Musonio Rufo

 

 

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‘E chi è degno di fare filosofia deve esercitarsi praticamente tanto più di chi ha di mira la medicina o qualche altra simile arte, quanto più la filosofia è più importante e più difficile da espletare di ogni altro mestiere. Infatti, coloro che hanno di mira le altre arti pervengono all’apprendimento di esse con animi non in precedenza rovinati, né col bagaglio di nozioni contrarie a quelle che stanno per imparare. Invece, coloro che mettono mano alla filosofia perseguono la virtù con alle spalle un lungo periodo di corruzione dell’animo e infarciti di vizi; sicché, per questo motivo, hanno bisogno di molto più esercizio pratico’. Musonio Rufo ‘Diatribe’ VI,23,17-VI,24,8

- Brevi cenni sulla vita di Musonio Rufo

Gaio Musonio Rufo nacque in Etruria, a Volsinii (l’odierna Bolsena), nell’anno 30 d.C. circa. Apparteneva dunque alla generazione che succede a quella di Seneca e che precede quella di Epitteto. Personaggio di rango equestre, le numerose testimonianze storiche che abbiamo su di lui sono concordi nel ricordarlo come uno dei più importanti caposcuola dello Stoicismo romano, e nel rinoscergli una fama ben più grande di quella che la moderna ignoranza a suo riguardo lascerebbe supporre. Intorno al 65 d.C., con l’accusa di avere partecipato alla cosiddetta ‘Congiura dei Pisoni’, fu esiliato da Nerone a Giaro, una piccola isola delle Cicladi. Scampò invece la cacciata da Roma cui nel 71 d.C. Vespasiano condannò tutti i filosofi. Qualche anno dopo dovette però subire una seconda condanna all’esilio, poiché sappiamo che egli fu richiamato a Roma dall’imperatore Tito. La sua coerenza di Stoico lo portò a rischiare la vita in almeno due occasioni nel 69 d.C.: quando in Senato accusò, e riuscì a far condannare, Egnazio Celere per avere testimoniato il falso contro Barea Sorano; e quando cercò, ricevendone scherno, ingiurie e minacce, di scongiurare la guerra civile parlando dei beni della pace e dei mali della guerra alle truppe di Vitellio e di Vespasiano che stavano per scontrarsi sul campo di battaglia. Morì intorno al 100 d.C.
Epitteto, che fu il suo allievo più famoso, lo cita spesso con grandissimo rispetto ed ammirazione. Ed altrettanto fanno, nelle loro opere, due autori cristiani di primo piano come Clemente Alessandrino ed Origene.

- Il testo greco delle 'Diatribe' di Musonio Rufo

Fedele all’esempio di Socrate, anche Musonio Rufo non si preoccupò di tramandare i propri insegnamenti. Ad assumersi questo compito fu uno dei suoi tanti discepoli, di nome Lucio, che li mise per iscritto in lingua greca, in anni forse successivi alla morte di Musonio, dando loro la forma di ‘Diatribe’. Questa redazione di Lucio, anche se soltanto in parte, è giunta fino a noi grazie alle numerose citazioni che di essa fece Stobeo nella sua opera.
Le somiglianze e le differenze tra le ‘Diatribe’ di Musonio e quelle di Epitteto sono evidenti. In entrambi i casi il compito fu assolto da un discepolo: Lucio per Musonio ed Arriano per Epitteto. Ma mentre il testo greco di Arriano è la fedele registrazione di un parlato dal vivo, quello di Lucio è un riassunto retoricamente costruito.
Il testo greco delle ‘Diatribe’ di Musonio che ho usato per la mia presente traduzione italiana è quello contenuto nell’edizione critica preparata da O. Hense per le edizioni Teubner e pubblicata per la prima volta a Lipsia nel 1905.

- Le traduzioni italiane delle 'Diatribe' di Musonio Rufo

A mia conoscenza, le traduzioni in italiano dell’opera di Musonio erano finora soltanto due. La prima è quella di R. Laurenti: ‘C. Musonio Rufo, Diatribe e i frammenti minori’ Roma, 1967. Si tratta di una traduzione di difficile reperimento e che non ho ancora avuto modo di consultare. La seconda è la pregevole traduzione curata da I. Ramelli: Musonio Rufo ‘Diatribe, frammenti e testimonianze’, Bompiani 2001.
Com’è mia abitudine, per la traduzione mi sono valso anche del pur succinto Indice di ‘Memorabilia’ contenuto nelle pag. 146-148 dell’edizione critica di O. Hense. La numerazione tra parentesi quadra che si trova nel testo tradotto si riferisce al numero della Diatriba, alla pagina e alla riga del testo greco in edizione critica. Nell’edizione che qui presento, io ho tradotto dal greco anche una ‘Lettera a Pancratide’ che, se pur certamente non attribuibile a Musonio, O. Hense ha comunque giudicato di dover inserire nell’edizione critica. Credo che questa mia sia la prima traduzione in italiano di tale lettera. I Frammenti XLIX, L, LI e LII sono in latino e pertanto non sono stati da me tradotti. Essi contengono però due citazioni in greco che invece ho regolarmente tradotto.

- Musonio Rufo filosofo: un modesto maestro per un allievo geniale

Epitteto, accennando in un passo [III,23,29] del III libro delle ‘Diatribe’ alle lezioni del suo maestro Musonio Rufo, riferisce che egli sapeva parlare in modo tale che ciascuno degli allievi lì seduti credeva che qualche delatore lo avesse preventivamente edotto dei vizi di ciascuno dei presenti: a tal punto egli riusciva a mettere il dito nella piaga; a tal punto poneva davanti agli occhi di ciascun allievo i suoi mali.

Io non metto in discussione la testimonianza di Epitteto e quindi l’indubbia capacità di Musonio di far vibrare le coscienze e di risonare persuasivo; capacità che Musonio mostra nel trattare coraggiosamente argomenti delicati e poco approfonditi da altri Stoici. Basti fare riferimento alla sua attenzione per la questione -che smargina chiaramente sul tema della giustezza o meno della schiavitù e dell’ubbidienza assoluta alle leggi dello Stato- se sia necessario che i figli ubbidiscano ai genitori in ogni caso; se bisogni educare in modo simile i figli e le figlie; se anche le donne debbano praticare la filosofia; se l’esilio sia un male oppure no; se chi è filosofo debba intentare un processo contro chi l’ha oltraggiato; se il matrimonio sia un intralcio alla vita filosofica; e così via. Ma anche a questioni soltanto apparentemente triviali come il vitto, l’abitazione, le suppellettili della casa e il taglio dei capelli. D’altra parte, egli è però assolutamente categorico nel condannare come innaturale l’omosessualità, ogni forma di sessualità non finalizzata alla procreazione e l’aborto.

Quello che io metto in discussione, dati i miei criteri e i miei parametri di riferimento, è se si possa davvero considerare Musonio Rufo un maestro. Sono troppe le volte in cui, nel corso della traduzione, sono giunto alla seguente conclusione: “Va bene. A supporto della sua argomentazione Musonio non fa ricorso alla rivelazione scritta di qualche testo ‘sacro’ o allo ‘ipse dixit’ di qualche autorità filosofica. Ma fin dove arriva la sua vista? Egli indica che una cosa va fatta in un certo modo, ma mostra sistematicamente di non possedere gli strumenti per rispondere al perché egli la proponga a quel modo e al come essa vada inserita in un contesto di riferimento. Così operando egli riduce lo Stoicismo ad un semplice ‘modello culturale’ e tradisce la sua natura di ‘filosofo’. Se Dione Crisostomo fa ai miei occhi la figura del difensore dello Stoicismo nell’equivalente antico dei moderni ‘talk-show’, Musonio diventa l’interprete del ruolo del bonario, sensato ed anche parecchio burbero curato di campagna che fa la sua solenne predica Stoica domenicale”.

A questo punto mi chiedo come Musonio possa ignorare o trascurare troppo spesso queste testuali parole di Crisippo -conservateci da Plutarco in SVF II, 937- che egli doveva certamente conoscere: “Poiché l’economia del cosmo procede in questo modo, è necessario che noi si stia come stiamo; tanto se per condizione personale siamo ammalati, o siamo storpi, oppure siamo diventati dei grammatici o dei musici. E in armonia con questo discorso, diremo cose similari tanto della nostra virtù quanto del nostro vizio; tanto circa l’insieme delle nostre arti quanto della nostra imperizia nelle arti. Infatti nulla può stare, neppure nel suo minimo particolare, altrimenti che in armonia con la natura universale e con la sua ragione”.
Crisippo concede dunque piena ed incondizionata libertà di azione alla malvagità e al vizio, considerandoli non soltanto necessari e in armonia col destino, ma anche un prodotto in armonia con la ragione divina e la perfezione della natura, come è ulteriormente visibile in queste sue parole: “Poiché la comune natura s’estende a tutte le realtà, qualunque cosa di qualunque genere accade nel cosmo e in una qualunque delle sue parti, bisognerà che sia in armonia con tale natura e, per conseguenza immediata, con la sua ragione; a causa del fatto che nulla potrà ostacolare dall’esterno l’economia del cosmo, né alcuna delle sue parti avrà modo di muoversi o starà altrimenti che in armonia con la natura a tutti comune”. Quali sono, dunque, gli stati e i movimenti delle parti? È manifesto che ‘stati’ sono, oltre alla virtù, i vizi e gli stati morbosi come l’avidità di denaro, la brama di piaceri e quella della fama, la viltà e l’ingiustizia; che ‘movimenti’ sono anche a buon diritto gli adulteri, i furti, i tradimenti, gli omicidi e il parricidio. Ebbene, Crisippo crede che nessuno di questi sia né poco né tanto contrario alla ragione, alla legge, alla giustizia e alla Prònoia di Zeus, mentre Musonio viene a farci la paternale con accorati appelli alla bontà, al perdono, all’amore reciproco e all’austerità? Ci spieghi da dove gli vengono.

Perché Musonio non possa farlo, è evidente. Gli mancano ancora le riflessioni sulla ‘Natura’ e sulla ‘Natura delle cose’, sulla ‘Proairesi’, sulla ‘Diairesi’, sulla 'Antidiaresi' e sulla ‘Controdiaresi’, su ciò che è ‘Proairetico’ e su ciò che è ‘Aproairetico’. Tutte conquiste che invece saranno, appena dopo qualche decennio, il formidabile ed eternamente valido risultato della riflessione del suo allievo più geniale, il cui nome era Epitteto.

 

 

 

 

 
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