Flavio Claudio Giuliano (detto l'Apostata)
331-363 d.C.
Orazione VI

Ai Cinici ignoranti della natura delle cose

 

 

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[180D] ‘Verso l’alto scorrono le acque dei fiumi’, questo dice il proverbio. Quando dice che Diogene era un vanaglorioso, questo sostiene il Cinico ignorante della natura delle cose; e questo sta dicendo quando, pur avendo un corpo pieno di vigore e nel fiore dell’età, [181A] non vuole fare un bagno freddo per non prendere qualche malanno; e ciò mentre il divino sole già s’avvicina al solstizio d’estate. E questo sostiene anche quando si mette a ridicolizzare la mangiata di polpo crudo che fece Diogene, sostenendo che in questo modo Diogene pagò il fio della sua stupidità e della sua vanagloria, essendosi fatto uccidere dal cibo come fosse cicuta. La sapienza di un simile Cinico si spinge poi tanto avanti da fargli conoscere per certo che la morte è un male. Questo, invece, il sapiente Socrate concepiva di non saperlo, e dopo di lui neppure Diogene. Si racconta infatti che quando Antistene fu preda di una malattia lunga [181B] e di difficile guarigione, Diogene gli consegnò un pugnale dicendogli: “Nel caso tu abbia bisogno dei servizi di un amico”. A tal punto egli credeva la morte essere cosa né terribile né dolorosa. Invece noi Cinici ignoranti della natura delle cose e che abbiamo preso da lui il nostro scettro, grazie ad una superiore sapienza sappiamo che la morte è una calamità, affermiamo che la malattia è più terribile della stessa morte, e che patire i brividi di freddo è una calamità maggiore della malattia. Eppure si dà bene il caso che chi è ammalato venga trattato con ogni cura ed attenzione, tanto che l’infermità diventa nei fatti una lussuosa vacanza, soprattutto quando uno è ricco. [181C] Io stesso, per Zeus, ho avuto modo di osservare alcune persone passarsela più nel lusso quand’erano ammalate che quand’erano in salute, seppure fosse gente che soleva passarsela alla grande e lussuosamente già quand’era in salute. Laonde mi venne in mente di dire a certi amici che per loro era meglio essere servi che padroni, e restarsene poveri e più nudi di un giglio dei campi che diventare ricchi come sono ora: giacché appena smettessero di essere ammalati nel contempo smetterebbero di passarsela nel lusso. [181D] Ora, se in questo modo taluni fanno diventare una bella cosa la propria malattia ostentandola e facendosi curare lussuosamente, l’uomo che invece deve sopportare il gelo e resistere alla calura non se la passa molto peggio di chi è malato? È certo infatti che egli soffre molto senza possibilità di conforto alcuno.
A questo punto voglio allora rendere pubblico tutto ciò che io ho sentito esporre dai miei insegnanti a proposito dei Cinici, così che che quanti si avviano verso questa pratica di vita possano prenderlo in considerazione. Tra coloro che si lasciassero persuadere dalle mie parole, [182A] io so bene che quanti già ora cercano di vivere da Cinici di certo non diventeranno peggiori. Per quanti non fossero persuasi dalle mie parole, e però si dessero seriamente a qualche nobile impresa facendo risonare ad alta voce il mio discorso non con le parole ma con i fatti, so anche che il mio discorso non sarà loro di alcun intralcio. Infine, per le persone preda della ghiottoneria, debosciate o, per riassumere la sostanza in poche parole, schiave dei piaceri del corpo, le quali non tenessero in alcun conto le mie parole e anzi le deridessero, [182B] come avviene a volte dei cani che pisciano sui propilei delle Accademie e dei Tribunali, ebbene vale il detto: ‘Nessuna preoccupazione per Ippocleide’; giacché a me nulla importa di cagnetti che ricoprono di sconcezze questioni tanto grandi. Sviluppiamo dunque il discorso per capitoli dall’inizio alla fine, affinché esponendo ciascuno di essi come si conviene, io riesca ad esprimere nel modo più semplice quel che ho in mente ed a renderlo nel contempo per voi di più facile comprensione. Ora, poiché accade che il Cinismo sia una forma di filosofia, [182C] e non delle più insignificanti né delle più disonorevoli, bensì una filosofia capace di gareggiare con quelle più nobili e profonde, per prima cosa vale la pena di dire qualche parola sulla filosofia stessa.
Il dono che gli dei, attraverso Prometeo, fecero al genere umano, cioè quello del luminosissimo fuoco preso dal sole, e insieme quelli dei quali il genere umano fu reso partecipe tramite Ermes, altro non rappresentano che l’elargizione agli uomini della ragione e della mente. Infatti Prometeo, ossia la Prònoia che soprintende e governa tutte le cose mortali ed è uno pneuma caloroso infuso [182D] nella natura come fosse un organo del corpo, fece tutte le cose partecipi della ragione incorporea. Ciascuna di esse partecipò quindi di quel che poteva: le cose inanimate parteciparono soltanto della forza di coesione; i vegetali anche della facoltà vegetativa; gli animali dell’animo e l’uomo dell’animo razionale. Ora, alcuni credono che sia una sola la forza naturale che attraversa tutti questi corpi, mentre altri credono invece che tra questi corpi ci siano forze naturali diverse per specie diverse. Non è questa la questione che dobbiamo indagare, e soprattutto non è nel presente discorso che dobbiamo farlo. Questo per dire che se la filosofia, [183A] come alcuni la concepiscono, è l’arte delle arti e la scienza delle scienze; oppure se la filosofia è il tentativo di assimilarsi per quanto possibile agli dei; oppure, come diceva la Pizia e come concepisce qualcun altro, se essa è il ‘Riconosci te stesso’: ebbene ciò non fa alcuna differenza per il mio discorso, giacché queste definizioni appaiono a me tutte quante strettamente correlate.
Cominceremo proprio dal ‘Riconosci te stesso’, poiché divina è questa intimazione. [183B] Ebbene, chi riconosce se stesso, comprenderà di essere un animo e comprenderà di essere anche un corpo materiale. Però non gli basterà imparare solo questo, cioè che l’uomo è un animo che utilizza un corpo materiale, ma indagherà pure quale sia l’essenza di quest’animo e poi rintraccerà le facoltà che esso possiede. Neppure questo soltanto gli basterà, ma egli indagherà se ci sia in noi qualcosa che è migliore e ancor più divino dell’animo, quel qualcosa della cui esistenza noi tutti siamo persuasi senza che ci sia stato insegnato, che legittimiamo essere qualcosa di unicamente divino [183C] e che tutti concepiamo comunemente risiedere in cielo. Procedendo quindi nella sua indagine, egli analizzerà quali siano gli elementi costitutivi del corpo materiale e se esso sia un’entità composta oppure semplice. Di poi, avanzando metodicamente, ne indagherà l’armonia delle parti, le sofferenze che esso può patire, le capacità che possiede, e insomma tutto quanto gli abbisogna per permanere in vita. Dopo di che egli volgerà lo sguardo ai fondamenti di talune arti che aiutano il corpo a permanere in vita: arti quali la medicina, l’agricoltura e altre siffatte. [183D] Né egli ignorerà del tutto qualcosa delle arti che pur sono improficue e superflue, poiché sono state divisate per lusingare e dare un qualche sollievo alla parte passionale del nostro animo. Dall’occuparsi assiduamente di esse egli si ritrarrà comunque di sicuro, ritenendo una cosa simile vergognosa; e rifuggirà quindi dall’impegnarsi in tutto ciò che in esse sembri difficile e laborioso da ottenere. Ma, nel complesso, non ignorerà quelle che gli paiono interessanti e quali siano le parti dell’animo suo cui esse si acconciano. Considera dunque se il ‘riconoscere se stessi’ non sia all’origine e non guidi alla comprensione d’ogni scienza e d’ogni arte, e se insieme non contenga in sé ragionamenti universalmente validi. [184A] Infatti il ‘Riconosci te stesso’ rimanda all’esistenza delle cose divine, attraverso la parte divina e immortale di noi rappresentata dal nostro corpo; e all’esistenza delle cose mortali, attraverso la parte mortale di noi rappresentata dall’animo razionale; sicché ogni singolo uomo consta di una parte mortale e di una parte immortale.
Inoltre, che l’agguagliare se stessi per quanto possibile a dio altro non sia che rendere accessibile agli uomini il conoscimento della ‘natura delle cose’, è evidente da quanto segue. Infatti noi non riteniamo la Materia Immortale beata [184B] per la ricchezza di denaro, né per alcun altro di quelli che sono comunemente ritenuti beni ma perché, come dice Omero:

‘gli dei tutto sanno’

e pure per quanto egli dice a proposito di Zeus:

‘ma Zeus era nato per primo e ne sapeva di più’,

giacché gli dei differiscono da noi per la scienza che posseggono. [184C] E certamente il conoscere se stessi è per loro il primo dei beni, giacché di quanto essi hanno la meglio su di noi per essenza, di tanto, conoscendo se stessi, hanno il conoscimento di cose migliori. Nessuno, dunque, suddivida la filosofia in molte partizioni né la tagli in molte fette e soprattutto non ne faccia molte di una sola, giacché così come la verità è una soltanto, così una soltanto è la filosofia. Non c’è però nulla di strano se noi procediamo in filosofia lungo strade tutte differenti una dall’altra. [184D] Infatti, se uno straniero oppure, per Zeus, uno dei suoi antichi cittadini, volesse ritornare ad Atene, potrebbe farlo per via di mare o per via di terra. E venendo per via di terra, io credo che egli potrebbe utilizzare o le larghe strade maestre oppure percorsi come sentieri e scorciatoie. Pure venendo per via di mare, uno potrebbe navigare lungo la costa oppure, come fece il vecchio di Pilo, fendere ‘il mare nel mezzo’. Ma nessuno mi venga a mettere innanzi il fatto che alcuni di coloro che se ne andavano per queste strade sbagliarono il percorso e si ritrovarono da qualche altra parte, [185A] e che per essersi lasciati adescare da una Circe o da dei Lotofagi o dal piacere fisico o dalla fama o da qualcos'altro, smisero di procedere innanzi e di raggiungere la meta. Si considerino piuttosto i filosofi migliori di ciascuna scuola e si troverà che tutte le loro dottrine sono in accordo. Pertanto il dio di Delfi predica ‘Riconosci te stesso’, Eraclito afferma “Io ho indagato me stesso”, anche Pitagora e i suoi discepoli fino a Teofrasto parlano di agguagliarsi a dio il più possibile, e pure Aristotele lo dice. [185B] Sarebbe dunque ridicolo che dio non conoscesse se stesso, giacché proprio nulla egli saprebbe degli altri se fosse ignorante di se stesso. Infatti la Materialità è tutte le cose, visto che essa ha in se stessa e presso se stessa le cause delle cose in qualunque modo esistenti, siano esse le cause immortali delle cose immortali, siano esse le cause né mortali né caduche delle cose caduche, siano esse le cause sempiterne e sempre permanenti della perpetua generazione delle cose caduche. [185C] Ma questo è un discorso più ampio.
Poiché una soltanto è la verità ed una soltanto è la filosofia, amanti di questa sono tutti coloro che ho ricordato poco fa, ed anche coloro dei quali volentieri e secondo giustizia vorrei citare il nome: intendo i discepoli di Zenone di Cizio. Infatti gli Stoici, vedendo che le città greche manifestavano avversione per i puri e semplici eccessi di libertà del Cinico, [185D] a mio parere gli costruirono attorno delle cortine che chiamarono amministrazione della casa, gestione del patrimonio, convivenza con una donna, allevamento dei figli, per fare così del Cinico un custode che soprintende da vicino al benessere delle comunità cittadine. Gli Stoici pongono il ‘Riconosci te stesso’ al primissimo posto della loro filosofia; e di ciò ti potresti persuadere non soltanto dalla lettura delle compilazioni che essi hanno lasciato ma, se lo volessi, ancor più dalla considerazione del fine che essi hanno dichiarato essere quello della filosofia. Essi hanno infatti [186A] definito come sommo bene il ‘vivere in modo ammissibile con la natura delle cose’: e questo fine non può raggiungerlo chi ignora quale sorta di creatura egli è per natura. Pertanto, chiunque ignora chi è, per certo non saprà cosa gli conviene fare; così come chi ignora la natura del ferro non saprà se gli convenga tagliare oppure non tagliare qualcosa con esso, e di quale trattamento abbia bisogno il ferro per svolgere il proprio lavoro. Sul fatto che la filosofia sia una sola e che tutti quanti pur mirando, per dire così, a questa soltanto, vengano però ad essa passando per strade diverse, non è il caso di aggiungere tante altre parole. [186B] Adesso è tempo di considerare il Cinismo come tale.
Se i testi prodotti dai Cinici fossero stati composti seriamente invece che leggermente e per scherzo, è seguendo la traccia di questi scritti che chi è contrario al Cinismo dovrebbe metter mano ad indagare analiticamente ciascuna delle mie affermazioni su di esso. Se, a quel punto, le mie affermazioni si mostrassero coerenti con gli scritti originali, egli non dovrebbe poi accusare me di falsa testimonianza. Se invece così non fosse e le mie affermazioni si fossero mostrate incoerenti con gli scritti originali, allora egli avrebbe già dovuto negare qualunque ascolto ad esse, come fanno gli Ateniesi che eliminano dal Metroon i documenti falsi. Ma, come dicevo, non esistono scritti del genere: [186C] giacché le tragedie di Diogene delle quali tanto si blatera, si dice siano invece opera di un certo Filisco di Egina; e se pure esse fossero di Diogene, non è assurdo pensare che anche il sapiente intenda a volte scherzare, visto che pure molti filosofi mostrano di farlo. Si racconta che anche Democrito si mettesse a ridere quando vedeva gli uomini fare troppo i seriosi. Non guardiamo dunque agli scritti scherzosi dei Cinici come fossimo uomini [186D] che non amano affatto imparare cose serie. Uomini simili, quando giungono nei pressi di una città felice, con molti templi sacri, piena di molti riti segreti di iniziazione, con al proprio interno innumerevoli sacerdoti puri e casti che dimorano in luoghi incontaminati e che spesso per questo motivo, dico per il desiderio di purificare tutto ciò che in essa si trova, hanno relegato in periferia quanto è superfluo, immondo o stupido e quindi i bagni pubblici, i bordelli, le botteghe e insomma tutte le altre cose di questo genere: ebbene giunti alla periferia della città non vi entrano più dentro. Ora, l’uomo che si imbatte nelle cose relegate in periferia e pensa che questa sia la città, è un meschino [187A] se se ne scappa via scandalizzato; ma ancor più meschino si mostra se rimane in periferia quando ha invece la potestà, oltrepassata la periferia, di vedere Socrate. Io utilizzerò adesso le parole che usa Alcibiade quando tesse la lode di Socrate. Affermo infatti che la filosofia Cinica è in tutto e per tutto simile a quei Sileni che si vedono esposti nelle botteghe degli statuari: Sileni che gli artigiani modellano con in mano zampogne o flauti, [187B] e che quando però siano aperti in due mostrano di contenere dentro di sé dei simulacri degli dei. Non accada anche a noi di subire un inganno del genere, pensando che Alcibiade dicesse sul serio quello che invece diceva per scherzo, seppure anche nelle sue parole c’è qualcosa di cui non è improficuo tener conto. Il Cinismo è però un’altra cosa, come proverò immediatamente a mostrare. Vediamolo dunque di seguito dalle sue opere, come cani che rintracciano le bestie selvatiche dalle orme da esse lasciate e che quindi le inseguono.
Non è facile scovare un vero fondatore del Cinismo, cioè qualcuno al quale sia d’uopo farlo originariamente risalire; [187C] anche se alcuni concepiscono che questo titolo convenga ad Antistene e a Diogene di Sinope. Sembra pertanto che Enomao non parli fuori luogo quando dice che il Cinismo è né un Antistenismo né un Diogenismo. I Cinici della migliore razza raccontano che anche il grande Eracle, come pure di altri beni di cui si istituì causa per noi, lasciò agli uomini l’esempio sommo di questo modo di vivere. Io però, volendo serbare un riguardoso silenzio sugli dei e su coloro che giunsero ad ottenere una sorte divina, sono convinto [187D] che prima di Eracle alcuni uomini, non soltanto tra i Greci ma anche tra i barbari, vissero secondo il Cinismo; giacché in qualche modo questa filosofia sembrò comune a tutti e naturalissima, né bisognosa d’alcuno studio speciale. Bastava scegliere soltanto tutte le cose nobili ed egregie per brama di virtù e per rifiuto del vizio, e non c’era alcun bisogno di compulsare miriadi di libri: -‘La molta erudizione’, come si dice, ‘non insegna infatti ad avere senno’-; né c’era bisogno di sperimentare alcuno di quanti e quali indottrinamenti subiscono coloro che seguono altre scuole filosofiche. [188A] Bastava soltanto dare ascolto a questi due ammonimenti del tempio di Apollo Pizio: ‘Riconosci te stesso’ e ‘Fai vedere che la moneta corrente è falsa e coniane una nuova’. A me è apparso pertanto che il capostipite della filosofia Cinica sia colui che io credo si istituì causa di tutti i beni di cui godono i Greci, colui che è duce comune, legislatore e re della Grecia, cioè il dio di Delfi. E siccome non era lecito che a lui qualcosa rimanesse nascosto, neppure gli sfuggì la particolare idoneità di Diogene. Apollo esortò dunque Diogene al Cinismo indirizzandogli non, come fa con gli altri uomini, [188B] un responso oracolare, ma dandogli simbolicamente con due parole la precisa istruzione di fare ciò che lui voleva: ‘‘Fai vedere che la moneta corrente è falsa e coniane una nuova’. Infatti ‘Riconosci te stesso’ il dio non lo diceva soltanto a Diogene ma lo dice anche agli altri uomini, giacché io so che sta scritto sul frontone del suo tempio. Abbiamo dunque trovato, come afferma da qualche parte pure il geniale Giamblico, il capostipite della filosofia Cinica ed anche i suoi corifei, che sono Antistene, Diogene e Cratete. Per essi, io credo, lo scopo della vita e il sommo bene era riconoscere se stessi, disdegnare le vacue opinioni e prendere saldamente possesso con l’intelletto intero della verità [188C] che è all’origine, essi affermano, di tutti i beni sia per gli dei che per gli uomini. È per la verità, io credo, che Platone, Pitagora, Socrate, i Peripatetici, Zenone, ressero sempre ogni fatica, volendo riconoscere se stessi, non andar dietro a vacue opinioni, e rintracciare la verità presente in ogni cosa esistente.
Orsù dunque, poiché è apparso chiaro che Platone non si occupava di una cosa e Diogene di un’altra, ma che si trattava di una sola e medesima cosa, se si domandasse al sapiente Platone: “Quanto valore ritieni che abbia il ‘Riconosci te stesso’?; io so bene che egli risponderebbe [188D] che il suo valore è assoluto: e questo lo dice lui stesso nel suo dialogo ‘Alcibiade’. Adesso, dopo averci detto ciò, o geniale Platone progenie degli dei, dicci: “In che modo è d’uopo che noi ci si atteggi verso le opinioni nutrite dalla maggioranza degli uomini?”. Ebbene egli ci dirà le stesse cose di Diogene e per soprammercato ci ordinerà di leggere specificamente il suo ‘Critone’: dialogo nel quale Socrate chiaramente ci ammonisce a non preoccuparci affatto delle opinioni dei più. Dice infatti Socrate: “Ma perché ci importa così tanto, o beato Critone, [189A] delle opinioni dei più?”. Dopodiché noi disdegniamo queste evidenze, e così, come se niente fosse, vogliamo mettere un muro divisorio e spiccare uno dall’altro uomini che l’amore per la verità, il disdegno per la mera opinione, la comune aspirazione allo zelo per la virtù ha fatto raccogliere insieme? E se a Platone è parso opportuno lavorare a questi risultati con i suoi dialoghi, mentre a Diogene sono bastati i fatti: ebbene, per questo motivo Diogene diventa degno che voi ne parliate male? Piuttosto si veda un po’ se la via scelta da Diogene non sia, nel complesso, superiore; giacché Platone mostra di ripudiare le sue compilazioni. [189B] Egli infatti dice: “Non c’è né mai ci sarà una compilazione che sia di Platone, e quelle che ora corrono tra il pubblico sono di Socrate, uomo virtuoso e sempre giovane”. Perché dunque non consideriamo cosa sia il Cinismo osservando l’operato di Diogene?
Ora, ci sono parti del corpo come gli occhi, i piedi, le mani, alle quali si aggiungono i capelli, le unghie, sporcizia varia ed organi escretori di tal fatta che senza di essi il corpo umano è inconcepibile. [189C] Ebbene, non è ridicolo chi legittima quali parti del corpo le unghie o i capelli o la sporcizia varia o le escrezioni puzzolenti, e non considera invece tali le sue parti più onorevoli e nobili, in primo luogo gli organi di senso, e tra di essi quelli che sono per noi maggiormente causa della comprensione intelligente, come gli occhi e le orecchie? Per la formazione del pensiero, infatti, gli organi di senso rendono un servigio essenziale all’animo celato nel profondo del corpo, o facendo in modo che l’animo ben ripulito possa accedere più rapidamente alla pura e inamovibile facoltà di pensare; oppure, come alcuni credono, introducendosi l’animo in tale facoltà attraverso i canali rappresentati dagli organi di senso. [189D] Giacché, affermano i filosofi, è raccogliendo insieme le particolari percezioni ed associandole alla memoria che l’animo genera le conoscenze certe. Quanto a me, io credo che se non ci fosse in noi qualcosa che è divinamente ispirato e perfetto, pur se soggetto ad intralci da parte di molte altre e varie cose; la parte di noi che permette l’appercezione delle cose esterne non potrebbe diventare anche appercezione dei sensi che percepiscono. Ma questo discorso non fa ora al caso nostro.
[190A] Torniamo perciò indietro ad occuparci delle parti della filosofia Cinica. Anche i Cinici appaiono legittimare l’esistenza, come del resto fanno anche Aristotele e Platone, di una bipartizione della filosofia in teoretica e pratica, ed evidentemente lo fanno perché capiscono e pensano che l’uomo abbia per natura familiarità sia con il fare che con il conoscere. Che i Cinici non si siano dedicati allo studio delle scienze naturali non ha alcuna importanza per il mio discorso, giacché anche Socrate e buona parte degli altri filosofi mostrano d’essersi serviti di molta teoria, ma di essersene serviti non per altro che in vista della pratica. Essi infatti intesero che il ‘Riconosci te stesso’ [190B] significa imparare precisamente cosa vada assegnato all’animo e cosa vada assegnato al corpo; e, com’è verosimile che sia, assegnarono la supremazia all’animo e la sudditanza al corpo. I Cinici mostrano dunque di essere i filosofi che hanno coltivato e praticato l’eccellenza morale, la padronanza di sé, la modestia, la libertà; e che nulla hanno da spartire con l’indivia, la viltà e la superstizione. Ma non è questo ciò che i Cinici ignoranti della natura delle cose pensano di quei Cinici, e visto il disdegno che quelli avevano per il corpo, li concepiscono invece come filosofi che scherzavano e giocavano a dadi con le cose che ci sono più care. [190C] Seppure Socrate diceva, e parlava rettamente, che la filosofia è un esercizio di preparazione alla morte, poiché quei Cinici praticavano ogni giorno questo esercizio, ai Cinici ignoranti della natura delle cose essi non sembrano emuli di Socrate ma gente meschina e completamente dissennata. E in cambio di che cosa essi sopportarono queste fatiche? Non certo, come dici tu, perché erano gente vanesia. Come potevano essi essere lodati se mangiavano bocconi di carne cruda? Di sicuro neppure tu li lodi per questo. [190D] Quando tu scimmiotti uno di quei Cinici portando una mantellina e i capelli lunghi, così come essi sono mostrati nelle pitture, e poi tu stesso credi indegno di ammirazione questo modo di presentarti, credi di poter ottenere gli applausi della folla? E se a quel tempo una o due persone lodavano i Cinici, ce n’erano più di decine di migliaia che avevano lo stomaco rovinato per la nausea e lo schifo che provavano per essi, e non mangiavano più finché i loro servi non li facevano rinvenire con delle fragranze, degli unguenti e con dei manicaretti. [191A] In questo modo il glorioso eroe sbalordì degli uomini tali

‘quali sono ora i mortali’

con un’opera ridicola ma non ignobile, per gli dei, se uno la spiega tenendo conto della genuina intenzione di Diogene. Infatti quel che Socrate diceva di se stesso, ossia di avere abbracciato una vita dedicata al continuo controllo della propria qualità perché, cercando di indagare in tutti i suoi aspetti il significato dell’oracolo che gli era stato dato, riteneva di rendere un culto alla divinità; io penso che anche Diogene lo condivideva e così, essendo convinto che la filosofia fosse un’attività ispirata da un ordine datogli dall’oracolo di Delfi, credeva suo dovere confutare ogni credenza [191B] e non ubbidire alle opinioni altrui, le quali sono a volta vere e a volta false. Dunque a Diogene una cosa non sembrava degna di fede soltanto perché a dirla era stato Pitagora o qualcun altro simile a Pitagora; giacché Apollo non aveva fatto alcun uomo primo autore della filosofia. [191C] Ma cosa c’entra questo, dirai tu, con la mangiata di polpo? Adesso te lo spiego.
Alcuni concepiscono che il mangiar carne sia per gli uomini un fatto secondo natura, mentre altri pensano che questo tipo di alimentazione convenga assai poco all’uomo. La discussione al riguardo consumerebbe molto tempo, ma se appena tu decidi di non fare il pigro, ecco che sciami di libri su questo argomento ti si materializzeranno davanti. Ebbene Diogene credeva che si debba rifiutare la lettura di tali libri, e questo era il suo pensiero: se uno mangia della carne senza averla prima trattata né cotta, come io credo facciano tutti gli altri animali selvatici [191D] ai quali la natura tale dieta ha assegnato, questo comportamento è né dannoso né molesto; e se, per di più, il consumo della carne opera con giovamento del corpo, egli concepì che esso fosse del tutto secondo natura. Se, invece, dal consumo di carne ce ne venisse un danno, Diogene parimenti ritenne che l’uomo non dovesse più seguire questa dieta ed anzi dovesse tenersene lontano ad ogni costo. Sulla faccenda ci sarebbe però da fare un discorso ancora più saldo e più consono al Cinismo, a patto però che prima discutessi ancor più chiaramente su quale sia il sommo bene secondo questa filosofia.
[192A] I Cinici pongono infatti il sommo bene nel dominio sulle passioni, e questo coincide per l’uomo col diventare un dio. Ora Diogene, resosi conto di essere capace di pari dominio sulle passioni in tutti gli altri casi e di sentirsi perturbato e nauseato soltanto da questo tipo di cibo, e dunque di essere asservito ad una vacua opinione più che alla ragione - giacché la carne rimane comunque una carne anche se la si cuocerà tantissime volte e se la si condirà con intingoli ed erbe tritate nel modo più squisito -, pensò bene di dover allontanare da sé questa codardia e rendersene esente. [192B] Una cosa del genere, tu lo sai bene, è infatti una viltà. Per Demetra istitutrice del vivere civile, se noi mangiamo le carni cotte, spiegami allora perché mai non le mangiamo pure così come sono: semplicemente crude. Di certo tu non hai altra risposta da darmi se non che questo noi pensiamo sia legittimo fare e che questo siamo abituati a fare. Orbene, è certo che prima di essere cotte le carni non sono per natura sozze e contaminate e, dopo la cottura, non per questo diventano nette e incontaminate. [192C] Cosa bisognava dunque che facesse colui al quale il dio, in qualità di stratega, aveva ordinato di abolire come falsa ogni moneta corrente e di giudicare tutte le faccende con la moneta della ragione e della verità? Doveva forse Diogene trascurare il comando del dio e restare dell’opinione generale, continuando a ritenere che quando sia cotta la carne diventa incontaminata e commestibile mentre quando non sia stata trattata col fuoco è sozza e contaminata? È così che tu sei memore dei comandi di un dio? È così che gli obbedisci? Proprio tu rinfacci a Diogene, sono parole tue, [192D] di essere un vanaglorioso - mentre per me egli è invece il cultore e il servitore più virtuoso di Apollo Pizio - e la sua mangiata di polpo crudo; dico proprio tu che hai ingoiato miriadi di bocconi tenuti in salamoia

‘pesci, uccelli e quant’altro venisse loro sottomano’?

Tu sei in verità un Egizio, non uno della casta dei sacerdoti ma di quella degli onnivori, per i quali è costume mangiare qualunque cosa; come pure, [193A] credo tu conosca le parole dei Galilei, ‘le erbe verdi’. E quasi mi passava di mente di aggiungere che tutti gli uomini che abitano vicino al mare ed anche taluni di quelli che ne abitano lontano, senza neppure scaldarli inghiottono ricci di mare, ostriche ed ogni altro genere di simili animali. Dopodiché tu concepisci costoro persone da emulare e ritieni invece Diogene un uomo meschino e sozzo, senza pensare che queste sono carni né più né meno di quelle che mangiava lui; eccetto forse che le une differiscono dalle altre per il fatto che quelle che mangiava Diogene erano molli e soffici mentre le altre sono rigide e dure. Inoltre il polpo è privo di sangue come lo sono anche quegli altri, [193B] e pure gli ostracodermi sono esseri animati come il polpo, giacché entrambi provano piacere e dolore, il che più di tutto è una peculiarità degli esseri animati. Non preoccupiamoci in questo momento dell’opinione di Platone, il quale concepisce quali esseri animati anche i vegetali. Io credo sia chiarissimo a coloro che sono comunque capaci di seguire un ragionamento, che il nobile Diogene operando come ha operato non ha fatto nulla che voi possiate definire irragionevole o contrario alle leggi e alle consuetudini, a meno che qualcuno di voi differenzi questi animali col criterio della durezza o della mollezza delle carni o della loro piacevolezza o spiacevolezza per il palato. Voi Cinici ignoranti della natura delle cose che mangiate simili carni, [193C] non provate dunque ripugnanza per chi si ciba di carni crude, e non soltanto nel caso di animali privi di sangue ma anche di animali dotati di sangue. Dunque tra voi e Diogene la differenza sta probabilmente in questo: che Diogene credette suo dovere di cibarsi di tali carni semplicemente così com’erano secondo natura, mentre voi le trattate con sale e con molti altri condimenti allo scopo di renderle gradevoli, e in questo modo fate violenza alla natura. Ma basta così su questo argomento.
[193D] La filosofia Cinica, come qualunque filosofia, ha per scopo e per fine ultimo la felicità. L’essere felici consiste nel vivere in armonia con la natura delle cose e non secondo le opinioni della folla. Anche ai vegetali accade di passarsela bene, e ciò accade pure a tutti gli animali ogni volta che ciascuno di essi raggiunga senza intralci il fine assegnatogli dalla natura. Anche tra gli dei è questa la definizione di felicità: stare come sono nati per stare, ed essere padroni di se stessi. [194A] Pertanto anche agli uomini conviene indaffararsi per una felicità che non sta nascosta da chissà quale altra parte. Non un’aquila e neppure un platano né alcun altro animale o vegetale s’affaticata inutilmente per avere le piume o le foglie d’oro, né per avere le gemme d’argento oppure degli speroni e pungiglioni di ferro o addirittura di diamante; ma tutti riterrebbero di star bene e d’essere ben attrezzati con le cose di cui da principio la natura li fornì, quando queste risultino robuste [194B] e per essi funzionali a movimenti veloci o ad una vigorosa difesa. Come può dunque non essere ridicolo che chi è nato uomo s’affatichi inutilmente alla ricerca della felicità da qualche parte fuori di lui, e che ritenga della massima importanza la ricchezza di denaro, la stirpe, l’avere degli amici potenti e insomma tutte le cose del genere? Infatti, se la natura avesse dato a noi, come lo diede agli altri animali, questo soltanto, ossia d’avere dei corpi e degli animi simili ai loro, così da non doverci indaffarare per altro; [194C] a noi allora basterebbe, come fanno gli altri animali, accontentarci delle superiorità corporali di cui godiamo e darci da fare per essere felici in quest’ambito. A noi uomini però è stato seminato dentro un animo ben dissimile da quello degli altri animali, sia che si tratti di un animo differente per essenza, oppure non differente per essenza ma soltanto migliore per le attività di cui è capace, come io credo possa dirsi dell’oro puro rispetto all’oro mescolato con sabbia, giacché questo è il discorso sull’animo che alcuni ritengono vero. [194D] Quel che è certo in ogni caso è comunque che noi abbiamo chiara cognizione di essere più intelligenti degli altri animali. Infatti, secondo il mito contenuto nel Protagora di Platone, madre natura elargì agli altri animali ogni sorta di qualità con straordinaria generosità e munificenza; mentre a noi uomini, invece di tutto ciò, fu data da Zeus la mente: ed è qui, nella nostra parte più potente e più nobile che noi dobbiamo riporre la nostra felicità.
Considera dunque se Diogene non fosse più che convinto d’essere dotato di questa proairesi, lui che soleva senza risparmio prestare il corpo alle fatiche per renderlo più robusto di quanto non fosse già per natura; lui che riteneva degne di essere effettuate soltanto quelle azioni [195A] che tali apparissero alla ragione; lui che non teneva in alcun conto i trambusti che dal corpo si abbattono sull’animo, e quelle cose su cui spesse volte questa guaina che ci circonda ci costringe per causa sua ad indaffararci. Grazie a questa continua pratica, Diogene aveva un corpo così virile quale non aveva, io credo, nessuno di coloro che gareggiavano con dei vincitori Olimpici; [195B] ed egli così dispose l’animo suo alla felicità da essere non meno re, o addirittura più re, di colui che i Greci allora erano soliti chiamare il Grande re, intendendo il re dei Persiani. Ti sembra forse una cosetta da nulla un uomo

‘senza città, senza casa, privato della patria,
che non ha un obolo, una dracma e neppure un domestico’

e neppure una focaccia? Epicuro afferma che quando ad un uomo basta e avanza una focaccia, quanto a felicità quest’uomo non è inferiore agli dei. [195C] E poiché chi non è in lite con gli dei vive più felicemente di chi è ritenuto il più felice degli uomini, Diogene soleva dire di vivere più felicemente di costui. Se non ci credi, prova a fare la vita che fece lui e te ne accorgerai nei fatti e non a parole.
Orsù, prendiamo in esame la vita di Diogene, in primo luogo ragionandone a parole. Di tutti quelli che gli uomini ritengono beni, non pare a te che di gran lunga il più decantato sia la libertà? Come potrai dire di no? [195D] Giacché le proprietà, la ricchezza di denaro, la stirpe, la potenza e la bellezza del corpo e tutte le altre cose di questo genere, senza la libertà sono beni non appartenenti a chi è ritenuto aver avuto questa buona sorte, bensì a chi è padrone di questo individuo. Chi concepiamo noi dunque essere uno schiavo? Sarà forse schiavo colui che noi comprassimo per tot dracme d’argento o per due mine o per dieci stateri d’oro? Tu dirai certamente che costui è davvero uno schiavo. E lo dirai per il fatto che abbiamo versato al venditore il denaro per il suo acquisto? [196A] Ma allora sarebbero schiavi anche tutti quei prigionieri di guerra che riscattiamo e che ci mettiamo in casa. Eppure anche le leggi riconoscono a costoro la libertà, una volta salvatisi e ritornati a casa, e noi paghiamo il loro riscatto non affinché siano schiavi ma affinché siano liberi. Vedi dunque che non è sufficiente versare del denaro per poter dichiarare che il riscattato è uno schiavo? Veramente schiavo è invece colui che un altro uomo è padrone di costringere ad effettuare qualunque cosa gli intimi di fare; e che, qualora costui si rifiuti, può castigarlo e, secondo le parole del poeta

‘gettare in preda a pene atroci’.

Guarda inoltre [196B] se non siano padroni di noi anche tutti coloro che siamo costretti a servire per non subire, se castigati da loro, pene fisiche o morali. Oppure tu credi che sia castigo soltanto questo: levare in alto il bastone e con esso colpire lo schiavo che si ha in casa? Una cosa del genere neppur tutti i più rudi padroni la fanno su tutti i loro schiavi, giacché molte volte basta un richiamo verbale oppure una minaccia. [196C] Dunque, caro mio, non ritenere di essere libero fintanto che a comandarti sono la pancia e gli organi che stanno sotto la pancia, i quali sono padroni di procurarti o di impedirti quel che serve per il piacere fisico. E se tu pur diventassi superiore ad essi, fino a che sei schiavo delle opinioni dei più, sappi che non hai ancora neppure sfiorato la libertà né gustato il suo nettare

‘no, lo giuro su chi ci ha deposto in petto il numero quaternario’.

Io non sto dicendo che [196D] sia d’uopo perdere ogni ritegno e fare gli sfacciati davanti a tutti, effettuando azioni che non vanno effettuate. Sto dicendo che le azioni dalle quali ci asteniamo e quelle che effettuiamo, vanno effettuate o non effettuate non perché esse sembrano alla maggioranza della gente virtuose o viziose, ma perché sono proibite o comandate dalla ragione e dal dio che è in noi, cioè dalla mente: ecco, questo sono gli arcani ‘misteri’. Quanto alla maggior parte delle persone, non c’è motivo di impedire che esse seguano le opinioni comuni, giacché val meglio fare così che perdere ogni ritegno e fare in tutto e per tutto gli sfacciati; [197A] tenuto anche conto del fatto che gli uomini hanno una naturale disposizione per la verità. Ma al Cinico che già vive con la mente come propria guida, che è capace di trovare e giudicare i retti ragionamenti, conviene assolutamente non seguire neppur una delle opinioni dei più su cosa sia bene e cosa sia male fare. Or dunque, poiché c’è una parte più divina dell’animo nostro, quella che chiamiamo mente e pensiero e ragione silenziosa, della quale è araldo il discorso che noi proferiamo attraverso la voce e che scaturisce da parole e da frasi; e poi c’è un’altra parte unita a questa sotto uno stesso giogo, una parte variegata e multiforme, [197B] commista d’iracondia e smaniosità, una sorta di belva con molte teste: ebbene è d’uopo non guardare alle opinioni dei più con fissità e pertinacia se non dopo avere domato la belva ed averla persuasa a dare retta al dio che è in noi, cioè alla parte divina. Questo è ciò che molti imitatori di Diogene hanno trascurato e per questo motivo sono diventati sfacciati, abominevoli e per nulla migliori delle belve. Questo non è un discorso inventato da me, e te lo proverò raccontandoti prima cosa fece una volta Diogene, [197C] un’opera su cui la maggior parte delle persone riderà, ma che a me appare dignitosissima. In presenza di Diogene, poiché uno dei giovani che si trovavano tra la folla scoreggiò, egli lo colpì pesantemente col suo bastone dicendo: “E così tu, schifoso, tu che nulla hai mai fatto che ti darebbe il diritto di prenderti siffatte libertà in pubblico, cominci in questo modo e qui davanti a noi a mostrare scorno dell’opinione altrui?” A tal punto Diogene credeva che bisognasse prima diventare superiori al piacere e alla foia e soltanto dopo venire all’ultimissimo degli esercizi della lotta, [197D] che è quello di svestirsi delle opinioni della maggior parte delle persone, opinioni che sono per esse causa di miriadi di mali.
Non sai come tengono lontani i giovani dalla filosofia coloro che spargono a vanvera maldicenze ora su un filosofo ora su un altro? I genuini seguaci di Pitagora, di Platone e di Aristotele sono chiamati da costoro stregoni, sofisti, vanitosi, ciarlatani che spargono veleni. [198A] Casomai un seguace del Cinismo sia diventato un uomo virtuoso, a costoro sembra un poveretto da commiserare. Eravamo nel pieno di un inverno freddissimo e ricordo che una volta, dopo avere visto il mio compagno Ificle coi capelli in disordine, col petto coperto soltanto da una camiciola lacera e per il resto tutto malconcio, uno dei miei educatori mi disse: “Qual mai demone ha travolto questo ragazzo, gettandolo in uno stato pietoso e facendolo diventare degno di commiserazione? E come sono ancor più degni di commiserazione i suoi genitori, che lo hanno allevato con ogni cura e fatto educare con ogni possibile diligenza e premura! Egli invece se ne va in giro [198B] avendo gettato via tutti gli insegnamenti ricevuti, e si fa vedere in condizioni non migliori di quelle di un qualunque mendicante!” Non ricordo quale battuta ironica io usai allora in risposta. E però tieni bene a mente che i più pensano proprio questo dei veri Cinici. Comunque quel che è terribile non è questo. La cosa terribile è che tu vedi la maggior parte delle persone persuadere i giovani ad amare la ricchezza e ad odiare la povertà di denaro, a servire alla pancia, a sopportare qualunque fatica a vantaggio del corpo, a rimpinzare questa prigione dell’animo imbandendo variamente e riccamente la tavola, [198C] a non passare mai da solo la notte a letto ed a compiere il genere di cose che lì si compiono nascosti nel buio. Non è peggio questo del Tartaro? Non è meglio precipitare nella voragine marina di Cariddi, inabissarsi nel fiume Cocito o sprofondare diecimila tese sottoterra che cadere in questa sorta di vita tutta dedicata al servizio dei genitali e della pancia, e non in modo semplice e diretto come fanno le bestie, ma preoccupandosi pure di organizzare le cose in modo da rimanere nascosti nell’oscurità quando compiamo simili atti? [198D] Non sarebbe molto meglio almeno astenerci del tutto dai sotterfugi? Se ciò non è facile, le regole di Diogene e di Cratete a questo proposito non sono da disprezzarsi: ‘La passione amorosa la fa cessare la fame; e se non riesci ad usare questa, fallo fare ad un nodo scorsoio!’ Non sai che questo è il servizio che essi hanno reso alla vita: aprirle la strada della parsimonia? Dice infatti Diogene: “I tiranni non si trovano tra coloro che vivono di focacce d’orzo, ma tra coloro che hanno [199A] tavole imbandite variamente e riccamente”. E Cratete scrisse anche un inno alla parsimonia:

‘Salve, divina padrona, delizia degli uomini sapienti,
Parsimonia, prole dell’inclita Temperanza’.

Il Cinico sia dunque non come Enomao, uno spudorato e uno sfacciato; né sia disdegnoso del pari di tutte le cose divine ed umane; bensì, in quelle che concernono il divino, cauto come Diogene, il quale obbedì all’oracolo [199B] di Apollo Pizio e non ebbe mai rimorso della propria obbedienza. Se poi qualcuno considera il fatto che Diogene non frequentava i templi e non offriva sacrifici davanti ai simulacri degli dei né sui loro altari, e ritiene che questo sia un segno del suo ateismo, ebbene costui non ragiona rettamente. Diogene, infatti, non possedeva né incenso né liquidi adatti alle libagioni, né denaro col quale comprare queste cose. E se però aveva retti pensieri sugli dei, questo bastava; giacché li venerava con tutto l’animo suo offrendo loro, io credo, il più pregiato dei suoi possedimenti, che era la consacrazione a loro dell’animo attraverso i suoi pensieri. [199C] Il Cinico, pertanto, in nessun modo sia sfacciato; e seguendo in primo luogo il raziocinio renda la parte passionale dell’animo suo mansueta e arrendevole ad esso, in modo da estirparla del tutto e neppur più avere bisogno di sapere che ha il pieno dominio sui piaceri. Arrivare a questo risultato è la miglior cosa da fare, così che se uno pur sperimenta moti passionali, riesce però ad ignorarli completamente: e questo sopravviene soltanto attraverso un costante allenamento. Affinché non si concepisca che io dico queste cose diversamente da come sono enunciate nei versi giocosi di Cratete, te ne trascriverò qui appresso alcuni: [199D]

‘O figlie gloriose di Mnemosine e di Zeus Olimpio,
Muse Pieridi, ascoltate il mio auspicio:
date sempre di continuo del foraggio alla mia pancia, quel foraggio
che sempre ha reso la mia vita frugale e libera dalla schiavitù’

‘Rendetemi giovevole agli amici, non dolce.
Io non voglio ammassare celebri quantità di roba,
e smaniare per roba quale l’opulenza di uno scarafaggio
e l’abbondanza di una formica. [200A]
Voglio invece partecipare della giustizia e mettere insieme
una ricchezza facile da trasportare, bene acquisita, di valore per la virtù.
Se questo otterrò, mi renderò propizi Ermes e le caste Muse
non con spese fastose ma con sacrosante virtù.

Se hai bisogno di scrivere qualcosa su questi versi di Cratete, [200B] di suoi ne ho a disposizione ancora molti altri. Se poi ti imbatti per caso nella ‘Vita di Cratete’ ascritta a Plutarco di Cheronea, non avrai più bisogno di notizie accessorie per conoscere che Cinico fosse.
Ma torniamo nuovamente al fatto che chi comincia a vivere da Cinico [200C] deve per prima cosa rimproverare amaramente e confutare se stesso; non adularsi ma indagare quanto più precisamente possibile: se prova godimento per la varietà dei cibi, se ha assoluto bisogno di un morbido giaciglio, se non può fare a meno degli onori pubblici e delle lodi altrui, se questo è ciò da cui agogna vedersi circondato, e se, pur essendo onori e lodi vuote apparenze, egli li ritiene comunque onorevoli. Il Cinico non deve accondiscendere ai pareri della folla né compiacersi di effeminatezze neppure, [200D] come si dice, con la punta di un dito, sino a che non abbia su di essi il completo dominio. Soltanto allora nulla impedisce che il Cinico, se capitasse l’occasione, tocchi con mano anche le realtà di questo genere. Io sento infatti dire che pure nel caso dei tori, i più deboli si separano dalla mandria e pascolano da soli, così da accumulare forza a loro volta poco a poco. In seguito essi tornano nella mandria e sfidano a contesa i tori che ne hanno il comando, ritenendosi ormai più adatti di loro a comandare. Chiunque vuole vivere da Cinico non abbia dunque caro soltanto il mantello, [201A] la bisaccia, il bastone e la chioma, come se camminasse intonso e illetterato in un villaggio privo di barbieri e di scuole; ma concepisca che segni di riconoscimento della filosofia Cinica non sono il bastone di comando ma la ragione, e un istituto di vita, non una bisaccia. Il Cinico, quindi, deve permettersi di parlare liberamente soltanto dopo avere dimostrato nei fatti quanto vale e che razza di uomo è: come fecero, io credo, Cratete e Diogene. Essi, infatti, si astennero dal sopportare con mugugni e malagrazia tutte le minacce e gli insulti casuali che ricevevano, sia che bisogni chiamarli fatti per scherzo o in preda ad ubriachezza molesta. [201B] Tant’è che quando fu catturato dai pirati, Diogene si mise a scherzare con essi; e Cratete dichiarò appartenenti allo Stato le sue proprietà. Sempre Cratete, quando subì seri danni corporali, soleva schernirsi da solo per la sua zoppia di gamba e le sue spalle ricurve; come pure andare ai banchetti degli amici sia da invitato che da non invitato e far riconciliare i suoi più intimi se mai s’accorgeva che litigassero, rimproverandoli non con collera ma con grazia: [201C] così da non apparire un persecutore di coloro che auspicava rinsavissero, ma volendo essere di giovamento sia ad essi che agli altri presenti.
Tuttavia il loro fine principale non era questo, bensì, come dicevo, quello di trovare il modo per essere essi stessi felici. E si interessavano delle altre persone tanto quanto discende dal fatto di comprendere, io credo, che l’uomo è un animale sociale e politico, e così giovavano ai loro concittadini non soltanto con gli esempi ma anche con le parole. [201D] Pertanto chi volesse essere un Cinico e un uomo virtuoso, dopo essersi preso ogni cura di se stesso come fecero Diogene e Cratete, scacci lontano dal proprio intero animo ogni e qualunque passione, e si faccia pilotare dalla retta ragione e dal senno dopo avere ad essi delegato tutte le scelte che lo riguardano. Questo era il punto capitale, come io credo, della filosofia di Diogene.
Se poi Diogene si recò qualche volta da una prostituta, anche se ciò avvenne forse una volta sola oppure neanche una volta, qualora il Cinico sia [202A] per il resto diventato ai nostri occhi un uomo virtuoso come Diogene, se a lui è parso opportuno fare qualcosa del genere apertamente e sotto gli occhi di tutti, noi non lo biasimeremo e non gliene faremo una colpa. Prima, infatti, egli ci avrà dimostrato di possedere la stessa facilità di apprendere di Diogene, la sua perspicacia, e in tutte le altre occasioni la sua libertà, autosufficienza, giustizia, temperanza, cautela, grazia, attenzione nel non fare nulla a casaccio, da pazzi, irragionevolmente. [202B] Anche le seguenti, poi, sono caratteristiche che attengono alla filosofia di Diogene. Il Cinico metta sotto i piedi ogni vanità, si prenda gioco di coloro che si nascondono al buio per compiere i necessari atti naturali, intendo l’emissione degli escrementi; ridicolizzi coloro che nelle piazze dei mercati e nelle città fanno per mestiere atti violenti e che per nulla attengono alla nostra natura di uomini: le rapine del denaro altrui, le false accuse, le denunce ingiuste e il perseguimento di altre faccende canagliesche di questo genere. [202C] Perché se Diogene scoreggiava oppure defecava o faceva qualcos'altro del genere, come si racconta, nella piazza del mercato, egli lo faceva per mettere sotto i piedi la vanità di quelle canaglie, per insegnare loro che essi praticano azioni di molto più sordide e infeste delle sue. Quelle infatti sono per tutti noi azioni naturali, mentre queste altre, per dir così, non lo sono affatto e anzi sono tutte compiute per pervertimento morale.
Gli imitatori odierni di Diogene, invece, hanno scelto di scimmiottare il suo lato più facile e più fatuo, senza vederne quello migliore e più nobile; e tu pure che vuoi apparire più serio e solenne di loro, sei andato errando e ti sei allontanato [202D] a tal punto dalla proairesi di Diogene da ritenerlo una persona degna di commiserazione. E se tu non presti fede alle cose che io dico su di un uomo che tutti i Greci, al tempo di Platone e di Aristotele, ammiravano alla stregua di Socrate e di Pitagora, un filosofo del quale divenne uditore il maestro del virtuosissimo e intelligentissimo Zenone - ed è inverosimile che tutti i Greci si siano sbagliati su un uomo che tu invece trasformi un una stupida macchietta - ebbene, mio caro, [203A] forse tu avresti dovuto considerare meglio la faccenda a suo riguardo ed andare più a fondo nella conoscenza dell’uomo. Quali tra i Greci non rimasero colpiti dalla fortezza e dalla laboriosità, nient’affatto priva di una regale grandezza d’animo, di Diogene? Egli dormiva su un pagliericcio dentro una botte, meglio del Gran re su molli giacigli sotto volte dorate; mangiava la focaccia con maggior piacere di te quando adesso mangi le prelibatezze siciliane; [203B] si lavava il corpo con acqua fredda e si asciugava all’aria, invece che coi pannicelli con i quali tu, sommo filosofo, ti astergi. Sei sicuro che proprio a te s’addica di mettere in ridicolo Diogene? Sei tu che hai sconfitto Serse, come fece Temistocle; o Dario, come fece Alessandro il Macedone? Se tu avessi studiato un pochino e letto qualche libro, come noi politici impegnati in molti affari, sapresti che Alessandro, come si racconta, era pieno di ammirazione per la grandezza d’animo di Diogene. [203C] Ma per te nessuna di queste cose è interessante, mi sembra. E come potrebbe? Lungi da ciò! A te interessa invece morbosamente la vita di meschine donnette che altercano.
Se il mio discorso ti ha arrecato qualche vantaggio, il guadagno è più tuo che mio. Se con esso non abbiamo concluso nulla nell’immediato su argomenti di questo genere, bisogna tener conto che l’ho messo insieme di corsa, giacché si tratta di un’operetta accessoria redatta in due giorni, come sanno le Muse o ancor meglio tu stesso. [203D] Quindi tu rimani pure dell’idea che avevi prima; io comunque non mi pentirò d’aver parlato bene di quel grand’uomo di Diogene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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