Flavio Claudio Giuliano (detto l'Apostata)
331-363 d.C.

CONTRO I GALILEI

 

 

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CONTRO I GALILEI

PRESENTAZIONE

Quest’opera di Giuliano fu composta molto probabilmente ad Antiochia di Siria nell’inverno del 362 d.C., subito prima dell’inizio della campagna militare contro i Persiani nella quale proprio Giuliano, allora poco più che trentenne, doveva trovare tragicamente la morte. L’opera constava di tre libri, ma essa è andata completamente perduta. Fino a noi sono giunti soltanto dei frammenti del primo libro, e per di più quasi mai nella loro redazione originale, ma nella trascrizione riassuntiva che ne fece nel IV secolo d.C. il vescovo cristiano Cirillo di Alessandria, in un’opera di contestazione e di accesa polemica nei confronti di quella di Giuliano. È un po’ quello che accadde ai libri di Crisippo, dei quali ci rimangono soltanto frammenti in gran parte tramandatici da quell’acceso nemico di Crisippo e dello Stoicismo che risponde al nome di Plutarco.
Come Epitteto due secoli prima di lui, anche Giuliano chiama i cristiani ‘Galilei’. Egli intende in questo modo mettere in rilievo che quelle dei Cristiani erano nuove ed assurde credenze di una minuscola setta locale. Questa setta, originatasi in Palestina all’interno del Monoteismo Ebraico, aveva completamente abbandonato tanto l’eredità della legge Mosaica quanto le pratiche e la tradizione religiosa del Politeismo Greco-Latino, mentre pretendeva addirittura di avere fondato una nuova religione universale.
Quella che qui presento è la mia traduzione in Italiano del ‘Contro i Galilei’ di Giuliano. Essa è stata da me condotta sul testo greco contenuto nel III dei libri che raccolgono ‘The works of the Emperor Julian’ pubblicati dalla Loeb Classical Library, 1980. La più recente edizione Italiana (con Introduzione, Traduzione, Testo Critico e Index Verborum) del ‘Contro i Galilei’ di Giuliano è quella curata da Emanuela Masaracchia e pubblicata dalle Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1990; e ringrazio di vero cuore il mio impareggiabile amico Professor Giuseppe Marchetti, di avere avuto la cortesia di segnalarmela.

 

TRADUZIONE

[39A] Mi pare ottima cosa l’esternare a tutti gli uomini le ragioni dalle quali fui convinto che quella inventata dai Galilei è paccottiglia impastata dalla perfidia umana. [39B] Senza avere in sé alcunché di divino e facendo un uso malvagio di quella particina dell’animo nostro che è puerile, dissennata e incline alle favole, essi hanno fatto assurgere il racconto di miracoli a prova della verità.
[41E] Poiché mi accingo a discutere di tutti i cosiddetti dogmi primari <dei Galilei>, voglio innanzitutto dire ai presenti, se essi proprio volessero replicare alle mie parole, di comportarsi come si fa in tribunale: e quindi di non andare fuori del seminato né di controbattere polemicamente a quel che dico, fino a quando non avranno la parola per difendere le loro opinioni. [42A] Giacché è sicuramente meglio che essi espongano separatamente le loro argomentazioni qualora vogliano controbattere a qualche mia affermazione, e che non ribattano con delle controaccuse mentre si difendono dalle mie imputazioni.
[42E] Vale la pena di tornare un attimo indietro, a donde ed in che modo sia dapprima giunto a noi il concetto di dio; e poi paragonare quel che si racconta a proposito della divinità presso i Greci e presso gli Ebrei. [43A] Dopo di che, merita chiedere a quanti sono né Greci né Giudei, bensì della setta dei Galilei, in cambio di cosa essi abbiano scelto le credenze di quegli altri invece delle nostre; ed inoltre perché mai non le abbiano mantenute ma, allontanatisi pure da quelle, abbiano poi imboccato una loro strada particolare. Non ammettendo alcuna delle buone e virtuose credenze, né nostre Greche né Ebraiche provenienti da Mosè; e dopo avere accolto quelle malvage che erano conficcate nei costumi di entrambi questi popoli come due mortifere Chere: [43B] l’ateismo insito nell’affarismo dei Giudei, e la vita stolta e negligente insita nella nostra indolente volgarità; essi hanno poi preteso che tutto ciò si chiamasse il più nobile culto di Dio.[52B] Del fatto che la cognizione di dio esistente negli uomini sia tale per natura, e che essa non provenga loro dall’insegnamento: ne sia testimone, in primo luogo, il comune slancio verso il divino di tutti gli individui sia in privato che in pubblico, sia del singolo che delle nazioni intere. Infatti noi tutti, ancor prima di qualunque insegnamento, abbiamo confidato nell’esistenza di qualcosa di divino, una esatta definizione del quale rimane difficile, ed impossibile da spiegare a tutti anche da parte di coloro che pure la conoscono […] A questo concetto comune a tutti gli uomini, ne va poi aggiunto un altro altrettanto comune. Noi tutti, infatti, siamo associati al cielo [52C] ed agli dei in esso visibili da una relazione naturale così stretta, che se uno concepisse l’esistenza di qualche altro dio oltre ad essi, gli assegnerebbe comunque una dimora celeste, non per separarlo dalla terra ma concependo che il re del cosmo, seduto nel luogo più onorevole dell’universo, riguardi di lassù le faccende di quaggiù.
[69B] Perché dovrei chiedere a questo proposito la testimonianza dei Greci e degli Ebrei? Non esiste un solo individuo che non levi le mani al cielo quando prega o quando giura per uno o per più dei, e che al solo pensiero del divino non si senta trasportato lassù. E non è affatto inverosimile che gli uomini sperimentino ciò. Osservando infatti che nessun moto dei corpi celesti aumenta, né diminuisce, né muta, né subisce qualche altra irregolare alterazione, ma che il suo movimento è armonioso, lo schieramento degli astri ben concertato, ben definite le fasi luminose della luna, [69C] ben definiti le levate e i tramonti del sole in tempi altrettanto ben definiti, tutti gli uomini concepirono che secondo ogni verosimiglianza il cielo è un dio o almeno il trono di un dio. Perciò un essere siffatto, che nessuna aggiunta ingrandisce e nessuna sottrazione rimpicciolisce, che non è soggetto ad alcuna trasformazione per cambiamento o rivolgimento, che è esente da qualsiasi deperimento e da qualsiasi generazione, è per natura immortale, è indistruttibile ed è mondo da qualunque sorta di bruttura. Essendo sempiterna ed in perpetuo movimento, come vediamo ad occhio nudo, [69D] la volta celeste ruota circolarmente intorno al grande artefice: o per la presenza in essa di un animo più grande e più divino, come io credo, di quello che abita noi e fa muovere i nostri corpi; oppure compie con incessante ed eterno decorso il suo infinito numero di giri perché riceve il movimento da dio stesso.
[44A] Ebbene, i Greci hanno messo insieme, circa gli dei, storie mitiche che sono davvero incredibili e mostruose. In esse si racconta di Crono che ingoiò i propri figli e che poi li vomitò. [44B] Si racconta di accoppiamenti già allora contrari a qualsiasi legge. Si racconta di Zeus che ebbe rapporti sessuali con sua madre, che ne generò dei figli e che poi sposò una delle sue stesse figlie. O piuttosto che neppure la sposò, ma che dopo avere avuto con lei rapporti sessuali, semplicemente la diede in moglie a qualcun altro. Poi si racconta di Dioniso che fu fatto a brani, e delle sue membra che furono riappiccicate una all’altra. Di questo genere sono le vicende che i miti dei Greci raccontano.
[75A] Ora, a questi miti tu paragona la storia che insegnano i Giudei. Essa racconta di un grande giardino la cui vegetazione fu piantata da Dio, di Adamo che fu da lui plasmato, e poi della donna generata per lui. Infatti Dio dice: “Non è bene che l’uomo stia solo. Faremo dunque per lui un aiuto che lo completi armoniosamente”. Invece la donna non gli fu assolutamente di alcun aiuto; anzi lo ingannò e divenne concausa, tanto per lui che per se stessa, della loro cacciata fuori del lussureggiante giardino. [75B] Questi sono racconti completamente mitici; giacché come si può considerare ragionevole che Dio ignorasse come la donna, da lui creata per essere di aiuto, sarebbe diventata per chi l’accoglieva fonte non di bene ma di male? [86A] E quale specie di linguaggio diremo che usasse il serpente che interloquì con Eva? Forse un linguaggio umano? Dunque che differenza c’è tra questo mito e quelli inventati dai Greci? [89A] E il veto che Dio impose agli esseri umani da lui creati di distinguere ciò ch’è di gran conto da ciò ch’è di poco conto, non è forse il colmo dell’assurdità? Può mai esserci qualcosa di più stupido e inutile di un essere incapace di distinguere il buono dal cattivo? È manifesto che un tale essere non fuggirà certe cose, intendo i mali, ed altre invece non le perseguirà, intendo i beni. In sostanza, Dio vietò all’uomo di gustare la saggezza, più pregevole della quale nulla potrebbe esserci per l’uomo.
[89B] Ora, che la distinzione tra il meglio e il peggio sia opera familiare alla saggezza è evidente in qualche modo anche a chi è privo di senno; [93D] sicché il serpente fu piuttosto un benefattore che un guastatore del genere umano. [93E] Oltre a ciò, una tale Dio dev’essere chiamato una iattura, poiché quando vide che ormai l’uomo partecipava della saggezza, affinché non gustasse il frutto dell’albero della vita,  lo scacciò dal giardino con precise maledizioni dicendo: “Ecco, Adamo è diventato come uno di noi, grazie alla capacità di riconoscere il buono e il cattivo. Da ora gli sia impedito per sempre di allungare la mano e di cogliere il frutto dell’albero della vita, e mangiarne, e vivere così in eterno”. [94A] Se non si tratta di un mito avente significati segreti, cosa che io ho ritenuto legittimo pensare, ciascuna di queste vicende trabocca di bestemmie nei riguardi di dio. Infatti, l’ignorare che quella creata per essere di aiuto sarebbe diventata la causa della caduta; il divieto di conoscere la differenza tra il buono e il cattivo, che appare essere la sola cosa che rende coerente la mente umana; e per di più l’essere geloso del fatto che cogliendo il frutto dell’albero della vita, l’uomo da essere mortale diventasse immortale: ebbene queste sono storiacce fin troppo da invidiosi e da iettatori.
[96C] Consideriamo ora quali siano le vere opinioni dei Giudei circa il racconto <della creazione>, e quali siano i racconti che fin dall’antichità ci hanno tramandato i nostri padri. Il nostro mito sta in questi termini: ossia che l’attento artefice di questo ordine cosmico […] Infatti, circa gli dei superiori a questo <artefice>, Mosè non ha detto assolutamente alcunché, né ardì farlo circa la natura degli angeli. [96D] Che essi svolgano l’ufficio di ministri di Dio, lo dice invece in molti modi e sovente; ma se essi siano generati oppure non generati, se siano generati da qualcuno e poi comandati a servire qualcun altro, non è stato da lui definito in alcuna circostanza. Egli si dilunga invece a parlare del cielo, della terra e del modo in cui le cose furono su di essa ordinatamente disposte. Afferma poi che Dio intimò ad alcune cose, come la luce e il firmamento, di nascere; altre invece, come il cielo e la terra, il sole e la luna, le creò; [96E] e che altre cose fino ad allora non visibili come tali, come l’acqua, io credo, e la terraferma, che fossero separate. Inoltre, <Mosè> nulla ardì dire circa la generazione o la creazione dello Pneuma, ma disse soltanto: “E lo spirito di Dio si distese sopra le acque”; senza però chiarire se esso sia generato oppure non generato. [49A] Adesso, se lo volete, paragoniamo a queste le parole di Platone. Considera dunque che cosa Platone dica dell’artefice, e quali parole gli metta sulle labbra nel corso della Cosmogonia, affinché noi si possa così paragonare il racconto di Platone e quello di Mosè ponendoli uno accanto all’altro. In questo modo diventerebbe evidente quale sia il racconto più potente e più degno di dio: quello di quel Platone che praticava il culto degli idoli, oppure quello di colui del quale la Scrittura [49B] dice che Dio parlò con lui bocca a bocca. “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era invisibile e priva di forma; il buio si stendeva sopra l’abisso infinito e lo spirito di Dio si stendeva sopra le acque. Allora Dio disse: ‘Ci sia la luce; e la luce fu’. Dio vide la luce, e che la luce era bene. Dio quindi separò la luce dal buio. Dio chiamò allora la luce, giorno; e chiamò il buio, notte. Quindi nacquero la sera e la mattina, e questo fu il primo giorno. Poi Dio disse: ‘Ci sia il firmamento al mezzo fra le acque <e il cielo>’. [49C] E chiamò il firmamento, cielo. Poi Dio disse: ‘Si raccolgano le acque che sono al di sotto del cielo in una massa unica, e compaia la terraferma’. E così avvenne. Poi Dio disse: ‘Germini la terra dell’erba da pascolo e degli alberi da frutto’. Poi Dio disse: ‘Ci siano delle luminarie nel firmamento del cielo, che servano ad illuminare la terra’. E Dio le pose nel firmamento del cielo, così che comandassero sul giorno e sulla notte”. [49D] In queste parole di Mosè non si dice né dell’abisso, né del buio, né dell’acqua che essi siano stati creati da Dio. Eppure, dopo avere detto a proposito della luce che essa nacque per comando di Dio, Mosè senza dubbio avrebbe dovuto dire la stessa cosa della notte, dell’abisso e dell’acqua. Invece egli, benché le menzioni spesso, non ne disse assolutamente nulla, come di cose non fatte nascere. Inoltre, egli non tratta né della generazione o della creazione degli angeli, né del modo in cui essi furono fatti esistere, [49E] ma parla soltanto dei corpi del cielo e di quelli terrestri; di modo che il Dio di Mosè di nulla di incorporeo risulta essere creatore, bensì l’ordinatore di un materiale sottostante. Infatti l’espressione ‘e la terra era invisibile e priva di forma’ non può essere altro che l’espressione di chi fa della sostanza umida e di quella secca un materiale, e di chi introduce Dio quale semplice ordinatore di essa.
[57B] Ascolta adesso cosa dice Platone del cosmo. [57C] “L’intero cielo o cosmo, o in qualunque altro modo si preferisca chiamarlo, ebbene chiamiamolo pure così, delle due l’una: fu esso da sempre, e dunque non ci fu alcun principio di generazione; oppure fu generato partendo da un qualche principio generatore? Il cosmo nacque: infatti, è qualcosa di visibile e tangibile, essendo esso corpo. Tutti siffatti oggetti corporei sono percepiti dai sensi, e gli oggetti percepiti dai sensi e compresi dall’opinione legata alla sensazione, appaiono essere entità nate e generate […] Pertanto, in forza della verosimiglianza del ragionamento, bisogna dire che questo cosmo è una creatura vivente, animata, dotata di mente, [57D] e davvero nata grazie alla Prònoia divina”.
[57E] Limitiamoci adesso a paragonarli punto per punto. Qual è il genere di concione che dio fa a Mosè e di quella che fa a Platone? [58A] “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. E domini sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e sopra tutti gli altri animali che sulla terra si muovono. Poi Dio creò l’uomo, e lo creò ad immagine di Dio. Li creò maschio e femmina, dicendo: ‘Crescete, moltiplicatevi, riempite la terra e dominatela da padroni. [58B] E dominino gli uomini sui pesci del mare, sui volatili del cielo, su tutto il bestiame e su tutta la terra’ ”. Ascolta adesso la concione che Platone mette sulle labbra del demiurgo artefice del cosmo: “O dei di dei, le opere delle quali io sono padre e artefice saranno indissolubili finché questa sarà la mia volontà. Tutto ciò che è legato può essere sciolto, ma è da malvagi il voler disfare ciò che è ben acconcio e che sta bene com’è. Dal momento che siete nati, voi non siete immortali né del tutto indissolubili; tuttavia non sarete sciolti né avrete fato di morte, [58C] essendovi toccato in sorte che la mia decisione sia più forte di qualsiasi legame e superiore a quelli coi quali foste legati alla nascita. Ordunque, capite bene il contenuto dell’insegnamento che ora vi rivolgo. Rimangono tre generi di esseri mortali ancora non generati, e finché questi non saranno generati, il cosmo rimarrà incompiuto, giacché non vi saranno ancora in esso tutte le specie viventi. Ma se queste ci fossero e partecipassero della vita per opera mia, esse sarebbero pari a dei. Affinché dunque esse siano mortali e l’universo sia davvero compiuto, volgetevi voi secondo la vostra natura ad essere i demiurghi di questi viventi, imitando la facoltà che io ho messo in opera per la vostra generazione. [58D] E per la parte di essi che merita d’essere identificata con gli immortali, che è chiamata divina e signoreggia in quelli di essi che sempre s’accompagnano alla giustizia ed a voi: ebbene ne inizierò io la semina e ve la darò. Quanto al resto, tessendo insieme il filo mortale e quello immortale, producete e portate alla luce tali esseri viventi, cibandoli in abbondanza fateli crescere, e quando deperiscano accoglieteli di nuovo in voi”.
[65A] Ordunque, per intendere che questo non è un sogno, capitene bene il significato. [65B] Platone denomina ‘dei’ quelli che si palesano chiaramente ai nostri sensi: il sole e la luna, gli astri e il cielo. Ma questi ‘dei’ sono soltanto immagini ‘degli dei’ invisibili ai sensi. Il sole che appare ai nostri occhi è l’immagine del sole intelligibile e che non appare ai nostri occhi. La stessa cosa vale per la luna che appare ai nostri occhi e per ciascuno degli astri, che sono tutti immagini degli dei soltanto intelligibili. [65C] Questi dei intelligibili e invisibili ai sensi, con lo stesso demiurgo esistenti, coesistenti, generati e procedenti, sono quelli di cui Platone sa e parla. È pertanto verosimile che quando il demiurgo dice ‘O dei’, egli allude agli dei invisibili, e che quando dice ‘di dei’ egli allude evidentemente agli dei visibili. Comune demiurgo di entrambi è l’artefice del cielo e della terra, del mare e degli astri, il quale generò anche gli archetipi di essi nel mondo degli intelligibili.E considera com’è ben detto anche il seguito! Infatti il demiurgo dice: “Mancano ancora tre generi di esseri mortali”, intendendo evidentemente riferirsi a quello degli uomini, degli animali e dei vegetali, giacché ciascuno di questi generi è definito da caratteristiche sue proprie. Dice quindi il demiurgo: “Se ciascuno di questi esseri viventi fosse da me generato, [65D] essi sarebbero necessariamente immortali”. Null’altro, infatti, è causa dell’immortalità degli dei intelligibili e del cosmo che appare ai nostri sensi se non il fatto di essere stato generato dal demiurgo. E quando questi afferma: “La parte che di essi è immortale, è stata loro donata necessariamente dal demiurgo”; questa parte è l’anima razionale. E poi aggiunge: “Quanto al resto, tessete voi insieme il filo mortale e quello immortale”. [65E] Dunque è manifesto che gli dei demiurghi, una volta ricevuta dal padre loro la facoltà demiurgica, generarono tutte le creature mortali che stanno sulla terra. Se infatti non vi fosse differenza alcuna tra il cielo e l’uomo, e, per Zeus, tra il cielo e una belva e financo con le creature che strisciano sulla terra e con i pesciolini che nuotano nel mare, allora bisognerebbe che uno solo e il medesimo fosse il demiurgo di tutto il creato. Se invece la distanza che separa le creature immortali da quelle mortali è grandissima, [66A] e tale che nessuna aggiunta e nessuna diminuzione possono renderla minore, né esiste mescolanza delle prima con le creature mortali e caduche, allora conviene pensare che causa di esse siano degli dei diversi in un caso e nell’altro. A questo punto, poiché è manifesto che Mosè non ha detto una sola parola precisa circa questo demiurgo del cosmo, presentiamo una dopo l’altra l’opinione [99E] degli Ebrei e quella dei nostri padri circa i rispettivi popoli. Mosè afferma che, tra tutti i popoli, il demiurgo del cosmo ha eletto per sé quello Ebreo, rivolge ogni sua attenzione ad esso soltanto, di esso si preoccupa ed affida a Mosè il compito di curarsi unicamente di esso. Quanto agli altri popoli, come e da quali Dei essi siano governati, Mosè non ha fatto neppure il minimo cenno, a meno che si consideri quale citazione il concedere loro di godere del sole e della luna. Ma di queste faccende parlerò in seguito. [100A] Per ora evidenzierò soltanto come questo dio sia il Dio del solo Israele e della Giudea e il fatto che questo sia il popolo da lui eletto. Ad affermarlo sono Mosè, i profeti venuti dopo di lui, Gesù il Nazareno ed anche quel Paolo che sorpassa di gran lunga tutti i ciarlatani e gli impostori d’ogni tempo e d’ogni paese. Ascoltate le loro parole, e per prime quelle di Mosè. “E tu dirai al Faraone: ‘Figlio mio primogenito è Israele’. Poi che Io gli dico: ‘Lascia partire il Mio popolo, affinché esso Mi renda il culto dovuto. [100B] Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire’ ”. E poco dopo afferma: “E dicono a lui: ‘Il Dio degli Ebrei ci ha chiamato. Noi dunque andremo nel deserto facendo un cammino di tre giorni, così che possiamo offrire il sacrificio dovuto al nostro Dio’”. E poco dopo dice di nuovo la stessa cosa: “Il Signore Dio degli Ebrei mi ha mandato da te affinché ti dica: ‘Lascia partire il mio popolo, così che esso mi renda nel deserto il culto che mi deve’ ”. [106A] Che fin da principio a Dio importasse dei soli Ebrei, [106B] e che questo popolo sia stato l’unico scelto da Dio come suo proprio a dispetto di tutti gli altri, è stato chiaramente detto non soltanto da Mosè e da Gesù, ma anche da Paolo; seppure nel caso di Paolo ciò sia sorprendente. Infatti, dinanzi agli eventi fortuiti Paolo suole cambiare i suoi giudizi su Dio come fanno i polipi quando cambiano colore a seconda delle rocce cui sono attaccati; ed insiste ora sul fatto che quello dei Giudei è l’unico popolo scelto da Dio come suo proprio; ed ora invece, quando vuole convincere i Greci a parteggiare per le sue tesi, afferma: “Dio non è soltanto dei Giudei, ma anche dei popoli, sì, dei popoli tutti”. [106C] Ma se questo è davvero il dio non soltanto dei Giudei ma di tutte le genti, diventa allora giusto interrogare Paolo sul perché tale dio abbia elargito in abbondanza ai Giudei il carisma profetico, e Mosè, e il crisma, e i profeti, e la legge, e gli incredibili e miracolosi elementi dei loro miti; giacché sentirai i Giudei gridare a gran voce: “E l’uomo mangiò il pane degli angeli”. Per ultimo, poi, tale dio mandò loro Gesù, mentre a noi non elargì né un profeta, né il crisma, né un maestro, né l’araldo d’una qualche futura azione filantropica da parte sua [106D] che, seppure in ritardo, avrebbe toccato anche noi. Tutt’al contrario, un dio siffatto è stato così sbadato da lasciare per miriadi di anni o, se volete, per migliaia di anni, che rimanessero in una ignoranza tale da praticare il culto, come voi dite, degli idoli, tutti i popoli dall’Oriente all’Occidente e dal Settentrione al Mezzogiorno, eccezion fatta per una minuscola schiatta che da neppure duemila anni abitava in una piccola parte della Palestina. Se questo è davvero il dio di noi tutti e parimenti il demiurgo di tutto l’universo, perché ci ha trascurato? [100C] Conviene pertanto credere che il dio degli Ebrei non sia l’artefice della generazione dell’intero cosmo né che abbia su di esso un dominio assoluto; ma che avendo egli, come dicevo, un potere ristretto ed un dominio assai limitato, vada ritenuto come uno di una moltitudine di dei diversi uno dall’altro. [106D,E] Dunque presteremo ancora attenzione ai vostri miti, semplicemente perché voi, o qualcuno della vostra schiatta, è arrivato a fantasticare l’ideuzza di un dio del cosmo? Tutte le vostre non sono soltanto credenze settarie? Ma Dio ha gelosamente cura del popolo eletto! Appunto: se è geloso del suo popolo, perché fa pagare ai figli le ideuzze aberranti dei padri?
[115D] Considerate ora, a confronto di queste, le nostre credenze. Esse affermano che il demiurgo è padre e sovrano comune di tutti gli uomini, e che tutte le restanti funzioni sono state da lui distribuite ed affidate a degli dei capipopolo e protettori, ciascuno dei quali sovrintende alle genti assegnategli in conformità con la sua propria natura. Così è, perché nel padre tutto è perfetto e tutto è unità, [115E] mentre nelle divinità separate prevale in un caso una ed in un altro caso un’altra facoltà. Ad esempio, Ares sovrintende i popoli bellicosi; Atena quelli bellicosi e insieme saggi; Ermes quelli più accorti che temerari; sicché alla qualità essenziale di ciascuno degli dei particolari, corrisponde anche quella dei popoli cui essi sovrintendono. Ora, se l’esperienza viva non è sufficiente a testimoniare la verità delle mie parole, le nostre credenze siano pure considerate da voi una mera finzione, il mio sforzo di persuadervi una pretesa fuori luogo, [116A] e si tessano pure le lodi dei vostri miti. Se invece, tutt’al contrario, l’esperienza viva testimonia da sempre quel che diciamo noi, mentre nulla in nessun caso si mostra in armonia con le vostre parole, perché contrapponete alla verità una spropositata ambizione di vittoria a parole? Mi si spieghi allora qual è la causa che fa i Celti e i Germani fieri e coraggiosi; i Greci e i Romani filantropi e per lo più interessati alle vicende politiche, ma al contempo concreti e bellicosi; gli Egizi piuttosto intelligenti e dediti alle arti; i Siriani ostili alla guerra ed effeminati, ma al contempo dotati di intelligenza, calore, leggerezza e facilità di apprendimento. [116B] Se uno considera queste differenze tra i vari popoli prive di causa e sostiene che esse accadono spontaneamente, come può ancora costui credere che il cosmo sia governato dalla Prònoia? Se invece uno sostiene che queste differenze hanno delle cause, faccia la parte del demiurgo e me le dica, me le spieghi! [131B] Quanto alle leggi, è manifesto che gli uomini le hanno stabilite in modo conforme alla loro propria natura. Quindi esse sono umanitarie e civili [131C] nei popoli di più accresciuta filantropia, ed invece selvagge e disumane in quelli in cui sussisteva e cui ineriva una natura contraria. Ed i legislatori hanno aggiunto ben poco alle nature e alle attitudini dei vari popoli con il loro lavoro di redazione delle leggi. Quindi gli Sciti non accolsero tra di loro Anacarsi che celebrava i riti Bacchici; né troveresti facilmente tra i popoli dell’Occidente, salvo rare eccezioni, qualcuno con una forte inclinazione alla filosofia o alla geometria o dedito a qualcos'altro del genere, sebbene si tratti di popoli da gran tempo sottoposti al dominio dell’Impero Romano. I più dotati tra di loro traggono vantaggio unicamente dall’arte dialettica e da quella retorica, [131D] ma non si dedicano ad alcun altro apprendimento. Talmente potente sembra essere la natura! Donde origina dunque la differenza dei costumi e delle leggi tra questi popoli? [134D] Mosè ha dato una spiegazione del tutto mitica della dissomiglianza dei linguaggi. Egli infatti ha affermato che i figli degli uomini, radunatisi, [134E] decisero di costruire una città ed in essa una grande torre; ma che Dio affermò che bisognava scendere sulla terra e confondere i loro linguaggi. Ed affinché qualcuno non creda che io lo stia accusando falsamente, leggeremo il seguito dalle parole stesse di Mosè. “Ed essi dissero: orsù, costruiamo per noi una città ed una torre la cui sommità giunga fino al cielo; e così ci faremo una nomea prima di disseminarci sulla faccia di tutta la terra. Allora il Signore scese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. E il Signore disse: ecco, unico è il loro genere ed unica è la favella di tutti. [135A] Essi hanno cominciato questa costruzione ed ormai non mancheranno di realizzare tutti i progetti ai quali si applicheranno. Orsù, scendiamo da loro e confondiamo la loro lingua, così che ciascuno non possa più comprendere le parole del vicino. Così il Signore Dio li disseminò sulla faccia di tutta la terra, ed essi smisero la costruzione della città e della torre”. Dopo di che, voi sollecitate noi a credere a queste favole mentre invece rifiutate di credere alle parole di Omero sugli Aloadi, i quali pensarono [135B] di sovrapporre una sull’altra tre montagne “affinché salir si potesse fino al cielo”? Anch’io affermo che quest’ultimo racconto è mitico tanto quanto il primo. Voi però, se accettate il primo, in nome di che cosa, per gli dei, dichiarate indegna di fiducia la storiella di Omero? Quel qualcosa, io credo, è ciò che si deve tacere al cospetto di uomini privi di qualunque cultura: ossia che, seppure tutti gli uomini di tutta la terra abitata utilizzeranno stessi suoni e medesima lingua, essi non potranno edificare delle torri che giungano fino al cielo, anche qualora facessero mattoni di tutta quanta la terra. [135C] Infatti una delle torri capaci di giungere fino al cerchio della luna abbisognerà già di un numero infinito mattoni, per una grandezza forse pari alla terra tutta intera. E si ipotizzi pure che tutti gli uomini si raccolgano insieme, utilizzino stessi suoni e medesima lingua, e facciano di tutta la terra mattoni e pietre da costruzione. Come potrebbero essi pervenire fino al cielo, pur se allungassero la torre riducendola alle dimensioni di un filo sottilissimo? E voi che legittimate come vera quella che è così manifestamente una favola, e che per di più reputate che dio ebbe paura della unità di voce degli uomini, [135D] e che per questo motivo si abbassò a frequentarli per confonderne i linguaggi; ebbene, voi avete l’audacia di millantare il conoscimento di dio?
[137E] Ritorno ora nuovamente alla questione del modo in cui Dio confuse i loro linguaggi. Mosè ha detto che causa di ciò fu la paura di Dio che gli uomini, dopo avere lavorato per rendersi accessibile la salita fino al cielo, ed uni com’erano tra loro di linguaggio e d’animo, [138A] effettuassero qualche azione contro di lui. Non ha invece detto assolutamente nulla sul modo in cui Dio effettuò quest’opera, ma ha soltanto precisato che Dio, non potendo, a quanto pare, effettuarla dall’alto, discese dal cielo sulla terra. Quanto alla differenza di costumi e di leggi tra gli uomini, né Mosè né alcun altro hanno fatto chiarezza. Eppure, tra gli uomini, la differenza delle leggi e delle costituzioni politiche è enormemente più grande di quella esistente tra i loro linguaggi. Chi mai dei Greci [138B] sostiene che si debbano avere relazioni sessuali con una sorella, con una figlia o con la propria madre? Invece ciò è giudicato buono tra i Persiani. Perché dovrei passare in rassegna uno per uno i vari popoli, mettendo in risalto l’amor di libertà e l’assenza di spirito di sottomissione dei Germani; la bonomia e la mansuetudine dei Siriani, dei Persiani, dei Parti e insomma di tutti i popoli barbari dell’Oriente e del Mezzogiorno; e quanti popoli sottomessi abbiano care anche le monarchie più dispotiche? Pertanto, se anche in assenza di una Prònoia più grande e più divina, sono stati raccolti insieme popoli più grandi e più rispettabili <di quello Ebraico>, [138C] che pazzia è quella per cui ci diamo da fare e rendiamo culto ad un Dio che non provvede a nulla? Ad un Dio che non si è affatto interessato né delle vite, né dei costumi, né delle inclinazioni, né della legalità, né della costituzione politica dei nostri popoli, si confà ancora la pretesa di essere da noi onorato? Assolutamente no! E osservate bene a quale livello di assurdità arrivi il vostro discorso. Infatti, di quanti sono considerati beni attinenti alla vita umana, primi vengono quelli dell’animo e secondi quelli del corpo. Se dunque un simile Dio non ha tenuto conto alcuno dei beni dell’animo nostro; non ha provveduto in alcun modo a ciò che riguarda la nostra naturale costituzione fisica; [138D] non ci ha mandato maestri o legislatori, come ha fatto invece per gli Ebrei con Mosè ed i profeti che gli sono succeduti: ebbene, di che cosa dovremo ringraziarlo con profonda gratitudine? [141C] Considerate però attentamente se per caso dio non abbia dato anche a noi degli dei e dei patrocinatori eccellenti che voi avete ignorato, niente affatto inferiori al Dio onorato fin da principio presso gli Ebrei della Giudea, unica terra della quale tale Dio scelse di prendersi cura, come hanno affermato Mosè e tutti quelli venuti dopo di lui, fino a noi oggi. [141D] Se poi il demiurgo del cosmo fosse davvero il Dio onorato dagli Ebrei, ebbene il concetto che noi abbiamo di esso è comunque migliore del loro; e tale Dio ha dato a noi beni, sia dell’animo che esteriori, maggiori di quelli che ha concesso a loro, e dei quali parleremo fra poco. Inoltre egli ha inviato presso di noi dei legislatori non certo peggiori di Mosè, anzi per la maggior parte di gran lunga migliori di lui. [143A] Dunque, come dicevamo, se la differenza nelle leggi e nei costumi non l’ha disposta in ciascun popolo un qualche dio capopopolo con, quale sovrintendente a lui sottoposto, un angelo, un demone, [143B] un eroe, insomma qualcuno dotato di un peculiare genere d’animo capace di servire e di fare da ministro a chi gli è superiore; allora mi si dimostri come queste differenze siano nate e ad opera di chi altro. Infatti non è sufficiente raccontare: “Dio disse, e così fu”. Giacché bisogna che vi sia pieno accordo tra gli ordini di dio e la natura degli avvenimenti. Dirò quel che intendo in modo ancor più chiaro. Dio ordinò che il fuoco tendesse verso l’alto e che la terra, quando è il caso, tendesse verso il basso. Ma affinché l’ordine di dio divenisse realtà, non bisognava forse che il fuoco possedesse leggerezza e la terra pesantezza? E la stessa cosa vale anche <per gli altri elementi>. [143C] I fatti stanno in identico modo anche nelle cose divine. Causa ne è che il genere umano è mortale e perituro, ed è pertanto verosimile che anche le sue opere siano periture, mutevoli e soggette ad ogni sorta di rivolgimento. Dio invece essendo eterno, ne consegue che eterni siano anche i suoi ordini. Ma se gli ordini di dio sono eternamente validi, essi sono una cosa sola con le nature delle varie cose, ovvero sono in perfetto accordo con la natura delle cose. Infatti, come potrebbe la natura essere in contraddizione con l’ordine di dio? Come potrebbe la natura cadere fuori da tale perfetto accordo? [143D] Pertanto, anche se Dio ordinò la confusione dei linguaggi, di modo che essi non si accordassero più uno con l’altro; e se così fece anche per le costituzioni politiche dei popoli; egli non fece in modo che ciò si realizzasse con un semplice comando, né con un semplice comando strutturò noi inclini a questa discordanza di voci. Per prima cosa bisognava infatti che alla base di quelle destinate ad essere diversità tra i vari popoli, ci fossero diverse nature. E quanto differiscano corporalmente i Germani e gli Sciti dai Libici e dagli Etiopi lo si nota già anche guardandoli da lontano. [143E] Può ciò essere dovuto ad un mero comando, e che invece l’aria e il territorio non cooperino affatto con gli dei al colore della pelle? [146A] Per di più, Mosè stese di proposito un velo su siffatto evento, [146B] e non attribuì a Dio soltanto la confusione dei linguaggi; giacché afferma che Dio discese sulla terra non da solo né in compagnia di uno soltanto, ma di molti personaggi, senza però dire chi fossero costoro. È comunque evidente che Mosè concepì tali accompagnatori di Dio in questa discesa quali suoi simili. Se quindi ad operare per la confusione dei linguaggi non è il Signore soltanto, ma anche coloro che scendono con lui sulla terra, è manifesto che anche per la confusione dei costumi non operi il Signore soltanto, ma che anche quanti confondono con lui i linguaggi vadano verosimilmente concepiti quali responsabili di questa differenziazione. [148B] Perché mai, pur volendo non parlare a lungo, ho speso tante parole? Per dimostrare che, pur se il demiurgo del cosmo fosse davvero quello proclamato da Mosè, le migliori opinioni su di esso le abbiamo noi che lo concepiamo comune padrone di tutte le cose, mentre ad essere capi dei singoli popoli sono altri, i quali gli sono sottoposti come i governatori ad un re, ed assolvono i loro compiti ciascuno in modo differente. [148C] Inoltre, noi non facciamo il demiurgo subalterno agli dei che gli sono soggetti e neppure lo istituiamo controparte degli dei a lui sottostanti. Se poi quel re, per onorare un certo governatore gli affida il governo dell’universo, è meglio ubbidire a noi e riconoscere il dio del cosmo pur senza disconoscere quell’altro, anziché onorare il dio cui è toccato il governo di una parte piccolissima del cosmo invece del demiurgo di tutte le cose. [152B] Una cosa che lascia a bocca aperta è poi la legge di Mosè, ossia il famoso decalogo. “Non ruberai, non ucciderai, non testimonierai il falso”. Anzi, ciascuno dei comandamenti sia scritto proprio con le parole [152C] che Mosè afferma essere state scritte da Dio in persona. “Io sono il Signore Dio tuo, chi ti fece uscire dall’Egitto”. Secondo comandamento, dopo questo: “Non avrai altri Dei all’infuori di me, e non ti creerai alcun Idolo”. Ed aggiunge anche la causa di ciò: “Io sono infatti il Signore tuo Dio, un Dio geloso che fa scontare ai figli le aberrazioni dei padri fino alla terza generazione”. “Non pronuncerai alla leggera il nome del Signore Dio tuo”. “Tieni a mente il giorno del Sabato”. “Onora tuo padre e tua madre”. “Non commetterai adulterio”. “Non ucciderai”. “Non ruberai”. [152D] “Non testimonierai il falso”. “Non smanierai di avere ciò che è del tuo vicino”. Eccezion fatta per il “Non adorerai altri Dei” e per il “Tieni a mente il giorno del Sabato”, quale altro popolo esiste, per gli dei, che non creda di dover osservare gli altri comandamenti, tanto da avere stabilito delle pene per i trasgressori, in un luogo più severe, in un altro simili a quelle stabilite dalla legislazione Mosaica, altrove anche più umane? [155C] Eppure con il “Non adorerai altri Dei” Mosè fa su Dio una affermazione altamente calunniosa. E spiega che “Dio è infatti geloso del suo popolo”; e lo ripete anche altrove: [155D] “Il Dio nostro è fuoco che divora”. Un uomo geloso e iettatore a te pare degno di biasimo; e poi però, se Dio è chiamato ‘geloso’, quello stesso uomo tu lo divinizzi? Come può essere ragionevole un’asserzione così palesemente falsa contro dio? Infatti, se Dio è geloso, tutti gli dei sono adorati e tutti i restanti popoli adorano degli dei, contro la volontà di quel Dio. Geloso com’è e poiché vuole che gli altri non siano adorati ed essere adorato lui soltanto, perché mai non ha sbarrato loro la strada lui stesso? Forse che egli non era capace di tanto, [155E] o forse che fin da principio egli non abbia mai voluto impedire che anche gli altri dei fossero adorati? Ma la prima alternativa, ossia dire che egli sia un dio impotente, è empia. La seconda, invece, è ammissibile con le nostre pratiche religiose. Mettete dunque da parte questo vaniloquio e non tiratevi addosso una micidiale accusa di blasfemia. [159E] Se infatti egli vuole che nessun altro Dio sia adorato, perché adorate questo suo figlio bastardo, che egli non ha mai legittimato né ritenuto suo proprio? Questo ve lo dimostrerò facilmente. Voi <Galilei> gli attribuite però un figlio finto, venuto non si sa da dove… [160D] Giammai <negli scritti di Platone> dio si mostra esasperato, o adirato, o in atto di giurare, od oscillante rapidamente da un estremo all’altro, o volubile, come Mosè racconta invece nel caso di Finees. Se qualcuno di voi ha letto il libro dei ‘Numeri’, sa di cosa parlo. Infatti, si racconta, - dipoi che Finees ebbe raggiunto ed ucciso con le proprie mani un Ebreo iniziato ai misteri di Baal-Fegor e la donna che lo aveva persuaso a tali pratiche, inferendo a lui una ferita dolorosissima nella parte vergognosa del corpo e squarciando l’utero della donna, - [160E] Mosè fa dire a Dio: “Finees, figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, ha posto fine al mio rancore verso i figli di Israele, emulandomi nella gelosa cura che io ho di essi. E così non ho annientato i figli di Israele per la gelosa cura che ho di essi”. C’è qualcosa di più vacuo della causa per la quale un Dio in preda all’ira non ha fatto davvero, secondo l’autore di questo scritto, un simile sterminio? [161A] Cosa c’è di più irragionevole di questo: che se dieci o quindici, poniamo anche cento, giacché non si parlerà di mille, ma supponiamo pure che siano mille gli uomini che ardiranno violare le leggi stabilite da Dio; ebbene, bisognerebbe che unicamente a causa di questi mille ne siano sterminati seicentomila? A me pare che sia infinitamente meglio, insieme a mille ottimi uomini salvarne uno solo malvagio, piuttosto che distruggerne mille per quell’uno soltanto […] Se infatti l’ira di uno degli eroi o di un demone neppure insigne, è già insopportabile per paesi e per città intere, chi potrebbe tenere testa allo sdegno di un Dio così grande contro demoni, o angeli, o anche contro degli uomini? [168B] Vale davvero la pena di confrontare il suo comportamento con la mitezza di Licurgo, con la pazienza di Solone, [168C] e con la moderazione e la bontà dei Romani contro i colpevoli di reati. [171D] Quanto siano migliori i nostri legislatori rispetto ai loro, consideratelo anche da questo. I filosofi a noi comandano di imitare il più possibile gli dei, e ci dicono che questa imitazione consiste nella conoscenza dei principi generali delle cose. Essi ci spiegano che questa conoscenza ci tiene lontano dalle passioni; ed è evidente, [171E] anche se non mi soffermo ora a spiegarlo, che essa consiste nel dominio sulle passioni. Pertanto, quanto più noi diventiamo capaci di dominare le passioni e siamo disponibili alla conoscenza della natura delle cose in generale, tanto più ci facciamo simili a dio. Qual è invece l’imitazione di Dio cui inneggiano gli Ebrei? Ira, rancore e gelosia selvaggia. Infatti Dio dice: “Finees ha posto fine al mio rancore verso i figli di Israele, emulandomi nella gelosa cura che io ho di essi”. Dunque Dio dà a vedere di avere messo da parte i propri fremiti omicidi, perché ha trovato qualcuno che ha i suoi stessi fremiti omicidi e che come lui pena di dolore. [172A] Queste e molte altre affermazioni dello stesso genere a proposito di Dio, Mosè gli fa pronunciare in non pochi passi della Scrittura. [176AB] Che a Dio non sia importato soltanto degli Ebrei ma che abbia avuto riguardo per tutti i popoli, e che non abbia concesso agli Ebrei nulla di speciale o di grandioso, mentre ha dato a noi cose di gran lunga migliori e differenti dalle loro, lo si consideri da quel che segue. Gli Egizi hanno ben ragione di parlarne quando enumerano i nomi dei loro non pochi sapienti, e molti altri ne ebbero tra i successori di Ermes, intendo del terzo Ermes, quello che frequentò l’Egitto. I Caldei e gli Assiri possono vantare i successori di Oan e di Belos; e i Greci possono vantarne a migliaia, da Chirone in poi. [176C] A partire da Chirone, infatti, tutti divennero naturalmente capaci di iniziare altri ai misteri, ed esperti di teologia, cosa della quale pare invece che possano vantarsi soltanto gli Ebrei […] [178A] A voi Ebrei Dio ha forse dato il compito di essere gli iniziatori della conoscenza scientifica o dell’istruzione filosofica? E quale sarebbe? La conoscenza dei principi generali cui obbediscono i fenomeni celesti [178B] fu perfezionata dai Greci, mentre le prime osservazioni di tali fenomeni erano avvenute presso dei popoli barbari, a Babilonia. La conoscenza dei principi generali della geometria avvenne a partire dalle geodesia, la quale ebbe origine in Egitto ed è poi cresciuta fino all’enorme rilievo che ha oggi presso di noi. Ed anche l’aritmetica fu inventata dai mercanti Fenici, ma fu poi istituita e prese l’aspetto di scienza soltanto presso i Greci. Queste tre scienze concorsero nella musica, e furono quindi congiunte in una cosa sola dai Greci. Essi infatti tesserono insieme astronomia e geometria, acconciarono ad entrambe l’aritmetica, e capirono così quali fossero le combinazioni di esse che risultavano armoniose. A partire di qui essi stabilirono delle regole precise alla loro musica, trovando quali combinazioni di note risultavano armoniose alla sensazione dell’udito, o almeno la compatibilità sonora che maggiormente a tali combinazioni si avvicinava. [184B] Bisogna che io li chiami uno per uno col loro nome, oppure per mestiere? Per esempio che dica: Platone, Socrate, Aristide, Cimone, Talete, Licurgo, Agesilao, Archidamo; o piuttosto che li denomini per genere e che dica: quello dei filosofi, quello dei generali, quello dei demiurghi, quello dei legislatori? Si troverà così che i nostri generali più crudeli e riprovevoli si sono comportati contro gli autori dei peggiori crimini [184C] con molto maggior moderazione di quella di cui Mosè diede prova nel trattamento di gente del tutto incolpevole. [190C] E di quale monarchia vi riferirò? Di quella di Perseo, di quella di Aiace, di quella di Minosse il Cretese, il quale ripulì il mare infestato dai pirati, ne espulse e scacciò i barbari fino alla lontana Siria e alla Sicilia, avanzando così i confini del suo regno in entrambe le direzioni, e che regnò non soltanto sulle isole ma anche sulle popolazioni costiere? Quel Minosse che dopo avere suddiviso col fratello Radamanto non la terra del regno ma la cura degli uomini, prendendole da Zeus stesso istituì le leggi, ed affidò al fratello l’espletamento del ruolo di giudice […] [193C] Dopo la fondazione <di Roma> furono molte le guerre nelle quale essa fu coinvolta, ma dominò e vinse in tutte. Poiché grazie alle sue vittorie erano anche aumentati i rischi che correva, e necessitava quindi di maggiore sicurezza, Zeus le inviò il più filosofo di tutti i re: Numa. Tale era il virtuosissimo Numa, [193D] il quale trascorreva molto del suo tempo isolato nei boschi, ma sempre in compagnia degli dei nelle sue pure e profonde meditazioni […] Fu lui che istituì la maggior parte delle leggi riguardanti le cerimonie rituali. [194B] Queste leggi appaiono date da Zeus alla città per via di possessione ed ispirazione divina, procedenti sia dalla Sibilla che da altri vaticinatori esistenti a quel tempo, i quali pronunciavano oracoli nella loro lingua nativa. Quanto allo scudo caduto dal cielo ed alla testa che apparve sul colle, [194C] e dalla quale, io credo, prese nome la sede del tempio del sommo Zeus: ebbene, li computeremo tra i doni primari o tra quelli secondari? Quindi voi <Galilei>, malasorte d’uomini, rifiutate di inchinarvi dinnanzi e venerare l’arma salvata e giacente presso di noi, venutaci da dio; quella che il sommo Zeus o il padre Ares ci inviarono dal cielo quale garanzia, non a parole ma nei fatti, che essa farà continuamente da scudo alla nostra città; e invece vi inchinate dinanzi al legno della croce, ne adombrate l’immagine sulla vostra fronte [194D] e la dipingete sulla facciata delle abitazioni? Non si farebbe bene a detestare i più furbi o a compatire i più ignoranti di voi <Galilei>, pensando a coloro che a voi conformandosi sono scesi a tale rovinosa bassezza da abbandonare il culto degli dei eterni e spostarsi all’adorazione di un cadavere dei Giudei? […] [197C] Tralascio poi di parlare dei culti misterici della Madre degli dei, e del fatto che io sia un emulo di Mario […] [198BC] Lo pneuma proveniente agli uomini dagli dei nasce raramente e si trova in poche persone, né tutti possono parteciparne facilmente ed in qualunque momento. È per questo motivo che lo pneuma profetico è sparito tra gli Ebrei, e neppure tra gli Egizi di oggi si trova preservato. Anche i luoghi dove è la natura stessa a generare spontaneamente responsi oracolari, appaiono ormai silenti, avendo ceduto ai cicli periodici del tempo. Ma il nostro signore e padre Zeus, amando gli uomini ed a ciò pensando, affinché non fossimo del tutto privati d’ogni comunione con gli dei, attraverso le arti sacre ci diede il modo [198D] di esaminare come ottenere un aiuto bastevole a soddisfare i nostri bisogni. [200A] Stavo quasi per dimenticare il massimo dei regali tra quelli di Elios e di Zeus, ma è verosimile che io lo abbia conservato per ultimo. Questo regalo non è riservato a noi soltanto ma, io credo, lo abbiamo ricevuto in comune noi insieme con i Greci, che sono nostri congeneri. Infatti Zeus, tra gli dei intelligibili che trasse da se stesso, generò Asclepio e lo rese visibile sulla terra attraverso la forza generativa vitale di Elios. Pertanto Asclepio, una volta fatto il percorso di discesa dal cielo sulla terra, comparve ad Epidauro sotto forma di un singolo uomo. [200B] A partire di là egli moltiplicò poi le proprie forme e distese su tutta la terra la sua salvifica mano destra. Venne a Pergamo, nella Ionia, a Taranto, e successivamente venne anche a Roma. Andò anche a Cos e di qui a Ege, e da allora è dappertutto sulla terra e sul mare. Egli non visita ciascuno di noi singolarmente e tuttavia ugualmente guarisce gli animi stonati e i corpi indeboliti. [201E] Quale cosa di paragonabile ad Asclepio possono millantare gli Ebrei di avere ricevuto in dono da Dio, e confidando nella quale voi <Galilei> avete abbandonato le nostre file consegnandovi ad essi come disertori? Se voi almeno rispettaste attentamente i loro rituali, non avreste fatto una scelta in tutti i sensi sciagurata. Vi trovereste certo in una condizione peggiore di prima, cioè di quando stavate dalla nostra parte, ed a sostenere certo dei pesi, ma pesi tollerabili e sopportabili. Invece di molti dei, voi venerereste un solo Dio e non un uomo, anzi un gran numero di malasorte d’uomini. [202A] Adottando una legge severa, rude, contenente molto di selvaggio e di barbaro, al posto delle nostre leggi eque ed umane, per certi aspetti stareste peggio, ma sareste più santi e più puri nelle cerimonie rituali. Ora, a voi <Galilei> è avvenuto invece quel che succede alle sanguisughe, ossia di succhiare <dagli Ebrei> il sangue più infetto, lasciando loro in corpo il sangue più puro. Infatti di Gesù, [191D] che ha sedotto la parte peggiore di voi, [191E] si ricorda il nome da poco più di trecento anni. Nel corso della sua vita, egli non operò alcunché degno di fama, a meno che non si credano delle grandissime opere la guarigione di qualche storpio e di qualche cieco, o l’esorcizzare qualche indemoniato nei villaggi di Betsaide e di Betania. [205E] Della purezza rituale, voi <Galilei> non sapete neppure se egli l’abbia mai menzionata, ed emulate invece il rancore e l’amarezza dei Giudei rovesciando templi ed altari. [206A] Ed inoltre scannate non soltanto quelli di noi che rimangono fedeli alle cerimonie dei padri, ma anche coloro che, pur professando i vostri stessi errori, voi dichiarate ‘eretici’ perché non fanno le lamentazioni sul morto al vostro stesso modo. Queste sono novità soprattutto vostre, giacché né Gesù né Paolo vi hanno lasciato l’ordine di compiere simili misfatti. Essi, infatti, non hanno mai sperato che voi giungeste un giorno ad avere tanto potere; e la meta loro cara era quella di riuscire ad ingannare delle serve e degli schiavi e poi, attraverso costoro, delle donne e degli uomini della levatura di un Cornelio o di un Sergio. [206B] E se uno di voi dimostrerà che qualcuno di questi uomini si trova ricordato fra le persone illustri di quel tempo - queste vicende accadevano infatti al tempo di Tiberio e di Claudio - allora vi autorizzo a credere che io vi stia mentendo su tutto. [209D] Non so più a che punto fossi quando ho preso ad esprimermi come per ispirazione. Ecco, sono uscito fuori strada quando vi stavo chiedendo: “Che cosa vi ha spinto a tanta ingratitudine verso i nostri dei ed a consegnarvi ai Giudei come disertori?” È forse il fatto che gli dei diedero a Roma il potere Imperiale, ed invece a voi Giudei di essere liberi per breve tempo, ma poi schiavi, e per sempre dei senzapatria? Guardate Abramo: non era egli un senzapatria in terra straniera? [209E] Guardate Giacobbe: non fu egli schiavo, dapprima tra i Siriani, successivamente tra i Palestinesi e da vecchio tra gli Egizi? Mosè non afferma forse di averli tratti fuori dalla casa della schiavitù, ossia dall’Egitto, guidato dal braccio dell’Altissimo? Quando poi dimoravano in Palestina, la loro fortuna non mutò più spesso del colore del camaleonte, come affermano coloro che l’hanno visto coi loro occhi; ora sottomettendosi a dei Giudici, ora come schiavi di altre genti? In seguito furono governati da dei Re, e lasciamo stare adesso il come lo furono. Basti dire che neppure Dio convenne volentieri nel permettere loro d’essere governati da dei Re, come attesta la Scrittura, [210A] ma soltanto dopo essere stato forzato da loro e dopo averli preavvertiti che sarebbero stati governati da degli stolti. Essi comunque abitarono il loro regno e coltivarono la loro terra per circa trecento anni. Da quel momento in poi furono schiavi degli Assiri, poi dei Medi, poi dei Persiani e infine, come adesso, nostri. [213A] Ed anche quel Gesù tanto invocato da parte vostra, era uno dei sudditi di Cesare. Se non mi credete, ve lo dimostrerò tra poco. Anzi, sbrighiamoci subito. Voi infatti ammettete che egli, insieme con suo padre e con sua madre, fu registrato nel censimento di Quirino. [213B] Ma una volta nato, di quali beni si istituì egli causa a favore dei suoi congeneri? Nessuno, si risponde; però si afferma che ciò accadde perché i suoi contemporanei non vollero dare retta a Gesù. Perché dite questo? Quel popolo di cuori duri e teste di sasso non diede forse retta a Mosè? E invece Gesù che comandava ai venti, camminava sulle acque, scacciava i demoni e, come voi affermate, che fece il cielo e la terra - in verità nessuno dei suoi discepoli ebbe l’ardire di sostenere una cosa simile, ad eccezione di Giovanni, [213C] il quale però neppure lo disse in modo chiaro ed esplicito; ma concediamo pure che l’abbia detto - ebbene, quel famoso Gesù non fu dunque capace di far cambiare le proairesi dei propri amici e congeneri, volgendole al bene della salvezza?
[218A] Ma di questo tratterò tra poco, quando comincerò ad esaminare nei particolari l’impastatura di miracoli e paccottiglia di cui constano i Vangeli. Per ora rispondete a questa mia domanda. [218B] È meglio essere continuamente uomini liberi, per duemila interi anni comandare sulla maggior parte della terra e del mare; oppure è meglio essere schiavi e vivere agli ordini di qualcun altro? Nessuno avrà certo la sfacciataggine di rispondere che la seconda alternativa è quella da preferirsi. E qualcuno crederà che in guerra è peggio vincere che perdere? Chi è così insensato? Se quelle che io sto dicendo sono delle verità, mostratemi un solo generale degli Ebrei che sia paragonabile ad Alessandro o a Cesare! Tra di voi non ce n’è uno solo che sia tale. E so anche, per gli dei, di stare oltraggiando quegli uomini, ma li ho citati soltanto perché sono ben noti a tutti. [218C] Infatti, alcuni nostri generali molto inferiori a questi due sono sconosciuti al pubblico, benché ciascuno di essi meriti più ammirazione di quella che meritano tutti i generali Ebrei messi assieme. [221E] Inoltre, la costituzione dello Stato, il tipo di tribunali, l’amministrazione economica delle città, l’eccellenza delle leggi, l’avanzamento delle conoscenze e l’esercizio delle arti liberali non sono sempre rimaste presso gli Ebrei in uno stato di miseria e barbarie? [222A] Eppure quel depravato di Eusebio vuole che anche degli Ebrei siano autori di poemi in esametri, e si fa un punto d’onere nel sostenere che la trattazione della logica è cosa comune presso di essi, quando invece anche il semplice nome di ‘logica’ egli l’ha sentito pronunciare dai Greci. Quale sorta di arte medica è mai apparsa presso gli Ebrei, come invece tra i Greci sono apparse quella di Ippocrate ed alcune altre dopo di lui? [224C] Il sapientissimo Salomone è forse paragonabile ad un Focilide o un Teognide o un Isocrate? In che cosa? Se infatti tu paragonassi gli ammonimenti di Isocrate ai proverbi di quello troveresti, ne sono certo, che il figlio di Teodoro [224D] è ben superiore al sapientissimo re. Ma Salomone, si dice, esercitò anche la teurgia. E con ciò? Proprio questo Salomone non rese forse culto anche ai nostri dei, ingannato, come si racconta, da una donna? O grandezza della virtù! O ricchezza della sapienza! Non riuscì ad avere il sopravvento sul piacere fisico, e le parole di una donna lo menarono dove ella intendeva. Se dunque si è lasciato ingannare da una donna, ebbene non chiamatelo più un sapiente. E se invece siete convinti che egli fosse un sapiente, non crediate più che egli possa essere stato ingannato da una donna, ma che per sua propria cosciente decisione [224E] e per indicazione di Dio che a lui si era manifestato, egli si convinse a rendere culto anche ad altri dei. Invidia e gelosia non raggiungono neppure i migliori tra gli uomini, e quindi tanto più esse si tengono lontane dagli angeli e dagli dei. Voi infatti vi aggirate attorno a potenze e facoltà inferiori e parziali, che uno non sbaglierebbe a chiamare demoni. Qui, in questi demoni, esistono ambizione di onori e vanagloria, mentre nulla del genere esiste negli dei. [229C] Se poi la lettura delle vostre Scritture è sufficiente a soddisfare i vostri bisogni, perché smangiucchiate le scienze create dalla cultura Greca? Eppure sarebbe molto meglio tenere gli uomini lontani da tali conoscenze, piuttosto che tenerli lontani dal cibarsi delle carni delle vittime sacre. Infatti, come afferma anche Paolo, chi si lascia andare a cibarsi di queste carni non ne riceve alcun danno; mentre invece, secondo voi, ne rimarrebbe scandalizzata la coscienza del fratello che lo vede farlo. O sapientissimi ed arrogantissimi uomini! Per mezzo delle scienze create dalla cultura Greca [229D] tutto ciò che di generoso e di nobile la natura vi ha elargito si distornò dall’ateismo; e pertanto in chiunque esisteva anche soltanto un piccolo frammento di buona natura, a costui accadde subito di distornarsi dal vostro ateismo. Dunque è meglio tenere gli uomini lontani dalle conoscenze dei Greci, che non dalle carni delle vittime sacre. Sapete bene anche voi, e ciò mi pare evidente, quale sia la differenza che sull’intelletto fa la lettura delle vostre Scritture e la lettura delle nostre. Dalla lettura delle vostre Scritture nessuno mai potrebbe diventare un uomo nobile o anche soltanto per bene; mentre dalla lettura delle nostre qualunque uomo da sé soltanto potrebbe diventare migliore, [229E] pur se fosse pochissimo dotato per natura. Se poi fosse invece ben dotato per natura e ricevesse l’educazione che fornisce la nostra letteratura, ecco che egli diventa senz’altro un dono degli dei agli uomini: o accendendo la luce di una scienza, o introducendo un qualche genere di costituzione politica, o travolgendo molti nemici, oppure viaggiando per molte terre e molti mari e mostrandosi così un uomo d’eroica natura […] [229F] Eccone una prova lampante. Voi, infatti, selezionate e fate applicare molti dei vostri giovani allo studio delle Scritture. [230A] Se, una volta diventati adulti, questi giovani mostrassero d’avere qualità migliori di quelle degli schiavi, allora giudicatemi pure uno che sragiona e che delira. Pertanto voi siete una tal malasorte d’uomini dissennati, da legittimare come parola di Dio delle Scritture dallo studio delle quali nessuno diventerebbe più saggio, né più virile, né insomma migliore di quant’era. E invece gli scritti dai quali ci è dato arricchirci di virilità, di saggezza, di giustizia, questi li attribuite a Satana ed a coloro che praticano culti satanici. [235B] Asclepio guarisce i nostri corpi. Le Muse insieme ad Asclepio, ad Apollo e all’eloquente Ermes, educano i nostri animi. Ares ed Enio ci sono accanto in guerra. Efesto ripartisce e distribuisce i manufatti delle varie arti [235C] e la vergine Atena, la senza-madre, insieme con Zeus sul tutto presiede. Considerate dunque se noi non siamo superiori a voi in ciascuna di queste attività: dico nelle arti, nella saggezza, nell’intelligenza. E ciò sia se tu considerassi le attività rivolte al soddisfacimento di bisogni o quelle che hanno per oggetto l’imitazione del bello naturale: per esempio, la statuaria, la pittura, l’economia, la medicina, il cui dono ci viene da Asclepio e del quale ci sono sedi oracolari dappertutto sulla terra; sedi di cui dio ci ha dato di poter usufruire continuamente. Quando io sono stato malato, Asclepio ha guarito anche me molte volte, prescrivendomi dei farmaci; [235D] e Zeus mi è testimone di questi fatti. Se dunque, non essendoci consegnati allo spirito dell’apostasia noi stiamo molto meglio di voi quanto all’animo, quanto al corpo e quanto ai beni esteriori, in vista di cosa voi avete abbandonato i nostri beni e camminate verso quegli altri? [238A] E in cambio di che cosa neppure rimanete fedeli alle dottrine degli Ebrei, né avete care le leggi [238B] che Dio diede loro? Perché abbandonate le credenze dei vostri padri e vi consegnate a ciò che annunziarono dei profeti, discostandovi inoltre più dalle loro profezie che dalle nostre? Chi volesse esaminare a fondo la verità su di voi, troverebbe che la vostra empietà consta di un intreccio tra l’improntitudine Giudaica e l’indifferenza e la volgarità diffusa nei vari popoli. Avendo tratto fuori da entrambe le fonti non il meglio ma il peggio, vi siete intessuti una pretesta di mali. [238C] Presso gli Ebrei le procedure di legge per le cerimonie religiose sono molto dettagliate, ed essi hanno numerosissime prescrizioni rituali che abbisognano di un regime di vita e di una disposizione della proairesi entrambi sacerdotali. Poiché il legislatore vietò loro di servire tutti gli dei ad eccezione di uno soltanto, del quale “una porzione è Giacobbe e parte di eredità Israele”, ed avendo il legislatore detto non soltanto questo ma aggiunto, io credo, “non maledirai gli dei”; la sfacciataggine e l’ardire delle successive generazioni, volendo estirpare dalla massa del popolo ogni cautela, ritenne che al divieto di servire conseguisse l’ordine di bestemmiare. [238D] Questa, infatti, è la sola cosa che voi <Galilei> avete tratto dagli Ebrei giacché, quanto al resto, tra voi e loro non vi è più alcunché in comune. Dunque è da un’innovazione degli Ebrei che avete arraffato l’uso di bestemmiare contro gli dei che noi onoriamo. Avete così tenuto in nessun conto la pietà delle nostre cerimonie religiose e quella verso ogni sorta di superiore natura, così come l’amabilità delle tradizioni dei nostri padri, ed avete acquisito soltanto l’uso di mangiare di tutto come se si trattasse di verdura cruda qualunque. E se vale qui la pena di dire la verità, voi vi siete addirittura fatti un punto d’onore nell’esagerare la nostra volgarità. Questo, io credo, [238E] succede assai verosimilmente in tutti i popoli, e pertanto avete creduto opportuno di acconciare le vostre vite a quelle degli uomini da quattro soldi, cioè a quelle dei bottegai, dei gabellieri, dei ballerini e dei lenoni. [245A] Che fossero tali anche i Galilei che fin da principio accolsero per primi gli insegnamenti di Paolo e non soltanto i Galilei del giorno d’oggi, [245B] è ben evidente dalla testimonianza di Paolo stesso in una delle lettere che scrisse loro. Paolo, io credo, non era talmente svergognato da scrivere una caterva di rampogne contro coloro stessi ai quali si indirizzava; parole in seguito alle quali, visto che egli scrisse di loro anche una caterva di elogi, e tanto più se questi elogi erano per caso veri, c’era per lui da arrossire di vergogna. E parole in seguito alle quali, se invece si trattava di elogi falsi ed infondati, c’era per lui da sprofondare sottoterra, onde evitare di incappare nella piaggeria di un libertino e la servilità di un adulatore. Ciò che Paolo scrisse [245C] circa e contro coloro che avevano ascoltato le sue parole, è questo: “Non andate errando, voi adoratori di idoli, voi adulteri, voi debosciati, voi sodomiti, voi ladri, voi speculatori: né ubriaconi, né ingiuriosi, né rapinatori saranno eredi del regno di Dio. E non ignorate, fratelli, che anche voi eravate così. Ma siete stati lavati, siete stati santificati nel nome di Gesù Cristo”. Vedi come Paolo affermi che costoro erano gente del genere, ma che poi erano stati santificati e lavati, grazie ad un’acqua lustrale la quale è capace di ripulire e di penetrare fin nel fondo dell’anima? [245D] Eppure il battesimo non guarisce il lebbroso dalla lebbra, non elimina la scabbia, la vitiligine, le verruche, la podagra, la dissenteria, l’idropisia, i paterecci, nessuna aberrazione corporale né piccola né grande; ed invece estirpa dall’anima l’adulterio, le rapine e, insomma, tutte le iniquità? […] [253A] Ora, poiché i Galilei affermano di differire dai Giudei del giorno d’oggi, ma di essere in tutto e per tutto degli Israeliti in pieno accordo coi loro profeti, e di obbedire soprattutto a Mosè [253B] ed ai profeti che gli sono succeduti in Giudea, vediamo particolarmente in cosa i Galilei siano in accordo con questi profeti. Bisogna cominciare dalle parole di Mosè, giacché i Galilei affermano che Mosè stesso preannunciò la futura nascita di Gesù. Ordunque, Mosè non una volta sola, non due, non tre ma moltissime volte sollecita i suoi ad onorare un unico Dio soltanto, che egli chiama anche Dio sopra tutti, e mai in nessuna occasione ad onorare un altro Dio. [253C] Mosè nomina degli angeli, dei signori, ed anche numerosi Dei, ma singolare è soltanto il primo; ed egli non ne concepì mai un secondo, né uno simile, né uno dissimile, come invece voi Galilei avete inventato di sana pianta. Se esiste da qualche parte a vostra conoscenza una sola parola di Mosè su questa faccenda, siate così giusti da proferirla. Infatti l’affermazione “Il signore nostro Dio farà sorgere di tra i vostri fratelli un profeta come me: ascoltatelo”, certamente non parla della futura nascita del figlio di Maria. E seppure, per farvi una concessione, uno accettasse ciò; ebbene, Mosè afferma che il nascituro [253D] sarà simile a lui e non simile a Dio, un profeta come lui, nato da uomini e non da Dio. Ed anche il “Non mancherà un comandante discendente di Giuda, né un capo dello stesso sangue di questo” non è certamente detto di Gesù ma del regno di Davide, che terminò con il re Sedecia. Il testo della Scrittura può però essere inteso in due modi: “Fino a che giunga ciò che gli è riservato”; oppure in quest’altro, giacché voi <Galilei> ne avete fatto: “Fino a che venga colui al quale ciò è riservato”. È comunque evidente che quanto scritto non si confà a Gesù, [253E] giacché egli non è dalla stirpe di Giuda. E come potrebbe essere diversamente; visto che egli, secondo voi, non è figlio di Giuseppe ma è stato generato dallo Spirito Santo? Voi fate ascendere fino a Giuda la genealogia di Giuseppe, ma neppure questo siete stati capace di inventare come si deve, giacché Matteo e Luca, nel tracciarne la discendenza, sono in contrasto tra di loro. [261E] Ma poiché io intendo indagare l’esatta verità su ciò nel mio secondo trattato, rimandiamo la faccenda a dopo. Conveniamo pure che si tratti di un comandante della stirpe di Giuda: egli però non è “Dio da Dio”, come dite voi, né “Tutto fu fatto per mezzo di lui e nulla fu fatto senza di lui”. E nei Numeri è anche detto: “Sorgerà dalla stirpe di Giacobbe un astro, e un uomo dalla stirpe di Jesse”. Che ciò si attagli a Davide e alla sua discendenza è evidente, giacché Davide era figlio di Jesse. Se voi dunque cercherete una conclusione favorevole alla vostra tesi traendola dalle Scritture, mostratemi almeno una frase che a ciò si presti, la quale sia tratta di là donde io ne ho tratte moltissime. Quanto a legittimare il Dio di Israele quale unico Dio, Mosè afferma nel Deuteronomio: “Così che tu sappia che io sono il Signore Dio tuo, l’unico Dio, e che non ce n’è un altro all’infuori di lui”. [262B] E inoltre dice ancora: “E fissati bene in mente che questo Signore Dio tuo è Dio nell’alto dei cieli e in basso sulla terra, e che non c’è altro Dio all’infuori di lui”. E ancora: “Ascolta, Israele; il Signore Dio nostro è il solo Signore”. E ancora: “Vedete, Io sono e non vi è altro Dio all’infuori di me”. Queste sono pertanto le ripetute affermazioni di Mosè sull’esistenza di un solo Dio. Ma forse <i Galilei> replicheranno: “Ma neppure noi diciamo che ce ne siano due o tre”. Ed io invece dimostrerò loro che proprio questo stanno affermando, chiamando a testimone Giovanni quando dice: “In principio era la Ragione, [262C] e la Ragione era presso Dio, e Dio era la Ragione”. Vedi che Giovanni dice che era presso Dio? Che egli sia il figlio di Maria o qualcun altro - tanto per rispondere allo stesso tempo a Fotino - non fa qui alcuna differenza, ed io lascio a voi la disputa. Che invece Giovanni dica “presso Dio” e “in principio”; ecco, basta questa testimonianza. Come possono dunque queste parole essere in accordo con le parole di Mosè? Ma, affermano <i Galilei>, esse vanno d’accordo che quelle di Isaia. Dice infatti Isaia: “Ecco, la vergine avrà in seno e partorirà un figlio”. Anche se non è affatto detto, ammettiamo pure che ciò sia detto a proposito di un Dio. [262D] Ma per certo non è vergine la donna sposata, ed essa pertanto, prima di rimanere incinta, è già stata posseduta sessualmente dal suo sposo. Ma ammettiamo pure che si parli di Maria vergine: ebbene, la profezia dice forse che la vergine partorirà un Dio? Eppure voi non smettete un attimo di chiamare Maria ‘madre di Dio’. E quel che ha detto Giovanni: “Tutto fu fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla fu fatto”, può qualcuno di voi rintracciarlo tra le profezie? [262E] Quelle che invece vi mostro io, ascoltatele una dopo l’altra con le parole stesse dei profeti: “Signore Dio nostro, possiedici: al di fuori di te noi non riconosciamo altro Dio”. E il re Ezechia è rappresentato da essi mentre prega così: “Signore, Dio di Israele, che siedi sopra i Cherubini, tu sei l’unico Dio”. [276E] Questo Dio lascia forse spazio ad un secondo Dio? E se, secondo voi, la Ragione è Dio da Dio e procede dalla stessa sostanza del padre, perché invece chiamate ancora la vergine ‘madre di Dio’? Come può colei che è un essere umano come noi, partorire un Dio? Ed inoltre, quando Dio dice espressamente: “Io sono Dio e non esiste Salvatore all’infuori di me”, [277A] voi avete avuto l’ardire di chiamare ‘Salvatore’ il figlio di lei? [290B] Che Mosè denomini gli angeli ‘dei’, ascoltatelo dalle sue parole: “Vedendo dunque i figli di Dio [290C] che le figlie degli uomini erano belle, si presero per mogli quelle che fra tutte piacquero loro di più”. E poco dopo dice: “Di poi, quando i figli di Dio furono entrati nelle <viscere delle> figlie degli uomini, esse generarono loro della prole. Erano questi dei figli giganti, quegli eroi rinomati fin dai tempi antichi”. Che pertanto Mosè parli di angeli è evidente; e che non si tratti di una giustapposizione esteriore è manifesto dalla sua affermazione che da essi nacquero non uomini ma giganti. Infatti, se egli avesse creduto trattarsi di semplici uomini <alati> e non di padri d’una natura [290D] ben superiore e più potente, non avrebbe detto che da essi nacquero dei giganti, giacché a me sembra che la stirpe dei giganti riveli proprio il mescolamento del mortale con l’immortale. Dunque, chi cita l’esistenza di molti figli di Dio, i quali sono non uomini bensì angeli, se avesse conosciuto l’esistenza dell’unigenito Ragione-Dio, o figlio di Dio, o in qualunque altro modo vogliate chiamarlo, non l’avrebbe svelato agli uomini? [290E] È perché la riteneva una faccenduola di poco conto che Mosè riferisce queste parole di Dio su Israele: “Israele, figlio mio primogenito”? Perché Mosè non riferisce che Dio abbia pronunciato parole simili anche in riferimento a Gesù? Mosè insegnava che esiste un solo ed unico Dio, il quale ha molti figli che si sono ripartiti la cura dei vari popoli. Figlio primogenito di Dio, o Dio-Ragione, o qualche altra fandonia da voi successivamente impastata, Mosè non l’ha mai conosciuta né mai insegnata apertamente. Voi avete dunque ascoltato le parole di Mosè e degli altri profeti. [291A] Mosè ripete molte volte e in molte occasioni ammonimenti di questo genere. “Tu temerai il Signore Dio tuo, e renderai culto a lui soltanto”. Come mai, allora, Gesù è mostrato nei Vangeli in atto di comandare: “Andate ed insegnate a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, come se queste genti dovessero rendere culto anche a lui? Eppure, voi <Galilei> ragionate proprio in questi termini quando tributate onori divini, insieme col padre, anche al figlio […] Ascolta con quanti dettagli Mosè parli dei culti da rendere alle divinità che tengono lontani i mali: “Dal gregge degli animali da sacrificarsi per il rito espiatorio, il sacrificante prenderà due capri e un montone per l’olocausto. [299B] Per l’espiazione dei peccati, Aronne recherà seco il vitello sacrificale, e compirà il rito espiatorio per sé e per la sua casata. Di poi il sacrificante prenderà i due capri e li porrà al cospetto del Signore, presso la porta del Tabernacolo dell’Alleanza. Qui Aronne tirerà a sorte quale dei due capri sarà sacrificato al Signore, mentre l’altro diventerà il capro-espiatorio”, così da allontanarlo, dice Mosè, quale capro-espiatorio, lasciando che esso <e tutti i mali che porta con sé> si perda in luoghi isolati e deserti. Questo è il modo in cui viene allontanato il capro-espiatorio. Quanto all’altro capro, Mosè afferma: “Poi <Aronne> sgozzerà il capro [299C] al cospetto del Signore, in espiazione dei peccati di tutto il popolo, porterà un po’ di quel sangue al di là della cortina, spruzzerà del sangue alla base dell’altare, compirà il rito espiatorio sopra le sacre Scritture in espiazione delle sozzure dei figli di Israele, per le loro ingiustizie e per tutti i loro peccati”. [305B] Che Mosè conoscesse le varie procedure dei sacrifici rituali, è ben evidente da quel che sono venuto dicendo. E che egli, al contrario di voi, non giudicasse impuri quei sacrifici, ascoltatelo dalle sue stesse parole. “La gola che si ciberà delle carni degli animali sacrificati in onore del Salvatore, ossia del Signore, con qualche impurità addosso, sarà recisa dal suo popolo”. Tanta era la cautela di Mosè riguardo al cibarsi delle carni delle vittime sacrificali. [305D] Conviene a questo punto ricordarvi la questione che vi ho posto in precedenza, e per discutere la quale vi ho detto quel che vi sto dicendo. Ebbene: apostatando da noi, perché non tenete cara la legge dei Giudei e non vi attenete ai dettati di Mosè? Sicuramente qualcuno di vista acuta dirà che neppure i Giudei fanno sacrifici. Ma io ribatterò a costui che egli ha la vista terribilmente corta: in primo luogo perché voi <Galilei> non custodite in vita neppure uno degli altri rituali osservati dai Giudei; e in secondo luogo perché i Giudei sacrificano, almeno nelle loro dimore, anche al giorno d’oggi, mangiano tutte le carni consacrate, [306A] pregano prima del sacrificio, offrono la spalla destra quale primizia ai sacerdoti; ma, essendo stati privati del loro Tempio o, come essi dicono usualmente, del loro Santuario, è loro preclusa la possibilità di offrire a Dio le primizie delle vittime sacrificali. Ma allora voi <Galilei> che avete scoperto una nuova forma si sacrificio e che non avete più bisogno di Gerusalemme, in cambio di cos’altro non sacrificate più? [306B] So di avervi posto questa domanda una volta di troppo, poiché fin da principio io dissi che il mio scopo era quello di dimostrare che i Giudei concordano con tutti gli altri popoli, salvo che nella credenza dell’esistenza di un solo Dio. Questa è una credenza specificamente loro, che a noi è estranea. Quanto a tutto il resto, esso è comune anche a noi: templi, recinti sacri, altari, purificazioni, prescrizioni varie: tutte cose circa le quali non differiamo gli uni dagli altri per nulla o ben poco […] [314C] Quanto alla dieta, in cambio di che cosa non siete puri come lo sono i Giudei; e sostenete, come se si trattasse di verdura cruda qualunque, che si possa mangiare di tutto, fidandovi di Pietro il quale, sostengono <i Galilei>, disse: “Ciò che Dio ha purificato, tu non profanare”? Che prova c’è del fatto che ciò che un tempo Dio decretò essere immondo, [314D] ora egli l’abbia fatto diventare puro? Infatti, quando Mosè stabilì la distinzione tra i quadrupedi, affermò che tutti quelli che hanno l’unghia biforcuta e che ruminano, sono puri; mentre tutti quelli che non sono tali, sono impuri. Ora, se in seguito ad una fantasticheria di Pietro, il maiale è diventato adesso un ruminante, ubbidiamo pure a Pietro. Ma sarebbe davvero miracoloso se il maiale fosse diventato tale per una fantasticheria di Pietro. Se egli invece ha mentito affermando di avere avuto questa visione o, per dirla come dite voi, questo disvelamento, quand’era in casa del cuoiaio, [314E] perché fidarsi così rapidamente delle sue parole su una questione di tale importanza? Che cosa di tanto arduo vi ordinò Mosè, se vi vietò di mangiare, oltre ai maiali, anche certi volatili e certi pesci, dichiarando che anche questi ultimi animali erano da Dio stati esclusi e dichiarati impuri? [319D] Ma perché dilungarmi su quanto dicono i Galilei, quando basta vedere se le loro affermazioni abbiano un qualche valore? Essi sostengono infatti che dopo la prima legge, Dio ne istituì una seconda; e che la prima legge era valida per un’occasione circoscritta a tempi ben delimitati, mentre la seconda legge apparve appunto perché quella di Mosè risultava essere stata circoscritta a certi tempi e a certi luoghi. Che i Galilei a questo proposito stiano dicendo il falso, ve lo dimostrerò chiaramente, portandovi non dieci soltanto ma diecimila testimonianze [319E] nelle quali Mosè afferma che la legge è eterna. Ascoltate ora una citazione dall’Esodo: “Questo sarà per voi un giorno memorabile e lo celebrerete quale festa per il Signore, e per tutte le vostre generazioni future voi lo festeggerete come legge eterna. Fin dal primo giorno voi farete sparire ogni lievito dalle vostre case” […] A causa della loro straordinaria abbondanza, io ho evitato di citarvi molti altri passi di questo genere, dai quali si evince chiaramente che la legge di Mosè ha validità eterna. Adesso dimostratemi voi <Galilei> dove sia detto ciò che Paolo ebbe l’ardire di aggiungere, ossia che “perfezione della legge è Cristo”. Dove mai Dio annuncia agli Ebrei [320B] una legge diversa da quella vigente? Non esiste da nessuna parte, né esiste una rettifica qualunque della legge vigente. Ascolta di nuovo le parole di Mosè: “Non aggiungerete parola alcuna alle prescrizioni che io vi do, e neppure ne toglierete alcuna da esse. Custodite le prescrizioni del Signore Dio vostro, quante io oggi vi prescrivo”, e poi, “Sia stramaledetto chiunque non le osserva tutte quante”. Voi <Galilei> avete invece ritenuto che fosse poca cosa togliere o aggiungere qualche parola a quanto è scritto nella legge, e che invece il violentarla completamente fosse cosa ben più virile [320C] e magnanima, non a fine di verità bensì con l’occhio alla persuasività della vostra opera sulle masse […] [327A] Ma voi <Galilei> siete una tal malasorte d’uomini da non essere rimasti fedeli neppure al lascito dottrinario degli Apostoli; sicché i loro insegnamenti sono stati travisati in peggio e in qualcosa di più empio dai loro successori. Infatti né Paolo, né Matteo, né Luca, né Marco hanno mai avuto l’ardire di affermare che Gesù è Dio. Invece il buon Giovanni, [327B] quando si accorse che in molte città, sia dell’Italia che della Grecia, una gran folla di persone era stata ormai infettata da questa malattia; e poiché inoltre sentiva dire, io credo, che i sepolcri di Pietro e di Paolo erano già oggetto di venerazione, sebbene in segreto, - ma comunque questo si mormorava, - per primo ebbe l’ardire di affermarlo. Dopo avere detto poche parole su Giovanni Battista, egli ritorna infatti di nuovo su quello che proclama essere Ragione, e afferma: “E la Ragione si fece carne e dimorò tra di noi”. Il come però ciò sia avvenuto <Giovanni> lo tace, perché se ne vergogna. Comunque, finché parla riferendosi a Dio e alla Ragione, in nessun momento egli denomina la Ragione ‘Gesù’ oppure ‘Cristo’; [327C] ma poi pian piano e come di soppiatto cambia musica ed afferma che è Giovanni Battista a testimoniare su Gesù Cristo che questi è colui che bisogna credere essere Dio-Ragione. [333B] Che Giovanni Battista dica questo di Gesù Cristo, io non lo contesto; sebbene paia ad alcuni non credenti che Gesù Cristo [333C] è altri da colui che Giovanni proclama essere la Ragione. Ma non è così; giacché colui che proprio Giovanni chiama Dio-Ragione è lo stesso che fu riconosciuto da Giovanni Battista essere Gesù Cristo. Considerate dunque con quanta cautela, piano piano e di soppiatto, egli dia il tocco finale a questo dramma dell’empietà; e come sia talmente scaltro e ingannatore da coprirsi le spalle aggiungendo: “Nessuno ha mai visto Dio. Soltanto il Figlio suo unigenito, colui che sta in grembo al Padre, l’ha visto e ce lo ha fatto conoscere”. [333D] Dunque è costui il Dio-Ragione che si è fatto carne, il Figlio unigenito, colui che sta in grembo al Padre? E se è costui, come io credo, anche voi avete certamente visto Dio. Giacché egli “dimorò tra di voi e voi ne avete visto la gloria”. Perché mai, dunque tu soggiungi che nessuno ha mai visto Dio? Voi Dio l’avete visto, pur se non era il Dio-Padre ma era il Dio-Ragione. Se invece uno è il Figlio unigenito ed un altro è il Dio-Ragione, come ho sentito affermare da alcuni della vostra setta, sembra che neppure Giovanni abbia avuto l’ardire di sostenerlo. [335B] L’origine di questo male va dunque fatta risalire a Giovanni, ma chi sarebbe capace di esprimere tutto l’abominio e l’orrore che merita quanto voi <Galilei> vi siete inventati nel prosieguo, aggiungendo sempre nuovi e freschi cadaveri all’antico cadavere? Voi avete riempito la terra di tumuli sepolcrali, [335C] sebbene in nessuna delle vostre Scritture vi sia detto di aggirarvi in continuazione tra i tumuli e di averne cura. E siete giunti ad un tale livello di depravazione da credere che non si debba al riguardo neppure più prestare ascolto alle parole di Gesù di Nazareth. Ascoltate dunque cosa egli dice circa i sepolcri: “Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché voi siete simili a tumuli bianchi di calce. Dal di fuori il tumulo appare gradevole alla vista, ma nel didentro è pieno di ossa di morti e d’ogni immondezza”. [335D] Se dunque Gesù disse che di immondezza sono pieni i tumuli, come potete voi invocare Dio stando sopra di essi? […] [339E] Se così stanno le cose, a che pro voi vi aggirate in continuazione tra i sepolcri? Volete sentirvi dire la causa di ciò? Io non la direi neppure, ma è il profeta Isaia a dirvela: “Essi si coricano tra i sepolcri e nelle spelonche per avere i sogni premonitori”. [340A] Considerate dunque quanto antica sia presso i Giudei questa pratica magica, ossia quella di dormire tra i sepolcri per avere sogni premonitori. Ed è verosimile che anche i vostri apostoli, dopo la morte del maestro, l’abbiano praticata, e che fin dal principio l’abbiano tramandata ai primi fedeli, e che poi questi con più arte di voi la praticassero e mostrassero pubblicamente a coloro che andavano loro dietro, i luoghi dove mettere in pratica simile abominevole esercizio di magia. [343C] Voi <Galilei> però, ciò che Dio, attraverso le parole di Mosè e dei profeti, mostrò fin dal principio di abominare, lo praticate; e invece rifiutate di condurre all’altare le vittime sacre e di sacrificarle. Facciamo così, rispondono <i Galilei>, perché il fuoco non discende su di esse dal cielo, come quello che consumava i sacrifici offerti da Mosè. [343D] Ma ciò accadde una sola volta nel caso di Mosè, ed accadde di nuovo soltanto dopo molti anni nel caso di Elia di Tesbe. Inoltre, lo stesso Mosè crede che il fuoco necessario si debba portare sul luogo del sacrificio da un altro luogo; ed il patriarca Abramo, lo credeva ancor prima di lui, come dimostrerò tra breve […] [346E] E di esempi non c’è questo soltanto, ma anche quello delle primizie offerte a Dio dai figli di Adamo. Dice infatti la Scrittura: “Dio ebbe riguardo per Abele e per i suoi doni, [347A] ma non prestò invece attenzione alcuna a Caino ed alle sue offerte sacrificali. Ciò afflisse moltissimo Caino, e il suo sguardo si abbassò verso terra. Allora il Signore Dio disse a Caino: ‘Perché sei così afflitto e perché hai abbassato lo sguardo verso terra? Tu allora peccheresti, non quando portassi qui le offerte sacrificali come io ho comandato, ma quando tu non avessi trascelto quelle che io ho comandato”. Morite dalla voglia di ascoltare quali fossero le primizie offerte dai due fratelli? “Qualche giorno dopo avvenne che Caino portò in offerta sacrificale al Signore dei frutti della terra, mentre Abele portò [347B] dei primogeniti dei suoi greggi, e dei più grassi”. Si, va bene, afferma qualcuno, ma dicendo: “Tu allora peccheresti, non quando portassi qui le offerte sacrificali come io ho comandato, ma quando tu non avessi trascelto quelle che io ho comandato”, Dio biasimava di Caino non l’offerta sacrificale in sé, bensì la scelta delle vittime offerte. Ebbene il qualcuno che mi parlò così, è uno dei vostri vescovi più sapienti. Ma questa sua risposta ingannava innanzitutto lui stesso e poi tutti gli altri. Infatti, richiesto da me di spiegare in che modo la scelta di Caino di offrire per il sacrificio dei frutti della terra fosse biasimevole, il vescovo non sapeva come uscirne e neppure poteva zittirmi con una freddura. Vedendo dunque che non sapeva che pesci pigliare, [347C] io gli dissi: “Dio ha rettamente biasimato proprio ciò che tu affermi, giacché pari era lo slancio di entrambi i fratelli ed entrambi concepivano che si dovessero offrire doni e vittime sacrificali a Dio. Ma nel trascegliere, uno colse il bersaglio mentre l’altro lo mancò. Come e in che modo? Poiché di tutte le cose che esistono sulla terra, alcune sono animate ed altre sono inanimate, e per il Dio vivente e che è causa di vita, quelle dotate di animo sono ben più degne di onore di quelle che sono prive di animo, in quanto partecipano della vita ed hanno un animo più vicino al suo. È per questo che Dio si compiacque assai di colui che gli offriva un sacrificio perfetto”. [351A] Adesso ho da rivolgere <ai Galilei> un’altra domanda: ‘Perché voi non praticate la circoncisione?’ ‘Paolo’, essi rispondono, ‘ha detto che è la circoncisione del cuore e non della carne quella che è stata prescritta al credente Abramo. Di sicuro Paolo non intendeva la circoncisione della carne, e bisogna credere alle parole nient’affatto empie pronunciate da lui e da Pietro’. Allora tu riascolta bene le parole della Scrittura nelle quali è detto che è la circoncisione della carne quella che Dio impose ad Abramo quale patto di alleanza e segno di riconoscimento: [351B] “Questo è il patto di alleanza tra me e te, che tu osserverai e che osserverà tutta la tua discendenza di generazione in generazione. Voi tutti circonciderete la carne del vostro prepuzio, e questo sarà il segno del patto di alleanza tra me e te, e tra me e tutta la tua discendenza”. […] Pertanto, poiché <Gesù> ordinò senza alcuna ambiguità la convenienza di osservare la legge e minacciò pene per chi trasgredisse anche uno solo dei comandamenti della legge, che modo troverete voi per difendervi, voi che avete trasgredito tutti quanti quei comandamenti insieme? Infatti, o è Gesù che ha detto cose false, oppure siete voi che sempre e in ogni modo non avete osservato la legge. [351D] Mosè afferma: “La circoncisione sarà quella della tua carne” [354A] Ma <i Galilei> fraintendono queste parole e affermano: “Noi ci circoncidiamo i cuori”. Benissimo; dunque tra di voi non esiste alcun malfattore, alcun depravato, giacché sono così i cuori circoncisi da voi. Poi, sempre loro, dicono: “Noi non possiamo osservare gli azimi e celebrare la Pasqua, poiché Cristo fu sacrificato una volta sola e lo fu per tutti noi”. Bene; dunque egli vi ha vietato di mangiare pani azimi. Eppure, per gli dei, io sono uno di coloro che si tengono lontani dal celebrare le festività dei Giudei, [354B] ma che sempre si prostra dinanzi al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, i quali erano Caldei, stirpe legata al sacro e ai culti divini, che impararono la circoncisione quando erano stranieri in terra d’Egitto. Essi veneravano un Dio il quale verso di me personalmente e verso coloro che gli rendono il culto che gli rendeva Abramo, è sempre stato ben disposto, grande davvero e potente, ma che nulla ha a che fare con voi <Galilei>. Voi infatti non imitate Abramo, innalzando a Dio degli altari, edificando are per i sacrifici, [354C] onorandolo con cerimonie sacre, come faceva lui. [356C] Abramo sacrificava, come facciamo anche noi <Greci>, spesso e costantemente; si serviva della mantica legata alle stelle cadenti: costume, anche questo parimenti Greco; ed ancor più praticava la mantica legata al volo degli uccelli, per la quale aveva in casa un soprintendente che ne conosceva il simbolismo. [356D] E se qualcuno di voi non crede a ciò che dico, le parole dette da Mosè a questo proposito glielo dimostreranno chiaramente: “Dopo questi avvenimenti, la parola del Signore scese su Abramo in un sogno notturno: ‘Non temere, Abramo; io sono il tuo scudo, e la ricompensa per te sarà estremamente numerosa’. Allora Abramo chiese: ‘Padrone mio, che cosa mi darai? Io sto per morire senza figli, e il figlio della mia serva Masec sarà il mio unico erede’. Ed ecco che la voce di Dio scese sopra di lui dicendo: ‘Non sarà colui ad essere tuo erede, ma uno che discenderà proprio da te ad essere tuo erede’. Poi la voce lo condusse fuori casa [356E] e gli disse: ‘Guarda verso il cielo e conta il numero delle stelle, e vedi se sei capace di numerarle’. Poi aggiunse: ‘Così numerosa sarà la discendenza dal tuo sperma’. Ed Abramo credette a Dio, è ciò gli fu conteggiato quale opera di giustizia”. A questo punto ditemi voi perché mai l’angelo, o il dio, che interloquiva con lui, lo fece uscire di casa e gli indicò gli astri nel cielo. Forse perché Abramo, stando in casa, non sapeva [357A] quanto grande sia la moltitudine degli astri che di notte sempre ci appaiono scintillanti? Io credo, invece, che egli lo fece perché voleva mostrargli le stelle cadenti, così da offrire ad Abramo, quale conferma evidente delle proprie parole, il decreto celeste che tutto sancisce e manda ad effetto. [358C] E se qualcuno concepirà forzata una siffatta interpretazione, ebbene io gliela comproverò aggiungendo le parole che nella Scrittura si leggono subito dopo: “Allora gli disse: ‘Io sono il Dio che ti ha tratto fuori dal paese dei Caldei, per darti questa terra in retaggio’. E lui disse: ‘Signore e padrone mio, [358D] come farò a riconoscere d’avere avuto questa terra in retaggio?’ Ed egli rispose: ‘Offrimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e una colomba’. Abramo portò tutte queste offerte; tagliò nel mezzo i tre animali e bipartì ciascuno in due metà esatte che poi dispose una di fronte all’altra; ma non uccise i due uccelli né operò su di essi tale dicotomia. Discesero allora gli uccelli sopra le carcasse divise in due metà, ed Abramo sedette tra di esse”. Voi vedete che la predizione dell’angelo, o del dio, apparso, fu rafforzata dalla mantica legata al volo degli uccelli, e come la profezia fu convalidata non alla leggera, come accade tra di voi <Galilei>, ma per il tramite di sacrifici rituali? [358E] Ciò vuol dire che con il volo degli uccelli Dio dimostrò ben salda la sua promessa. Dio inoltre approva la fede di Abramo, ma aggiunge che una fede che non si appoggia sulla verità appare essere una sorta di sciocca stupidità; giacché non si può sapere la verità da mere parole, ma bisogna che alle parole si accompagni un segno evidente, presentandosi il quale ci sarà la garanzia dell’avverarsi della predizione del futuro. […] [351D] L’unico pretesto che rimane a voi Galilei per la vostra infingardaggine in argomento, è che non vi sia permesso di sacrificare una volta usciti da Gerusalemme; [344C,D] seppure Elia abbia sacrificato quand’era sul Monte Carmelo e non nella città santa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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