Giacomo Leopardi

 

 

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20.A.1) Il 'Preambolo del volgarizzatore' e la traduzione leopardiana del 'Manuale' di Epitteto sono accessibili in questa stessa pagina

20.A.2) Il 'Rimario dei Canti di Leopardi' è qui

LE QUATTRO OPERETTE MORALI DI ISOCRATE TRADOTTE DA LEOPARDI

BREVE INTRODUZIONE GENERALE ALLE ‘OPERETTE MORALI’ DI ISOCRATE

 

Un accenno alla vita di Isocrate

Isocrate nacque nel 436 a.C., pochi anni prima dell’inizio della devastante guerra del Peloponneso, e morì nel 338 a. C., poco dopo la battaglia di Cheronea, ossia l’evento che sancì il definitivo dominio Macedone su tutte le Città-Stato della Grecia. Suo padre, Teodoro, era dotato di mezzi sufficienti per assicurargli un’educazione di prim’ordine, sicché Isocrate poté trarre beneficio dalla frequentazione di almeno due personaggi di grande rilievo a quel tempo: Gorgia di Leontini e Socrate. Nel corso della guerra del Peloponneso egli perse tutte le proprietà ereditate dal padre e quindi per sopravvivere, probabilmente nel 392 a. C., aprì ad Atene una scuola e si diede all’insegnamento contro il pagamento di una sostanziosa somma di denaro da parte degli allievi. Il successo della sua scuola fu grande, ed egli poté vantarsi di avere un numero di studenti superiore al numero di quelli di tutte le altre scuole di Atene messe insieme, compresa l’Accademia di Platone. I migliori giovani della Grecia in un modo o nell’altro subirono l’influenza di Isocrate, e tra i suoi studenti vi furono gli oratori Iseo, Licurgo e Iperide; gli storici Eforo e Teopompo; il filosofo Speusippo; lo statista e generale Timoteo.

Il progetto educativo di Isocrate

Quelle che seguono sono le parole che lo stesso Isocrate, in una delle sue opere, usa per definire la qualità e lo scopo del proprio insegnamento.
“Chi sono coloro che io chiamo uomini educati, dal momento che rifiuto di considerare ‘educazione’ le arti, le scienze e i lavori specializzati? In primo luogo coloro che utilizzano bene gli accadimenti quotidiani, che hanno l’opinione appropriata sulle opportunità del momento e la capacità di tenere di mira in sommo grado quanto è utile e vantaggioso. Di poi coloro che trattano in modo giusto e confacente il prossimo, sopportano di buon grado e facilmente le altrui spiacevolezze e pesantezze, mentre procurano di essere quanto più possibile riguardosi ed equilibrati con i sodali. Inoltre coloro che sono in ogni momento padroni dei piaceri fisici e non si lasciano troppo abbattere dalle sventure, ma si atteggiano in entrambi i casi virilmente e in modo degno della nostra natura di uomini. In quarto luogo, ed è questa la cosa più importante, coloro che non si lasciano rovinare dai successi, non vanno fuori di sé e neppure diventano tracotanti, ma mantengono la disposizione dei sani di mente, e non si rallegrano di più per i beni risultanti loro dalla fortuna che per quelli che hanno invece avuto principio dalla loro propria natura e saggezza. Coloro che hanno l’animo abitualmente disposto non ad una soltanto ma a tutte queste condotte, ebbene io affermo che sono saggi, che sono veri uomini e che possiedono tutte le virtù. Questi sono coloro che io riconosco essere uomini educati”. (Isocrate ‘Panatenaico’ 30-32. Traduzione di F. Scalenghe)

20.A.3) L'Orazione di Isocrate 'A Demonico' nella doppia traduzione, mia e di Leopardi, e con una breve Introduzione si trova qui
20.A.4) L'Orazione di Isocrate 'A Nicocle' nella doppia traduzione, mia e di Leopardi, e con una breve Introduzione si trova qui
20.A.5) L'Orazione di Isocrate 'Nicocle o I Ciprioti' nella doppia traduzione, mia e di Leopardi, e con una breve Introduzione si trova qui
20.A.6) L'Orazione di Isocrate 'Areopagitico' nella doppia traduzione, mia e di Leopardi, e con una breve Introduzione si trova qui

Per quanto riguarda la traduzione di Leopardi delle quattro Operette Morali di Isocrate, le prime tre furono tradotte a Recanati tra il 5 Dicembre 1824 e il 12 Gennaio 1825. L’Orazione Areopagitica fu invece tradotta, sempre a Recanati, tra il 9 e il 29 Marzo 1825. Nel Febbraio del 1826, mentre si trovava a Bologna, Leopardi scrisse anche un Preambolo a questa traduzione (Preambolo che io qui non trascrivo). L’opera, che Pietro Giordani giudicò essere un modello di perfezione in fatto di volgarizzamenti, avrebbe dovuto essere stampata dall’editore Milanese A. F. Stella in un volume dal titolo 'Scelta di moralisti greci tradotti'. La pubblicazione però non fu mai realizzata.

Siccome a me pare che la traduzione di Leopardi sia un modello di stile come tanti altri, e che non manchino in esso alcune inesattezze nella comprensione del testo greco, mi sono divertito a mettere il mio stile a confronto col suo. Quanto alla valutazione che se ne può dare, io e Leopardi andiamo comunque d'accordo, visto che anch'io, come lui dice, "provo sempre un gran piacere quando sono informato del male che si dice di me", e che, circa un giudizio sul mio lavoro, "se questo fosse sfavorevole, tanto più volentieri l'intenderei, come sempre soglio".

 

IL 'MANUALEDI EPITTETO' TRADOTTO DA LEOPARDI

20.A.1) Mi auguro di fare cosa gradita e utile ai frequentatori di questo sito rendendo disponibile alla lettura la più celebre delle traduzioni italiane del 'Manuale' di Epitteto, ossia quella che Giacomo Leopardi redasse materialmente a Bologna circa due settimane di lavoro, tra il 22 Novembre e il 6 (o forse il 9, vi è incertezza tra le due date) Dicembre 1825.
La traduzione è preceduta da un 'Preambolo del volgarizzatore', che risulta essenziale per comprendere l'interpretazione leopardiana di Epitteto e, più in generale, il suo punto di vista sullo Stoicismo.

Mi è sempre riuscito difficile darmi ragione del successo di pubblico che ha arriso a questa traduzione e del consenso del quale pare ancor oggi circondata ad opera degli 'addetti ai lavori'. Ciò per due motivi molto semplici.
Il primo è che Leopardi mostra di conoscere di Epitteto soltanto il Manuale e di non avere mai letto e riflettuto sui quattro libri delle 'Diatribe'.
Il secondo è la debolezza e superficialità di pensiero di cui Leopardi dà qui prova, pur dietro lo schermo retorico del 'so di dire qualcosa che è contrario alla estimazione universale', e che lo chiude in un cristiano fraintendimento dello Stoicismo, da lui equiparato ad una filosofia di rassegnazione e di rinuncia.
Se Leopardi merita un posto nella Storia, cosa che io credo fermamente, non è certo per la sua traduzione di Epitteto.

20.A.2) E' anche questo il motivo per cui, nel tentativo di risarcire me stesso e il mio lettore, rendo qui disponibile il 'Rimario completo dei 'Canti' di Giacomo Leopardi', da me redatto sulla base dell'edizione dei 'Canti' pubblicata da Garzanti, 1975.

 

GIACOMO LEOPARDI          

IL MANUALE DI EPITTETO          

Preambolo del volgarizzatore

Non poche sentenze verissime, diverse considerazioni sottili, molti precetti e ricordi sommamente utili, oltre una grata semplicità e dimestichezza del dire, fanno assai prezioso e caro questo libricciuolo. Io per verità sono di opinione che la pratica filosofica che qui s’insegna, sia, se non sola tra le altre, almeno più delle altre profittevole nell’uso della vita umana, più accomodata all’uomo, e specialmente agli animi di natura o d’abito non eroici, né molto forti, ma temperati e forniti di mediocre fortezza, o vero eziandio deboli, e però agli uomini moderni ancora più che agli antichi.
So bene che a questo mio giudizio è contraria la estimazione universale, reputandosi comunemente che l’esercizio della filosofia stoica non si confaccia, e non sia pure eziandio possibile, se non solamente agli spiriti virili e gagliardi oltre misura. Laddove in sostanza a me pare che il principio e la ragione di tale filosofia, e particolarmente di quella di Epitteto, non istieno già, come si dice, nella considerazione della forza, ma sì bene della debolezza dell’uomo; e similmente che l’uso e la utilità di detta filosofia si appartengano più propriamente a questa che a quella qualità umana.
Perocché non altro è quella tranquillità dell’animo voluta da Epitteto sopra ogni cosa, e quello stato libero da passione, e quel non darsi pensiero delle cose esterne, se non ciò che noi chiamiamo freddezza d’animo, e noncuranza, o vogliasi indifferenza. Ora la utilità di questa disposizione, e della pratica di essa nell’uso del vivere, nasce solo da questo, che l’uomo non può nella sua vita per modo alcuno né conseguir la beatitudine né schivare una continua infelicità. Che se a lui fosse possibile di pervenire a questi fini, certo non sarebbe utile, né anco ragionevole, di astenersi dal procacciarli. Ora non potendogli ottenere, è proprio degli spiriti grandi e forti l’ostinarsi nientedimeno in desiderarli e cercarli ansiosamente, il contrastare, almeno dentro se medesimi, alla necessità, e far guerra feroce e mortale al destino, come i sette a Tebe di Eschilo, e come gli altri magnanimi degli antichi tempi.
Proprio degli spiriti deboli di natura, o debilitati dall’uso dei mali e dalla cognizione della imbecillità naturale e irreparabile dei viventi, si è il cedere e conformarsi alla fortuna e al fato, il ridursi a desiderare solamente poco, e questo poco ancora rimessamente; anzi, per così dire, il perdere quasi del tutto l’abito e la facoltà, siccome di sperare, così di desiderare. E dove che quello stato di nimicizia e di guerra con un potere incomparabilmente maggior dell’umano e non mai vincibile, dall’un lato non può avere alcun frutto, e dall’altro lato è pieno di perturbazione, di travaglio, d’angoscia e di miseria gravissima e continua; per lo contrario questo altro stato di pace, e quasi di soggezione dell’animo, e di servitù tranquilla, quantunque niente abbia di generoso, è pur conforme a ragione, conveniente alla natura mortale, e libero da una grandissima parte delle molestie, degli affanni e dei dolori di che la vita nostra suole essere tribolata.
Imperocché veramente a ottenere quella miglior condizione di vita e quella sola felicità che si può ritrovare al mondo, non hanno gli uomini finalmente altra via se non questa una, di rinunciare, per così dir, la felicità, ed astenersi quanto è possibile dalla fuga del suo contrario. Ora la noncuranza delle cose di fuori, ingiunta da Epitteto e dagli altri Stoici, viene a dir questo appunto, cioè non curarsi di essere beato né fuggire di essere infelice. Il quale insegnamento, che è come dire di dovere amar se medesimo con quanto si possa manco di ardore e di tenerezza, si è in verità la cima e la somma, sì della filosofia di Epitteto, e si ancora di tutta la sapienza umana, in quanto ella appartiene al ben essere dello spirito di ciascuno in particolare. Ed io, che dopo molti travagli dell’animo e molte angosce, ridotto quasi mal mio grado a praticare per abito il predetto insegnamento, ho riportato di così fatta pratica e tuttavia riporto una utilità incredibile, desidero e prego caldamente a tutti quelli che leggeranno queste carte, la facoltà di porlo medesimamente ad esecuzione.

 

Il 'Manuale' di Epitteto
nella traduzione
di
Giacomo Leopardi

 

1. [ 1 ] Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro la opinione, il movimento dell’animo, l’appetizione, l’aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in potere nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti. [ 2 ] Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui. [ 3] Ricordati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t’interverrà di trovare quando un ostacolo quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei. Per lo contrario se tu non istimerai proprio tuo se non quello che è tuo veramente, e se terrai che sia d’altri quello che è veramente d’altri, nessuno mai ti potrà sforzare, nessuno impedire, tu non ti dorrai di niuno, non incolperai chicchessia, non avrai nessuno inimico, niuno ti nocerà, essendo che in effetto tu non riceverai nocumento veruno. [ 4 ] Ora se tu sei desideroso di pervenire a questo sì felice stato, sappi che a ciò si richiede sforzo e concitazione d’animo non mediocre, e che di certe delle cose di fuori tu dèi lasciare il pensiero al tutto, di certe riservarlo per un altro tempo, e attendere alla cura di te medesimo sopra ogni cosa. Che se tu vorrai ad un’ora procacciare i predetti beni ed anco dignità e ricchezze, forse che tu non otterrai né pur queste, per lo studio che tu porrai dietro a quelli, ma di quelli senza alcun dubbio tu sarai privo, i quali sono pur così fatti, che solo per virtù di essi si può goder beatitudine e libertà. [ 5 ]Per tanto a ciascuna apparenza che ti occorrerà nella vita, innanzi ad ogni altra cosa avvezzati a dire: questa è un’apparenza, e non è punto quello che mostra di essere. Di poi togli ad esaminarla e farne saggio con quegli espedienti che tu sai, e prima e massimamente con vedere se ella appartiene alle cose che sono in nostra facoltà o vero a quelle che non sono. Ed appartenendo a quelle che non sono, abbi apparecchiata in tuo cuore questa sentenza: ciò a me non rileva nulla.

2. [ 1 ] Sovvengati che l’intento dell’appetizione si è il conseguire ciò che ella appetisce, e l’intento dell’aversione il non incorrere in ciò che ella fugge. E colui che non ottiene quel che appetisce, è senza fortuna; colui che incorre in quel che egli schifa, ha cattiva fortuna. Ora se l’animo tuo non schiferà se non solamente, delle cose che sono in nostro potere, quelle tali che saranno contro natura, non ti avverrà d’incorrere in cosa alcuna alla quale tu abbi contrarietà. Ma se egli sarà volto a schifare i morbi, la povertà, la morte, tu avrai cattiva fortuna. [ 2 ]Astienti dunque dall’aversione rispetto a qual si sia cosa di quelle che non sono in nostro potere, e in quella vece fa di usarla rispetto alle cose che, nel numero di quelle che sono in tua facoltà, si troveranno essere contro natura. Dall’appetizione tu ti asterrai per ora in tutto. Perciocché se tu appetirai qualcuna di quelle cose che non dipendono da noi, tu non potrai fare di non essere sfortunato; e delle cose che sono in potestà dell’uomo, non ti si appartiene per ancora alcuna di quelle che sarebbono degne da desiderare. Per tanto tu non consentirai a te medesimo se non se i primi movimenti e le prime inclinazioni dell’animo ad appetire o schifare, con questo però che elle sieno lievi, condizionali e senza veruno impeto.

3. Abbi cura di ricordare a te medesimo il vero essere di ciascheduna cosa che ti diletta o che tu ami o che ti serve ad alcuno uso, incominciando dalle più picciole. Se tu ami una pentola, dire a te stesso: io amo una pentola; perciocché se ella si spezzerà, tu non avrai però l’animo alterato. Se tu bacerai per avventura un tuo figliuolino o la moglie, dirai teco stesso: io bacio un mortale; acciocché morendoti quella donna o quel fanciullino, tu non abbi perciò a turbarti.

4. Qualora tu pigli a far che che sia, recati a mente la qualità di quella cotale operazione. Se tu vai, ponghiamo caso, al bagno a lavarti, recati al pensiero le cose che accaggiono nel bagno; la gente che ti spruzza, che ti sospinge, che ti rampogna, che ti ruba. E per metterti a quell’atto più sicuramente, tu dirai fra te stesso: io voglio ora lavarmi, e oltre di ciò mantenere la disposizione dell’animo mio in istato conforme a natura. E il simile per qualunque faccenda. Così se per avventura al lavarti ti sarà occorso alcuno impaccio, tu avrai pronto il modo di consolarti dicendo: io non voleva fare solamente questo, ma eziandio mantenere la disposizione dell’animo mio in grado conforme a natura. Ma io non la manterrò in cotale stato, se io mi cruccerò di questo che ora m’interviene.

5. Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che eglino hanno delle cose. Per modo di esempio, la morte non è punto amara; altrimenti ella sarebbe riuscita tale anche a Socrate; ma la opinione che si ha della morte, quello è l’amaro. Per tanto, quando noi siamo attraversati o turbati o afflitti, non dobbiamo però accagionare gli altri, ma sì veramente noi medesimi, cioè le nostre opinioni. Egli è da uomo non addottrinato nella filosofia l’addossare agli altri la colpa dei travagli suoi propri, da mezzo addottrinato l’addossarla a se stesso, da addottrinato il non darla né a se stesso né agli altri.

6. Guarda di non insuperbire di alcuna eccellenza o di alcun pregio altrui. Se un cavallo montando in superbia dicesse: io son bello, ciò sarebbe per avventura da comportare. Ma quando tu ti levi in superbia dicendo: io ho un bel cavallo, avverti che tu insuperbisci di un pregio che è del cavallo. Sai tu quello che è tuo? L’uso che tu fai delle apparenze delle cose. Sicché quando nell’usare di queste apparenze tu ti reggerai conforme a quello che la natura richiede, allora tu piglierai compiacenza di te medesimo a buona ragione: imperocché quello sarà un pregio tuo proprio.

7. Siccome in una navigazione, poiché il legno ha dato in terra a qualche porto, se tu esci dal legno per fare acqua, tu puoi bene ancora venir cogliendo per via qua una chiocciolina, là una radicetta, ma egli ti conviene però aver sempre il pensiero alla nave, e voltarti spesso, per intendere se il piloto ti chiama, e chiamandoti, lasciare tutte quelle cose, per non avere a esser cacciato dentro legato come si fa delle pecore; così nella vita, se in cambio di radicette o di chioccioline ti si porgerà una donnicciuola o un putto, niente vieta che tu non lo debba pigliare e godertelo. Ma se il piloto ti chiama, corri tosto alla nave senza voltarti, lasciata stare ogni cosa. E se tu sarai vecchio, non ti dilungherai dal legno gran tratto, per non avere a mancare quando il piloto ti chiami.

8. Tu non dèi cercare che le cose procedano a modo tuo, ma voler che elle vadano così come fanno, e bene starà.

9. La malattia si è un impaccio del corpo, ma non della disposizione dell’animo, solo che esso non voglia. L’esser zoppo si è impaccio della gamba, ma non della disposizione dell’animo. Il simile dirai per ogni accidente che ti sopravvenga. Imperciocché troverai che esso sarà di natura da fare impaccio a qualche altra cosa, ma non a te proprio.

10. A ciascuna cosa esteriore che ti occorra, rivolgiti sopra te stesso e cerca quale delle facoltà che tu hai, si possa adoperare verso di quella. Se tu avrai veduto un bel garzone o una bella donna, troverai che da poster usare verso di queste cose, tu hai la facoltà della continenza. Se ti occorrerà una fatica da sostenere, troverai la facoltà della tolleranza. Se una villania, la pazienza. E così accostumandoti, tu non ti lascerai trasportare dalle apparenze delle cose.

11. Non dir mai di cosa veruna: io l’ho perduta, ma bene: io l’ho restituita. Ti è morto per avventura un figliuolo? Tu l’hai renduto. Morta la tua donna? Tu l’hai renduta. Ti è stato tolto un podere? Or non è egli renduto anche questo? Ma colui che me ne ha spogliato è un ribaldo. Che fa egli a te che quegli che ti aveva dato il podere te lo abbia richiesto per via di tale o di tale altra persona? Fino a tanto poi che egli ti lascia tenere o il terreno o che che altro si sia, pigliane quel pensiero che tu prenderesti di una cosa che fosse d’altri, come fanno dell’albergo i viandanti.

12. [ 1 ] Se tu vuoi far progresso nella sapienza, lascia da parte questi cotali discorsi: se io non avrò cura della mia roba, non avrò di che vivere; se io non castigherò il mio schiavo, egli sarà pure un furfante. Meglio è morirsi di fame dopo una vita libera da travagli e timori, che vivere inquieto in grande abbondanza di ogni cosa. Meglio è che il tuo schiavo sia tristo che non tu infelice. [ 2 ] Tu incomincerai dunque dalle cose picciole. Ti si versa un poco di olio? Ti è rubato un poco di vino? Tu dirai: a tanto si vende la tranquillità dell’animo, la costanza: niente si può avere gratis. Quando chiami il tuo fante, pensa ch’egli può accadere che colui non t’oda, e che ancora udendoti, non faccia però nulla di quel che tu vuoi. Ora tu non voler tanto concedere al tuo fante, che egli abbia in sua mano di poterti turbare la quiete dell’animo.

13. Se tu vuoi far profitto, comporta pazientemente di esser tenuto pazzo e stolido per cagione delle cose di fuori. Anzi se egli ci avrà di quelli che ti stimino uomo da qualche cosa, diffidati di te medesimo. Perché tu dèi sapere che egli non si può in un medesimo tempo conservare l’animo tuo disposto e ordinato secondo natura, e provvedere alle cose esterne; ma colui che ha cura dell’una di queste parti, di necessità dèe trascurare l’altra.

14. Se tu vuoi che la moglie, i figliuoli e gli amici tuoi vivano sempre, tu sei pazzo. Perocché tu vuoi che dipenda da te quello che non è in tuo potere, e che quello che è d’altri sia tuo. Parimenti se tu vuoi che il tuo servo non commetta errore, tu sei sciocco. Perché questo è un volere che la malizia non sia malizia ma qualcos’altro. Ma se tu vuoi non desiderar cosa che poi non ti venga ottenuta, questo sì che lo puoi. Per tanto industriati di ottener questo che tu puoi. [ 2 ] Colui che ha in sua facoltà di dare o torre a una persona quel che essa vuole o non vuole, è padrone di quella cotal persona. Però chiunque ha la volontà di esser libero, faccia di non appetire né fuggir mai cosa alcuna di quelle che sono in potestà d’altri; o che altrimenti gli bisognerà in ogni modo essere schiavo.

15.Tieni a mente che tu dèi governare in tutta la vita come a un banchetto. Portasi attorno una vivanda. Ti si ferma ella innanzi? stendi la mano, e pigliane costumatamente. Passa oltre? non la ritenere. Ancora non viene? non ti scagliar però in là collo appetito: aspetta che ella venga.. Il simile in ciò che appartiene ai figliuoli, alla moglie, alla roba, alle dignità; e tu sarai degno di sedere una volta a mensa cogli Dei. Che se tu non toccherai pur quello che ti sarà posto innanzi, e non ne farai conto; allora tu sarai degno non solo di sedere cogli dei a mensa, ma eziandio di regnare con esso loro. Per sì fatta guisa operando Diogene, Eraclito e gli altri simili, venivano chiamati divini, e tali erano veramente.

16. Quando tu vedi alcuno che pianga o per morte di alcun suo congiunto o per lontananza di un figliuolo o perdita della roba, guarda che l’apparenza non ti trasporti in guisa che tu pensi che questo tale, a cagione delle cose estrinseche, patisca alcun male vero. Ma tu distinguerai teco stesso subitamente e dirai: questi è tribolato e afflitto, non dall’accaduto, poiché questo medesimo non dà niuna tribolazione a un altro, ma dal concetto che egli ha dell’accaduto. Ciò non ostante tu non fari difficoltà di secondare il suo dolore in parole, ed anco, se occorre, di sospirare insieme seco; ma guarda che tu non sospirassi però di cuore.

17. Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico, studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti è assegnata la persona di un zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.

18. Quando un corvo gracchiando porge cattivo augurio, non ti lasciar muovere da sì fatta apparenza, ma subito distingui teco medesimo e dì: questo animale non prenuncia niuna disavventura a me proprio, ma forse a questo mio corpicino, o forse alla mia robicciuola, alla riputazioncella, ai figliuoli, alla moglie. Quanto si è a me, questo, se io voglio, è augurio buono, anzi ottimo. Imperocché io ricaverò utile dal successo, qual ch’egli sia per essere, solo che io voglia.

19. [ 1 ] Tu puoi essere invitto, e ciò è se tu non ti metterai a nessun aringo dal quale tu non abbia in tua facoltà di riuscire colla vittoria. [ 2 ] Guarda che quando tu vedi uomini onorati o potenti o come che sia riputati e osservati, l’apparenza non ti faccia forza in maniera che tu gli creda avventurosi e felici. Perciocché se la essenza del bene sta nelle cose che sono in nostra facoltà, non deono aver luogo né invidia né gelosia. E tu per la tua parte non vorrai essere né capitano di esercito, né presidente del consiglio, né console, ma libero: e a questo ci ha una sola via, che è non curarsi delle cose che non sono in nostro potere.

20. Ricordati che colui che rampogna o percuote, non offende esso, ma la opinione che si ha che questi cotali offendano. Sicché quando tu ti senti montar la collera contro uno, pensa che la tua propria immaginazione è quella che ti sprona all’ira, e non altri. Per tanto sforzati d’impedire che l’apparenza non ti trasporti in sul primo; che se tu otterrai un poco di tempo e d’indugio, più agevolmente ti verrà fatto di vincerti e di contenerti.

21. Abbi tutto il giorno dinanzi agli occhi la morte, l’esilio e tutte quelle altre cose che appaiono le più spaventevoli e da fuggire, e la morte massimamente; e mai non ti cadrà nell’animo un pensier vile, né ti nasceranno desiderii troppo accesi.

22. Vuoi tu darti a filosofare? Apparecchiati insin da ora a dovere essere schernito e deriso da molti; aspettati che la gente dica: oh, egli ci si è tramutato in filosofo a un tratto, e: che vogliono dire quelle sopracciglia aggrottate? Ora tu non aggrottare le sopracciglia, ma non lasciar però di attenerti a quello che tu estimi il migliore, perseverando, come a dire, in una ordinanza nella quale tu sii stato collocato da Dio. E sappi che se tu durerai nel tenor di vita incominciato, quei medesimi che a principio si avranno preso giuoco di te, in progresso di tempo cangiati ti ammireranno; laddove se per li motteggi ti perderai d’animo, tu ne guadagnerai le beffe e le risa doppie.

23. Se mai per volere acquistare la buona estimazione di alcuno, ti sarà intervenuto di versarti, per dir così, fuori di te medesimo, sappi che tu avrai rotto l’abito, e sarai uscito dai termini del tuo istituto di vita. Però non cercare altro mai che di essere filosofo, e sii contento e soddisfatto di questo in ogni cosa. Che se oltre ad essere, tu volessi eziandio parere, fa che tu paia filosofo a te medesimo, e tanto ti basti.

24. [ 1 ] Non istare a darti pena e sconforto dicendo fra te medesimo: io menerò una vita ignobile, e : io non sarò nulla. Perocché se la ignobiltà è un male, non puoi tu patire alcun male per cagion d’altri, più di quello che incorrere in alcuna vergogna. Ora dimmi, il pervenire a un ufficio pubblico, o l’esser chiamato a un convito, forse che sta in tuo potere?  Or come dovrà egli essere ignobile o ignominioso che tu non abbi parte in questo convito o che non pervenghi a questo ufficio?E come dì che tu non sarai nulla, quando a te non si conviene essere qualche cosa se non solamente in quello che è in tua facoltà, dove tu puoi bene essere d’assaissimo? [ 2 ] Ma gli amici non avranno da me aiuto né benefizio alcuno. Di che benefizi e di che aiuti vuoi tu intendere? Non avranno da te oro e, quanto è a te, non saranno fatti cittadini romani. Ora chi ti ha detto che queste sono cose di quelle che dipendono dal nostro arbitrio, e non cose poste in potere altrui? Chi può dare a un altro ciò che non ha egli? [ 3 ] E tu fa di acquistare, dirà qualcuno, per poter dare a noi. Se io posso acquistare, salva in me la verecondia, la fede, e l’altezza d’animo, mostratemi come si faccia, e io non mancherò. Ma se voi volete che io perda i miei propri beni perché voi dobbiate ottenere cose che non sono beni, vedete che poca equità e che indiscrezione è la vostra. Oltre che, qual vi eleggereste voi prima, tra danari e un amico fedele e ben costumato? Che non mi aiutate voi dunque piuttosto a esser tale, in cambio di volere che io faccia cose per le quali mi convenga perdere queste virtù? [ 4 ] Ma la patria non avrà da me alcun servigio. Ancora, di che servigi vuoi tu intendere? Non avrà per opera tua né bagni né portici. Oh, che maraviglia? Né anco ha calzari dal fabbro, né arme dal calzolaio. Egli basta bene che ciascheduno adempia l’ufficio suo. Dimmi, se tu istituissi e informassi alla tua patria un altro cittadino modesto e leale, non le faresti tu alcun benefizio? Certo che sì. Or come le sarai dunque inutile tu medesimo, essendo tale? [ 5 ] Ma che luogo terrò io nella patria? Quello che tu potrai, salva la modestia e la fede. Che se per voler giovare alla patria, tu perderai la fede e il pudore, che profitto le farai tu, divenuto che sarai sleale e impudente?

25. [ 1 ] Ti è egli stato anteposto di onorare il tale o il tale a un banchetto, o pur nel saluto, o nell’esser cerco di consiglio? Se questi cotali onori sono beni, egli ti debbe esser caro che colui gli abbia avuti; se mali, non ti dee dispiacere che non sieno toccati a te. Poi considera che non facendo tu per amore delle cose esterne quel medesimo che gli altri fanno, tu non puoi nel conseguimento di quelle andare al paro cogli altri. [ 2 ] Come può, per modo di esempio, colui che non frequenta le soglie dei grandi, che non gli accompagna, che non gli loda, andar del pari a coloro che fanno tutte queste cose? Egli sarebbe ingiustizia e ingordigia che non pagando tu quel prezzo a che si comperano i favori e i benefizi dei potenti e dei ricchi, tu gli volessi avere gratis. [ 3 ] A quanto si vendono le lattughe oggi? Ponghiamo caso, a un obolo. Ora facciamo che uno, spendendo un obolo, abbia tolto delle lattughe, e tu, non ispendendo, non ne abbia tolto: tu non dèi però pensare di aver punto meno che si abbia colui. Perocché se egli avrà le lattughe, e tu avrai l’obolo che non avrai speso. Il simile nel caso nostro. Tu non sei stato invitato a cena dal tale. Ma né anche hai dato a lui quello a che egli vende la sua cena. Ora egli la vende a prezzo di lodi, di osservanza, di ossequi. Paga dunque il prezzo se la mercanzia fa per te. Ma se tu vuoi non pagare il prezzo e avere la merce, questa si è ingordigia e furfanteria. Forse che in cambio della cena tu non hai nulla? Sì che tu hai ben questo, che tu non hai lodato chi non volevi, che non sei stato ad aspettarlo in sull’uscio.

26. La intenzione della natura si conosce da quelle cose dove noi non abbiamo interesse. Se il fante del vicino avrà spezzato un bicchiero o cosa tale, subito ti correrà in sulla lingua: elle sono cose che accaggiono. Ora sappi che chi spezzasse il tuo bicchiero, tu la dèi pigliare in quella medesima guisa che tu piglierai che si spezzi quello del tuo vicino. Così delle cose di maggior momento. Muore a un altro il figliuolo o la moglie? Sono casi umani. Muore il figliuolo o la moglie propria? Tosto gli oimè, gli ahi ahi. Ma egli si converrebbe avere a memoria quello che c’interviene quando il medesimo caso ci è riferito da un altro.

27. Come non si mette un bersaglio acciocché l’uomo non lo colga, così non si genera e non si ritrova al mondo la natura del male.

28. Se uno desse il tuo corpo in potestà di qualunque che gli venisse alle mani, tu te ne sdegneresti: e dando tu la tua mente in potere di chicchessia, per modo che se egli ti dirà una mala parola, quella si turbi e confonda, non ti vergogni però punto?

29. [ 1 ] Innanzi di metterti a qualsivoglia operazione, divisane teco stesso le antecedenze e le conseguenze. Altrimenti tu intraprenderai con grande animo, non pensando punto alle cose che hanno a venire; ma in progresso nascendoti qualche difficoltà e qualche vitupero, tu ti vergognerai. [ 2 ] Desideri tu diventar vincitore olimpico? E io non meno di te, per Dio; ché ella è una qualità che fa onore. Ma considera prima le antecedenze e le conseguenze, e poi mettiti all’impresa. Egli ti conviene sottoporti a una disciplina e osservare una regola; mangiare sforzatamente; astenerti dalle confetture e cotali piacevolezze; esercitare il corpo per forza a certe ore assegnate, sì al caldo come al freddo; non usare bevande fresche né vino a tuo piacimento; in fine darti tutto in mano al maestro, né più né meno come a un medico. Di poi scendere nell’aringo; a un bisogno guastarti una mano, smuoverti un tallone; ingoiare di buoni tratti di polvere; a un bisogno anche toccare delle sferzate, e poi per ultimo essere vinto. [ 3 ] Considerato che avrai tutte queste cose, se tu persevererai nel concetto di prima, datti agli esercizi dei giuochi. Ma se tu non considererai cosa alcuna innanzi, tu ti aggirerai come i bamboli, che ora fanno i lottatori, e quando gli atleti, e quando gli schermitori, poi strombazzano, poi contraffanno le tragedie. Così ancora tu: oggi schermitore, domani atleta, e quando oratore, poi filosofo, e nulla mai veramente e con tutto l’animo, ma in guisa delle scimmie tu contraffai tutto quello che tu vedi, e muti voglia a ogni tratto. Perocché tu non imprendi mai cosa alcuna consideratamente, e spiatala prima bene da ogni banda, ma così a caso e per qualche fantasia leggera. [ 4 ] Egli ci ha di quelli che veduto per avventura un filosofo, o udito dire a questo o a quello: oh, Socrate dice pur bene, e: chi è che possa favellare come faceva Socrate? Si mettono per voler filosofare ancor essi. [ 5 ] O uomo, considera prima sottilmente questo fatto del filosofare, di che sorta egli sia, e quindi fa di conoscere la tua natura, a veder se tu sei buono da comportarlo. Vuoi tu pigliare la professione di fare alla lotta o vero ai cinque giuochi? Tu hai da por mente alle tue braccia, alle cosce, ai lombi, perché una complessione è acconcia a una cosa e una a un’altra. [ 6 ] Pensi tu di potere filosofando mangiare e bere e fare lo schifo e il dilicato come al presente? Egli ti bisogna vegliare, faticare, separarti dai tuoi, essere vilipeso da un fanticello, in tutto essere inferiore agli altri, negli onori, nei magistrati, nei giudizi, in ogni coserella. [ 7 ] Considera bene queste difficoltà e questi incomodi, e vedi se egli ti pare espediente di sostenerli per avere in compenso di quelli la libertà, lo stato dell’animo senza perturbazioni, senza passioni: e non voler fare come i fanciulli, oggi filosofo, poi gabelliere, appresso oratore, indi procuratore di Cesare. Queste qualità non si accordano insieme. Egli si vuole essere una persona sola, o valente o da poco; adoperarsi intorno alla parte principale di noi medesimi, o intorno alle cose di fuori; aver cura dell’intrinseco o dell’estrinseco; che è quanto dire, esser filosofo o pure uomo comune.

30. I doveri e gli offici si misurano generalmente dalle relazioni. Il tale ti è padre? Appartientisi aver cura di lui; cedergli in ogni cosa; se ti rampogna, se ti batte, portatelo pazientemente. Ma egli è un cattivo padre. Forse che la natura ti obbliga al padre buono? Non già, ma semplicemente al padre. Il fratello ti fa egli torto? Tu non mancar però seco dell’officio tuo di fratello, e non guardare quello che si faccia egli, ma quello che abbi a far tu per procedere secondo natura. Perocché già un altro non ti può far nocumento se tu non vuoi; ben sarai tu offeso se tu stimerai che altri ti offenda. Or dunque nel predetto modo, se tu ti accostumerai di por mente alle relazioni, troverai gli offici e i doveri che ti si appartengono rispetto al vicino, al cittadino, al capitano e a qualsivoglia altro.

31. [ 1 ] La pietà verso gli Dei consiste massimamente in aver sane e rette opinioni intorno a quelli; cioè in credere che egli ci ha veramente iddii, e che questi iddii governano ogni cosa bene e con giustizia; e in assegnare a te medesimo questo ufficio e questa parte, di dovere ubbidire agl’iddii, e cedere in ogni cosa agli avvenimenti e acconciarviti di buon grado, come quelli che sono condotti dal miglior consiglio e dalla migliore volontà del mondo. Imperocché avendo queste opinioni, tu non vorrai per cosa alcuna dolerti degli Dei, né imputarli che non ti abbiano cura. [ 2 ] Or tutto questo non può altrimenti essere che se tu ti distaccherai dalle cose esterne, riponendo il bene e il male in quelle cose solamente che sono in tua potestà. Imperciocché se tu reputerai pure che alcune delle cose estrinseche sieno beni o mali, tu non potrai fare, quando tu non venghi a capo di ottener quello che avevi desiderato, o che tu incorra in quello che tu fuggivi, di non querelarti degli autori di questo effetto e di non pigliarli in odio; [ 3 ] essendo che tutti gli animali per natura fuggono e odiano quelle cose che paiono loro nocive e le cagioni di esse, siccome per lo contrario le cose riputate utili e le cagioni di quelle seguono e pregiano. Laonde egli è impossibile che uno il quale si creda ricevere nocumento, ami quella tal cosa la quale egli si penserà che gli noccia, così come è impossibile che uno ami il nocumento medesimo. [ 4 ] Di qui è che il figliuolo trascorre alle male parole contro il padre, quando costui non gli fa parte di quelli che la gente estima essere beni; e Polinice ed Eteocle per questo vennero tra loro in discordia, perocché essi reputarono essere un bene il principato. Perciò l’agricoltore, perciò il navigatore e il mercatante bestemmiano gli dei, e quelli che hanno perduto i figliuoli e le mogli bestemmiano gli dei; essendo che la pietà segue sempre l’utile. Di modo che ciascheduno che procaccia di desiderare e fuggire solamente quello che è da essere desiderato e fuggito, procaccia al tempo medesimo di esser pio. [ 5 ] Quanto si è alle libazioni, ai sacrifici, all’offerire delle primizie, queste cose si debbono fare da ciascuno, e ciò secondo le osservanze della propria terra, con purità e mondizia, e non trascuratamente né in fretta, né con soverchia strettezza né sopra quello che comportano le facoltà.

32. [ 1 ] Quando tu andrai per consultare qualche indovino, ricordati che tu non sai per verità il come sia per succedere il fatto, e vai per chiederne all’indovino, ma ben sai da altro canto la qualità del successo, se tu sei filosofo; perocché se esso è del numero di quelle cose che non dipendono dal nostro arbitrio, perciò solamente è manifesto che il medesimo non sarà né bene né male. [ 2 ] Fa dunque, andando all’indovino, di non recar teco né desiderio né aversione, e non ti accostare a quello tremando, anzi risoluto che qual sia per essere il successo, è cosa, verso di te, indifferente e che non ti fa nulla, poiché in tutti i modi tu avrai facoltà di volgerlo in tuo profitto, e ciò non ti potrà essere vietato da chicchessia. Però con animo franco e sicuro va, come dire, a consigliarti cogli Dei: e fatto questo, avuto qualche consiglio, ricordati che consigliatori sono stati i tuoi, e chi sono coloro ai quali tu manche rai di prestare orecchio se tu ti dipartirai dall’avviso che ti è stato porto. [ 3 ] Egli si vuol poi, conforme ordinava Socrate, cercare il consiglio degl’indovini in quelle occorrenze nelle quali il bene o male deliberare si riferisce totalmente alla riuscita, e dove né per ragione né per alcuna arte si hanno espedienti da conoscere il partito che si debba prendere. Di modo che se egli ti si darà occasione di doverti porre a qualche pericolo per la patria o per uno amico, tu non andrai per chiedere all’indovino se tu debba sottentrare a questo pericolo; perciocché quando pure ti fosse detto dall’indovino i segni delle vittime essere di mala qualità, manifesto è che per questa cosa ti sarebbe significata o la morte o il troncamento o vero lo storpiamento di qualche parte del corpo, o forse l’esilio; ma ragione ti mostra che ancora con tutto questo  egli si vorrebbe assistere all’amico e mettersi al pericolo per la patria; e per tanto tu obbedirai ad un maggiore indovino, io voglio dire ad Apollo Pizio, il quale scacciò dal tempio colui che era mancato di soccorso all’amico in quella che egli era messo a morte.

33. [ 1 ] Stabilisci a te stesso, come a dire, un carattere e una figura la quale tu abbi a mantenere da quindi innanzi sì praticando teco stesso e sì comunicando colle persone. [ 2 ] Tacciasi il più del tempo, o dicasi quel tanto che la necessità richiede, con brevità. Solo qualche rara volta, confortandovici il tempo e il luogo, discendasi a favellare distesamente; ma non di cotali materie trite e ordinarie, non di gladiatori o di corse di cavalli, non di atleti, non di cibi né di bevande, né di sì fatti altri particolari di che si ode a favellar tutto il dì, e sopra ogni cosa, non di persona alcun lodando o vituperando o facendo comparazioni. [ 3 ] Fa, se tu puoi, di raddrizzare e ridurre al convenevole i ragionamenti dei compagni. Se tu ti ritroverai solo tra persone aliene dalla filosofia, tienti senza far motto. [ 4 ] Poche risa, e non grandi, e non di molte materie. [ 5 ] Non prender mai giuramento, se tu potrai; se no, il più di rado che tu possa. [ 6 ] Schifa di trovarti a conviti di persone comunali e rimote dalla filosofia: e se ciò per alcuna occasione talvolta non si potrà schifare, ricorditi di star desto e attento più del consueto, che tu non trascorressi nei modi e costumi della comun gente. Imperocché sappi che di necessità, se il compagno sarà lordo,  e che tu gli praticherai dattorno, tu ti lorderai, ponghiamo che ora sii netto. [ 7 ] Le cose appartenenti al corpo, come dire il mangiare, il bere, il vestito, il tetto, la servitù, adoprinsi non più oltre che in quanto elle servono al puro uso. Tutto quel che è ad ostentazione o delizia, taglisi via. [ 8 ] Innanzi alle nozze egli si vuole astenersi dai diletti carnali quanto si può, e usandogli pure alcuna volta, non si discostare in ciò dalle leggi. Ma tu non vorrai perciò riprendere e noiar con parole coloro che gli sogliono usare, e non istarai ad ogni poco a mettere in campo che tu non usi di così fatte voluttà. [ 9 ] Chi ti riportasse che il tale o il tal altro dicesse mal di te, non pigliare a scusarti e difenderti, ma rispondi che egli si vede bene che questi non ha contezza degli altri difetti che io ho, perocché, sapendogli, ei non avrebbe tocco solamente questi. [ 10 ] A teatri non accade usar molto. Ma quando ti sarà nata occasione di trovarti in cotali luoghi, non dimostrar sollecitudine o pensiero di qualsivoglia altro che di te stesso, cioè non voler che avvenga se non quel medesimo che avverrà, né che vinca altri che quegli a cui toccherà la vittoria; perocché in tal modo non t’interverrà che il tuo desiderio abbia impedimento. Dal gridare, dal soverchio ridere sopra alcuna qual si sia persona o cosa, dal molto dimenarti e contorcerti, convienti astenere al tutto. E uscito che tu sarai di là, non andar troppo ragionando cogli altri dell’accaduto, se già non fosse di cose che potessero conferire a farti migliore. Perocché tu faresti segno che lo spettacolo ti fosse oltre modo piaciuto. [ 11 ] Non andare alla udienza di certi dicitori, anzi schifa di trovarviti  in ogni modo. Che se per ventura vi ti troverai, fa di serbare una contenenza grave e soda, e non però spiacevole né superba. [ 12 ] Accadendoti di dover venire a qualche ragionamento o pratica con chicchessia, e specialmente con alcuno di quelli che sono reputati soprastare agli altri, proponti dinanzi agli occhi quello che avrebbe fatto in tale occorrenza o Socrate o Zenone; e tu non sei per mancare del modo di portarti convenientemente in ogni caso. [ 13 ] Andando a trovare alcuno dei potenti, mettiti nell’animo che tu non sei per trovarlo a casa, ch’egli si sarà serrato dentro, che non ti sarà voluto aprir l’uscio, che colui non ti darà mente. E se con tutto questo, per non mancar dell’ufficio tuo, ti conviene andare, portati in pace in ogni cosa che t’intervenga, e non dir mai fra te stesso: egli non portava il pregio; che è un parlar da uomo ordinario e dato tutto quanto alle cose esterne. [ 14 ] Guarda bene nei cerchi e nelle compagnie, che tu non istessi a far troppe parole intorno ad azioni fatte o a pericoli sostenuti da te medesimo. Perciocché non siccome egli piace a ciascuno di raccontare i propri pericoli, così riesce dilettevole alle persone l’udir le avventure di chi favella. [ 15 ] Non istare anco a studiarti di muovere il riso; perché ciò facendo, si porta pericolo di trascorrere ai modi e alla usanza dei più; oltre che di leggeri avverrebbe che i circostanti rimetterebbono più o manco della loro riverenza verso di te.[ 16 ] Egli è medesimamente pericoloso lo entrare in ragionamenti di cose oscene: e per tanto ove ciò intervenga, se egli ci avrà luogo, tu sgriderai quel tale che sarà entrato in così fatta materia; se no, col porti a stare in silenzio e collo arrossire e fare il viso brusco, tu darai ad intendere che quel cotal favellare ti spiaccia.

34. Se tu avrai concetta l’immaginazione di alcuna voluttà, guarda che cotale impressione non ti trasporti, ma fa, per modo di dire, che la cosa aspetti, e impetra da te medesimo un poco d’indugio. Poi mettiti davanti agli occhi l’uno e l’altro tempo; quando tu ti godrai questa voluttà, e quando goduta che tu l’abbi, tu te ne pentirai e rampognerai teco medesimo; e a rincontro metti il piacere che sei per provare se tu te ne sarai astenuto, e le lodi che ne riceverai da te stesso. E se egli ti parrà tempo opportuno da venire a quel cotal fatto, poni cura di non lasciarti vincere da quella piacevolezza e da quelle lusinghe e da quel dolce della cosa, e metti a rincontro quanto ei ti saprà meglio se tu sarai consapevole a te medesimo di aver vinto tu questa così fatta vittoria.

35. Quando tu farai cosa che tu abbi considerato e giudicato di dover fare, non volerti nascondere che gli altri non ti veggano a farla, se bene il più delle persone fossero per interpretare il fatto sinistramente. Perciocché o tu fai male, ed egli si vuole anzi fuggire il fatto medesimo; o fai bene, e che timore hai tu di quelli che ti riprenderanno a torto?

36. Siccome il dire: o egli è dì o vero è notte, quanto al senso disgiuntivo, afferma e ha gran forza, ma pigliato congiuntamente, tutto al contrario; per simile il prendersi la maggior porzione della vivanda, quanto al proprio corpo, sta bene ed è molto acconcio, ma quanto a quella comunione che vuolsi osservare nei conviti, sconviene e non è a proposito. Per tanto quando tu sarai a mangiare con qualche altro, ricordati di non guardar solo a quella convenienza che avranno le vivande colla utilità e col piacere del tuo corpo, ma eziandio a quella che debbe osservarsi rispetto al convitatore.

37. Se tu prenderai a fare una persona da più che non comportano le tue forze, primieramente tu riuscirai con poco onore in questa figura, poi tu avrai lasciato indietro quella che avresti potuto sostenere compiutamente.

38. Siccome, andando per le vie, tu hai l’occhio a non calpestare un chiodo e a non ti storcere un piede, così abbi cura di non far pregiudizio alla parte principale di te medesimo. E se altrettanto osserveremo in ciascun atto, noi faremo ogni cosa più sicuramente.

39. Misura dello avere si è a ciascheduno il proprio corpo, siccome della scarpa il piede. Per tanto se tu ti conterrai dentro ai termini di quel che è richiesto alla tua persona, tu serberai la misura, ma se tu gli passerai, di necessità da quell’ora innanzi andrai senza fine precipitando come per un dirupato. Non altrimenti che nella scarpa se tu passi più avanti di quello che si appartiene all’uso del piede, la scarpa ti diventa prima dorata, appresso di porpora, poi ricamata, gioiellata. Perocché di là dalla misura non ci ha limite alcuno.

40. le donne insino dalla età di quattordici anni incominciano ad esser chiamate dagli uomini con titolo di signore. Sicchè vedendo che esse niun altro pregio hanno, ma solo sono pregiate rispetto all’usar cogli uomini carnalmente, dannosi ad acconciarsi e ornarsi, e a riporre ogni loro speranza in cotale studio. Per tanto vuolsi por cura di far che elle si avveggano di non essere avute in pregio se non se in quanto si dimostrino costumate, vereconde e caste.

41. L’essere lungamente occupato dintorno ai servigi del corpo, come a dire agli esercizi della persona, al mangiare, al bere, alle necessità naturali, alle carnalità, è segno di piccola indole. Queste cose si deono fare come per transito, e tutto lo studio di dee porre intorno alla mente.

42. Qualora alcuno o con parole o con fatti ti offende, sovvengati che egli opera o vero parla in quel cotal modo, stimando che di così fare o vero parlare gli appartenga e stia bene. Ora è di necessità che egli si governi, non conforme a quello che pare a te, ma secondo che pare a lui. Sicché se a lui pare il falso, esso si ha il danno e non altri, cioè a dire, il danno è di colui che s’inganna.  Pigliamo una verità di quelle che chiaman connesse: se uno la si crederà falsa, non la verità, ma questo tale, ingannandosi, porterà il danno. Per sì fatta guisa discorrendo, tu comporterai mansuetamente colui che ti oltraggerà; perocché ogni volta tu hai da dire: così gli è paruto che convenisse.

43. Ogni cosa ha, per maniera di dire, due manichi: a pigliarla dall’uno, ella si sopporta, dall’altro no. Se il fratello ti farà ingiuria, non pigliar la cosa per modo che tu dica: egli mi fa ingiuria, perché questo è quel manico dal quale se tu la prendi, ella non si porta; ma pigliala da quest’altra banda, e dì: mio fratello, nutrito e cresciuto meco insieme; e tu la piglierai da quel lato dal quale ella si può portare.

44. Queste cotali argomentazioni non reggono: io sono più ricco di te, dunque io sono da più di te; io sono più letterato di te, dunque io sono da più. Queste altre reggerebbero bene: io sono più ricco di te, dunque la mia roba è da più che la tua; io più letterato di te, dunque la mia dicitura val più che la tua. Ma tu non sei né roba né dicitura.

45. Uno si laverà in fretta. Non dire: ei si lava male, ma: egli si lava in fretta. Un altro berrà molto vino. Non dire: egli bee male, ma sì: egli bee molto vino. Perciocché come puoi tu sapere se quelli fanno male, innanzi che tu abbi considerata e stabilita la opinione che tu piglierai? Per tal modo non t’interverrà di ricevere una impressione, e giudicare secondo un’altra.

46. [ 1 ] Non darti mai titolo di filosofo, e tra gente comunale non volere, se non fosse alcune poche volte, entrare in ragionamenti di dottrina speculativa, ma in quella vece opera secondo cotal dottrina. A cagion di esempio, in un convito non istare a discorrere come si debba mangiare, ma sì bene mangia come si dee. Né ti esca di mente che in sì fatto modo anche Socrate rimosse da sé ogni ostentazione. Venivano a lui quando uno e quando un altro, chiedendo che ei li dovesse introdurre ora a questo ora a quel maestro di filosofia, ed esso menavagli dove volevano. Tanto ben sopportava di essere non curato e lasciato indietro. [ 2 ] Adunque, ponghiamo eziandio che tra uomini comunali il favellare cadesse per avventura sopra qualche articolo di materia speculativa, tu ti conterrai per lo più in silenzio. Perciocché altrimenti tu correresti gran rischio di gittar fuori quello che tu non avessi anco smaltito. E quando alcuno ti dirà che tu non sai nulla, e tu per udir questo non ti sentirai pungere, allora sappi che tu cominci a far frutto. Vedi tu che le pecore non portano al pastore erba per dare a vedere la quantità ch’elle hanno mangiato, ma smaltita la pastura dentro, danno di fuori la lana e il latte? E tu similmente non isciorinare in sugli occhi dei non filosofi le dottrine speculative, ma da quelle ben digerite dentro, forma estrinsecamente e dimostra a coloro le operazioni.

47. Quando tu sarai perfetto quanto all’uso e al reggimento del corpo, non voler però pavoneggiarti e far mostra di questa cosa; e se tu berrai acqua, tu non dirai ad ogni occasione: io non beo che acqua. E se alcuna volta ti vorrai esercitare alla sofferenza per amor di te stesso e non delle cose estrinseche, tu non andrai ad abbracciare le statue, ma talora che tu arderai dalla sete, piglia una boccata d’acqua fresca e sputala, e di ciò non far motto.

48. [ 1 ] Stato e contrassegno dell’uomo comune si è, né beneficio né danno aspettarsi mai da se stesso, ma sì dalle cose di fuori. Stato e contrassegno del filosofo, ogni qualsivoglia utilità o nocumento sperare o temere da se medesimo. [ 2 ] Segni che uno fa pro nella filosofia sono non parlar male di alcuno; non lodar chicchessia; di niuno lamentarsi; niuno incolpare; non favellar cosa alcuna di sé come di persona di qualche peso o che s’intenda di che che sia; provando impedimento o disturbo in qualche sua intenzione, imputar la colpa a se stesso; lodato, ridere interiormente del lodatore; biasimato, non si difendere; andare attorno a guisa che fanno i convalescenti, guardando di non muovere qualche parte racconcia di fresco, prima ch’ella sia bene assodata; [ 3 ] aver posto giù ogni appetito; ridotta l’aversione a quel tanto che nelle cose che dipendono dal nostro arbitrio è contrario a natura; non dar luogo a prime inclinazioni e primi moti dell’animo se non riposati e placidi; se sarà tenuto sciocco o ignorante, non se ne curare; in breve, stare all’erta con se medesimo non altrimenti che con uno inimico o uno insidiatore.

49. Quando alcuno si vanterà o si terrà d’assai per sapere intendere o poter dichiarare i libri di Crisippo, dì teco stesso: se Crisippo non avesse scritto oscuro, costui non avrebbe di che gloriarsi. Ma che è poi veramente quel che io desidero? Intender la natura e seguirla. Cerco dunque chi sia quello che me la interpreti. E sentendo essere Crisippo, vo a lui. Ma non intendo il suo scrivere. Cerco dunque uno che me lo esponga. E fin qui non ci ha materia veruna di gloriarsi. Trovato lo sposistore di Crisippo, resta che io metta in pratica gli ammaestramenti ch’io ricevo. E in ciò solo consiste quel che fa onore. Ma se io invaghirò della facoltà medesima della interpretazione, che altro mi verrà fatto se non che io diverrò un grammatico anzi che un filosofo? Salvo che invece di Omero, chioserò Crisippo. Piuttosto dunque, se uno mi dirà: leggimi Crisippo, egli mi conviene arrossire, quando io non possa mostrare i fatti concordi e somiglievoli alle parole.

50. Ciascun proponimento che tu farai vuolsi osservare e mantenere come fosse una legge e un punto di religione. Che che poi si dica di te il mondo, non vi por mente, poiché questa parte non è in tuo potere.

51. [ 1 ] In che tempo dunque ti riserbi tu ad aspirare ai maggiori beni dell’uomo, e ad osservare in che che sia la regola che distingue le cose nostre e le esterne? Tu hai pur avuto i documenti che erano da meditare e quasi da conversar con essi; tu gli hai meditati e usato con esso loro: che maestro aspetti tu anco, sotto la cui disciplina tu intenda di voler dare effetto alla riforma di te stesso? Tu non sei più mica un fanciullo, ma uomo fatto. Se tu ti starai così neghittoso e a bada senza pensare, accumulando ogni giorno indugi con indugi, moltiplicando in propositi, destinando ora un termine e fra poco un altro, in capo al quale incominciare ad attendere a te medesimo; tu non te ne avvedrai che senza aver fatto un progresso al mondo, sarai pur vissuto e morto uomo del volgo. [ 2 ] Incomincia dunque insino da ora a studiar di vivere da uomo perfetto e che cresce in virtù; e tutto quello che ti parrà essere il migliore, siati in luogo di legge inviolabile. E come prima ti si farà incontro alcuna cosa dura e spiacevole o pur dilettosa e dolce, alcuna che porti seco la estimazione o la lode o vero il dispregio o il biasimo delle genti, fa ragione ch’egli sarà venuto il tempo dello aringo, e quella essere l’ora della solennità olimpica,  e non ci aver luogo indugio; e che secondo che tu sarai per durare o vero per cedere in una battaglia, tu perderai o vero conserverai lo avanzamento tuo nel bene. [ 3 ] Socrate in così fatta guisa diventò perfetto, a niente altro avendo riguardo in ciascheduna cosa che gl’incontrava, se non solamente alla ragione. Che se ben tu non sei per ancora un Socrate, tu dèi però vivere come uno il quale desideri di esser tale.

52. [ 1 ] Il primo e più necessario luogo nella filosofia si è quello delle proposizioni morali pratiche, come sarebbe, per modo di esempio, questa; che egli non si dee mentire. Il secondo è quello delle dimostrazioni; come, per esempio, provare con argomenti che non si dee mentire. Il terzo serve a confermazione e distinzione delle stesse cose, e trattatisi, ponghiamo, donde è che questa tale è dimostrazione, e che cosa è dimostrazione, che cosa sono conseguenza e ripugnanza, verità e falsità. [ 2 ] Di modo che il terzo luogo è necessario a rispetto del secondo, il secondo a rispetto del primo; ma il più necessario di tutti, e dove si dee restare, si è il primo. Ora noi facciamo il contrario; che noi soprastiamo nel terzo luogo, e in quello poniamo tutto lo studio e la industria; e del primo non abbiamo un pensiero al mondo. Sicché avviene che egli si mente ogni dì, ma il come provar che egli non si dee mentire, questo si ha in sulle dita.

53. [ 1 ] Abbiansi ad ogni occasione apparecchiate queste parole: menami o Giove, e con Giove tu o Destino, in quella qual si sia parte a che mi avete destinato; e io vi seguirò di buon cuore. Che se io non volessi, io mi renderei un tristo e un da poco, e niente meno a ogni modo vi seguirei.
[ 2 ] Ancora: chiunque sa bene accomodarsi alla necessità, tiene appresso noi grado di saggio, ed esso ha il conoscimento delle cose divine.
[ 3 ] Ancora in terzo luogo: o Critone, se così piace agli dei, così sia. [ 4 ] Anito e Melito mi possono bene uccidere, ma non già offendere.

 

 

 

 

 

 
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