HEGEL G. W. F.

FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO

‘Tutti i frammenti sullo Stoicismo’

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Lo Stoicismo è la libertà astratta. Questa libertà dell’autocoscienza è emersa nella storia dello Spirito come fenomeno consapevole di sé, e, com’è noto, è stata chiamata Stoicismo. Il suo principio suona: la coscienza è essenza pensante, e per essa qualcosa è essenziale, cioè vero e buono, solo perché la coscienza stessa si comporta al riguardo come essenza pensante. L’espansione molteplice e internamente differenziantesi della vita, la singolarizzazione e l’intreccio complesso della vita stessa, costituiscono l’oggetto verso cui si rivolge l’attività del desiderio e del lavoro. Adesso questa molteplice attività si è contratta nella differenziazione semplice che è nel movimento puro del pensiero. Ormai non ha più carattere essenziale quella differenza che si presentava come cosa determinata, cioè in quanto coscienza di un’esistenza naturale determinata, oppure come un sentimento, cioè in quanto desiderio e fine del desiderio stesso - si trattasse poi di un fine posto dalla propria coscienza o da una coscienza estranea. Adesso è essenziale soltanto la differenza pensata, la quale è immediatamente non differente da Me. Questa coscienza si comporta quindi in modo negativo nei riguardi del rapporto signoria-servitù. La sua attività non è quella del signore che ha la propria verità nel servo, né quella del servo che ha la propria verità nella volontà del signore e nel servizio resogli. L’attività della coscienza stoica è invece quella di essere libera sia sui trono sia in catene, in ogni dipendenza della propria esistenza singolare; è l’attività di mantenersi nell’inerte impassibilità che, a partire dal movimento dell’esistenza - sia dall’ agire sia dal patire -, si ritira costantemente nell’essenzialità semplice del pensiero. Mentre l’ostinazione è la libertà che si rafforza in una singolarità e rimane irretita nella sfera della servitù, lo Stoicismo è invece la libertà che, immediatamente, esce sempre fuori dalla servitù e ritorna nell’universalità pura del pensiero. Come forma universale dello Spirito del mondo, perciò, lo Stoicismo poté sorgere solo in un’epoca di generale paura e servitù in cui, a un tempo, la formazione e la cultura universale si erano elevate fino al pensiero.
La coscienza stoica, dunque, non ha certo come essenza un altro da sé, né l’astrazione pura dell’Io, bensì piuttosto l’Io che ha in sé l’essere-altro. Tuttavia, si tratta solo di una differenza pensata, e quindi l’Io, nel suo essere-altro, è immediatamente ritornato entro sé: al tempo stesso, pertanto, questa sua essenza è soltanto un’essenza astratta. La libertà dell’autocoscienza è qui indifferente verso l’esistenza naturale, e perciò l’ha emancipata, l’ha lasciata altrettanto libera. In altri termini, la riflessione della coscienza stoica è una riflessione duplicata. La libertà nel pensiero, infatti, ha come propria verità soltanto il pensiero puro, cioè una verità cui manca il riempimento della vita. Si tratta dunque soltanto del concetto della libertà, non della stessa libertà vivente. La libertà stoica coglie come propria essenza unicamente il pensiero in generale, la forma in quanto tale che, distaccatasi dall’autonomia delle cose, è ritornata entro sé.
Ora, l’individualità, (a) in quanto individualità che agisce, dovrebbe presentarsi autenticamente vivente e operante, oppure, (b) in quanto individualità che pensa, dovrebbe abbracciare il mondo vivente come un sistema del pensiero. In questo senso, allora, già nel pensiero stesso dovrebbe trovarsi, (a) per l’espansione dell’azione, un contenuto di ciò che è buono, e, (b) per l’espansione del pensiero, un contenuto di ciò che è vero; solo in questo modo, infatti, in ciò che è per la coscienza non ci sarebbe altro ingrediente che il Concetto, il quale è l’essenza. Nella coscienza stoica invece, il Concetto è astrazione che si separa dalla molteplicità delle cose, e quindi non ha in se stesso alcun contenuto, bensì ha soltanto un contenuto dato come esterno. Qui la coscienza, mentre pensa il contenuto, lo distrugge a un tempo come un essere estraneo; di fatto, invece, tale estraneità non è altro che la determinatezza che il Concetto stesso ha in sé in quanto Concetto determinato. Si capisce quindi l’imbarazzo in cui veniva a trovarsi lo Stoicismo quando era interrogato, secondo l’espressione dell’epoca, sui criteri della verità in generale, cioè, propriamente, su un contenuto del pensiero stesso. Alla domanda: che cos’è vero e buono?, lo Stoicismo riproponeva ogni volta il pensiero stesso senza contenuto, rispondendo: il vero e il bene devono consistere nella razionalità Tuttavia, questa auto-uguaglianza del pensiero è nuovamente e soltanto la forma pura in cui non c’è nulla di determinato. Di conseguenza, le espressioni generali cui lo Stoicismo deve necessariamente arrestarsi - come vero e bene, saggezza e virtù - sono certo elevate e nobili; poiché pero non possono pervenire a nessuna effettiva espansione di contenuto, cominciano presto a ingenerare noia. Questa coscienza pensante, che si è determinata come la libertà astratta, è dunque la negazione ancora imperfetta dell’essere-altro. Essa si è solo ritirata entro sé uscendo dall’esistenza, e non si è compiuta in sé come negazione assoluta dell’esistenza stessa. La coscienza stoica ha, sì, per contenuto unicamente il pensiero, ma gli conferisce il valore di pensiero determinato, e dà a un tempo valore alia determinatezza in quanto tale.
Lo Scetticismo è la realizzazione di ciò di cui lo Stoicismo è soltanto il concetto: è l’esperienza reale di ciò che è la libertà del pensiero. E poiché la libertà del pensiero è in sé il negativo, è in questa forma che essa deve dunque presentarsi necessariamente. […]
È chiaro che, come lo Stoicismo corrisponde al concetto della coscienza autonoma quale appariva nel rapporto signoria-servitù, così lo Scetticismo corrisponde alia realizzazione di questa stessa coscienza, all'atteggiamento negativo verso l’essere-altro: corrisponde, dunque, al desiderio e al lavoro. […]
Nello Stoicismo, l'autocoscienza è la libertà semplice di se stessa. Nello Scetticismo, invece, la libertà si realizza annientando l’altro lato dell’esistenza determinata; tuttavia, questa autocoscienza libera si duplica, ed è ai propri occhi un qualcosa di duale. In tal modo, la duplicazione che prima si ripartiva tra due singoli - il signore e il servo - converge adesso in uno solo. Adesso, dunque, è data la duplicazione della coscienza entro se stessa - duplicazione che nel concetto dello Spirito è essenziale -, ma non ancora la sua unità. In questo senso, la coscienza infelice è la consapevolezza di sé come dell’essenza duplicata e irretita nella contraddizione. […]
Tuttavia, sebbene non possieda tale presenza, la coscienza infelice è a un tempo ben a! di là del pensiero puro, al di là, cioè, sia del pensiero astratto dello Stoicismo che ripudia la singolarità in generale, sia del pensiero dello Scetticismo che è soltanto inquietudine. Infatti, lo Scetticismo è soltanto il movimento senza sosta in cui la singolarità si dispiega come contraddizione inconsapevole. […]
Qui, dunque, la personalità è uscita dalla vita della sostanza etica, e consiste nell’autonomia realmente valida e vigente della coscienza. In precedenza, abbiamo già incontrato il pensiero irreale di questa autonomia - quello risultante dalla rinuncia alla realtà - come autocoscienza stoica; e come quest' ultima proveniva dal rapporto signoria-servitù inteso come l’esistenza immediata dell’autocoscienza, così la personalità proviene dallo spirito immediato, il quale è tanto la sovrana volontà universale di Tutti quanto il loro servizio obbediente. L’In-sé che lo Stoicismo considerava soltanto nell’astrazione, è adesso mondo reale. Lo Stoicismo è solo la coscienza che conduce alla sua forma astratta il principio dello stato giuridico, cioè l’autonomia priva di spiritualità; mediante la sua fuga dalla realtà, questa coscienza ha raggiunto soltanto il pensiero dell’autonomia: in quanto non vincola la propria essenza a una qualsiasi esistenza, la coscienza stoica è assolutamente per sé, e, prendendo appunto congedo da ogni esistenza, pone la propria essenza unicamente nell’unità del pensiero puro. […]
Ora come l'autonomia astratta dello Stoicismo presentava la propria realizzazione, così anche questa autonomia del diritto ripeterà lo stesso movimento. La coscienza stoica infatti, trapassa nella confutazione scettica della coscienza, in un vaniloquio del negativo che, privo di figura, erra tra diverse accidentalità dell'essere e del pensiero; lo Scetticismo dissolve queste accidentalità nell’autonomia assoluta, ma sempre continuamente le riproduce, e di fatto si mostra quindi come la contraddizione tra l’autonomia e la non-autonomia della coscienza. […]
È questa la struttura del lato in cui l'autocoscienza è reale come essenza assoluta. La coscienza che da tale realtà è stata risospinta entro se stessa, però, pensa questa sua inessenzialità. In precedenza, abbiamo visto l’autonomia stoica del pensiero puro penetrare attraverso lo Scetticismo e trovare la propria verità, la verità del suo essere-in-sé e per-sé, nella coscienza infelice. Se allora questo sapere si manifestava solo come l’aspetto unilaterale della coscienza in quanto una coscienza, adesso è invece emersa la verità reale di questo aspetto. Tale verità consiste in ciò: il valore universale dell’autocoscienza è la realtà che le è divenuta estranea. Questo valore è la realtà universale del Sé, ma tale realtà è anche immediatamente l’inversione del Sé, è la perdita dell’essenza del Sé. […]
Questa essenza va distinta in modo netto dall’In-sé che costituisce l’essenza della coscienza stoica. La coscienza stoica, infatti, conferiva valore solo alia forma del pensiero in quanto tale, mentre considerava qualsiasi contenuto tratto dalla realtà come estraneo al pensiero, la coscienza pura, invece, non fa consistere il valore nella forma del pensiero. […]
Mediante la propria vacuità, tuttavia, questo Sé ha lasciato libero il contenuto. Solo entro sé la coscienza è l’essenza, mentre la sua propria esistenza - cioè, il riconoscimento giuridico della persona - è l’astrazione non riempita. La coscienza, dunque, possiede soltanto il pensiero di se stessa, vale a dire: la modalità in cui essa esiste e si sa come oggetto è quella della coscienza irreale. Essa, pertanto, è solo l’autonomia stoica del pensiero; e questa autonomia, attraversando il movimento della coscienza scettica, trova la propria verità in quella figura che è stata chiamata l’autocoscienza infelice. […]
Queste forme, da una parte, e il mondo della persona e del diritto, il carattere selvaggio e devastante degli elementi del contenuto lasciati liberi, la persona pensata dello Stoicismo, l'inquietudine incessante della coscienza scettica, dall'altra parte, costituiscono la periferia delle figure che, in un'attesa piena d’ardore, si dispongono intorno al luogo natale dello Spirito che diviene come autocoscienza. II loro centro è rappresentato dal dolore struggente e nostalgico dell’autocoscienza infelice, il quale dolore pervade tutte quante le figure ed è il travaglio comune per il parto con cui lo Spirito viene alia luce: questo centro è la semplicità del Concetto puro, il quale contiene quelle figure come suoi propri momenti.

 

 

 

 

 
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