(35A) EPICURO
LETTERA A MENECEO SULLA FELICITA'

 

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I numeri tra parentesi quadre si riferiscono alla numerazione dei paragrafi del Libro X dell’opera di Diogene Laerzio ‘Vite dei filosofi’.
La presente traduzione, come tutte quelle disponibili su questo sito www.epitteto.com, è stata da me condotta sui testi originali in Greco antico. La suddivisione in capitoletti e la loro titolazione è opera mia.

[122] ‘Epicuro a Meneceo, salute’

Vivere la filosofia. Nessuno posponga la scelta della vita filosofica accampando la scusa della gioventù, né si stanchi di vivere filosoficamente perché è ormai vecchio. Per nessuno, infatti, è troppo presto o troppo tardi per raggiungere la sanità mentale; e chi afferma che non è ancora giunta l’ora di vivere la vita filosofica, oppure che tale ora è ormai passata, si agguaglia a chi dice che non è ancora l’ora della felicità, oppure che della felicità ormai non è più l’ora. Sicché hanno da fare vita filosofica sia il giovane che il vecchio: di modo che il vecchio, in grazia dei suoi trascorsi, pur invecchiando rimanga giovane quanto a capacità di effettuare cose belle e nobili; e che il giovane sia al contempo vecchio, per il suo risoluto coraggio di fronte al futuro. È pertanto opportuno meditare con cura quali siano le cose che ci procacciano la felicità, se appunto è vero che quand’essa è presente noi abbiamo tutto, mentre quand’essa è assente, noi facciamo di tutto per averla. [123] Medita pertanto e metti in pratica i precetti che io solevo suggerirti, con la consapevolezza che si tratta dei requisiti essenziali per il ben vivere.

Sulle divinità. In primo luogo, legittimando la divinità quale essere vivente incorruttibile e beato, che è la comune nozione del divino sottoscritta da tutti gli uomini, non attribuire ad essa alcunché che esuli dalla sua incorruttibilità o non attenga alla sua beatitudine; e poi, per il resto, sull’argomento opina pure qualunque cosa sia in grado di salvaguardarne sia l’incorruttibilità che la beatitudine. Gli esseri divini, infatti, esistono: e facile ed evidente ne è il conoscimento. Essi però non sono quali la maggior parte degli uomini crede che siano, e quanti li pensano invece tali non ne salvaguardano affatto l’esistenza. Infatti, empio non è chi nega l’esistenza delle divinità in cui credono i più. Empio è chi attribuisce a tali esseri divini le opinioni dei più. [124] In effetti le asserzioni dei più circa le divinità non sono anticipazioni veraci della realtà ma concezioni fallaci di essa; fallaci concezioni dalle quali derivano, ad opera delle divinità, grandissimi danni ai malvagi e grandissimi giovamenti ai buoni. Infatti le divinità, intimamente ed eternamente imparentate come sono alle loro proprie virtù, accolgono con piacere gli uomini che sono loro simili e riconoscono come alieno ad esse tutto ciò che è loro dissimile.

Sulla morte. Abituati a ritenere legittimo il pensiero che la morte sia nulla per noi, giacché qualunque bene e qualunque male implicano una sensazione, mentre la morte è privazione di qualsiasi sensazione. Il retto conoscimento dell’essere la morte nulla per noi, rende piacevolmente fruibile la mortalità della vita: non proponendo per essa un tempo illimitato, ma eliminando nell’uomo ogni brama di immortalità. [125] Nulla infatti di terribile vi è nella vita per chi abbia genuinamente compreso che anche nella assenza di vita non c’è alcunché di terribile. Sicché è matto chi dice di temere la morte non perché si affliggerà in sua presenza, bensì perché la sua attesa lo affligge. Dire che qualcosa la cui presenza non ci turba, però ci affligge se supposto, significa soltanto pronunciare vuote parole. Dunque la morte, il più rabbrividente dei mali, nulla è per noi: giacché quando noi siamo in vita la morte è assente, e quando invece la mote è presente, allora noi non ci siamo più. Pertanto nulla è la morte, sia per i viventi che per i defunti: appunto perché con gli uni essa nulla ha a che fare, e quanto agli altri essi ormai non ci sono più. Invece la maggior parte degli uomini talora rifugge la morte come il sommo dei mali, talaltra la sceglie quale cessazione dei mali del vivere. Il sapiente, però, né schiva il vivere [126] né ha paura del non vivere; giacché né il vivere gli arreca molestia, né opina che il non vivere sia un male. E come egli non sceglie il cibo badando unicamente alla sua quantità bensì alla sua gradevolezza, così pure egli mette a frutto, riguardo al tempo, non quello più lungo ma quello più gradevole. Chi poi prescrive al neonato di vivere bene e al vecchio di schiattare bene, è un sempliciotto: non soltanto per il modo in cui dà il benvenuto in vita al neonato, ma anche perché lo studiarsi di vivere bene e di morire bene è lo stesso identico studio. Ancora peggiore è chi dice che bello è non essere mai nati, ma, se nati, attraversare al più presto le porte dell’Ade. [127] Se infatti egli fa questa affermazione perché ne è convinto, come mai non s’allontana dal vivere? Ciò, infatti, è nella sua piena disponibilità, se davvero egli l’avesse saldamente deliberato; e se invece egli lo dice per scherzo, sta dando di matto in faccende che non l’accettano.

Sul futuro. Ricordati che il futuro è né nostro né interamente non nostro, così da non contare su di esso come su qualcosa di assolutamente certo, né da perdere completamente ogni speranza del suo realizzarsi.

Sui desideri. Devi anche ben soppesare il fatto che dei desideri alcuni sono naturali, mentre altri sono pura vacuità. Dei desideri naturali, inoltre, alcuni sono necessitanti, mentre altri sono naturali e basta. Dei desideri naturali necessitanti, necessitanti sono quelli che ci fanno tendere alla felicità, allo svolgersi imperturbato delle funzioni corporali e quelli attinenti al vivere in quanto tale. [128] Una teoria non ondivaga dei desideri sa indirizzare ogni nostra scelta ed ogni nostro rifiuto alla salute nel caso del corpo e al dominio sullo sconcerto nel caso dell’animo, giacché questo è il fine del vivere beatamente. È in vista del vivere beatamente che noi effettuiamo tutto il resto, così da non provare né dolore né sgomento. E una volta che ci accada questo, ogni inverno dell’animo nostro si scioglie, poiché il vivente non ha più alcun bisogno di incamminarsi verso qualcosa di cui senta la mancanza, né di cercare altro dal quale risulterà completo il bene dell’animo suo e del suo corpo.

Sul piacere e sul dolore fisico. Noi avvertiamo il bisogno di un dato piacere fisico allorquando proviamo un dolore che è dovuto all’assenza di quel dato piacere, ma allorquando non proviamo un dolore fisico neppure sentiamo bisogno di quel piacere. È per questo che noi diciamo che il piacere fisico è principio e fine del vivere beato, [129] che lo riconosciamo come bene primario e congenito, che da esso prendiamo le mosse nel caso di ogni scelta e di ogni rifiuto, che ad esso inevitabilmente perveniamo in quanto facciamo delle sensazioni che sperimentiamo il canone con cui giudicare ogni bene. Ed essendo il piacere fisico un bene primario e che ci è connaturato, per questo motivo noi non scegliamo qualunque sorta di piacere fisico; anzi si dà il caso che molte volte noi si passi sopra molti piaceri fisici qualora da questi debbano poi conseguirne per noi un gran numero di molestie. E così pure reputiamo molti dolori fisici superiori e preferibili ai piaceri fisici, quando per il fatto di averli sopportati per lungo tempo ne consegua poi per noi un piacere ad essi maggiore. Se dunque ogni piacere fisico, avendo natura conforme al bene, è un bene; non per questo qualunque piacere fisico è da scegliersi. Così pure nel caso dei dolori fisici, ognuno dei quali è un male, [130] non per questo qualunque dolore fisico è per natura sempre da rifuggirsi. È doveroso pertanto giudicare tutta questa materia con l’occhio alla equilibrata valutazione della loro utilità e della loro inutilità, poiché certe volte noi trattiamo il bene come se fosse un male e, al contrario, il male come se fosse un bene.

Sul bastare a se stessi. Noi riteniamo che il bastare a se stessi sia un bene davvero grande, non per consigliare così di servirsi unicamente del poco, ma affinché ci si accontenti del poco qualora non si abbia il molto; schiettamente convinti come siamo, che capaci di godere davvero con piacere della varietà dei cibi sono coloro che di quella varietà meno hanno bisogno; e che ogni alimento davvero necessario sia per natura facile a procacciarsi, mentre difficili a soddisfarsi siano i desideri puramente vacui. Infatti i sapori semplici arrecano un piacere fisico del tutto pari a quelli di una dieta variegata e sontuosa, una volta che sia stato eliminato il dolore legato all’indigenza, [131] e il semplice impasto di farina ed acqua regala un estremo piacere al bisognoso che lo porti alla bocca. Avvezzarsi dunque ad un regime di vita semplice e non variegato e sontuoso, è completivo della buona salute; rende l’uomo intrepido nell’espletamento delle necessarie attività legate alla vita; ci attrezza meglio a prendere parte, di tanto in tanto, a mense variegate e sontuose, e ci rende impavidi dinanzi alla fortuna.

Sulla saggezza. Pertanto, quando diciamo che il piacere rappresenta il sommo bene, non stiamo parlando dei piaceri fisici dei depravati né di quelli insiti nella voluttuosa fruizione di qualcosa, come invece ritiene chi non ci conosce, chi dissente da noi o chi ci fraintende, ma il non provare dolori quanto al corpo ed il non essere preda dello sconcerto quanto all’animo. [132] Infatti, non sono i simposi e i festini senza posa, né i godimenti derivanti dalla compagnia di fanciulli o di donne, né i pesci né altre cose legate ad una tavola variegata e sontuosa, a generare una vita piacevole; bensì una sobria riflessione che indaghi le cause di ogni nostra scelta e rifiuto, e che sia capace di scacciare da noi quelle opinioni a causa delle quali un intenso tumulto si impossessa dell’animo. Fondamento di tutto ciò e sommo tra i beni è la saggezza. Perciò, di ancor più pregiato della filosofia esiste la saggezza, dalla quale originano per natura tutte le altre virtù: saggezza la quale insegna che non esiste il vivere piacevolmente se non si vive assennatamente, con temperanza e secondo giustizia; e che vivendo assennatamente con temperanza e secondo giustizia si vive piacevolmente. Le virtù, infatti, sono connaturate al vivere piacevolmente, e il vivere piacevolmente è inseparabile da esse.

La filosofia del saggio. Chi ritieni tu che possa essere superiore [133] a colui il quale ha sacrosante opinioni sulle divinità; in nessuna circostanza ha paura della morte; ha riflettuto a fondo sul fine della natura; discerne chiaramente come il limite massimo dei beni sia agevolmente raggiungibile ed essi siano facili da procacciare, e come il limite massimo dei mali abbia o tempi o dolori di breve durata; deride ciò che da alcuni è stato introdotto quale signore di tutte le cose, ossia il destino, ed afferma piuttosto che alcune cose accadono per necessità, altre per fortuna ed altre ancora dipendono da noi, giacché vede che la necessità è irresponsabile e che la fortuna è incostante, mentre ciò che dipende da noi non ha altro padrone, e ad esso tengono dietro naturalmente [134] la riprovazione e il suo opposto? Giacché altrimenti molto meglio sarebbe aderire ai miti circa gli dei, piuttosto che farsi servi del destino dei filosofi naturalisti. Il mito, infatti, sottoscrive la speranza di un perdono da parte degli dei a seguito degli onori loro tributati, mentre il destino è governato dalla inflessibile necessità. Chi ritieni tu che possa essere superiore a colui il quale concepisce che la fortuna non è una divinità, come invece la maggior parte degli uomini ritiene, giacché nulla viene effettuato disordinatamente da una divinità; e che essa non è una causa instabile, giacché non crede che la fortuna dispensi agli uomini un bene o un male affinché essi vivano beatamente, seppure sia vero che la fortuna somministra loro le origini di grandi beni e di grandi mali? [135] Chi è superiore a colui il quale ritiene meglio essere sfortunato dopo avere operato ragionevolmente, piuttosto che fortunato dopo avere operato irragionevolmente? Infatti egli ritiene che nelle vicende della vita è meglio e più nobile che quando un’azione è ben ponderata non sia raddrizzata dalla fortuna.

Congedo. Tra te e te e con chi ti è simile, di giorno e di notte, medita dunque con cura questi precetti e quelli ad essi affini; e giammai, né durante la veglia né durante il sonno sarai preda dello sconcerto, ma vivrai come una divinità tra gli uomini. Non somiglia infatti per nulla ad una creatura mortale l’uomo che vive tra beni immortali.

 

 

 

 

 
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