facoltà mentali nei gonzi”. [IV, 56] “Così sia”, concluse allora Callia e poi continuò: “E tu, Socrate, cos’hai da dire sull’arte di cui ti ritieni degno d’andare orgoglioso, visto che si tratta di un mestiere avente una pessima reputazione?”. E Socrate rispose: “Mettiamoci innanzitutto d’accordo nel definire di che qualità siano le opere del magnaccia. A quante domande vi porrò, non peritatevi a rispondere; affinché si possa così sapere su quanti punti concordiamo”. “Anche a voi”, chiese inoltre, “sembra giusto così?” La risposta di tutti fu: “Assolutamente sì”. E dopo avere detto una prima volta ‘assolutamente sì’, questa fu in seguito la risposta di tutti. [IV, 57] “Ebbene”, cominciò allora Socrate, “pare a voi che l’opera di un magnaccia che sa il fatto suo, sia quella di far mostrare colei o colui del quale egli sia il magnaccia, gradevole ed attraente a quanti intendono avere con costoro un rapporto sessuale?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. “Ora, cos’è l’apparire gradevole ed attraente se non una cosa sola con l’avere una conveniente acconciatura dei capelli e del vestito?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. [IV, 58] “Ora, non sappiamo forse anche questo: ossia che l’essere umano è capace, con gli stessi occhi, di guardare qualcuno tanto con uno sguardo amichevole quanto con uno sguardo profondamente ostile?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. “E allora? Con la stessa voce, non è forse possibile esprimersi in modo rispettoso oppure in modo sfrontato?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. “E allora? Non esistono forse discorsi che rendono odiosi ed altri che inducono all’amicizia?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. [IV, 59] “Ora, di questi discorsi, il magnaccia che sa il fatto suo non insegnerebbe forse quelli utili a farci apparire gradevoli ed attraenti?” Tutti risposero: “Assolutamente sì”. “E sarebbe migliore”, aggiunse Socrate, “chi fosse capace di renderci gradevoli ed attraenti ad una persona sola, oppure tali a molte persone?” Qui le risposte si divisero, giacché alcuni dei presenti risposero: “Manifestamente, a molte persone”; mentre altri si limitarono a rispondere: “Assolutamente sì”. [IV, 60] Una volta fatto notare che anche su questo punto c’era accordo, Socrate continuò: “E se uno fosse capace di farci diventare gradevoli ed attraenti all’intera città, costui non sarebbe forse il magnaccia più capace in assoluto?” “Per Zeus, è chiaramente così!”, risposero tutti. “Ora, se uno fosse capace di fare in modo che siffatti diventassero coloro ai quali soprintende, non andrebbe egli giustamente orgoglioso della propria arte, e non ne ricaverebbe giustamente un alto compenso?” [IV, 61] Dopo che tutti furono d’accordo anche su questo punto, Socrate affermò: “Ebbene, a me pare che un uomo siffatto sia proprio quell’Antistene che è qui tra noi”. Antistene allora chiese a Socrate: “Stai forse affibbiando a me il tuo mestiere?” “Sì, per Zeus”, fu la risposta di Socrate, “giacché osservo che tu hai elaborato alla perfezione il mestiere che consegue a quello del magnaccia”. “E qual è questo mestiere?” “Quello del mediatore”. [IV, 62] Antistene si adontò assai e gli ribatté: “Che cognizione hai tu del fatto che io abbia esercitato un mestiere del genere?” “Io so”, gli rispose Socrate, “che tu hai fatto da mediatore tra il qui presente Callia e il sapiente Prodico, quando vedevi che Callia s’era invaghito della filosofia e Prodico aveva bisogno di denaro. So, inoltre, che è Ippia di Elide colui dal quale Callia apprese la mnemotecnica, ed è da allora che egli è diventato più che mai disponibile al sentimento amoroso, poiché qualunque cosa bella egli veda, essa diventa per lui indimenticabile. [IV, 63] Inoltre, proprio recentemente, tessendomi tu le lodi dello straniero che veniva da Eraclea, e dopo averlo messo a contatto con me, me ne hai fatto desiderare fortemente la compagnia. E di ciò ti sono grato, giacché a me pare trattarsi di una persona davvero di nobilissimo animo. Ed Eschilo di Fliunte, del quale tessevi le lodi con me e di me con lui, non l’hai disposto tu in un modo tale che, una volta invaghitici a causa dei tuoi discorsi, noi correvamo come dei cani alla ricerca l’uno dell’altro? [IV, 64] Vedendoti pertanto capace di effettuare cose del genere, io ti ritengo un eccellente mediatore. Infatti, chi è all’altezza di riconoscere coloro che sono di giovamento a se stessi ed è capace di far sì che essi si desiderino fortemente l’un l’altro, a me pare che sarebbe in grado di rendere amici gli Stati, di concordare idonei matrimoni; e che sarebbe un’acquisizione di grande valore quale amico ed alleato, tanto per gli Stati quanto per i comuni cittadini. “Ma per Zeus”, replicò Antistene, “non adesso; giacché se potessi fare ciò, mi troverei pieno zeppo di ricchezza fin sopra i capelli”. E così si chiuse questo ciclo di discorsi.
[V, 1] Callia allora intervenne dicendo: “E tu, Critobulo, non entri più in competizione contro Socrate nella gara della bellezza?” “Sì, per Zeus”, aggiunse Socrate, “non ci si mette, giacché forse vede che il magnaccia appare favorito nell’opinione degli arbitranti”. [V, 2] Ma Critobulo ribatté: “Io non mi sottraggo affatto alla contesa. E tu tira fuori un argomento, se ne hai uno convincente, a sostegno del fatto di essere più bello di me. A patto, però, che qualcuno porti qui vicino a noi una lampada”. “Allora”, disse Socrate, “prima del processo vero e proprio ti chiamo all’istruttoria, e tu rispondimi”. “Sì, va bene. Ponimi le domande”. [V, 3] “Dunque, ritieni tu che la bellezza sia propria soltanto dell’uomo oppure anche di qualcos’altro?” “Sì, per Zeus”, rispose Critobulo, “anche in un cavallo, in un bue e in molti altri esseri inanimati c’è bellezza. E so pure che uno scudo può essere bello, come pure una spada o una lancia”. [V, 4] “E com’è possibile”, chiese Socrate, “che queste cose, pur essendo diverse una dall’altra siano tutte belle?” “Per Zeus”, rispose Critobulo, “lo sono qualora siano ben lavorate per espletare ciascuna delle attività per le quali le possediamo; oppure qualora siano per natura ben atte alle funzioni per le quali ne abbiamo bisogno: ebbene, è per questo che anch’esse sono belle”. [V, 5] “Tu dunque sai”, continuò Socrate, “per quale motivo noi abbiamo bisogno degli occhi?” “Manifestamente”, rispose Critobulo, “per vedere”. “Per questo motivo, allora, i miei occhi sarebbero più belli dei tuoi!” “Più belli come?” “Perché i tuoi guardano soltanto dritto davanti a sé; e invece i miei, per il fatto di essere assai sporgenti, vedono anche di fianco”. “Stai dicendo che il granchio è quello che, tra tutti gli animali, ha la miglior vista?” “Sì, proprio così”, rispose Socrate, “poiché è quello che ha per natura gli occhi dotati della maggiore ampiezza visiva”. [V, 6] “Sia pure”, gli disse Critobulo, “e dei nasi, qual è il più bello: il tuo o il mio?” “Io credo”, disse Socrate, “che sia il mio; poiché gli dei hanno fatto per noi i nasi in vista dell’olfatto. Ora, mentre le tue narici sono rivolte esclusivamente verso terra, il mio naso è schiacciato e quindi le mie narici sono aperte in tutte le direzioni, così che possono captare gli odori da qualunque parte essi provengano”. “Ma come può un naso camuso essere più bello di un naso diritto?” “Perché non si interpone, e così permette agli occhi la visione immediata di ciò che vogliono. Invece un naso diritto ed alto fa da intoppo e, come un muro, separa gli occhi uno dall’altro”. [V ,7] “Quanto alla bocca”, ammise Critobulo, “ti concedo senz’altro il punto. Se infatti essa è stata fatta per mordere e masticare, di certo i tuoi bocconi sarebbero molto più grandi dei miei. E poiché hai le labbra belle carnose, non ritieni anche di avere un bacio assai più tenero e delicato del mio?” “A sentir come ragioni”, furono le parole di Socrate, “mi pare che tu ritenga la mia bocca ancor più schifosa di quella degli asini. E non conteggi quale prova certa dell’essere io più bello di te, il fatto che le Naiadi, che sono delle dee, generino i Sileni, i quali certo somigliano più a me che a te?” [V, 8] A questo punto, Critobulo si arrese e disse a Socrate: “Non ho più argomenti da opporre ai tuoi. Dunque si passi ai voti, affinché io sappia, quanto prima, se a toccarmi sarà una pena corporale oppure il pagamento di un’ammenda”. Poi aggiunse: “E che la votazione sia segreta, giacché altrimenti io temo di rimanere completamente schiantato sotto l’immensa ricchezza tua e di Antistene”. [V, 9] Mentre la flautista e il ragazzetto passavano a raccogliere i voti segreti, Socrate nel frattempo fece in modo di sistemare la lucerna proprio davanti a Critobulo, così che gli arbitranti non si ingannassero e che al vincitore, quali corone da parte degli arbitranti, toccassero non delle bende ma dei baci. [V, 10] Dopo che le urne furono rovesciate e i voti contati, questi risultarono tutti a favore di Critobulo. “Ahimé, mio caro Critobulo”, commentò Socrate, “il tuo denaro non somiglia affatto a quello di Callia. Infatti quello di Callia rende gli uomini più giusti, mentre il tuo è tutt’al più sufficiente a corrompere i giudici e gli arbitranti”.
[VI, 1] Visto il risultato, alcuni dei presenti sollecitavano Critobulo a prendersi senz’altro i baci dovutigli quale premio per la vittoria; altri a chiederne il beneplacito al suo tutore; ed altri ancora lo dileggiavano in altri modi. Eppure anche in questa occasione Ermogene non apriva bocca. Socrate allora lo chiamò per nome e gli chiese: “Avresti tu la cortesia di dirci cosa sia l‘ubriachezza molesta?” Ermogene gli rispose: “Se mi chiedi cosa sia, ti rispondo che non lo so. Ma potrei dirti cosa pare a me che essa sia”. “Allora, dillo pure”, gli suggerì Socrate. [VI, 2] “È il molestare i presenti quando si beve del vino in compagnia. Questo io reputo essere l’ubriachezza molesta’”. “Tu dunque sai bene”, continuò Socrate, “che proprio adesso ci stai mettendo di malumore col tuo continuo silenzio?” “Vi mette di malumore che io stia in silenzio mentre voi parlate?” “No, ma quando smettiamo di parlare”. “Ma vi rendete conto che frammezzo a tutto il vostro parlare non si riuscirebbe ad infilare neppure ‘un pelo’, per non dire ‘una parola’?” [VI, 3] Socrate fece allora appello a Callia e gli chiese; “Callia, avresti un modo per venire in aiuto di un uomo pesantemente contestato?” “Io ce l’ho di certo,” gli rispose Callia, “infatti al suono del flauto noi tutti siamo assolutamente silenziosi”. “Dunque ciò che voi volete”, disse Ermogene, “è che io, come fa Nicostrato l’attore, quando recita tetrametri con l’accompagnamento del flauto, discorra con voi al suono di un flauto?” [VI, 4] “Per gli dei, Ermogene, fa’ così”, fu l’invito di Socrate, “e siccome io so che il canto è più piacevole qualora sia accompagnato dal suono del flauto; così pure le tue parole sarebbero addolcite dalle note; e ciò specialmente se tu, come fa la flautista, sottolineassi con opportune movenze le parole che pronunci”. [VI, 5] E Callia commentò: “Ma qualora Antistene, nel corso di un simposio, contesti le affermazioni di qualcuno, quali saranno le modulazioni del flauto adatte alla bisogna?” Qui a rispondere fu Antistene, il quale disse: “A colui che viene contestato, io credo, si adatterebbero bene i fischi”. [VI, 6] Questi essendo i discorsi che intercorrevano tra i presenti, il Siracusano, vedendo che essi si disinteressavano del tutto del suo spettacolino e godevano dei chiacchiericci tra di loro, con voce alta e risentita chiese a Socrate: “Sei tu il Socrate soprannominato ‘il pensatore’?” “Ebbene, non è meglio”, gli rispose Socrate, “questo soprannome che quello di ‘lo spensierato’?” “Sennonché, si dice che i tuoi pensieri siano tutti rivolti alle cose celesti” [VI, 7] “E tu conosci qualcosa”, gli fece notare Socrate, “che sia più celeste degli dei?” “Eh no, per Zeus”, rispose il Siracusano, “non è agli dei che la gente ti dice interessato, bensì a cose che sono assolutamente prive di qualsiasi giovamento!” “Ma anche se così fosse, è pur sempre di dei che mi interesso”, continuò Socrate, “giacché essi sono di giovamento in quanto dall’alto fanno cadere la pioggia, e dall’alto ci forniscono la luce. E se sto dicendo delle freddure”, aggiunse Socrate, ”la colpa è tua, perché mi stai dando fastidio”. [VI, 8] “Lasciamo perdere questo argomento”, disse il Siracusano, “e dimmi allora di quanti piedi di pulce è in questo momento la distanza tra noi due. Questo, infatti, dice la gente: ossia che tu, da geometra, sei capace di misurarla”. A questo punto Antistene disse a Filippo: “Tu hai la formidabile abilità di imitare alla perfezione chiunque. Ora, non ti pare che questo Siracusano somigli a qualcuno che vuole di proposito essere preso a parolacce?” “Sì, per Zeus”, rispose Filippo, “e come lui ce ne sono molti altri!” [VI, 9] “Nonostante ciò”, disse Socrate rivolto a Filippo, “l’imitazione del Siracusano non farla, affinché non sembri che anche tu sei davvero preso a parolacce”. “Ma se io ne faccio l’imitazione quale uomo virtuosissimo e d’animo nobilissimo, uno potrebbe giustamente imitare me come lodatore, non come uno preso a parolacce”. “Ma se affermi di essere migliore di lui, già adesso sembri uno che lo prende a parolacce!” [VI, 10] “Allora vuoi che lo imiti mostrandolo simile agli uomini più viziosi?” “Neppure ai più viziosi”. “Allora a nessuno?” “A nessuno. Non farne imitazione alcuna!” “Ma se sto zitto del tutto, non so come recitare una parte degna di questo pranzo”. “Quando certe cose non si debbano dire”, affermò Socrate, “la parte degna la fai facilmente se te ne stai zitto”. E così fu spento un accenno di ubriachezza molesta.
[VII, 1] Poiché però alcuni dei presenti incitavano Filippo a fare delle imitazioni, mentre altri a ciò si opponevano, ne sorse un certo trambusto. Allora Socrate nuovamente si interpose e disse: “Visto che tutti i convitati vogliono dire la loro, perché non metterci a cantare tutti insieme? E appena detto ciò cominciò a cantare. [VII, 2] Finito che ebbero di cantare, fu portata davanti alla danzatrice una ruota da vasaio, sulla quale ella si apprestava a fare delle danze acrobatiche. A questo punto Socrate disse al Siracusano: “Caro Siracusano, io corro il rischio di essere davvero, come dici tu, un pensatore. Infatti proprio ora sto riflettendo su come possano questo tuo ragazzetto e questa ragazza, muovendosi con il minimo sforzo ed una facilità che sbalordisce, procurare a noi che li osserviamo il massimo del diletto: il che, so bene, è proprio ciò che tu vuoi. [VII, 3] Pertanto a me sembra che il fare salti mortali sopra delle lame sia un’esibizione assai pericolosa, e che non s’addice affatto ad un simposio. Inoltre lo scrivere o il leggere su una ruota da vasaio che sta girando, è forse qualcosa che stupisce; ma non riesco a riconoscere quale piacere ciò possa procurare. Neppure trovo che il vedere corpi giovani e belli contorcersi fino ad imitare forme circolari, dia più piacere di quanto ne dà il vederli in posizioni di riposo. [VII, 4] Eppure, se uno ne ha proprio bisogno, non è affatto una rarità l’imbattersi in eventi sorprendenti; giacché bastano le sorprese insite nelle cose più quotidiane: come mai la lucerna, avendo una fiamma brillante, irraggia luce, mentre uno specchio di bronzo, pur dotato di brillantezza, non fa luce alcuna, e invece riflette le immagini di oggetti postigli innanzi; come possa l’olio, che è liquido, far crescere la fiamma mentre l’acqua, che è pur essa liquida, spegne il fuoco. [VII, 5] Queste cose sorprendenti non spingono nella stessa direzione nella quale spinge il vino. Se però i tuoi giovani attori, danzando al suono del flauto, avessero movenze raffiguranti le Grazie, le Ore, o le Ninfe, io credo che essi si muoverebbero con ancor minore sforzo e maggiore facilità, ed il simposio assai guadagnerebbe in piacevolezza e in grazia. E il Siracusano gli rispose: “Sì, per Zeus, Socrate, stai facendo osservazioni molto giuste; ed io metterò presto in scena spettacoli che vi diletteranno”.
[VIII, 1] Uscito che fu dalla sala, tra gli applausi, il Siracusano; Socrate propose un nuovo argomento di discussione, dicendo: “Signori, è mai verosimile che noi, a questo punto, non ricordiamo la presenza qui di una grande divinità, coetanea degli eterni dei, d’aspetto più giovane di essi, che per grandezza su tutto predomina, avente il suo tempio nell’animo umano, e intendo parlare di Eros, se non altro perché tutti siamo seguaci di questo dio? [VIII, 2] Per me è impossibile citare un tempo nel corso del quale io non sia stato l’amante di qualcuno. So che il qui presente Carmide ha acquisito numerosi innamorati, da alcuni dei quali è amato e di altri è l’amante. Critobulo è attualmente l’amato, ma di altri già smania di diventare l’amante. [VIII, 3] Nicerato poi, come sento dire, è l’amante di sua moglie, che a sua volta lo ama. E chi di noi non sa che Ermogene, qualunque cosa sia la nobiltà d’animo, per questa d’amore si strugge? Non vedete come sia serio il suo cipiglio, fisso lo sguardo, equilibrate le parole, mite la voce, allegro il carattere? E come, pur vantando l’amicizia degli dei solennissimi, egli non disdegni quella di noi uomini? Tu soltanto, Antistene, non ami nessuno?” [VIII, 4] “Sì, per gli dei”, rispose Antistene, “io sono pazzamente innamorato di te!” Al che Socrate, scherzando e facendo lo smorfioso, replicò: “Non infastidirmi proprio adesso, giacché vedi bene che sono impegnato in altro”. [VIII, 5] Antistene allora gli ribatté: “È chiaro una volta di più, mio caro magnaccia di te stesso, che tu fai sempre qualcosa del genere, e così rifiuti ogni rapporto intimo con me, una volta col pretesto del tuo demone, e altre volte accampando qualche altra scusa”. [VIII, 6] “Antistene, per gli dei”, lo scongiurò Socrate, “mi basta che tu non mi riempia di botte, e quanto al resto sopporto e sopporterò qualunque altra tua mattana in piena amicizia. Ma, ti scongiuro, teniamo nascosta la tua passione erotica per me, giacché essa non è amore per l’animo mio, bensì per la mia avvenenza”. [VIII, 7] “Quanto a te, Callia”, continuò Socrate, “il fatto che tu sia l’amante di Autolico è cosa risaputa in tutta la città e, io credo, anche a conoscenza di molti stranieri. Causa di ciò è il fatto che entrambi avete dei padri rinomati e siete voi stessi dei personaggi notori. [VIII, 8] Quanto a te, Callia, io ho sempre trovato meravigliosa la natura che hai; ed ancor più meravigliosa la trovo ora, poiché ti vedo essere l’amante non di un effeminato damerino, non di uno smorfioso mollaccione, bensì di qualcuno che con tutti sfoggia vigore, fortezza, virilità e temperanza. E l’ardente desiderio di trovare in un altro siffatte virtù, è anche una prova della natura dell’amante. [VIII, 9] Se poi di Afrodite ce ne sia una sola oppure ce ne siano due, la Celeste e la Popolare, io non lo so. Infatti anche Zeus, pur ritenuto essere sempre il medesimo, ha molti soprannomi. Che invece per l’una e per l’altra Afrodite vi siano altari, templi e riti sacrificali diversi e separati, per la Popolare più lascivi e per la Celeste più castigati, questo lo so. [VIII, 10] Ci si potrebbe raffigurare l’Afrodite Popolare come colei che manda agli uomini e fa sorgere in essi l’amore per i corpi, mentre è quella Celeste a far sorgere in essi l’amore per l’animo, per l’amicizia, per le opere virtuose. Ed è a questo secondo tipo di amore che tu, Callia, sembri a me soggiacere. [VIII, 11] Ne trovo indizio sicuro nella nobiltà d’animo del tuo amato Autolico, e nel vedere che tu accogli con piacere la presenza del padre di lui nei vostri incontri. Infatti, per chi è un amante d’animo nobile, nessuna di queste frequentazioni avviene in segreto e all’insaputa del padre dell’amato”. [VIII, 12] Qui intervenne Ermogene, il quale disse: “Per Era, caro Socrate, sono molti e diversi i motivi della mia ammirazione per te, ed uno di questi è che in questo momento, mentre gratifichi Callia, al contempo lo stai anche educando su che sorta d’uomo è d’uopo che sia”. “Per Zeus”, gli rispose Socrate, “affinché egli ne provi ancor più diletto, io voglio ora testimoniargli come l’amore per l’animo abbia molto maggior valore dell’amore per il corpo. [VIII, 13] Infatti, tutti sappiamo che qualsiasi intimità la quale prescinda dall’amicizia, è priva di dignità e di valore. Ora, la ricerca dell’amicizia di coloro che sono ammirati per il loro carattere, è comunemente chiamata una necessità naturale piacevole e volontaria; mentre invece molti di coloro che smaniano per la sola intimità carnale, dicono peste e corna ed odiano i modi di fare dei loro amati. [VIII, 14] Nel caso poi in cui l’amante e l’amato mostrino apprezzamento l’uno per l’altro, il fior di gioventù comunque sfiorisce presto; e, lasciatosi questo alle spalle, necessariamente anche l’amicizia appassisce. Invece l’animo, per tutto il tempo del suo percorso verso la saggezza, diventa via via sempre più degno d’amore. [VIII, 15] Inoltre, nel godimento delle belle forme è insito il raggiungimento di una certa sazietà; sicché l’amante necessariamente sperimenta nei confronti dei giovani amati, proprio ciò che accade nel caso del cibo, quando egli ne consumi in quantità eccessiva. Invece l’intimità amichevole con un animo, essendo essa casta, è anche più immune da ogni sazietà; pur se non ne consegue, come invece si supporrebbe, che l’intimità che le è propria sia un’intimità meno attraente. Anzi, risulta chiaramente esaudito l’auspicio con il quale noi imploriamo la dea Afrodite di concederci parole ed opere belle ed attraenti. [VIII, 16] Infatti, non vi è bisogno di spiegazione alcuna sul perché un animo che cresce rigoglioso in libertà e in belle forme, in verecondia di carattere e in nobiltà, un animo che eccelle già tra i suoi pari età per doti di comando e per benignità verso gli altri, ammiri e tratti amorevolmente l’amato. Io, invece, vi insegnerò perché un amante siffatto sarà corrisposto d’eguale amore dai giovani amati. [VIII, 17] In prima istanza, potrebbe uno odiare qualcun altro se sapesse che da costui egli è ritenuto un modello di virtù? In seconda istanza, dal momento in cui sapesse di essere ritenuto un modello di virtù; vedesse che l’amante si industria per il bene dell’amato piuttosto che in vista dei propri piaceri; fosse fiducioso nel fatto che l’amante non effettuerebbe alcunché di contrario a ciò neppure se una malattia gli causasse qualche deformità: ebbene, potrebbe mai l’amato diminuire la propria amicizia verso l’amante? [VIII, 18] Tra coloro la cui intimità amichevole è mutua, può mai essere non indispensabile badare con piacere ai bisogni uno dell’altro; discutere con benevolenza; avere una piena fiducia reciproca; darsi pensiero uno dell’altro; godere entrambi delle cose bene effettuate; condolersi per l’accadimento di qualche rovescio; provare continuo diletto qualora stiano convivendo in buona salute; se uno dei due si ammala, tenersi compagnia con più frequenza; prendersi cura uno dell’altro quando uno dei due sia assente, ancor più di quando siano entrambi presenti? Tutte queste cose non sono attraenti? È grazie a comportamenti di questo genere che gli uomini vivono fino in tarda età da amanti dell’amicizia e ad essa devoti. [VIII, 19] Perché un ragazzo dovrebbe ricambiare l’amicizia di un amante, il quale è tutto appeso alle sue voglie carnali? Forse che amante è colui che concede a se medesimo ciò di cui spasima, ed invece al ragazzo soltanto le cose più ignobili e vergognose? Oppure è un amante perché, per via delle azioni che ha fretta di effettuare con gli amanti, tiene i parenti il può lontano possibile dagli amati? [VIII, 20] Invero, forse che è amante colui che non usa la violenza, bensì la persuasione? Ma è proprio per questo che costui va specialmente odiato! Infatti, chi usa la violenza dimostra apertamente di essere un malvagio; mentre colui che persuade, rovina l’animo di chi si lascia persuadere. [VIII, 21] Chi davvero mette in vendita il fiore della propria gioventù per denaro, quale affetto proverà mai per il compratore, un affetto che sia maggiore di quello che prova per ciò che vende e svende al mercato? Di certo il ragazzo non proverà amicizia per il compratore, perché lui è nel fior degli anni e l’altro non lo è; né perché lui è bello mentre l’altro non lo è; né perché lui, privo di qualunque passione com’è, ha rapporti con chi per lui ha perso la testa! Infatti il ragazzo non gode in comune delle delizie del sesso come fa la donna con un uomo, ma osserva, sobrio com’è, qualcuno reso da Afrodite completamente ubriaco. [VIII, 22] Perciò non vi è nulla di sorprendente se nel ragazzo si ingenera un totale disdegno dell’amante. E chi osserva attentamente i fatti, scoprirebbe che nulla di infesto accade ad opera di coloro che sono amati per il loro modo di fare; laddove, entro rapporti intimi spudorati, vengono invece effettuate molte azioni davvero sacrileghe. [VIII, 23] Ora renderò evidente come, per chi ha caro il corpo assai più dell’animo, l’intimità sia assolutamente priva di libertà. Infatti, chi educa a parlare come si deve e ad operare secondo giustizia, sarebbe onorato come furono da Achille onorati Chirone e Fenice. Chi invece desidera solamente i corpi, è verosimile che sia trattato come un poveraccio; giacché ne consegue che egli mendichi di continuo, ed abbia sempre bisogno di un bacio o di qualche altra sorta di toccamenti. [VIII, 24] Se io sto parlando più liberamente del solito, non stupitevene; giacché il vino mi spinge in alto e la passione amorosa che sempre coabita in me, mi sprona a prendermi la libertà di parlare apertamente della passione amorosa che le è direttamente contraria. [VIII, 25] A me sembra, infatti, che chi presta attenzione soltanto all’aspetto esteriore, somiglia a colui che abbia preso in affitto un terreno. Costui non si cura affatto di apportargli delle migliorie, bensì unicamente della raccolta da esso della maggior quantità possibile di frutti. Chi, invece, ha di mira l’amicizia, somiglia piuttosto a chi di un terreno sia il proprietario; giacché egli apporta all’amato ogni miglioria della quale sia capace, ed in questo modo lo rende migliore. [VIII, 26] Invero, quello tra i giovani amati il quale, essendo prodigo nella concessione all’amante del proprio corpo, e vede che così ne prenderà il completo dominio, verosimilmente è facilone anche su altri terreni. Invece il giovane amato, il quale riconosca che qualora non si mostri d’animo nobile non manterrà più l’amicizia dell’amante: ebbene, a questo giovane conviene darsi ogni cura della virtù. [VIII, 27] Il massimo bene per colui che desidera farsi un amico d’animo nobile di tra i giovani amati, è poi che necessariamente anch’egli faccia della virtù un continuo esercizio. Infatti nessuno è all’altezza di compiere azioni malvage e viziose; e, al contempo, di fare sfoggio di un convivente di nobile animo e virtuoso. E neppure l’amante è capace, esibendo spudoratezza e non padronanza di sé, di rendere l’amato un giovane che abbia padronanza di sé e rispetto di se stesso e degli altri”. [VIII, 28] “Callia, io poi desidero ancora ardentemente”, aggiunse ancora Socrate, “raccontarti come non soltanto gli uomini, ma anche gli dei e gli eroi considerino il valore dell’intimità amichevole di molto superiore a quello dell’intimità carnale. [VIII, 29] Infatti Zeus, di tutte quante le donne mortali delle quali divenne l’amante per via delle loro bellezza esteriore, dopo avere consumato con esse dei rapporti sessuali, le lasciò mortali come già erano. Invece, coloro dei quali si compiacque per l’animo che avevano, li rese immortali. Tra di questi vi sono Eracle e i Dioscuri, ma se ne citano anche altri. [VIII, 30] Ed io affermo qui che Ganimede fu portato da Zeus sull’alto Olimpo, non per la bellezza del suo corpo, bensì per quella del suo animo. A testimoniarlo è il suo stesso nome. È proprio Omero che dice:

‘gioisce nell’ascoltarlo’

facendo capire che è Zeus colui che ‘gode di sentirlo parlare’. Da qualche altra parte, è sempre Omero a dire di Ganimede:

‘avendo in animo ben accorti disegni’

e questo di nuovo significa: che ‘aveva in animo sagge deliberazioni’. Se si congiungono due termini presenti in queste citazioni: ‘gioisce’ = ‘gani’ e ‘disegni’ = ‘mede’ ne risulta che il nome ‘Ganimede’ non è un apprezzamento riferito al corpo, bensì all’animo del giovane che ebbe l’onore di essere assurto tra gli dei”. [VIII, 31] “E qui mi rivolgo a te, Nicerato”, continuò poi Socrate, “quando ricordo che secondo la descrizione di Omero, Achille non guarda Patroclo morto come uno dei giovani da lui amati, ma come un compagno di battaglie la cui morte esige d’essere segnatamente vendicata. Anche Oreste, Pilade, Teseo, Piritoo e molti altri dei più valorosi semidei sono celebrati con degli inni, non perché hanno condiviso lo stesso letto, ma per la somma ammirazione che essi avevano uno per l’altro, e per avere effettuato assieme le imprese più grandi e più belle. [VIII, 32] Effettuate perché? Pure le belle imprese del giorno d’oggi non si scoprirebbero esse tutte e sempre effettuate al fine di ottenerne delle lodi, da coloro che sono disposti a faticare ed a correre dei pericoli; e niente affatto da coloro che hanno l’abitudine di scegliere il piacere invece della gloria? Eppure Pausania, l’amante del poeta Agatone, parlando in difesa di coloro che si voltolano nel brago della non padronanza di sé, ha affermato che un esercito diventerebbe più forte e più combattivo, se fosse tutto formato da giovani amati e dai loro amanti. [VIII, 33] Egli, infatti, diceva di ritenere che costoro si sarebbero fatti ben specie di disertare lasciandosi  così soli gli uni gli altri. Affermazione, questa, assai sorprendente; se coloro i quali sono abituati a non preoccuparsi affatto delle denigrazioni di cui sono oggetto, e a non avere vergogna alcuna gli uni davanti agli altri: proprio costoro, dico, si vergognassero di effettuare qualcosa di vergognoso. [VIII, 34] Pausania ne adduceva a testimonianza il fatto che anche i soldati Tebani e gli Eleati avevano riconosciuto l’utilità di ciò; e pertanto i giovani amati e con i quali condividevano lo stesso letto, essi li schieravano e li conducevano in battaglia con loro. Ma ciò dicendo, Pausania dice un’assurdità, giacché per i Tebani e gli Eleati questa pratica era in accordo con la legge, mentre per noi essa è sommamente riprovevole. A me sembra, infatti, che quanti decidono di tenere i loro amati schierati in battaglia accanto a sé, non abbiano alcuna fiducia che questi, se lasciati soli, compiano le gesta doverose per dei valorosi combattenti. [VIII, 35] Invece i Lacedemoni, i quali ritengono che chi abbia un desiderio soltanto carnale non riuscirà mai ad effettuare alcunché di virtuoso, tengono lontani gli amati valorosi dai loro amanti, e li schierano piuttosto con degli stranieri. Ed anche quando siano schierati in una formazione diversa da quella dei loro amanti, tuttavia essi si vergognano di disertare e di lasciare soli i compagni a fianco dei quali stanno combattendo, giacché ritengono che ad essere una dea non sia la Spudoratezza, bensì il Rispetto di sé e degli altri. [VIII, 36] A me sembra che noi potremmo essere tutti d’accordo su ciò di cui parlo, se ponessimo la faccenda in questi termini: ad un giovane che sia stato amato in quale dei due modi, uno affiderebbe fiduciariamente in custodia una somma di denaro, oppure l’educazione dei propri figli o indirizzerebbe i propri favori? Io credo che quell’amante stesso, il quale bada soltanto all’aspetto esteriore dell’amato e che lo sfrutta carnalmente, affiderebbe tutte le cose e gli incarichi che ho appena citato al giovane che è amato per l’eccellenza del suo animo. [VIII, 37] Da parte tua, poi, caro Callia, a me sembra che valga la pena di mostrare gratitudine agli dei, per averti essi instillato l’amore per Autolico; ed è manifestamente ambizioso di onori colui che per essere proclamato vincitore del pancrazio sopporta molte fatiche e molte sofferenze. [VIII, 38] Ora, se Autolico pensasse di dare lustro in futuro non soltanto a se stesso ma anche a suo padre; di diventare capace, grazie al proprio valore, di fare del bene agli amici, esaltare la patria innalzando trofei di vittoria sui nemici; e per questi motivi di diventare un personaggio universalmente celebre e rinomato sia tra Greci che tra i barbari: ebbene non credi che egli tratterebbe con i più grandi onori colui che egli ritenesse il miglior collaboratore possibile per la realizzazione di questi progetti? [VIII, 39] Pertanto, se decidi di riuscire gradito ad Autolico, devi analizzare a fondo grazie a quali conoscenze Temistocle divenne capace di rendere la Grecia un paese libero; devi analizzare a fondo grazie a quale abilità oratoria Pericle fu ritenuto il consigliere migliore in assoluto che avesse la sua città patria; devi riflettere bene sul modo in cui Solone, una volta divenuto amante della sapienza, stabilì per la sua città le migliori leggi esistenti; devi scoprire grazie a quali continui esercizi, i Lacedemoni siano ritenuti i comandanti militari migliori che esistano, giacché tu sei il rappresentante ufficiale degli interessi di Atene a Sparta, e le personalità più in vista di quella città fanno sempre tappa a casa tua. [VIII, 40] E se lo decidi tu, sai bene che immediatamente Atene si metterebbe nelle tue mani. A questo proposito, tu possiedi infatti le più alte credenziali: sei un eupatride, sei un discendente di Eretteo, sei un sacerdote degli dei che sotto il comando di Iacco condussero una campagna militare contro i barbari; al giorno d’oggi, nella celebrazione dei misteri Eleusini sembri essere più venerabile ancora dei tuoi predecessori; il tuo fisico è il più gradevole a vedersi che esista in città, ed eppure è capace di sopportare sforzi e fatiche. [VIII, 41] Se poi a voi pare che io parli più seriosamente di quanto si convenga durante un simposio, non sorprendetevene. Il fatto è che io vivo tutto il tempo tra i miei concittadini, e mi sento l’amante di coloro i quali, già d’animo nobile per natura, per ambizione d’onori hanno di mira l’eccellenza insita nella virtù”. [VIII, 42] Mentre gli altri presenti discutevano sulle parole di Socrate, Autolico teneva gli occhi fissi su Callia. Allora Callia, guardando Autolico con la coda dell’occhio, disse: “Dunque tu, Socrate, sarai il mio magnaccia con la cittadinanza, affinché io possa entrare in politica e riuscire sempre gradito ai miei concittadini?” [VIII, 43] “Sì, è così”, gli rispose Socrate, “qualora essi ti vedano avere, non in apparenza ma in realtà, la massima sollecitudine per la virtù. La falsa opinione viene ben presto contestata dall’esperienza; mentre invece il valore vero, se non è un dio a danneggiarlo, attraverso le opere conferisce all’uomo la gloria più brillante”.
[IX, 1] Così si chiuse la discussione. Autolico, giacché era ormai giunta l’ora giusta per lui, s’alzò in piedi per uscire a passeggio. Suo padre Licone, mentre usciva con lui, si volse verso Socrate e gli disse: “Sì, per Era, Socrate; mi sembri davvero un uomo nobile e virtuoso”. [IX, 2] In seguito fu sistemato nella sala un trono regale, e subito dopo comparve il Siracusano il quale annunciò: “Signori, Arianna si appressa alla camera nuziale sua e di Dioniso. Dopo di lei entrerà Dioniso, in verità un po’ alticcio dopo un banchetto tra gli dei, si appresserà a lei, e poi i due si sollazzeranno vicendevolmente l’un l’altro”. [IX, 3] Arrivò quindi Arianna agghindata da novella sposa, e si sedette sul trono. Poiché Dioniso non era ancora comparso, fu suonata col fluato una musica dal ritmo bacchico, e tutti i presenti ammirarono la bravura dell’insegnante di danza. Ben presto Arianna, udendo la musica, l’accompagnò con piccoli movimenti, per modo che chiunque avrebbe riconosciuto ch’ella l’ascoltava con gioia; ma non andò incontro a Dioniso né s’alzò in piedi, pur essendo manifesto che ella stentava a rimanere ferma e calma. [IX, 4] Quando Dioniso la scorse, avanzò verso di lei danzando, e sedutosi sulle sue ginocchia come chi lo facesse con la massima amorevolezza, le gettò le braccia al collo e la baciò. Sulle prime Arianna sembrò contegnosa, ma poi gettò anche lei amorevolmente le braccia al collo di Dioniso. I convitati, guardando la scena, ora battevano le mani e ora gridavano: “Ancora! Ancora!” [IX, 5] Quando Dioniso s’alzo in piedi ed aiutò Arianna ad alzarsi con lui, si poté vedere la personificazione vivente di due persone che si baciavano ed accarezzavano l’un l’altra. I presenti, notando che Dioniso era davvero un bel ragazzo ed Arianna davvero una ragazza nel fior degli anni, i quali si baciavano sulla bocca non per finta ma per davvero, li guardavano come sentendosi trasportati in volo. [IX, 6] Sentivano Dioniso chiedere ad Arianna se ella lo amava, ed Arianna giurarlo con parole tali che non soltanto Dioniso, ma pure tutti i presenti avrebbero giurato che il ragazzo e la ragazza si amavano di certo l’un l’altra. Sembravano infatti entrambi non attori che recitavano una parte loro assegnata, bensì persone vere cui era accordato di fare ciò per cui da lungo tempo smaniavano. [IX, 7] Infine, vedendo i due dirigersi abbracciati come verso un letto, quelli tra i banchettanti che erano scapoli giurarono che si sarebbero sposati, mentre quelli che sposati lo erano già, saliti a cavallo si allontanarono per raggiungere le loro mogli al fine di avere con esse dei corporali amplessi. Invece Socrate e gli altri che erano rimasti per ultimi, si allontanarono insieme a Callia per raggiungere Licone e suo figlio, e passeggiare con loro. Così si sciolse la compagnia, e questa fu la conclusione di quel simposio.

 

 

 

 

 
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