Isocrate

Nicocle o I Ciprioti

 

Il buon accoglimento dell’Orazione indirizzata a Nicocle e concernente i doveri del sovrano verso i sudditi, convinse probabilmente Isocrate dell’opportunità di scrivere un’Orazione parallela sui doveri dei sudditi verso il sovrano. Che la presente Orazione sia stata messa da Isocrate sulle labbra dello stesso Nicocle e che questi non si periti di attribuirsi tutte le virtù di questo mondo, manifesta il comprensibile desiderio di Isocrate di spingere ad una riflessione sugli aspetti positivi, e non soltanto su quelli negativi, della forma monarchica di governo. La forma ideale di governo per Isocrate parrebbe essere rappresentata dalla Democrazia ‘limitata’ di Solone, ma è probabile che l’idealizzazione che Isocrate fa qui della monarchia serva più che altro ad evidenziarne lo stridente contrasto con la debolezza, il disordine e l’irresponsabilità che regnava nella democrazia Ateniese negli anni in cui l’Orazione fu scritta, ossia verosimilmente tra il 372 e il 365 a.C.

 

Traduzione
di
Franco Scalenghe

 
 
 

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Esistono persone accesamente ostili ai discorsi ragionati, le quali biasimano i filosofi ed affermano che essi dedicano il loro tempo a siffatte attività non per diventare virtuosi ma per trarne dei vantaggi materiali. Mi piacerebbe allora sapere da individui così maldisposti, perché denigrano quanti ambiscono parlare bene e invece lodano quanti vogliono rettamente operare. Infatti, se ad infastidirli sono i vantaggi materiali, troveremo che sono ben più numerosi e maggiori i vantaggi che provengono dalle opere rispetto a quelli che provengono dai discorsi. Inoltre sarebbe strano se a costoro fosse sfuggito il fatto che noi veneriamo gli Dei, esercitiamo la giustizia e pratichiamo le altre virtù non per ottenere meno degli altri, bensì per trascorrere la vita circondati dal maggior numero possibile di beni. Sicché non si debbono condannare quei comportamenti virtuosi dai quali accade di trarre dei vantaggi materiali, bensì gli uomini che compiono nei fatti azioni delittuose o fanno discorsi ingannevoli e li usano per far prevalere l’ingiustizia. Mi stupisco, pertanto, che quanti nutrono verso i discorsi ragionati la convinzione che ho detto, non parlino però male anche della ricchezza di denaro, del vigore fisico e della virilità. Se, infatti, sono ostili ai discorsi ragionati a causa di quanti compiono azioni delittuose e dicono il falso, conviene che essi mostrino riprovazione anche per questi altri beni, giacché sarà evidente che anche alcuni che li possiedono compiono azioni delittuose e che, mediante tali beni, fanno del male a molti.

 

Se alcune persone percuotono chi viene loro incontro non è certo giusto accusare il loro vigore fisico, né bisogna lanciare ingiurie contro la virilità a causa di quanti uccidono chi non si deve uccidere, e neppure trasferire la malvagità degli uomini alle loro azioni; bensì si devono denigrare quegli stessi uomini che usano male dei beni e che, con cose che possono giovare, mettono invece mano a danneggiare i loro concittadini. Ora, avendo trascurato di definire ciascun aspetto della faccenda e disposti come sono in modo apertamente avverso a tutti i discorsi ragionati, costoro hanno sbagliato così tanto da non accorgersi di essere avversi alla facoltà che, di tutte quelle presenti nella natura umana, è causa della maggior parte dei beni dell’uomo. Infatti, per le altre risorse che possediamo noi non ci differenziamo per nulla dagli altri animali; anzi per molte di esse: come la velocità, il vigore fisico ed altre ancora, ci capita di essere a loro molto inferiori. Ma poiché è stata ingenerata in noi la facoltà di persuaderci l’un l’altro e di venire in chiaro con noi stessi delle decisioni che prendiamo, noi non soltanto ci siamo allontanati dal modo di vivere delle bestie ma ci siamo messi insieme ed abbiamo edificato delle città, stabilito delle leggi, inventato delle arti. Ed è ancora il discorso ragionato quello che ci ha aiutato a realizzare quasi tutte le cose da noi escogitate. È il discorso ragionato ad avere stabilito le leggi del giusto e dell’ingiusto, di ciò ch’è disonorevole e di ciò ch’è onorevole: tutte leggi senza il cui previo stabilimento noi neppure saremmo in grado di abitare gli uni con gli altri. È col discorso ragionato che noi confutiamo i viziosi ed encomiamo i virtuosi. È con esso che noi educhiamo i dissennati e valutiamo i saggi, giacché consideriamo massimo segno del pensare bene quello di parlare come si deve; e un discorso vero, aderente alla legge e alla giustizia, l’aspetto che prende un animo nobile e leale. È con esso che dibattiamo sulle questioni controverse e veniamo in chiaro della nostra ignoranza, giacché le argomentazioni con le quali persuadiamo gli altri sono le stesse che usiamo quando prendiamo delle decisioni che ci riguardano. È per esso che chiamiamo retori quanti sono capaci di parlare davanti alla folla, e reputiamo buoni consiglieri quanti sappiano disquisire tra sé e sé delle faccende in modo ottimale. Se poi si deve parlare in ristretto di questa facoltà, troveremo che neppure una sola delle cose effettuate saggiamente lo è in modo non ragionato, giacché il discorso ragionato è la guida suprema di tutte le opere e di tutti i pensieri, e che ad utilizzarlo sono soprattutto le persone di senno. Pertanto quanti hanno l’audacia di coprire di parole blasfeme coloro che educano al discorso ragionato e alla filosofia meritano di essere odiati tanto quanto coloro che profanano i templi degli Dei.

Quanto a me, io accolgo con favore tutti i discorsi ragionati, anche quelli capaci di giovarci seppur di poco; e nondimeno ritengo bellissimi, degni di un re e soprattutto a me confacenti, quelli che danno consigli e regole sul governo dello Stato; e di questi specialmente quelli che insegnano a chi esercita il potere come trattare il popolo e com’è d’uopo che i privati cittadini si dispongano verso chi li comanda, giacché è attraverso questi discorsi che vedo gli Stati raggiungere la massima prosperità e grandezza. L’altro discorso, quello su com’è d’uopo esercitare il potere regale, l’avete già sentito pronunciare da Isocrate. Il discorso a quello correlato, ossia su cosa devono fare i sudditi, proverò ad esporlo io; non con l’intenzione di superare quell’altro, ma perché questo è il soggetto che soprattutto mi conviene discutere con voi. Infatti, se voi sbagliaste a capire il mio intendimento perché io non ho manifesto con chiarezza ciò che voglio voi facciate, sarebbe ragionevole che io non mi adirassi con voi; ma se io vi dico prima con chiarezza ciò che voglio voi facciate, e però poi nessuna di queste cose accade, sarei nel giusto se mi lagnassi di coloro che non ubbidiscono. Ritengo che meglio vi inviterei e spingerei a ricordare le mie parole e ad ubbidire loro, non se mi limitassi soltanto a darvi dei consigli, ed una volta enumeratili accuratamente chiudessi lì il discorso; bensì se per prima cosa vi dimostrassi che il presente governo dello Stato è degno d’esser tenuto caro non soltanto per necessità, né perché con esso noi viviamo tutto il tempo, ma perché esso è il migliore dei governi. Poi, che io detengo il potere non in modo illegale né per usurpazione, ma in modo conforme alla legge divina e alla giustizia umana: e tutto ciò grazie ai miei antichi avi, grazie a mio padre e grazie a me stesso. Una volta mostrate queste credenziali, chi non condannerà se stesso alla massima pena qualora non ubbidisca ai miei consigli e alle mie ingiunzioni?

 

 

 

Dunque, circa il governo degli Stati (giacché è di qui che ho deciso di cominciare), io credo sembri assolutamente mostruoso a tutti che i cittadini probi e quelli malvagi siano stimati degni del medesimo trattamento, e che la cosa più giusta sia invece quella di discriminare gli uni dagli altri, di modo che non tocchino le medesime cose a quanti sono diversi tra di loro, e che ciascuno ottenga d’essere onorato per quanto vale. Ora, gli Stati oligarchici e quelli democratici ricercano l’eguaglianza tra i cittadini loro appartenenti, ed in essi raccoglie il plauso generale l’idea che nessun cittadino possa avere più di un altro: il che va a tutto vantaggio dei malvagi. Gli Stati monarchici, invece, concedono di più al migliore, la parte confacente al secondo a chi viene dopo il migliore, poi agli altri le parti confacenti al terzo e al quarto secondo lo stesso criterio. E seppure questa regola non è istituita ovunque, questo è il piano dello Stato monarchico. Comunque tutti ammetterebbero che sono specialmente gli Stati governati con potere assoluto quelli capaci di distinguere chiaramente le nature e le azioni degli uomini. E quindi quale uomo assennato rifiuterebbe di appartenere ad uno Stato siffatto, ossia ad uno Stato in cui non passerà inosservato se è un uomo probo, invece di rimanere anonimo e mescolato tra la folla senza che si sappia che genere di uomo è? Inoltre, se giudicassimo che lo Stato governato con potere assoluto è anche lo Stato più mite, saremmo tanto più nel giusto quanto più è facile prestare attenzione alle direttive di un solo uomo, piuttosto che cercare di riuscire gradito a molti e variegati intelletti. Sono tanti i modi in cui si potrebbe dimostrare che quello monarchico è il più gradito ai sudditi, il più mite e il più giusto degli Stati, e nondimeno è facile notare ciò già da quel che sono venuto dicendo.

 

 

Quanto ai suoi ulteriori pregi, ossia di quanto gli Stati monarchici eccellano nel deliberare e nell’effettuare alcunché di positivo, lo potremo osservare benissimo se ponessimo una accanto all’altra le pratiche amministrative principali dei diversi Stati ed imprendessimo ad esaminarle. Coloro i quali entrano in carica e vi rimangono per un anno, ridiventano privati cittadini prima di avere potuto capire qualcosa delle faccende di Stato e di averne acquisito la necessaria esperienza. Coloro che invece attendono continuamente a quelle stesse incombenze, quand’anche fossero per natura meno dotati, sopravanzano di gran lunga gli altri per esperienza. Inoltre, mentre i primi trascurano molti compiti perché si aspettano di vederli assolti da altri, i secondi non ne tralasciano alcuno, sapendo che tocca a loro provvedere a tutto. Oltre a ciò, i cittadini degli Stati oligarchici e democratici nocciono alla comunità a causa delle continue rivalità tra di loro; mentre quanti vivono in Stati monarchici, non avendo chi invidiare, tutto effettuano al meglio possibile. Inoltre, gli uni sono sempre in ritardo rispetto agli eventi politici, giacché passano la maggior parte del tempo a discutere di affari loro e quando si riuniscano in assemblea, la maggior parte delle volte li si troverebbe a litigare invece che a consigliarsi vicendevolmente. Gli altri, invece, non essendo previste per loro né assemblee né tempi di lavoro, e dunque stando notte e giorno sulle faccende di Stato, non rimangono mai nell’ignoranza delle opportunità che si presentano e quindi effettuano ciascuna cosa al momento adatto. Per di più i primi, mossi come sono dalla malevolenza, vorrebbero che quanti entrano in carica prima di loro e dopo di loro, governassero la Stato nel peggior modo possibile, così da poter ottenere per sé la maggior gloria possibile. Invece i secondi, essendo per tutta la vita padroni assoluti dello Stato, sono mossi tutto il tempo da sentimenti di benevolenza verso i sudditi. E poi viene il fatto fondamentale: gli uni prestano attenzione alle faccende dello Stato come a faccende altrui, gli altri invece come a faccende proprie e personali; ed a loro riguardo utilizzano quali consiglieri, i primi, i più temerari tra i cittadini, gli altri invece, dopo averli selezionati tra tutti, i più assennati; e mentre gli uni onorano quanti sono capaci di arringare la folla, gli altri rendono onore a coloro che hanno scienza di come si trattano le faccende pratiche.

 

Le differenze tra gli Stati monarchici e gli altri Stati non si riferiscono soltanto alle occupazioni ordinarie e quotidiane, ma includono anche tutte le superiorità che essi possono vantare in caso di guerra. Infatti gli Stati a potere assoluto sono capaci più di tutti gli altri di organizzare le forze armate e di utilizzarle in modo da tenerle nascoste e da anticipare le mosse altrui, da persuadere certuni e costringere altri con la forza, da corrompere taluni col denaro e farsi altri alleati con altri mezzi. Che su questa verità si possa fare affidamento è dimostrato dai fatti non meno che dalle parole. Noi tutti sappiamo che l’esercito dei Persiani raggiunse la sua enorme grandezza non a causa della saggezza di quegli uomini ma perché i Persiani, più degli altri popoli, hanno in onore la monarchia. Sappiamo anche che quando il tiranno Dionisio assunse il regno, tutto il resto della Sicilia era a soqquadro e che la sua stessa patria, cioè Siracusa, si trovava in stato di assedio. Ebbene egli non soltanto allontanò la sua patria dai pericoli che la sovrastavano, ma ne fece addirittura la più grande delle città greche. Inoltre sappiamo che i Cartaginesi e gli Spartani, popoli governati infinitamente meglio degli altri, in tempo di pace sono governati da una oligarchia, ma in tempo di guerra sono governati da dei re. E si potrebbe dimostrare che anche la città che più di tutte ha in odio le tirannidi, ossia Atene, qualora metta in campo molti generali va incontro a disastri militari, mentre quando dà ad uno solo la responsabilità di affrontare i pericoli della guerra, ottiene grandi vittorie. Con quali esempi migliori di questi si potrebbe più chiaramente dimostrare che la monarchia è il più eccellente dei governi? L’evidenza mostra infatti che gli Stati governati in permanenza da monarchi con potere assoluto hanno gli eserciti più grandi; che degli Stati ben governati da una oligarchia, qualora si tratti di faccende della massima importanza, alcuni istituiscono quale comandante supremo delle forze armate un generale soltanto, altri un re; e che gli Stati che odiano i re con potere assoluto, qualora mettano in campo molti generali, non concludono mai nulla di positivo.

 

Se poi si deve parlare anche di storie antiche, ebbene si racconta che pure gli Dei abbiano Zeus quale loro re. Se quel che si racconta degli Dei è vero, è manifesto che anch’essi giudicano questa forma di governo essere la migliore. Se poi nessuno sa con certezza come stiano le cose e siamo stati noi a concepire a loro riguardo una simile ipotesi; ciò è comunque un chiaro segno che tutti noi preferiamo la monarchia, giacché non diremmo mai che gli Dei la utilizzano se non ritenessimo che essa in effetti sopravanza le altre forme di governo.

 

 

Circa le forme di governo degli Stati e quanto esse differiscano una dall’altra, è cosa impossibile sia lo scoprirle sia il discuterle tutte. Nondimeno, a loro riguardo, per il momento è stato detto abbastanza. Sul fatto che io detenga il potere regale con pieno diritto, il discorso è invece molto più breve e molto meno aperto a dispute. Chi non sa infatti che Teucro, il capostipite della mia stirpe, prese con sé i progenitori degli altri cittadini, navigò fin qui, fondò per loro una città e ripartì tra di loro il territorio? E che mio padre Evagora, dopo che gli altri discendenti avevano perso il trono, lo riprese nuovamente dopo essersi sottoposto ai maggiori pericoli e introdusse cambiamenti così radicali che i Fenici non poterono mai più esercitare il potere assoluto sulle genti di Salamina, e che coloro cui apparteneva un tempo il regno sono anche adesso i re?

 

 

Orbene, delle materie che mi proposi di trattare rimane ora da discorrere di me, affinché conosciate che chi regna su di voi è uomo di una levatura tale, non soltanto per merito dei suoi avi ma anche per merito suo proprio, che meriterebbe giustamente di ricoprire una carica anche più grande di quella che ricopre. Ora, delle virtù tutti ammetterebbero, io credo, che quelle degne del massimo onore sono la temperanza e la giustizia. Esse, infatti, non soltanto ci giovano in quanto tali, ma se volessimo considerare le umane faccende guardando alle loro nature, alle facoltà che coinvolgono e agli usi cui sono destinate, troveremo che quante non partecipano di queste grandi idee sono causa di mali, mentre quelle che sono congiunte alla giustizia e alla temperanza giovano in molti modi alla vita degli uomini. E se alcuni dei miei predecessori furono assai rinomati per il possesso di queste virtù, credo spetti anche a me la stessa loro rinomanza. Potreste vedere all’opera la mia giustizia specialmente a partire da quando fui incoronato re. Trovai allora le casse reali vuote, tutte le entrate già spese, gli affari di Stato in disordine e bisognosi di gran cura, di vigilanza e di notevoli esborsi di denaro. Pur ben sapendo che altri, trovandosi in situazioni come queste, cercano in ogni modo di raddrizzare le proprie finanze personali e sono costretti ad effettuare azioni contrarie alla loro stessa natura; io non mi lasciai pervertire da nessuna di queste tentazioni, e mi presi cura di ogni faccenda con una devozione tale e così bene da non tralasciare alcuna di quelle azioni che sono capaci di rendere più grande lo Stato e di farlo progredire verso il benessere. Inoltre mi comportai verso i cittadini con una tale mitezza che durante i miei anni di regno non ci sono stati né esili né condanne a morte né sprechi di denaro né alcun’altra di simili calamità. Essendo la Grecia per noi inaccessibile a causa della guerra sopravvenuta ed essendo noi depredati ovunque, io posi termine alla maggior parte di questi problemi pagando ad alcuni tutti i loro crediti, ad altri una parte di essi, chiedendo a taluni di differire le loro richieste e con altri ancora trovando, circa i loro reclami, il compromesso che mi fu possibile. Inoltre, essendo gli abitanti dell’isola assai maldisposti verso di noi e il Gran Re riconciliato con noi a parole ma nella verità dei fatti ferocemente avverso, io li rabbonii entrambi, mostrandomi premuroso servitore del secondo e procurando di essere giusto con i primi. Infatti io sono talmente alieno dal desiderare i beni altrui che mentre gli altri regnanti, appena abbiano un esercito anche di poco più potente di quello dei confinanti, si appropriano di una parte della loro terra e cercano di soverchiarli, io non ritenni giusto accettare neppure il territorio che mi veniva offerto ma scelsi, secondo giustizia, di tenere per me soltanto la terra che mi apparteneva piuttosto che acquisire con mezzi vili e vergognosi un territorio molto più grande di quello che possiedo. Ma che bisogno c’è di dilungarsi a parlare dei fatti miei uno per uno, quando m’è dato di rendere chiaro chi sono con pochissime parole? Sarà allora manifesto che io sono colui che non ha mai commesso ingiustizia contro alcuno, che ha fatto del bene a molti dei suoi cittadini e agli altri Greci, e che ha fatto ad entrambi doni più grandi di quelli che fecero tutti insieme coloro che regnarono prima di me. Ed è certo d’uopo che quanti si pregiano d’avere un grande concetto della giustizia e si vantano di essere superiori al vile denaro possano dire di se stessi cose altrettanto mirabolanti.

Anche più grandiose di queste sono le cose di cui mi trovo a poter discorrere circa la mia temperanza. Infatti, ben sapendo che tutti gli uomini tengono in grandissima considerazione i propri figli e le proprie mogli, e che s’accendono d’ira tremenda contro quanti si macchiano di aberrazioni nei loro confronti; che l’oltraggio recato ai figli o alle mogli è causa di mali grandissimi; e che moltissime persone, tanto privati cittadini quanto regnanti in carica, hanno fatto una fine orribile a causa di comportamenti oltraggiosi; io ho talmente evitato di prestarmi ad accuse di questo genere che dal momento in cui sono diventato re nessuno può accusarmi di avere avuto altre relazioni sessuali che con mia moglie. Inoltre, pur non ignorando che godono ottima fama da parte di moltissime persone anche re i quali, pur trattando i cittadini secondo giustizia, si procurarono però piaceri carnali da qualche altra parte; ho deciso di tenermi il più lontano possibile da siffatti sospetti ed insieme di fare del mio comportamento un esempio per gli altri cittadini, conoscendo che in queste materie il popolo ama passarsela al modo in cui vede che passano il tempo coloro che lo comandano. Di poi ho ritenuto conveniente che i re siano migliori dei privati cittadini di quel tanto che corrisponde ai maggiori privilegi di cui essi godono, e che fanno una sconcezza quelli che costringono gli altri a vivere con compostezza e poi mostrano di essere meno temperanti dei loro sudditi. Oltre a ciò io vedevo che i più sono padroni di sé in altre faccende, ma che anche i migliori di essi si lasciano vincere da una scomposta passione quando si tratta di fanciulli e di donne. A questo proposito ho dunque deliberato di dimostrarmi capace di essere forte in cose nelle quali intendevo essere superiore non soltanto al volgo ma anche a quanti si pregiano d’essere virtuosi. Io stigmatizzavo perciò la profonda malvagità di coloro che prendono moglie e, una volta fattasela consorte di tutta la vita, non si conformano però ai patti sottoscritti, e con i piaceri carnali che si prendono gettano nell’afflizione donne dalle quali s’aspettano di non ricevere mai motivo alcuno di afflizione; e i quali, mentre procurano di essere onesti e corretti nel caso di altre relazioni, commettono però gravi mancanze in quelle con la moglie: relazioni che bisognerebbe invece custodire con tanta più fedeltà, quanto più capita che esse siano più intime e più preziose delle altre. Per di più essi non s’avvedono di lasciar così crescere lotte intestine e discordie all’interno degli stessi palazzi reali; laddove invece è d’uopo che i buoni re provino a gestire nella concordia non soltanto gli Stati sui quali regnano ma anche le persone della loro cerchia familiare e le tenute nelle quali dimorano, essendo tutte queste opere di temperanza e di giustizia. Inoltre io non ho avuto la stessa convinzione che ha la maggior parte dei re neppure circa la generazione dei figli. Non ho cioè creduto che un re debba fare figli con donne di bassa condizione e altri con donne di alta condizione, né lasciare dei figli alcuni bastardi altri legittimi, ma che tutti debbano avere la stessa natura e quindi risalire in linea paterna e materna: quanto ai mortali a mio padre Evagora, quanto ai semidei agli Aiacidi, quanto agli Dei a Zeus; né privare alcuno dei miei discendenti di questa nobile origine.

 

 

 

Pur essendo molti i motivi che mi spronavano a rimanere fedele a questi intendimenti, mi invitava massimamente ad essi il vedere che anche molti viziosi partecipano della virilità, dell’abilità oratoria e di altre qualità assai lodate, mentre la giustizia e la temperanza sono possesso esclusivo dei virtuosi. Concepii dunque che la cosa più bella che si possa fare è di eccellere sugli altri in queste virtù, nelle quali nessun malvagio ha la menoma parte e che sono le più genuine, le più salde e quelle degne della massima lode. Per questo motivo e con questi pensieri in mente, ho esercitato più delle altre la temperanza, e dei piaceri ho prescelto non quelli che nei fatti non ci fanno alcun onore, ma quelli che ci fanno ottenere la fama che nasce dalla nobiltà di carattere.

 

 

 

È d’uopo valutare le virtù non tutte nelle identiche situazioni ideali, ma la giustizia in situazioni di incertezza, la temperanza in quelle di potere assoluto e la padronanza di sé in età giovanile. Si vedrà allora che io ho dato prova della mia natura in tutte le situazioni. Quando fui lasciato privo di denaro, procurai di essere così giusto da non angustiare alcun cittadino. Quando ebbi la potestà di fare qualunque cosa volessi, divenni più temperante dei privati cittadini. Ed in entrambe queste circostanze mostrai il mio autocontrollo in un’età nella quale troveremo che la maggior parte delle persone usa commettere moltissime azioni aberranti. Davanti ad altre persone forse mi periterei di dire questa cose, non perché io non aspiri ad essere lodato per quel che ho fatto, ma perché quel che dico potrebbe essere stimato non degno di fede; mentre voi, invece, mi siete testimoni di tutto quanto ho detto. Ora, se vale la pena lodare ed ammirare le persone per natura costumate, ancor di più ciò varrà per quanti sono costumati per raziocinio; giacché coloro la cui temperanza è frutto del caso e non di convinzione, potrebbero mutare avviso; mentre quanti, oltre ad esserlo per natura sanno per avere ben vagliato la questione che la virtù è il sommo dei beni, è manifesto che manterranno per tutta la vita questo convincimento.

 

 

 

 

Il motivo per cui mi sono dilungato in discorsi su di me e sugli altri soggetti che ho trattato, è di non lasciarvi alcun pretesto per non fare volontariamente e con slancio tutto ciò che io vi consiglierò e vi ingiungerò di fare. Dico dunque che ciascuno di voi assolva i compiti che gli sono assegnati con sollecitudine e con giustizia, giacché qualunque sia di queste due la modalità che trascurate, è necessario che le azioni che ne conseguono riescano male. Non siate pertanto negligenti e non sottovalutate nessuno dei compiti assegnati, pensando che quello assegnato a voi non sia importante, ma pensando invece che il successo buono o cattivo del tutto dipenderà dal successo di ciascuna delle parti, e così industriatevi sopra di esse. Tutelate i miei beni non meno dei vostri, e non ritenete che siano piccola cosa gli onori di cui godono i buoni soprintendenti dei miei.

 

 

 

Astenetevi dai possedimenti altrui così da possedere più sicuramente i vostri, giacché è d’uopo che vi comportiate con gli altri come ritenete giusto che io vi tratti. Non abbiate più fretta di arricchirvi che di essere uomini probi, sapendo che sia tra i Greci che tra i barbari coloro che hanno gran fama d’essere virtuosi sono i possessori del maggior numero di beni. Siate certi che l’accumulazione di denaro ottenuta in modi ingiusti genererà non ricchezza bensì pericoli. Non reputate che l’incassare denaro sia un guadagno e lo spenderlo sia una perdita, giacché né l’una né l’altra di queste due operazioni ha sempre la stessa valenza, ed è invece vero che qualunque delle due sia fatta al tempo opportuno e con virtù, giova a coloro che la fanno.

 

 

Non siate ostili a neppur uno dei miei comandi, giacché quanti di voi si presteranno utilmente alla realizzazione del maggior numero di essi, ebbene costoro massimamente gioveranno al loro patrimonio.

 

Ciascuno di voi tenga per certo che qualunque sia il pensiero che avrà tra sé e sé, esso non mi rimarrà nascosto; giacché se pur io non fossi presente di persona, si sappia però che l’animo mio è presente a tutto ciò che accade; sicché avendo questa convinzione voi vi consiglierete su tutto più saggiamente. Non nascondete alcunché né dei vostri possessi, né di ciò che fate, né di ciò che intendete effettuare, sapendo che dalle faccende tenute nascoste necessariamente nascono molte paure. Non cercate di interessarvi degli affari cittadini artificiosamente e subdolamente, ma con tale semplicità e così apertamente che non sia facile calunniarvi neppure volendolo. Valutate le vostre azioni e reputate malvage quelle che volete fare di nascosto da me, ed invece buone quelle grazie alle quali io, una volta venutone a conoscenza, vi riterrò migliori di prima. Se vedrete persone che tramano contro la carica che ricopro, non tacete ma denunciatele; e legittimate che meritino la stessa pena coloro che nascondono un crimine e coloro che lo commettono. Non riteniate che ad avere buona fortuna siano quanti fanno il male e non sono colti in fallo, bensì quanti non commettono alcun delitto; giacché è verosimile che i primi subiscano poi pene adeguate ai mali che infliggono, e che i secondi ottengano invece la riconoscenza della quale sono degni. Non formate leghe o consorterie senza il mio consenso, giacché tali associazioni nelle altre forme di Stato sono di vantaggio, mentre sono pericolose negli Stati monarchici. Astenetevi non soltanto dal malaffare ma anche da quelle occupazioni nelle quali è necessario che si ingenerino su di voi dei sospetti;

 

 

e siate certi che l’amicizia con me è sicurissima e saldissima. Custodite intatte le attuali istituzioni e non smaniate per alcuna loro trasformazione, sapendo che a causa dei disordini inevitabilmente gli Stati periscono e le case private vanno a soqquadro. Non crediate che chi detiene il potere assoluto regni con ferocia o con mitezza a seconda di una sua disposizione naturale, bensì che a determinare ciò è anche il modo di comportarsi dei cittadini. Infatti è dalla malvagità dei sudditi che molti tiranni sono stati costretti a governare più rudemente di quanto fosse loro intenzione. Abbiate fiducia nella vostra virtù più che nella mia mitezza, e credete che la mia sicurezza è per voi stessi una garanzia. Infatti, quando le cose mie stanno bene, allo stesso modo staranno le cose per voi.

 

Voi dovete essere obbedienti al mio governo, attenendovi ai costumi tradizionali, osservando scrupolosamente le leggi del regno e mostrandovi splendidi nei servizi resi allo Stato e nella esecuzione dei miei altri comandi.

 

Esortate i più giovani alla virtù non soltanto incitandoli ad essa a parole, ma anche mostrando loro nei fatti che sorta di persone è d’uopo siano gli uomini dabbene. Insegnate ai vostri figli ad obbedire a questi ed abituateli a dedicare il maggior tempo possibile all’educazione suddetta, giacché se impareranno ad obbedire come si deve ai comandi, saranno poi in grado di comandare su molti; e se saranno leali e giusti parteciperanno dei nostri beni, mentre se diventeranno malvagi correranno il pericolo di perdere i loro. Abbiate per certo che trasmetterete ai figli la massima e più salda ricchezza se potrete lasciare loro in eredità la nostra benevolenza.

 

 

Ed abbiate per supremamente miseri e sfortunati quanti hanno mancato di fede a chi si era fidato di loro; giacché è necessario che individui siffatti siano scoraggiati, abbiano paura di tutto e trascorrano il resto della loro vita senza più fiducia negli amici né nei nemici. Emulate non quanti hanno accumulato grandi ricchezze, bensì quanti hanno la coscienza monda d’ogni male, giacché è con quest’animo che si potrebbe trascorrere la vita con somma piacevolezza. Non crediate che il vizio possa giovare più della virtù e che sia soltanto il suo nome a causare fastidio; anzi siate certi che quali sono i nomi che ciascuna cosa ha ricevuto, tali sono anche le sue proprietà.

 

 

Non provate rancore verso coloro che nel mio governo primeggiano, ma affrontate la contesa e, procurando di essere probi, cercate di innalzarvi al livello di coloro che vi sono superiori. Pensate che è vostro dovere amare ed onorare coloro che anche il re ama ed onora, affinché possiate così essere da me ricambiati con le stesse dimostrazioni di affetto.

Le cose che dite in mia presenza, pensatele anche in mia assenza; e la buona disposizione nei nostri confronti dimostratela con i fatti piuttosto che con le parole.

 

Non fate agli altri ciò che vi fa adirare quando dovete subirlo dagli altri, e ciò che condannate a parole non praticatelo nei fatti.

 

 

Attendete a fare le cose tali e quali come se pensaste di farle per noi; e non lodate soltanto gli uomini dabbene ma imitateli pure.

 

Mentre date alle mie parole il valore di leggi, cercate anche di osservarle; sapendo che quelli di voi che maggiormente faranno ciò che io voglio, più rapidamente avranno la potestà di vivere come vogliono.

 

Il punto capitale del mio discorso è questo: è d’uopo che voi abbiate verso il potere che io detengo lo stesso atteggiamento che credete debbano avere verso di voi i vostri sottoposti.

Se lo farete, che bisogno c’è di spendere altre parole su ciò che accadrà? Se infatti io procurerò di essere il sovrano che sono stato in passato e voi continuerete a rendermi i vostri servigi, vedrete ben presto la vostra vita aver fatto progressi, il mio potere accresciuto e lo Stato divenuto felice. In vista di beni così grandi, vale dunque la pena di nulla tralasciare, ma di sopportare fatiche e pericoli di qualunque genere; ed è in vostra potestà procacciarvi tutti questi beni senza tribolazione alcuna, semplicemente con l’essere leali e giusti.

 

 

 

 

 

 
 

Traduzione
di
Giacomo Leopardi

 
 
 

 

 

Sono alcuni, i quali hanno l’animo avverso alle lettere, e biasimano i coltivatori di quelle, dicendo che essi seguitano sì fatto studio a fine, non di virtù, ma di avvantaggiarsi dagli altri. Io dimanderei volentieri a questi tali, che voglia dir ciò, che laddove essi lodano chi vuol bene operare, a un medesimo tempo fuggono da quelli che vorrebbono parlar bene. Che se spiacciono loro i vantaggi che uno ha dagli altri, veggiamo che più e maggiori se ne acquistano colle opere che colle parole. Anco sarebbe strano a pensare che questi nemici dei letterati non sapessero che noi facciamo onore agli Dei, pratichiamo la giustizia e seguitiamo le altre virtù, non mica per doverne avere disavvantaggio dagli altri, ma sì per vivere con quella maggior quantità di beni che per noi si possa ottenere. Sicché non sono da riprendere quelle cose per le quali uno può virtuosamente sopravanzare gli altri. ma sì quelle persone le quali peccano colle opere, e quelle che colle parole ingannano e che non le usano rettamente. E io mi maraviglio di questi che dicono male delle lettere, che non dicano anche male delle ricchezze, della forza, del coraggio. Imperocché se essi portano odio alle lettere per rispetto di coloro che si vagliono della eloquenza a ingannare altrui, ragion vuole che riprovino medesimamente anco gli altri beni, atteso che non mancano di coloro che vaglionsi di questi altresì per commetter male e far pregiudizio a molti.

Ma certo non è ragionevole, perché altri batta costui o colui, biasimare la forza, né condannare il coraggio per causa dei micidiali, né in somma riferire la malvagità degli uomini alle cose; ma voglionsi vituperare quei medesimi i quali usano male quelle che verso di se sono buone, e cercano nuocere ai compagni con quelle che sono atte a giovare. Ma questi tali, lasciate star queste distinzioni, guardano con mal occhio qualunque letteratura, e tanto si discostano dal diritto senso, che non si avveggono che essi portano odio a quella facoltà dell’uomo dalla quale nasce una copia di beni maggiore che da qualsivoglia altra. Imperocché nelle altre, come sarebbe a dire la velocità, la forza e simili, non che noi sormontiamo gli altri animali, anzi ne stiamo loro al di sotto. Ma per esserci dato dalla natura di poterci persuadere l’un l’altro e significare scambievolmente che che uno vuole, non tanto siamo potuti uscire della vita fiera e salvatica, ma congregati insieme, noi ci abbiamo fabbricato le città e posto leggi e trovato arti, e brevemente in quasi tutte le nostre invenzioni e fatture siamo stati aiutati principalmente dalla favella. Questa ha prescritto e statuito del diritto e del torto, del vituperevole e dell’onesto, senza i quali ordini noi non potremmo vivere insieme. Con questa accusiamo e convinciamo i cattivi, e celebriamo i buoni. Per mezzo di questa addottriniamo i semplici, e conosciamo i sensati. Imperciocché il favellare a proposito e acconciamente si è indizio di sensatezza certissimo fra tutti gli altri, siccome un parlar verace, legittimo e retto si è immagine di un animo buono e leale. Colla favella disputiamo delle cose dubbie, discorriamo tra noi medesimi delle ignote. Perocché quegli argomenti stessi coi quali l’uno, parlando, persuade l’altro, si usano altresì quando l’uomo delibera in se medesimo delle cose proprie; ed eloquenti sono denominati quelli che sanno favellare nella moltitudine, avveduti poi si stimano coloro che più saviamente parlano seco stessi di quel che occorre. E a dire di questa facoltà in ristretto, nessuna opera che si faccia con ragione e senno, si fa senza intervento della favella, governatrice e regina di tutti gli atti e pensieri dell’uomo; e trovasi che chi più intendimento ha, più la suole usare. Di modo che quelli che si ardiscono mordere i precettori delle lettere e gli studiosi di quelle, non sono manco da avere in abbominazione che sieno coloro che offendono i templi degl’immortali.

Io quanto a me, ho cara e pregiata qualunque letteratura; ma bellissimi e regii ed accomodati a me sopra tutti gli altri mi paiono quei ragionamenti che danno consigli e regole sopra gl’instituti e gli uffici, e sopra i reggimenti delle città, e massime quelli che insegnano ai potenti come sia da trattare la moltitudine, e ai privati come sia da procedere verso i principi. Perocché io veggo per questi sì fatti ammaestramenti le città essere felici e crescere in grandezza oltremodo. Dell’altra parte, cioè come uno debba regnare, avete udito il ragionamento composto da Isocrate. Quella che le tien dietro, la quale si è degli uffici dei sudditi, vedrò di spiegarla io, non con animo di soverchiare Isocrate, ma in quanto che egli mi si conviene di favellarvi sopra tutto di questa materia. Perocché se non avendovi io dato a conoscere quello che io voglio che voi facciate, intervenisse che voi vi discostaste dalla intenzione mia, non me ne potrei giustamente crucciare. Ma se avendovelo io mostro, non seguisse l’effetto, ben ragionevolmente riprenderei chi non ubbidisse. Io credo che meglio mi verrà fatto di persuadervi, e meglio vi recherò a tener bene a memoria e mettere in pratica quello che io sono per dire, se non istarò solamente in sul consigliarvi, e annoverato che io v’abbia i miei precetti, farò fine, ma se da vantaggio dimostrerovvi, prima, che lo stato presente della città si vuole aver caro e contentarsene, non solo per rispetto alla necessità, né anco perciò solamente, che sempre siamo vissuti con questa forma, ma per rispetto eziandio che ella è la migliore di tutte. Poi, che questo principato che io tengo, io non l’ho per modo illegittimo e non è d’altrui, ma tengolo lecitamente e di ragione, sì avendo riguardo ai miei progenitori primi, sì a mio padre e sì ultimamente a me stesso. Dimostrate che sieno le quali cose, nessuno ci dovrà essere che, pure da se, non si giudichi degno di qual si sia maggior pena, in caso che egli contravvenga ai consigli e ai comandamenti miei.

Quanto si è adunque agli stati delle città, poiché da questa parte ho proposto di dover cominciare, io penso che a tutti paia malissimo fatto che in una medesima condizione sieno i malvagi e i valentuomini, e giustissimo per lo contrario che le cose sieno distinte in modo che ad uno non tocchi quel medesimo che ad altri diversi da lui, ma ciascheduno riceva ed abbia secondo il merito. Ora le signorie di pochi, e medesimamente le repubbliche popolari, cercano la egualità fra quelli che partecipano dello stato, ed havvisi in pregio se l’uno non può di qual si sia cosa trapassare l’altro, il quale ordine ridonda in utilità dei tristi. Le monarchie danno il più e il meglio a chi similmente val più, la seconda parte a chi vien dopo, la terza e la quarta agli altri secondo la stessa regola. Che se questo modo non si trova usato da per tutto, nondimeno la proprietà della monarchia vorrebbe così. Distinguere le nature e gli andamenti degli uomini nessuno vorrà negare che non si faccia più nelle monarchie che negli altri stati. Ora dimando io, chi non bramerebbe, essendo di sano intendimento, di vivere in quella repubblica dove, se egli è persona d’assai, per tale debba essere conosciuto, anzi che starsene confuso tra la moltitudine senza che gli uomini sappiano quel che ei si vaglia? Oltre a tutto questo, di tanto è più discreta e più facile la monarchia che non sono le altre repubbliche, quanto è più leggera cosa aver l’occhio alla volontà di un solo, che sforzarsi di aggradire a molti e diversi ingegni Dunque che lo stato monarchico sia più comodo, più discreto e più giusto, si potrebbe anco provare con più ragioni, ma pure per le anzidette si è bastevolmente chiaro.


Nelle altre parti, quanto stieno di sopra le monarchie per rispetto sì al deliberare e sì all’eseguire convenientemente, si potrà considerare meglio che in altro modo, se noi porremo a riscontro quello che interviene ai diversi stati circa ai negozi principali. Coloro dunque che entrano ai magistrati d’anno in anno, prima ritornano nella condizione privata, che eglino abbiano potuto intendere alcuna parte delle occorrenze del comune, e farvi la pratica. All’incontro quelli che sempre stanno al governo delle medesime cose. quando pur fossero di natura manco adatta, certo però in quanto alla pratica, sono di gran lunga da più che gli altri. Poi, quelli trascurano molte cose, riposandosene gli uni negli altri scambievolmente; ma questi non lasciano cosa alcuna a cui non pongano cura, sapendo che a loro tocca di provvedere a che che sia. Oltre a ciò negli stati di pochi, e il simile nei popolari, quelli che governano nocciono alla comunità per le gare e le concorrenze che hanno tra se; laddove i monarchi, non avendo a chi portare invidia fanno di ogni cosa il meglio che possono. Aggiungasi che quelli fanno il bisognevole troppo tardi, perché il più del tempo si adoperano nei loro servigi privati, e quando sono insieme a consiglio, più spesso si veggono quistionare, che deliberare in comune. Per lo contrario i monarchi, non avendo né congregazioni né tempi assegnati al deliberare, e stando dì e notte in sul provvedere ai negozi, non restano indietro ai bisogni e alle occasioni, ma fanno ogni cosa a tempo. Di più, quelli hanno l’animo alieno gli uni dagli altri, e per acquistare essi più riputazione, vorrebbero che gli uomini stati negli uffici prima, e quelli che vi hanno a essere dopo loro, avessero fatto o fossero per fare della città il peggior governo del mondo. Ma i re, avendo in mano il reggimento tutta la vita, sempre amano la città di uno stesso amore. E quello che è di momento sommo e principalissimo, questi governano le cose della comunità come proprie, quelli come altrui; e gli uni, per loro consiglieri nel governarle, adoperano, fra i cittadini, i più arditi, gli altri scelgono fra tutti i più prudenti; e quelli onorano chi sa favellare tra la turba, questi chi sa maneggiare i negozi.


E non solo nelle cose ordinarie e in quelle che occorrono alla giornata, va innanzi lo stato monarchico a tutti gli altri, ma eziandio nella guerra ha tutti i vantaggi che si possono avere. Far preparamenti di forze, usarle per modo che elle o si rimangono occulte o sieno manifeste secondo che la utilità richiede, persuadere gli uni, sforzare gli altri, da questi comperare, quelli guadagnare con altre arti, tutte queste cose meglio si possono fare dalle monarchie che dagli altri stati. E che ciò sia vero, oltre alle ragioni, abbiamo anche gli esempi. Sappiamo tutti che la signoria de’ Persiani è venuta in questa tanta grandezza, non per senno e prudenza di quella gente, ma perciocché essi più che gli altri popoli onorano la monarchia. Veggiamo il re Dionigi, trovato il rimanente della Sicilia desolato e guasto, e la sua patria assediata, non solo averla tratta dai pericoli di quel tempo, ma ridottala eziandio la maggiore delle città greche. I Cartaginesi, e similmente i Lacedemoni, i quali hanno migliori ordini di repubblica che gli altri Greci, troviamo che in casa sono governati da pochi, alla guerra dai re. Si potrebbe anco dare a vedere che gli Ateniesi, i quali sopra tutti gli altri portano odio grandissimo ai principati, qualora prepongono agli eserciti molti capi, fanno mala prova, qualora un solo, succedono loro le cose felicemente. Ora, come si potrebbe meglio provare che con questi esempi, la monarchia vincere di eccellenza tutti gli altri stati? nei quali esempi si veggono, da una parte, uomini sottoposti sempre e compiutamente alla signoria d’un solo, avere imperio grandissimo; da altra parte, popoli governati da un convenevole reggimento di pochi, adoperare alle cose di maggior momento, quale la potestà di un solo capitano, quale il governo regio nelle soldatesche; in fine uomini odiatori dei principati, qualunque volta nelle guerre usano l’opera di più capi, non avere alcun successo buono.


Che se noi vogliamo anche toccare alcuna delle cose antiche, è fama che gli Dei medesimamente sieno sottoposti al regno di Giove. Dei quali, se la fama è vera, manifesto è che ancora essi giudicano sì fatta constituzione essere la migliore. Se niuno sa certamente il fatto come egli stia, ma solo congetturando noi siamo venuti in questa opinione, segno è che tutti abbiamo in pregio singolare lo stato monarchico, poiché non avremmo mai detto che gl’immortali si valessero della monarchia, se di lungo intervallo non la reputassimo superiore a qualunque altra forma di reggimento.


Dunque degli stati delle città, quanto si avvantaggino gli uni dagli altri, a pensarne non che a dirne ogni cosa, sarebbe impossibile; ma ora al nostro uopo basta quel tanto che ne è detto. Che poi giustamente e convenevolmente io mi tenga questa signoria, con molto minor numero di parole si può dichiarare, ed è cosa intorno alla quale consentono i giudizi degli uomini molto più. Tutti sanno che Teucro, ceppo della mia famiglia, presi con se gli antenati degli altri nostri cittadini, venuto in questi paesi, fondò ai compagni questa città, e tra loro il territorio distribuì; e che mio padre Evagora, stata perduta da altri la signoria, esso con pericoli grandissimi ricuperatala, mutò le cose per modo, che non più i Fenici comandano ai Salamini, ma quelli che ebbero questo regno a principio, hannolo anche al presente.


Resta che io dica di me stesso, acciocché voi conosciate tale essere il re vostro, che egli, non solo per rispetto degli antenati, una per se medesimo, sarebbe arco degno di maggior dominio che questo non è. Io penso che niuno voglia contendere che di tutte le virtù non sieno le più pregevoli la giustizia e la temperanza, poiché queste, non solo ci sono utili da se medesime, ma se noi prenderemo a considerare le cose umane, guardando alle nature, alle potenze ed agli usi loro, troveremo che quelle che sono al tutto divise da queste due qualità, producono mali grandi, e quelle che sono congiunte alla temperanza e alla giustizia, giovano in molti modi alla nostra vita. Ora se mai per l’addietro fu alcuno che di così fatte virtù avesse lode, parmi che ancora a me sia dovuta la stessa fama. La mia giustizia potete conoscere massimamente da questo, che avendo io trovato, quando presi a regnare, vòto l’erario regio, consumata ogni facoltà, ogni cosa piena di confusione e bisognosa di cura, di cautela e di spesa grande, benché io sapessi che altri in sì fatti casi non lasciano mezzo alcuno indietro, appartenente a riordinare le cose proprie, e si lasciano sforzare a molti atti diversi dalla natura loro, non per tanto non fui pervertito da tali difficoltà e da tali esempi, ma governai le cose con tanta innocenza e tanta onestà, che io non pretermisi di fare una menoma parte di quello perché la città dovesse crescere e prosperare. Imperciocché verso i cittadini io mi portai con tanta piacevolezza, che sotto il mio regno non si sono veduti esilii né morti né confiscazioni di beni né multe né così fatta calamità nessuna. Ed essendoci per la guerra di quei tempi la Grecia chiusa, e noi predati e spogliati in ogni luogo, i più di questi travagli io tolsi via, pagando a chi tutto, a chi parte, pregando alcuni d’indugio, con altri componendo le differenze come io potetti il meglio. Oltre di ciò essendo verso di noi gli animi delle genti dell’isola mal disposti, e l’Imperatore riconciliato in parole, ma in fatti pieno di mala volontà, io raddolcii gli uni e l’altro, questo colla diligenza e prontezza negli ossequi e nei servigi, quelli con procedere verso loro dirittamente. Imperocché io sono di tal maniera alieno da ogni appetito dell’altrui, che laddove molti, solo che possano poco più dei vicini, usurpano parte delle loro terre e cercano di vantaggiarsi contro il diritto, io non volli anco accettare quel tanto di paese che mi era offerto, e mi eleggo di possedere con giustizia il mio territorio solo, piuttosto che per vie torte acquistarne maggiore a più doppi. Ma che bisogno è dilungarsi ricordando questa e quella cosa, quando io posso con poche parole dire che egli sarà manifesto a chiunque ne cercherà, non avere io mai fatto ingiuria ad alcuno, e per lo contrario aver fatto beneficio a un maggior numero sì di cittadini e sì di altri Greci, e dato a questi e a quelli maggiori doni, che non fecero tutti insieme i re predecessori miei? E veramente converrebbe che quelli che si pregiano di giustizia grande, e che fanno professione di non essere superabili dall’amor della roba, potessero dire di se cose altrettanto insigni.


Anche maggiori di queste io mi trovo poter narrare intorno alla mia temperanza. Perocché veggendo che niuna cosa hanno tutti gli uomini generalmente così cara siccome le mogli e i figliuoli, e contro a niuno si adirano sì gravemente come contro a chi offende loro le une o gli altri; e che la contumeliosa libidine verso quelle o questi è fonte di calamità grandissime, e molti per sua cagione, così privati come principi, essere capitati male; io fuggii per modo ogni imputazione di sì fatte colpe, che egli si può trovare che da poi ch’io tengo il principato, niuna persona, salvo che la mia donna, ho usata amorosamente: non che io non sapessi che nell’universale hanno lode eziandio coloro che osservando i termini del giusto in quanto si è alle cose dei cittadini, procacciano però di loro diletti da qualche altra parte; ma da un canto io mi sono voluto tenere come più si poteva lontano da ogni sospetto in questo particolare, da un altro lato farmi esempio di costumatezza a’ miei cittadini, sapendo che la moltitudine suol tenere quegl’instituti e quei modi che ella vede essere usati da’ suoi reggitori. Di poi m’è paruto essere convenevole che siccome i principi sono maggiormente onorati che gli altri uomini, così ed altrettanto sieno migliori di quelli; e sconcio essere oltremodo il procedere di coloro i quali costringono gli altri a vivere modestamente, ed essi non dimostrano più di temperanza che i loro sudditi. Oltre che io vedeva nelle altre cose anche uomini volgari essere continenti, ma queste così fatte libidini vincere anco i migliori. Pertanto ho voluto dimostrarmi atto a resistere alla cupidità in quelle cose dove io non era solamente per superare il volgo, ma eziandio quelli che si pregiano di virtù. Mi pareva anche molto da biasimare chi avendo menata moglie e fattasela consorte di tutta la vita, poi contraffacendo al suo proprio fatto, affligge co’ suoi piaceri quella dalla quale egli si persuade che niuna afflizione gli convenga ricevere; e dove egli in altri consorzi e in altre congiunzioni si porta convenevolmente, non guarda di mancare in questo consorzio che egli ha colla moglie, il quale sarebbe da osservare con tanto più studio che gli altri, quanto egli è il più stretto e il maggiore che l’uomo ahbia. Ed ecco che questi tali per così fatto modo, non se ne avvedendo, dentro alla medesima reggia si creano e si nutricano sedizioni e discordie, laddove egli è pure ufficio dei principi buoni procacciare la unità degli animi non solo nelle città sottoposte alla signoria loro, ma eziandio ne’ palagi propri e dove che essi dimorino. Né anco mi è piaciuta mai quella opinione che hanno la più parte dei principi intorno alla procreazione dei figliuoli, né mi è paruto ben fatto, procrear questo da femmina di minor grado, quello da persona di più alto affare, e lasciar figliuoli, altri spuri ed altri legittimi; ma ho creduto che quanti nascessero da me, tanti dovessero potere, sì dal canto del padre e sì della madre, riferire la propria origine a mio padre Evagora tra i mortali, agli Eacidi tra gli eroi, a Giove tra gl’iddii, e nessuno de’ miei figliuoli dovere essere privato di questa nobiltà di stirpe.


E una delle molte considerazioni che mi hanno indotto a volere entrare e perseverare in questi andamenti e in questi propositi, è stata che il coraggio, l’ingegno e le altre qualità lodate, sono comuni a molti ribaldi, ma la temperanza e la giustizia sono proprie ricchezze degli uomini costumati e buoni. Onde la più onorata cosa che io potessi fare, mi è paruto che fosse di attendere, lasciate star le altre virtù, a queste due, delle quali nessuna parte hanno i tristi, verissime, durevolissime, grandissime sopra tutte, e degne di grandissima lode. Per questa considerazione, più che nelle altre virtù, ho posto cura all’esercitarmi nella temperanza e nella giustizia, e delle voluttà non ho scelto quelle che si godono in sul fatto stesso e che niuna sorta di onore portano seco, ma sì bene quelle che si colgono dalla gloria prodotta dalla bontà dei costumi e delle azioni.


Vuolsi poi giudicare delle virtù esaminandole, non tutte negli stessi casi, ma la giustizia laddove l’uomo trovasi disagiato di roba, la temperanza laddove egli è in istato potente, la continenza nella età giovanile. Ora in tutte queste condizioni si è potuto vedere il saggio delle mie qualità. Perciocché lasciato da mio padre in istrettezza di danari, io mi sono portato con giustizia tale che io non ho dato materia di rammarico a un cittadino qual si fosse; venuto in quel grado di potenza dove l’uomo fa quel che ei vuole, io mi sono dimostrato più temperante che non fanno i privati; e l’uno e l’altro a tempo che io mi trovava in quella età nella quale veggiamo che i più degli uomini sogliono nelle loro azioni trascorrere più che mai. Tutte queste cose, forse che a dirle con altri io non mi arrischierei leggermente, non che egli non me ne paia meritar lode o che io non la curi, ma per dubbio ch’elle non mi fossero credute; ben le dico francamente con voi, che al tutto me ne potete essere testimoni. Ora egli si conviene lodare e ammirare eziandio quelli che sono costumati naturalmente, ma più quelli in cui la costumatezza procede anco da ragione; perciocché ove quella è caso e non consiglio, medesimamente il caso la può disfare; ma quelli che oltre alla disposizione ingenita, hanno stabilita nell’animo per giudizio e conoscimento questa sentenza, la virtù essere il maggiore di tutti i beni, manifesto è che mai non sono per lasciare siffatto stile.


Mi sono voluto distendere in questi ragionamenti, così di me stesso come delle altre cose dette fin qui, per non vi lasciar luogo a nessuna scusa che voi non dobbiate far prontamente e di buona voglia quanto io vi sono per consigliare e per comandare. Dico dunque che ciascuno di voi faccia quello ufficio al quale è preposto, con accuratezza e rettitudine; perché se voi mancherete dell’una o dell’altra in qualunque parte, necessario è che in quella parte le cose non riescano come dovrebbero. Però non dovete spregiare né trascurare nessuno de’ miei comandamenti, immaginandovi che questi o quegli altri montino poco; anzi dovete pensate che da ciascuna delle parti dipenda che buona o cattiva sia la condizione del tutto, e usar diligenza proporzionata a questa opinione. Tanta cura abbiate delle cose mie, quanta delle vostre proprie; e non vi date ad intendere che piccioli beni sieno quegli onori che hanno i ministri miei buoni.


Astenetevi dalla roba d’altri, se volete più sicuramente possedere la roba vostra; e portatevi verso quelli nel modo che voi giudicate che io mi debba portare verso di voi.
Non vi caglia più dello arricchire che dello aver buona fama, perché dovete sapere che qualunque è tra i Greci o tra i Barbari, maggiormente celebrato dagli uomini per la virtù, ciascuno di questi tali ha maggior quantità di beni in suo potere. I guadagni fatti per modi ingiusti, abbiate per fermo essere per produrre, non mica ricchezza, ma pericolo. Non vogliate pensare che il ricevere o prendere sia guadagno, il dare, discapito; perocché né l’uno né l’altro importa quel medesimo sempre, ma qualunque dei due fassi tempo ed onestamente, ritorna in beneficio di chi lo fa.


Non abbiate a grave niuna delle mie commissioni, perché quelli di voi che mi saranno utili in maggior numero di servigi, avanzeranno maggiormente le case loro.


Fate conto che niuna di quelle cose delle quali ciascuno di voi sarà consapevole a se medesimo, mi debba restate occulta, ma quando io vi sia lontano colla persona, pensate che l’animo mio si trovi presente a ogni cosa; perché con questo pensiero procederete nelle vostre deliberazioni più sanamente. Non mi vogliate celar che che sia né di quanto voi possedete né di quanto operate o siete per operare; considerando che sopra le cose occulte nascono necessariamente molti sospetti. E così non vogliate usare un tenor di vita artificioso e nascosto, ma procedere con semplicità e scopertamente per modo che niuno, eziandio volendo, possa trovar taglio di accusa contro di voi. Esaminate ogni atto che siate per fare, e abbiate per cattivi quelli che voi non vorreste che io sapessi, per buoni quelli a cagione dei quali io terrovvi, dove io li risappia, in migliore estimazione di prima. Se vi abbattete a scoprire o fatti o disegni contrari alla mia potestà, non ve gli conviene tacere, ma dinunziargli, e pensare che quella pena medesima che è dovuta a chi pecca, si conviene ancora a chi nasconde il peccato. Felice dovete riputare non chi male operando, non è veduto, ma chi non fa male veruno, atteso che egli è da credere che l’uno e l’altro abbiano a riportare quella mercede che si appartiene al merito di ciascuno di loro. Non fate compagnie né ritrovi senza il mio consenso, perché sì fatte congiunzioni in tutti gli altri stati servono ad avvantaggiarsi, ma elle corrono pericolo nelle monarchie. Astenetevi non solo dalle malvage opere, ma da quegli andamenti altresì e da quegl’instituti i quali di necessità danno materia di sospetto.


Abbiate l’amicizia mia per sicurissima e costantissima, e sforzatevi di conservare lo stato presente né vogliate desiderar mutazione alcuna; considerando che per così fatti moti forza è che periscano le città e che le case private rovinino. Fate ragione che l’asprezza o la mansuetudine dei principi non procede solo dalla natura di quelli, ma eziandio da’ portamenti dei cittadini, perché molti signori per la malvagità dei sudditi sono necessitati di usare un governo più duro che non vorrebbono. Fondamento di sicurezza di animo vi debbe essere non più la benignità mia, che la vostra propria virtù. Ed abbiate a mente che l’essere io libero da pericoli, darà luogo a voi di poter anco vivere senza timori, perché se le mie cose staranno bene, le vostre eziandio staranno non altrimenti.


Voi dovete essere umili verso l’imperio mio, con osservare i costumi introdotti e custodire le leggi reali; ma splendidi nei servigi delle città e nello eseguire i miei comandamenti.


Studiatevi di menare i giovani alla virtù, non solo con le parole, ma eziandio mostrando loro colle opere come abbiano a esser fatti gli uomini buoni e d’assai. Ammaestrate i figliuoli propri a sapere essere governati dai principi, ed assuefategli a porre nello studio di così fatta virtù la maggiore industria e la maggior cura del mondo; perocché se eglino impareranno a esser governati, saranno poi molto meglio atti a governare; e se eglino riusciranno fedeli e diritti, entreranno a parte dei nostri beni; se tristi, andranno a pericolo di perdere i loro propri. E fate giudizio di avere a lasciare ai figliuoli una ricchezza grandissima e stabilissima, se voi lascerete loro la nostra benevolenza.


Abbiate per supremamente miseri e sfortunati quelli che sono mancati di fede a chi si era fidato di loro; necessaria cosa essendo che questi tali vivano il rimanente della loro vita in grande sconforto, avendo sospetto e paura di chicchessia e non si fidando più degli amici che dei nemici. Paianvi degni d’invidia, non quelli che abbondano di ricchezze più che gli altri, ma quelli a cui la coscienza non rimorde di nessun atto o pensamento sinistro; perché l’uomo può con sì fatto animo, trapassare la vita più dolcemente. E non vi date ad intendere che la malizia possa meglio fruttare che la virtù; solo aver nome più fastidioso a sentire: anzi abbiate per fermo universalmente che la proprietà delle cose corrisponde ai nomi che elle portano.


Non vogliate avere invidia a quelli che per disposizione mia tengono i primi luoghi, ma piuttosto emulargli, e sforzarvi, collo adoperar bene e valentemente, di pervenire agli stessi gradi. Quelli che il prinicpe ama ed onora dovete amare e onorare anche voi, se volete essere da me vicendevolmente onorati ed amati.


I pensieri vostri quando io vi sono lontano, fate che corrispondano alle parole che voi dite alla presenza mia; e più che colle parole, dimostratemivi affezionati colle opere.


Guardatevi di non fare agli altri quello che voi non potete portare in pace che sia fatto a voi, e medesimamente di non seguitare in effetto nessuna di quelle cose che voi condannate in parole.


Aspettatevi di aver a esser trattati secondo quali saranno i pensieri vostri verso il principe.
Non vogliate solo commendare gli uomini da bene, ma prendergli anco a imitare.


Abbiate le mie parole per leggi, e studiatevi di osservarle, perché quelli di voi che faranno maggiormente ciò che io voglio, avranno facoltà di vivere come essi vorrebbono.


E a recare le molte parole in poche, voi dovete procedere verso l’imperio mio nel modo che voi giudicate che si debbano portare verso di voi medesimi quelli che vi sono sottoposti.

E adempiendo voi le predette cose, che starò io qui ad esporvi distesamente gli effetti che seguiranno? Basta che se io continuerò nello stile usato fin qui, e voi farete come innanzi quanto vi si appartiene, non passerà gran tempo che voi vedrete ridotta la vita vostra in istato più copioso e felice, accresciuto il mio regno, e la città in flore. Nessuno espediente per verità sarebbe da pretermettere, ogni qual si sia fatica o pericolo che si richiedesse, sarebbe da sostenere di buona voglia per l’acquisto di così fatti beni. Ora voi potete senza alcun travaglio né rischio, con solo essere giusti e fedeli, conseguire tutte queste felicità.

 

 

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