(35B) EPICURO
LE 'MASSIME CAPITALI' ovvero il 'CATECHISMO'

 

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I numeri tra parentesi quadre si riferiscono alla numerazione dei paragrafi del Libro X dell’opera di Diogene Laerzio ‘Vite dei filosofi’.
La presente traduzione, come tutte quelle disponibili su questo sito www.epitteto.com, è stata da me condotta sui testi originali in Greco antico.

[139] [I] L’essere beato e incorruttibile, quanto a sé non ha fastidi né li procura ad altri; sicché esso nulla ha a che fare con moti d’ira o di gratitudine:. Queste sono tutte faccende che riguardano un essere debole.

[II] Nulla è per noi la morte, giacché ciò ch’è dissolto nei propri elementi è privo di sensazioni: e ciò ch’è privo di sensazioni non ci riguarda.

[III] La totale rimozione d’ogni dolore fisico fa da limite alla grandezza dei piaceri. Quando il piacere sia presente e per tutto il tempo in cui esso è presente, non ci sono né dolore nel corpo né afflizione nell’animo, né l’insieme dei due.

[140] [IV] Il dolore che si prova nel corpo non dura ininterrottamente, giacché un dolore acuto dura per brevissimo tempo, e anche quello che sopravanza il piacere non permane per molti giorni. Nel caso poi delle infermità croniche, il piacere eccede il dolore.

[V] Non esiste il vivere piacevolmente se non si vive assennatamente, con temperanza e secondo giustizia; e vivendo assennatamente con temperanza e secondo giustizia si vive piacevolmente. Chiunque manca di vivere assennatamente, pur se vive con temperanza e secondo giustizia, è impossibile che viva piacevolmente.

[141] [VI] Per ottenere protezione dalle insidie degli altri uomini, qualunque potere fosse in grado di procurarla fu considerato dall’uomo un bene naturale.

[VII] Alcuni uomini vollero diventare persone stimate e ammirate, pensando di procacciarsi così la sicurezza dalle insidie dagli degli altri uomini. Sicché se la vita di siffatte persone è sicura, essi hanno ottenuto il bene naturale; ma se non è sicura, essi non possiedono ciò cui da principio tesero per impulso naturale.

[VIII] Nessun piacere è di per sé un male, ma cose che sono fattitive di alcuni piaceri procurano fastidi molte volte più grandi dei piaceri stessi.

[142] [IX] Se ogni piacere si concentrasse nel tempo ed il suo accumulo coinvolgesse l’intero organismo o le parti principali dell’umana natura, forse non ci sarebbe alcuna differenza tra i vari piaceri.

[X] Se le cose fattitive dei piaceri dei dissoluti sciogliessero le paure del loro intelletto circa i fenomeni celesti, la morte, le sofferenze, e se esse inoltre insegnassero loro qual è il limite degli intensi desideri, forse non avremmo le manifestazioni che biasimiamo in loro, riempiti come sarebbero di piaceri da ogni parte e da nessuna parte né di sofferenze né di afflizioni, che sono appunto il male.

[XI] Se non ci causassero turbamenti i sospetti che abbiamo circa i fenomeni celesti, circa la morte in quanto qualcosa di terribile per noi; e ancora, la nostra incomprensione dei confini delle sofferenze e degli intensi desideri: ebbene, non avremmo bisogno delle scienze naturali.

[143] [XII] Chi non conosce quale sia la natura dell’universo e sospetta qualcosa basandosi solo su spiegazioni mitiche, è impossibile che sciolga le sue paure circa le cose della massima importanza. Sicché senza le scienze naturali sarebbe impossibile cogliere i piaceri nella loro interezza.

[XIII] Di nessun pro sarebbe procacciarsi la sicurezza stando tra gli uomini, se poi si rimane però timorosi dei fenomeni celesti e di quelli sotterranei e insomma di quelli che accadono nell’universo infinito.

[XIV] Una volta raggiunta la sicurezza dalle insidie degli altri uomini; allora dalla quiete e dal distacco dal volgo, saldissima nella sua forza e purissima nella sua comodità, nasce la sicurezza.

[144] [XV] La ricchezza naturale ha confini precisi ed è facile a procacciarsi, mentre quella ricercata dalle vacue opinioni sprofonda all’infinito.

[XVI] La fortuna incide ben poco sul sapiente, giacché le sue scelte principali e fondamentali le ha governate il ragionamento, e le governa e le governerà per il resto della sua vita.

[XVII] L’uomo giusto è del tutto imperturbabile, mentre l’uomo ingiusto trabocca d’ogni sorta di turbamenti.

[XVIII] Il piacere della carne non s’accresce ma va incontro soltanto a piccole variazioni, una volta eliminata la sofferenza legata al bisogno. Invece il limite del piacere intellettuale si raggiunge quando riflettiamo su certe vicende e su fatti loro congeneri, che tutti solevano procurare al nostro intelletto le più grandi paure.

[145] [XIX] Pari è il piacere che si fruisce in un tempo infinito e in un tempo limitato, se uno ne misurerà i limiti col ragionamento.

[XX] La carne prende per illimitati i limiti del piacere e per illimitato il tempo utile per procurarseli. Invece l’intelletto, tenendo ben conto sia del fine che dei limiti della carne e svincolatosi dalle paure circa l’eternità, si procura la vita definitivamente perfetta e che non ha più alcun bisogno di un tempo illimitato. Senza però rifuggire il piacere, e quando le circostanze ne provocano l’uscita dalla vita, l’intelletto non le volge le spalle come se gli mancasse qualcosa della miglior vita possibile.

[146] [XXI] Chi conosce i limiti entro i quali è rinchiusa la vita, sa come sia facile da ottenere l’eliminazione delle sofferenze causate dal bisogno, e fare della vita una vicenda perfettamente riuscita. Sicché non c’è alcun bisogno di quelle cose il cui possesso richiede lotte e competizioni.

[XXII] Bisogna tener conto del fatto che sommo bene è ciò che esiste e tutta l’evidenza dei sensi sulla quale basiamo le nostre opinioni. Altrimenti tutto diventerà pieno di incertezze e di turbamenti.

[XXIII] Se tu fai la lotta contro tutte le sensazioni, non avrai neppur più un canone al quale fare riferimento per giudicare quelle che tu dichiarassi essere menzognere.

[147] [XXIV] Se rigetterai completamente l’evidenza di una qualche sensazione e non distinguerai l’opinione che attende ancora una conferma da ciò che invece è già presente nella sensazione, nelle affezioni e in ogni progetto immaginario dell’intelletto, tu perturberai gravemente anche le restanti sensazioni perché con infondata opinione rigetterai l’esistenza di ogni criterio di verità. Se poi nei tuoi concetti opinabili affermerai frettolosamente come vero tanto ciò che attende conferma quanto ciò che non ha conferma, non eviterai il passo falso; perché ti troverai bloccato nella completa ambiguità riguardo ad ogni determinazione circa ciò ch’è retto e ciò che non è retto.

[148] [XXV] Se in ogni circostanza non riferirai ciascuno dei tuoi atti al suo fine naturale, bensì lo stravolgerai rifuggendo o inseguendo un fine diverso, le tue opere non saranno conseguenti alle tue parole.

[XXVI] Degli intensi desideri, quanti non conducono alla sofferenza qualora non siano soddisfatti non sono necessari; poiché è facile da dissolvere il desiderio che appare di difficile soddisfazione oppure produttivo di un danno.

[XXVII] Delle cose che la sapienza procura all’uomo per la beatitudine dell’intera sua vita, la più grande in assoluto è l’acquisizione dell’amicizia di qualcuno.

[XXVIII] La convinzione che ci conforta circa la non eternità né la lunga durata di un tremendo dolore è la stessa che, nelle limitate vicende della vita, ci mostra chiaramente la sicurezza che è congiunta alle amicizie.

[149] [XXIX] Degli intensi desideri, alcuni sono naturali e necessari; altri sono naturali e non necessari; altri ancora né naturali né necessari, bensì generati da vacue opinioni.

[XXX] Quelli che in noi sono intensi desideri naturali, che non comportano sofferenza qualora non siano soddisfatti ma ai quali però rivolgiamo grandi premure, nascono in noi da vacue opinioni e permangono e non svaniscono non perché tale sia la loro natura, ma per le vacue immaginazioni degli uomini.

[150] [XXXI] È giustizia naturale quella simboleggiata dalla convenienza di non danneggiare e non essere danneggiato da altri.

[XXXII] Per tutti quanti gli esseri viventi che non furono capaci di pattuire di non danneggiare e non essere danneggiati da altri, non esistettero né giustizia né ingiustizia. Ciò vale anche per i popoli che non poterono o non vollero pattuire di non danneggiare e non essere danneggiati da altri popoli.

[XXXIII] La giustizia non è mai stata qualcosa di esistente di per se stesso, ma nasce sempre nei rapporti reciproci tra gli uomini, in ogni dove e in qualunque forma essi pattuiscano di non danneggiare e non essere danneggiati da altri.

[151] [XXXIV] Commettere un’ingiustizia non è di per se stesso un male; giacché il male dell’ingiustizia sta tutto nella paura legata al sospetto che essa non sfuggirà a coloro che sono stati preposti a punirla.

[XXXV] È impossibile che chi di nascosto contravviene a qualcuno degli accordi pattuiti reciprocamente circa il non danneggiare e il non essere danneggiato da altri, possa avere piena fiducia di sfuggire alla scoperta, pur se per ora l’ha fatta franca miriadi di volte. È infatti del tutto impossibile sapere se egli sfuggirà alla scoperta fino alla sua morte.

[XXXVI] Secondo il detto comune, la giustizia è uguale per tutti, giacché essa è un accordo utile alla salvaguardia reciproca della comunità umana. Tuttavia, in casi particolari legati ai luoghi e ad ogni genere di cause, è inconseguente adattare a tutti la medesima giustizia.

[152] [XXXVII] Delle leggi ritenute giuste, prende il carattere di giusto - sia esso identico o non identico per tutti - quella che è attestato essere utile a soddisfare i bisogni legati alle reciproche relazioni tra gli uomini. E se uno stabilisse una legge che però non risulta utile alle relazioni reciproche, questa legge non ha più la natura di giusto. Qualora poi la nozione di utile secondo il giusto mutasse, essendosi la legge per un certo tempo adattata alla precedente nozione di giusto, da coloro che non si lasciano sconcertare da vuote parole ma badano semplicemente ai fatti, tale legge nondimeno per quel lasso di tempo continuerebbe ad essere considerata giusta.

[153] [XXXVIII] Laddove, senza che nascano circostanze di fatto nuove, le leggi ritenute giuste in quella data situazione apparvero non più in accordo con l’innata nozione di giusto, significa che tali leggi non erano giuste. Invece laddove, essendo accaduti fatti nuovi, le leggi vigenti hanno perso la loro utilità, significa che tali leggi erano giuste al tempo in cui risultavano utili al mantenimento delle reciproche relazioni tra concittadini, mentre in seguito non erano più giuste in quanto non furono più utili.

[154] [XXXIX] L’uomo che organizzò nel miglior dei modi la sicurezza dalle insidie degli stranieri, fece un popolo solo di tutti coloro che poté, senza però fare degli estranei di coloro che non poté. Con tutti coloro dei quali non poté fare neppure questo non si mescolò più e, finché ciò risultò vantaggioso, li tenne lontani tutti quanti.

[XL] Quanti ebbero la capacità di provvedere alla propria sicurezza dalle insidie dei vicini, vissero così in comunanza e in modo assolutamente piacevole, essendosi dati il più saldo dei pegni di fede e godendo della più completa intimità, senza fare piagnistei in caso di morte prematura di qualcuno, come se si trattasse di un evento degno di commiserazione.

 

 

 

 
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