DIONE CRISOSTOMO

 

 

 

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Fino a questo punto i presenti avevano prestato attenzione ai discorsi dei due come a cose dette non tanto sul serio quanto per scherzo.
Dione Crisostomo ‘Orazioni’ - XV, 23

13A DIONE CRISOSTOMO

Orazione n. 1

ΠΕΡΙ  ΒΑΣΙΛΕΙΑΣ Α (Frammento § 49-84)

SULLA REGALITA' ovvero Il mito di 'Eracle al bivio'

 

[49] Quindi se tu [l’Imperatore Traiano] volessi ascoltare il racconto di un mito, - o piuttosto un divino e salutare discorso sotto forma di mito -, forse non ti apparirà fuori luogo, - ora o in seguito quando lo ponderai tra te e te -, quello che io una volta udii raccontare da una donna dell’Elide o dell’Arcadia e che narrava di Eracle. [50] Quando infatti mi capitò di essere condannato all’esilio, - e grande è la mia gratitudine verso gli dei, giacché in questo modo essi non permisero che io fossi testimone oculare di molti atti di ingiustizia -, visitai il maggior numero di paesi che mi fu possibile, ora tra i Greci, ora tra i popoli barbari, avendo l’aspetto e la veste di un mendicante,

‘chiedendo un tozzo di pane, non daghe e lebeti’.

[51] Una volta giunsi nel Peloponneso, e solendo io non avvicinarmi mai alle città, indugiavo nelle aperte campagne di quella terra ricchissima di storia, mescolandomi ai pastori e ai cacciatori, tutta gente generosa e di costumi semplici. [52] Un giorno, camminando a piedi da Erea verso Pisa lungo le rive dell’Alfeo, fino ad un certo punto riuscii a seguire la strada, ma poi mi imbattei in una zona selvosa e in un terreno disagevole, dove numerosi sentieri conducevano a pascoli di buoi e di greggi e dove, non incontrando nessuno a cui chiedere informazioni, in pieno meriggio smarrii la strada e cominciai a vagare qua e là. Vedendo infine su una altura una fitta macchia di querce che aveva l’aspetto di un bosco sacro, mi diressi verso di essa nella speranza di intravedere da quell’altezza una strada o qualche casa. [53] Ci trovai delle pietre accostate una all’altra piuttosto sommariamente; delle pelli di animali, vittime sacrificali, appese ai rami degli alberi; delle clave e dei bastoni, evidentemente tutti doni votivi di pastori; e poi, seduta poco più lontano, una donna robusta e d’alta statura, d’età piuttosto avanzata e che indossava, per il resto, una rozza veste ed aveva lunghe trecce canute che le scendevano sulle spalle. [54] A lei richiesi le notizie di cui avevo bisogno ed ella, molto volentieri e con grande amabilità, esprimendosi in dialetto dorico, mi disse che il luogo era sacro ad Eracle; che, quanto a sé, aveva un figlio pastore, e che spesso era lei a pascolare le pecore. Aggiunse inoltre che la Madre degli Dei le aveva concesso il dono della divinazione e che tutti i pastori e gli agricoltori dei dintorni la consultavano circa la riproduzione e la salvaguardia dei coltivi e degli armenti. [55] Poi continuò: “E tu pure sei giunto qui non per caso, ma guidatovi da sorte divina; ed io non permetterò che tu ti allontani come se niente fosse”. Dopodiché profetizzò che il tempo del mio vagabondare e della mia disgrazia non sarebbe più durato a lungo, né per me né per il resto del genere umano. [56] Queste parole ella le pronunciava non come fa la maggior parte delle donne e degli uomini divinamente ispirati, ossia ansimando, roteando il capo e sforzandosi di lanciare terribili sguardi, bensì con piena padronanza dei propri gesti e dei propri pensieri. “Un giorno”, mi diceva, “incontrerai un uomo potente, il quale governa un vastissimo territorio e molti popoli. A costui non peritarti di riferire questo mito, pur se taluni prendessero a spregiare le tue parole come ciarle di un vagabondo; [57] giacché i discorsi degli uomini e tutti i loro ragionamenti capziosi nulla valgono se paragonati al pensiero ispirato e alla voce profetica che proviene dagli dei. Infatti, tutti quanti i discorsi saggi e veritieri che si fanno circa gli dei e l’universo, nacquero nell’animo degli uomini per divina deliberazione e sorte, e presero poi forma nelle parole dei profeti e dei santuomini di un tempo. [58] Per esempio, si racconta che Orfeo fosse un figlio delle Muse, e che sia nato in Tracia; e che un altro, un pastore, su una certa montagna della Beozia abbia udito la voce delle Muse in persona. Quanti, invece, né invasati né ispirati da una potenza sovrumana, hanno messo in circolazione come veritieri dei discorsi nati unicamente dalla loro immaginazione, sono soltanto individui stravaganti e malvagi. Ascolta dunque questo mito, con le orecchie bene aperte e con ogni attenzione, in modo da ricordarlo dettagliatamente e quindi riferirlo a colui che ti ho detto incontrerai. Il mito ha a che fare con il dio presso il quale ora ci troviamo”.

Qui comincia il racconto di ‘Eracle al bivio’ così come lo riferisce Dione Crisostomo

[59] “Eracle era, come tutti dicono, figlio di Zeus e di Alcmena, ed era re non soltanto di Argo ma di tutta quanta la Grecia. (La maggior parte della gente non sa che egli viaggiava di continuo, impegnato com’era in spedizioni militari a difesa del proprio regno. Tale gente afferma che a regnare era allora Euristeo, ma queste che essa racconta sono soltanto panzane). [60] Ed egli era non soltanto re della Grecia ma regnava su tutta la terra illuminata dal sole, dal suo sorgere al suo tramontare, essendo re di tutti quanti gli uomini presso i quali esistono templi di Eracle. [61] Egli era stato educato alla semplicità, non alla scaltrezza né, per di più, alle sofisticherie e all’affarismo illimitato, che sono propri degli uomini guidati da un malvagio demone. Di Eracle raccontano anche questo: ossia che se ne andasse in giro nudo, con indosso soltanto la pelle di un leone e una clava. [62] La gente dice così perché egli non faceva alcun conto dell’oro, né dell’argento né delle vesti preziose; anzi, tutte queste cose egli le riteneva di nessun valore, eccetto che servissero quali oggetti da regalare o da accettare quali donativi. Pertanto egli fece dono a molti, non soltanto di illimitate quantità di denaro, di terre, di mandrie di cavalli e di buoi, ma pure di regni e di intere città. Egli era infatti convinto che tutto fosse suo e non proprietà d’altri, e che dai suoi doni gli sarebbe derivato il benvolere di coloro che li avevano ricevuti. [63] Falso è anche quel che la gente racconta, ossia che egli andasse in giro da solo e senza un esercito. Non è infatti possibile radere al suolo intere città, rovesciare individui tirannici, dettare ordini a tutti e dappertutto, senza avere delle forze armate. Il fatto è che Eracle si impegnava in prima persona, era d’animo coraggioso, di fisico poderoso e sopportava la fatica più di chiunque altro: questo è il motivo per cui la gente sosteneva che egli si spostasse a piedi da solo, e che da solo effettuasse qualunque impresa volesse. [64] Suo padre Zeus, inoltre, si prendeva gran cura di lui, facendogli sorgere nobili impulsi e indirizzandolo alla conversazione con uomini virtuosi. Gli segnalava anche ciascuna impresa da compiere, attraverso il volo degli uccelli, gli olocausti ed ogni altra forma di divinazione. [65] Egli vedeva bene che il figlio voleva governare popoli, e che la sua non era smania di piaceri né avidità di guadagno, - che sono invece le cose per cui la maggior parte degli uomini ama il governo -, bensì di compiere, al meglio delle sue capacità, il maggior numero possibile di belle imprese e di fare del bene al maggior numero possibile di uomini. Egli, dunque, era ormai certo della nobile natura del figlio, e tuttavia non sottovalutava la sua parte mortale: il fatto, cioè, che tra gli uomini esistono molti esempi paradigmatici di malvagità, di effeminatezza e di impudenza; e che molti uomini, anche contro la loro volontà, sviano e gettano al vento le loro ottime doti naturali di intelligenza. Tirate le somme, Zeus diede ad Ermes istruzioni su cosa fare e lo mandò dal figlio. [66] Arrivato a Tebe, città nella quale Eracle era allevato da giovanetto, Ermes gli rivelò chi fosse e da chi fosse stato mandato. Poi lo prese con sé e lo guidò lungo una strada segreta ed impercorribile agli uomini, finché giunsero alla sommità di un monte cospicuo e assai alto, i cui fianchi erano paurosamente scoscesi, con precipizi a perpendicolo e circondato torno torno dalla profonda forra di un fiume, dal quale salivano tremendi boati ingigantiti dall’eco. A chi guardava dal basso verso l’alto, la vetta appariva una sola; ma in verità essa era doppia poiché, per quanto radicate su una sola base, le due vette erano assai distanti una dall’altra. [67] Una delle due cime si chiamava Cima Reale, ed era sacra a Zeus Re; l’altra, la Cima del Tiranno, aveva preso questo soprannome dal gigante Tifone. Dal di fuori vi erano due vie di accesso alle cime. Quella che conduceva a Cima Reale era una via sicura ed ampia, sicché il raggiungere la cima attraverso di essa non presentava pericoli né inciampi per chi vi si inoltrava su di un carro, beninteso se ciò gli fosse stato permesso dal sommo degli dei. L’altra via era invece angusta e con curve strettissime, sicché la maggior parte di coloro che si avventuravano a percorrerla periva, cadendo giù dai precipizi e nella corrente del fiume. Questo accadeva perché, io credo, lo sceglierla significava trasgredire la giustizia. [68] Ora, come ho appena detto, quando fossero viste da molto lontano, alla maggior parte delle persone le due vette apparivano essere una sola ed identica vetta; e tuttavia la Cima Reale superava talmente in altezza l’altra, da starsene al di sopra delle nuvole, nel puro etere, mentre l’altra se ne stava molto più in basso, ed intorno ad essa si ammassavano le nubi, sicché era caliginosa ed avvolta nelle tenebre. [69] Condottolo dunque lassù, Ermes gli mostrò e gli chiarì la natura del luogo; ed Eracle, in quanto giovanetto ambizioso, ebbe l’ardente desiderio di vedere da vicino le due cime interne del monte e i loro abitanti. Allora Ermes gli disse: ‘Seguimi, così che tu possa osservare chiaramente con i tuoi occhi la differenza tra le due cime, anche negli aspetti che sfuggono ai dissennati’. [70] Quindi lo condusse dapprima verso la cima della vetta più alta, e qui gli mostrò una donna seduta su uno splendido trono. La donna era grande, di bell’aspetto, abbigliata con una veste bianca. Aveva in mano uno scettro né d’oro né d’argento, ma di un materiale di qualche altra natura, puro e molto più luminoso di essi; ed appariva, insomma, tal quale i pittori sogliono dipingere Era. [71] Il suo volto era al contempo raggiante e solenne, sicché tutti i virtuosi traevano coraggio dal solo guardarla; mentre nessun vizioso poteva ardire di guardarla, non più di quanto chi ha la vista debole riesca a guardare in alto il sole mentre percorre la sua orbita circolare. Composto e sempre simile appariva alla vista il suo aspetto, e il suo sguardo non vagava qua e là. [72] Un profondo, religioso silenzio ed una quiete ininterrotta pervadevano il luogo, il quale era pieno d’ogni sorta di frutti e d’animali d’ogni genere in pieno vigore. A enormi mucchi si trovavano poi in quel luogo oro, argento, bronzo e ferro; ma non c’era pericolo che la donna prestasse attenzione o si deliziasse dell’oro, bensì piuttosto dei frutti e degli animali. [73] Vedendola, Eracle gioì e arrossì, rendendole quell’onore e quella venerazione che un figliolo dabbene rende ad una nobile madre. Chiese quindi ad Ermes che divinità fosse ed Ermes gli rispose: ‘Chi hai dinnanzi è sua beatitudine la Divina Regina, progenie di Zeus Re’. Eracle se ne rallegrò ed in sua presenza si fece coraggio, sicché chiese nuovamente chi fossero le donne che erano in sua compagnia. ‘Chi sono?’ domandò ‘e come sono piene di decoro, eleganti e virili d’aspetto!’ [74] ‘Quella’, gli rispose Ermes, ‘seduta alla sua destra e che ti sta lanciando occhiate ardenti e benigne è la Giustizia, la quale sfolgora d’una bellezza suprema e lampante. Accanto a lei c’è la Legalità, la quale è similissima alla Giustizia e poco differente da lei nell’aspetto. [75] Quella che sta alla sua sinistra, la donna di straordinaria avvenenza, abbigliata con grazia e placidamente sorridente, è quella che chiamano Pace. Quello poi che sta accanto alla Regina e appena davanti allo scettro regale, quell’uomo vigoroso, canuto e pieno di dignità, si chiama Legge, ma viene anche chiamato Retto Discorso, Consigliere, Coadiutore, e senza di lui le donne nulla hanno il diritto di effettuare né di pensare’. [76] Udendo queste parole e vedendo queste persone, Eracle ne fu deliziato e pose ogni attenzione a non scordare in futuro neppure il minimo particolare di esse. Quando poi scesero da lassù e giunsero all’ingresso della cima del Tiranno: ‘Guarda qui’, disse Ermes ad Eracle, ‘questa è la cima dell’altra vetta; quella di cui la maggior parte della gente è innamorata. Ed è a suo proposito che gli uomini si creano preoccupazioni e fastidi in gran quantità e d’ogni sorta, e così diventano assassini, disgraziati loro!, e i figli spesso tramano insidie contro i genitori, e i genitori contro i figli, e i fratelli contro i fratelli, e bramano ardentemente e beatificano quello che è invece il sommo dei mali: l’unione di potere e demenza’. [77] Di poi gli fece notare tutte le particolarità della strada di ingresso. Questa appariva alla vista una sola, ed era all’incirca tal quale l’ho descritta in precedenza. Era pericolosa in quanto bordeggiava i precipizi, e diventava anche nascosta ed invisibile scomparendo in numerose gallerie. Ma l’intera regione era bucherellata, percorsa torno torno da vie e cunicoli scavati sottoterra che arrivavano, io credo, fin sotto lo stesso trono del Tiranno. Tutti gli accessi e i sentieri erano imbrattati di sangue e pieni di cadaveri. Ermes non guidò Eracle attraverso nessuno di tali cunicoli sotterranei ma lungo la strada esterna e più pulita in quanto, io credo, Eracle doveva essere un mero spettatore. [78] Entrati che furono, essi ebbero subito la visione della Tirannide. Ella era seduta in alto, e a bella posta faceva in modo di apparire in tutto e per tutto simile nell’aspetto alla Regina; e però,  come riteneva lei, una Regina accomodata su un trono più grandioso e più splendido, adorno com’era di innumerevoli immagini intagliate nel legno, ma anche lavorate artisticamente in oro, in avorio, in ambra, in ebano, e reso vario dalla presenza d’ogni sorta di colori. La base del trono non era tuttavia sicura né stabilmente fissata, per cui esso risultava non immobile, bensì mobile e vacillante. [79] Null’altro appariva però disposto in bell’ordine e con eleganza; anzi, tutto il resto sembrava suggerire soltanto vanagloria, ostentazione e lusso. Molti erano gli scettri, molte le tiare e i diademi da porre sul capo. La Tirannia pensava poi di imitare il carattere della Regina, ma invece dell’amichevole sorriso di quest’ultima, ne aveva sulle labbra uno meschino e ingannevole; e invece di uno sguardo solenne, lanciava intorno a sé occhiate torve e selvatiche. [80] Per apparire una persona d’alto sentire, ella non guardava mai in faccia quanti l’avvicinavano, ma teneva lo sguardo sopra le loro teste in segno di spregio; e perciò era odiosa a tutti e tutti ella ignorava. Quand’era seduta non riusciva a stare ferma, si guardava attorno in continuazione e sovente si alzava dal trono. In modo vergognoso soleva custodire in seno un po’ d’oro, ma poi per paura d’esserne derubata lo gettava di nuovo nel mucchio; dopo di che ghermiva qualunque oggetto d’oro qualcuno di quanti le passavano accanto avesse, anche il più insignificante. [81] Il suo abbigliamento era di vari colori, essendo in parte color porpora, in parte scarlatto, e in parte ancora zafferano; e si intravedevano anche molte chiazze di bianco o d’altro colore a seconda dei pepli sottostanti, giacché il manto appariva strappato in più punti. Anche il suo viso prendeva colori diversi, a seconda che ella fosse preda della paura, dell’ansia, della diffidenza o dell’ira. Quand’era preda di un’afflizione, la si vedeva servilmente prostrata; e quando invece era preda di un piacere, la si vedeva essere al settimo cielo. In certi momenti aveva sul viso una risata convulsa e sguaiata, e poi subito dopo un pianto inconsolabile. [82] Anche attorno a lei c’era una schiera di donne, per nulla simili, però, a quelle delle quali ho parlato a proposito della Regina. Queste si chiamavano Crudeltà, Oltraggio, Illegalità, Guerra Civile, le quali tutte l’avevano rovinata e traviata nel peggior modo possibile. Invece di Amicizia era presente Adulazione, donna servile e nemica della libertà, capace di tramare insidie non meno di tutte le altre presenti; anzi, la più zelante di tutte nella ricerca della distruzione. [83] Dopo che Eracle ebbe osservato a sufficienza tutte queste cose, Ermes gli chiese quale delle due cime fosse stata di suo maggior gradimento e quale delle due donne. ‘È l’altra’, gli rispose Eracle, ‘quella che ammiro e che amo. Ella mi sembra davvero una divinità degna di emulazione e d’essere stimata beata. Quest’altra che abbiamo vista per seconda, la ritengo invece odiosissima e luridissima, una che con grandissimo piacere scaraventerei giù da questa cima e farei scomparire’. Ermes allora lodò le parole di Eracle e le riferì a Zeus. [84] Zeus quindi delegò ad Eracle il compito di regnare su tutto il genere umano, poiché si era dimostrato davvero all’altezza di questo compito. Pertanto, laddove vedesse, sia presso i Greci che presso i barbari, una tirannia o un tiranno, Eracle li castigava e li toglieva di mezzo; e dove invece vedesse un regno e un re, rendeva loro onore e li proteggeva”.“Per questo motivo”, affermava ancora la donna, “Eracle era chiamato ‘Salvatore’ della Terra e degli uomini; non perché difendesse questi ultimi dalle fiere - quanto danno avrebbero mai potuto fare un leone o un cinghiale? - ma perché castigava gli uomini belluini e malvagi, ed annientava ed azzerava il potere dei tracotanti tiranni”.
Ed egli lo fa ancora oggi e ti [a te, l’Imperatore Traiano] viene in aiuto e fa da custode del tuo governo, almeno fino a che tu continuerai a comportarti da re.

 

Orazione n. 8

ΔΙΟΓΕΝΗΣ  Η  ΠΕΡΙ  ΑΡΕΤΗΣ

DIOGENE ovvero SULLA VIRTU'

Quando fu scacciato da Sinope, sua patria, Diogene giunse ad Atene come un miserabile pezzente qualsiasi, ed ebbe modo di incontrare parecchi di coloro che erano stati compagni di Socrate: qui, infatti, vi erano ancora Platone, Aristippo, Eschine, Antistene ed Euclide di Megara, mentre Senofonte era stato esiliato a causa della sua partecipazione alla campagna militare di Ciro in Asia. Ben presto Diogene concepì un giudizio del tutto negativo degli altri e scelse di frequentare il solo Antistene, lodando non lui ma i discorsi che faceva, giacché li riteneva gli unici veritieri e capaci di giovare davvero ad un uomo. [2] Accadeva però che talvolta, paragonando l’uomo ai discorsi che faceva, Diogene contestasse Antistene come ‘mollaccione’ e per ingiuriarlo lo chiamasse ‘trombone’, giacché non percepiva la fortissima eco delle parole che lui stesso pronunciava. Per parte sua, quando udiva questi insulti Antistene li sopportava di buon grado, giacché nutriva una straordinaria ammirazione per l’indole di quest’uomo. [3] Per difendersi dall’accusa di essere un trombone, Antistene soleva quindi dire che Diogene era simile alle vespe; giacché piccolo è il rumore che fanno le loro ali, mentre il loro pungiglione è acutissimo. Egli si rallegrava comunque assai della franchezza di parola di Diogene, come si rallegrano gli esperti cavalieri i quali, qualora imprendano ad addestrare un cavallo focoso, ma per il resto pieno di vigore e amante della fatica, nondimeno ne accettano la tempra difficoltosa; mentre al contrario provano ripugnanza e scartano i cavalli snervati e lenti. [4] Quindi a volte egli lo faceva di proposito esacerbare, a volte provava a placarlo; come fanno gli accordatori, i quali tendono le corde musicali e stanno però attenti a che esse non si spezzino.
Dopo la morte di Antistene, non reputando degno di frequentazione nessuno degli altri compagni di Socrate, Diogene si traferì a Corinto e qui si stabilì; senza prendere in affitto una casa né alloggiare quale ospite presso qualcuno, ma vivendo all’aperto nel Craneo. [5] Egli faceva infatti notare che colà si radunava un grandissimo numero di uomini, a causa sia della vicinanza dei porti che della abbondante presenza di compagnie femminili occasionali, ed anche per il fatto che la città giaceva in una posizione tale da rappresentare il trivio naturale della Grecia. E come il buon medico deve recarsi a dare aiuto colà dove più numerosi sono gli ammalati, così bisognava che l’uomo saggio andasse a risiedere colà dove gli stolti sono più numerosi, al fine di confutarne le opinioni e di castigarne la stolidità.
[6] Quando poi giungeva il tempo dei giochi Istmici e tutti erano sull’Istmo, anche Diogene vi scendeva. In occasione delle grandi sagre egli era infatti solito esaminare attentamente per cosa gli uomini si industriano maggiormente, per cosa smaniano, per quali ragioni si mettono in viaggio e quali persone tengono nel massimo pregio. [7] In queste occasioni egli si mostrava disponibile con chi voleva incontrarlo; e diceva di meravigliarsi assai del fatto che se affermava di essere un odontoiatra, tutti coloro che avevano bisogno dell’estrazione di un dente subito si sarebbero precipitati da lui; e, per Zeus, se assicurava di essere un oftalmologo, tutti coloro che soffrivano di mal d’occhi gli si sarebbero parati davanti; e che la stessa cosa sarebbe accaduta se assicurava di conoscere una medicina per il mal di milza, la gotta e il raffreddore. [8] Poiché egli invece dichiarava che quanti gli ubbidiranno saranno liberati dall’ignoranza, dalla malvagità e dall’impudenza, nessuno gli prestava attenzione né gli chiedeva di esserne guarito, neppure se, così facendo, era destinato a trarne un gran guadagno in denaro; come se fosse importunato da queste malattie meno che da quelle altre, ossia come se il sopportare il gonfiore della milza o la carie di un dente fosse per un uomo più ostico del sopportare un animo stolto, incolto, vile, sfrontato, schiavo dei piaceri, incapace di libertà, iracondo, afflitto, pervertito e corrotto fino al midollo. [9] In tale circostanza, nei dintorni del tempio di Posidone era anche possibile ascoltare molti dannati sofisti sbraitare e ingiuriarsi a vicenda mentre i loro cosiddetti allievi si contraddicevano l’un l’altro; molti scrittori leggere stupidi scritti; molti poeti recitare i versi dei loro poemi mentre altri li applaudivano; molti illusionisti esibirsi nei loro giochi di prestigio; molti astrologi redigere oroscopi; una gran quantità di oratori rifare dei processi; e non pochi rivenduglioli trafficare qualunque merce capitasse loro di avere. [10] Alcuni andavano senz’altro anche verso Diogene, ma nessuno di essi era Corinzio, giacché nessuno di costoro pensava di poter trarre da lui giovamento alcuno, dato che lo vedevano già ogni giorno a Corinto. Quelli che lo avvicinavano erano pertanto tutti stranieri e ciascuno di essi, dopo avergli parlato o ascoltatolo brevemente si allontanava, impaurito dall’esame propostogli. [11] Per questo motivo Diogene diceva di somigliare ai cani della Laconia. Infatti, quando siano messi in mostra in occasione delle grandi sagre, sono in molti a lisciare loro il pelo ed a giocherellare con essi, ma nessuno li compra perché non sa proprio che farsene.
Quando un tale gli domandò se anch’egli fosse giunto qui per assistere allo spettacolo dei giochi, Diogene rispose: “No, io sono venuto qui per gareggiare”. L’interlocutore si mise a ridere e gli chiese chi fossero i suoi antagonisti. [12] Allora lui, con quello sguardo bieco che soleva avere, gli disse: “I più ostici e duri da vincere, quelli che nessun greco riesce a guardare dritto in faccia: e non si tratta di corridori, di lottatori o di saltatori, né di pugili, né di lanciatori del giavellotto o del disco, ma degli antagonisti che temprano gli uomini”. [13] “Certo, e chi sono costoro?”, chiese l’altro. “Le fatiche”, rispose Diogene, “antagonisti potentissimi e invincibili da gente con la pancia piena e la testa fumata, che mangia tutto il giorno, che di notte russa ed a vincere la quale bastano uomini magri, scarni, con un vitino più stretto di quello delle vespe. [14] Oppure tu credi che questi pancioni siano di qualche pro? Questa è gente che bisognerebbe davvero portare in giro, sottoporre alla cerimonia di purificazione e poi espellere dalla città; oppure ancor meglio uccidere ritualmente, fare a pezzi e pascersi poi delle loro carni, come io so che chi ha senno fa con le carni dei cetacei, facendole bollire in salamoia e facendone fondere il grasso, come da noi nel Ponto fanno con il sego dei delfini quanti hanno bisogno di ungersi il corpo. Io credo infatti che tali uomini abbiano meno animo dei maiali. [15] L’uomo nobile e generoso, invece, ritiene le fatiche i suoi antagonisti più degni e più grandi ed accetta sempre di buon grado il combattimento contro di loro, sia di notte che di giorno: non per la conquista di una corona di prezzemolo, come le donnicciole; né di una di olivastro o di pino, ma per la conquista della felicità, della virtù per tutta la vita; e non qualora ad indire le gare siano gli Elei, i Corinzi o l’assemblea dei Tessali. Un uomo simile di nessuna fatica ha paura, né auspica che gliene tocchi un’altra, ma le sfida tutte una dopo l’altra. [16] Egli ambisce a battersi contro la fame, regge il freddo e la sete, alla bisogna si fa forza sotto le frustate, e non cede di un solo passo dinanzi alle ferite da taglio e alle bruciature. La povertà di denaro, l’esilio, il discredito e altre cose siffatte, egli poi le ritiene nulla di terribile ma cose ben leggere per lui, e sa che l’uomo giunto alla propria perfezione spesso gioca e scherza con esse come fanno i bambini con i loro dadi e i loro palloncini variopinti. [17] A tutti i viziosi”, continuava Diogene, “questi antagonisti sembrano terribili ed impossibili da sottomettere; ma se uno li disprezzasse e li assalisse con coraggio, troverà che sono vili e incapaci di avere il sopravvento su uomini robusti. Essi somigliano moltissimo ai cani, i quali inseguono e mordono chi fugge, e si dà anche il caso che sbranino chi riescono ad azzannare, mentre però s’impauriscono e scappano davanti a chi accetta il combattimento e contrattacca, sicché una volta familiarizzatisi con lui, essi finiscono poi per scodinzolargli davanti. [18] La maggior parte degli uomini, invece, alla vista di questi antagonisti rimane sbigottita, e poiché non li scruta giammai da vicino, rifiuta il combattimento e si dà alla fuga. In verità, come accade agli esperti di pugilato, i pugili che anticipano l’antagonista non incassano il primo colpo e spesso riescono ad atterrarlo; mentre se arretrano per paura, allora incassano colpi fortissimi. Allo stesso modo, se uno accoglie le fatiche con un certo spregio e le affronta di buon animo, esse riescono a fargli ben poca paura, mentre se invece egli arretra e si allontana, esse gli sembrano nell’insieme più grandi e più violente. [19] Questo potresti vederlo accadere anche nel caso del fuoco: se infatti tu assali il fuoco con rapidità e violenza, riesci a spegnerlo; ma se ti mostri invece timoroso e incerto, ti bruci gravemente; come a volte si dice scherzando che i bambini spengono il fuoco con la lingua. Questi antagonisti, le fatiche, sono dunque all'incirca simili ai pancraziasti, poiché colpiscono, strangolano, strappano e a volte uccidono.
[20] C’è poi un altro combattimento più terribile ed un’altra gara non piccola, anzi molto più grande e più pericolosa di quella contro le fatiche, ed è quella contro il piacere fisico. Non si tratta del combattimento descritto da Omero:

“Di nuovo aspra battaglia avvenne presso le navi…
 con scuri affilate, con asce lottavano
 e con grandi spade”.

[21] Non di questo tipo di combattimento si tratta, giacché il piacere fisico non suole usare una violenza diretta e frontale, ma ingannare e stregare con veleni terribili; come racconta Omero, il quale dice che Circe avvelenò i compagni di Odisseo, e che in seguito a ciò alcuni di essi diventarono dei maiali, altri dei lupi ed altri ancora belve diverse. Così sta la faccenda del piacere fisico, il quale non insidia in un modo solo ma in ogni sorta di modi; giacché attraverso la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto, e per di più attraverso cibi, bevande e godimenti sessuali, esso prova a rovinare gli uomini, sia da svegli sia quando dormono. [22] Infatti non è possibile, come si fa contro i nemici, mettersi a dormire dopo avere appostato delle sentinelle; perché è specialmente proprio allora che il piacere fisico muove all’attacco: per un verso illanguidendo ed asservendo l’uomo per mezzo del sonno stesso, per un altro inviandogli sogni scaltri ed insidiosi che glielo fanno vivamente ricordare. [23] La maggior parte delle volte la sensazione di fatica sopravviene all’uomo attraverso il tatto e per questa via procede, mentre il piacere fisico gli sopravviene da tutti quanti gli organi di senso ch’egli possiede. L’uomo deve dunque andare incontro alle fatiche e venire alle prese con esse, ma deve fuggire il più lontano possibile dal piacere fisico e trattenersi con esso assolutamente per null’altro che per le cose indispensabili. [24] A questo riguardo, l’uomo più forte, più forte almeno secondo me, è colui che fosse capace di stare il più lontano possibile dai piaceri fisici; giacché è impossibile che chi convive col piacere fisico o che lo sperimenta di continuo non ne sia completamente catturato. Pertanto qualora il piacere fisico, coi suoi veleni, abbia il sopravvento e prenda possesso dell’animo, ne segue il resto delle stregonerie di Circe. Con un leggero colpo di bacchetta ella spinge la vittima in un porcile e qui la rinchiude. [25] Da quel momento in poi, l’uomo passa la vita da maiale o da lupo. Il piacere fisico dà vita anche a molti serpenti multicolori e perniciosi e ad altri esseri striscianti che accudiscono il piacere fisico, stanno alle sue porte, smaniano per esso e gli rendono culto, pur avendone in cambio innumerabili sofferenze. [26] Infatti il piacere fisico, una volta impadronitosi di loro ed avendone il completo controllo, li consegna alle sofferenze più odiose e più aspre.
A me che combatto questa gara nella quale con tutte le mie forze mi misuro contro il piacere fisico e la fatica, nessuno di questi disgraziati uomini presta attenzione; e tutta la loro attenzione è rivolta invece ai saltatori, ai corridori e ai danzatori. [27] Questa è gente cui importava un bel nulla di Eracle e che non badava affatto a lui quand’era impegnato nelle sue gare e nelle sue fatiche; e che forse già allora guardava invece con ammirazione ad atleti come Zete, come Calaide, come Peleo e ad altri siffatti corridori e lottatori; e che ammirava altri personaggi per la loro bellezza o per la loro ricchezza: come Giasone e Cinira. [28] Di Pelope poi questa gente soleva raccontare che avesse una spalla d’avorio, come se all’uomo fosse di qualche pro l’avere una mano d’oro o d’avorio, oppure degli occhi di diamante o di smeraldo, mentre non conosceva affatto che sorta d’animo avesse. Quanto ad Eracle che faticava e gareggiava, lo commiserava, e lo chiamava il più disgraziato degli uomini; ed è per questo che chiamava cimenti le di lui fatiche ed opere, come se una vita piena di faticosi cimenti fosse una vita disgraziata. Eppure, da morto lo onora più di chiunque altro, lo ritiene un dio, racconta che coabita con Ebe, ed auspica proprio da lui, il più cimentato di tutti, di non essere gente disgraziata. [29] Essa crede che Euristeo spadroneggiasse su Eracle e che gli desse degli ordini; proprio Euristeo, che essa ha invece ritenuto un incapace e qualcuno in favore del quale nessuno innalzò mai una preghiera o dedicò un sacrificio. Per non parlare poi del fatto che Eracle se ne andava in giro per tutta Europa e per tutta l’Asia, e non assomigliava affatto agli atleti di oggi. [30] Infatti, fin dove avrebbe potuto spingersi avendo i loro corpaccioni o avendo bisogno di mangiare così tanta carne o dormire sonni tanto profondi? No, egli era vigile e smilzo come i leoni, acuto di vista, fine d’udito, né l’inverno né le calure estive lo preoccupavano, non abbisognava di letti, né di coperte o di tappeti, ma avvolto in una rozza pelle, odorando di fame, egli soccorreva i buoni e castigava i cattivi. [31] Diomede il Trace, che soleva indossare vesti variopinte e sedere in trono, che beveva e trascorreva le giornate in ogni sorta di effeminatezze, che commetteva ingiustizie contro gli stranieri e contro i propri sudditi, che allevava molte cavalle, egli lo fece a pezzi come una vecchia botte, colpendolo ripetutamente con la clava. Gerione, che possedeva moltissimi buoi, che era la persona più ricca ed anche la più tracotante di tutti gli abitanti d’Occidente, egli l’uccise, uccise pure i suoi fratelli, e ne portò via i buoi. [32] Busiride, che trovò mentre si cimentava con grande assiduità nella lotta, che mangiava tutto il giorno, che aveva un gran concetto di sé quale lottatore, egli lo sfasciò gettandolo per terra come si fa con gli otri strapieni. La cintura della regina delle Amazzoni, che faceva la smorfiosa con lui e che riteneva di poterlo irretire con la propria avvenenza, egli la sciolse quando ebbe con lei un rapporto sessuale, e così le dimostrò che mai si sarebbe lasciato sconfiggere dall’avvenenza e che per una donna non si sarebbe mai astenuto dalle proprie imprese. [33] Di Prometeo, a mio parere una sorta di sofista, che trovò male in arnese ad opera delle opinioni contrastanti, giacché il suo fegato ora si gonfiava e cresceva ogni volta che veniva lodato ed ora nuovamente rimpiccioliva ogni volta che veniva denigrato, egli ebbe compassione e temendo […] ne fece cessare la vanità e la smodata ambizione, e così si allontanò dopo averlo risanato. Queste imprese, comunque, Eracle le compiva non certo per fare un favore ad Euristeo. [34] E i pomi d’oro che prese alle Esperidi e che riportò indietro, egli li diede ad Euristeo semplicemente perché non aveva alcun bisogno di essi, ed anzi ingiunse a chi li aveva di romperli. I pomi d’oro non sono infatti di alcun pro ad un uomo, né lo erano stati per le Esperidi. Infine, quando divenne più lento e più debole, temendo di non poter più vivere come aveva vissuto fino ad allora; e dopo, io credo, avere contratto una qualche malattia, egli curò se stesso nel modo che è più splendido per gli uomini; ed innalzata con il legname più secco una pira nel cortile, mostrò che non vale affatto la pena di preoccuparsi della febbre. [35] Ma prima, affinché non si credesse che egli effettuava soltanto opere grandiose e solenni, andò a ripulire le stalle di Augia, allontanandone la immensa quantità di letame che in esse si era accumulata nel corso di molti anni. Egli infatti riteneva di dover combattere accanitamente e di dover considerare come nemici, non meno delle belve e dei malfattori, le false opinioni”.
[36] Mentre Diogene parlava così, molta gente gli stava intorno ed ascoltava con gran piacere i suoi discorsi. Allora, con in mente, io credo, la fatica di Eracle appena citata, egli smise di parlare e accovacciatosi a terra fece una di quelle cose che portano discredito. La maggior parte dei presenti prese subito a spregiarlo ed a dire ch’era pazzo; mentre i sofisti tornavano a far baccano, come rane in uno stagno che non notano la presenza della biscia d’acqua.

 

Orazione n. 9

ΔΙΟΓΕΝΗΣ  Η  ΙΣΘΜΙΚΟΣ

DIOGENE ovvero L’ORAZIONE ISTMICA

A giochi Istmici in corso, Diogene, che come si sa soggiornava a Corinto, scendeva sull’Istmo. Egli soleva partecipare alle grandi sagre non a motivo di ciò per cui vi prendono parte i più, i quali vogliono soltanto assistere allo spettacolo offerto dagli atleti e rimpinzarsi di cibo; ma, a parer mio, per esaminare attentamente gli uomini e la loro stolidità. Egli infatti sapeva che essi si mostrano meglio per quello che sono in occasione delle feste e delle grandi sagre, mentre si celano molto di più in situazioni di guerra o quando sono accampati in armi, perché stanno correndo dei pericoli ed hanno paura. [2] Egli riteneva dunque che gli uomini siano più facilmente curabili in tali situazioni, giacché anche gli stati morbosi del corpo sono per i medici più facili da curare qualora i sintomi siano ben evidenti che non finché essi sono leggeri; e pertanto che se non ci si prende cura di loro nel corso di siffatte festività, ben presto essi si perdono per sempre. [3] Questo era il motivo per cui egli soleva recarsi alle grandi sagre. Quando capitava che censurasse qualcuno con asprezza a mo’ di un cane, egli si scherniva dicendo che i cani seguono le grandi sagre e non danneggiano alcuno dei partecipanti, anzi latrano ed aggrediscono i malfattori e i ladri; e che quando i loro padroni dormono ubriachi, essi stanno svegli e fanno loro la guardia. [4] Quando Diogene faceva la sua comparsa alla grande sagra, nessuno dei Corinzi gli prestava attenzione, poiché essi solevano vederlo spesso in città e in giro nel Craneo. Infatti la gente si preoccupa poco o nulla di coloro che vede continuamente ed ai quali ritiene di potersi avvicinare ogni volta che vuole; mentre si sente spinta a rivolgersi a coloro che vede una volta ogni tanto oppure mai. Per questo motivo i Corinzi si giovavano pochissimo della presenza di Diogene ai giochi Istmici; così come gli ammalati, pur se il medico era presente tra di loro non lo consultavano, poiché ritenevano bastante vederlo quand’erano in città. [5] Degli altri presenti, pertanto, si avvicinavano a Diogene soprattutto coloro che venivano da lontano: dalla Ionia, dalla Sicilia, dall’Italia, alcuni anche dalla Libia, da Marsiglia e da Boristene. Tutti costoro volevano vedere in special modo lui e sentirlo dire qualcosa anche solo brevemente, così che potessero poi riferirlo ad altri, più che per diventare essi stessi migliori. [6] Diogene era infatti ritenuto capace di ingiuriare a prima vista e di ribattere parola su parola a chi lo interrogava. Pertanto, come gli inesperti che s’azzardano a gustare il miele del Ponto, e che appena assaggiatolo immediatamente lo sputano con disgusto poiché lo trovano amaro e ripugnate; così, quanti per amore di impicci volevano mettere Diogene alla prova, se messi da lui sotto esame cambiavano idea e sparivano a gambe levate. [7] Essi dunque godevano nel vederlo ingiuriare gli altri, ma quanto a se stessi avevano paura di lui ed arretravano. Sicché quando scherniva o scherzava, come a volte era solito fare, si rallegravano di lui oltre misura, ma quando era eccitato e faceva sul serio, essi non riuscivano a reggerne la libertà di parola; come io credo accada quando i bambini si rallegrano di giocherellare con i cani di razza, ma non appena uno di questi s’arrabbia e latra più forte, essi ne rimangono sbigottiti e quasi muoiono di spavento. Anche in quelle circostanze Diogene faceva la stessa cosa, senza cambiare avviso e senza preoccuparsi che qualcuno dei presenti lo lodasse oppure lo denigrasse, che fosse persona ricca o che fosse famosa, o che a venire a discutere con lui fossero un generale o un principe oppure un ignorantone o un pezzente. [8] Quando a volte le persone di quest’ultimo genere sragionavano, Diogene si limitava a non tenerle in alcun conto, ma quelle che facevano i solenni e mostravano d’avere di se stessi un’altissima opinione a causa della loro ricchezza o della loro stirpe o per via di qualche altra dote, proprio costoro egli se li metteva sotto i piedi e li castigava in ogni possibile modo. Dunque alcuni lo ammiravano come l’uomo più sapiente di tutti; ad alcuni invece sembrava un pazzo; molti lo spregiavano come un poveraccio di nessun valore; alcuni lo coprivano d’ingiurie; alcuni cercavano di infamarlo lanciandogli davanti ai piedi delle ossa, [9] come si fa con i cani; alcuni gli si avvicinavano per tirargli via il mantello; molti altri non si permettevano di fare queste cose ma fremevano di sdegno, proprio come Omero racconta dei pretendenti che si prendevano gioco di Odisseo. Anch’egli per alcuni giorni sopportò le loro impudenze e i loro oltraggi; e Diogene gli era in tutto simile, giacché in realtà somigliava davvero ad un re e ad un padrone di casa il quale, con indosso le vesti di un poveraccio, si aggira tra i suoi schiavi e i suoi servi gozzoviglianti che non sanno chi egli sia; e sopporta con pazienza la presenza di uomini ubriachi e resi pazzi dall’ignoranza e dalla stupidità. [10] In generale tanto gli organizzatori dei giochi Istmici quanto coloro che avevano in essi incarichi onorari ed operativi si trovavano in grande imbarazzo e tenevano un basso profilo qualora l’avessero di fronte, e gli passavano tutti quanti davanti in silenzio e con lo sguardo bieco. Ma quando egli arrivò addirittura a cingersi il capo con la corona di pino, i Corinzi mandarono da lui alcuni inservienti, i quali gli intimarono di togliersi la corona e di non compiere altri atti illegali. [11] Diogene domandò loro perché fosse contro la legge che egli si cingesse con la corona di pino, mentre la stessa cosa non era illegale per altre persone. Ed uno degli inservienti allora gli rispose: “Perché tu, o Diogene, non hai vinto alcuna gara”. “Io?”, gli rispose Diogene, “io ho sconfitto molti e grandi antagonisti; non quelli che hanno vinto gli schiavi che adesso sono qui e fanno i lottatori, i discoboli o i corridori, [12] ma antagonisti infinitamente più ostici: la povertà di denaro, l’esilio e il discredito; e poi ancora l’ira, l’afflizione, la smania, la paura, e quella belva che è di tutte la più difficile da combattere, subdola ed ignava, voglio dire il piacere fisico; quel piacere che nessun Greco e nessun barbaro si ritiene capace di combattere e, padroneggiatolo con l’animo, di vincere; dal quale tutti sono sconfitti e contro il quale tutti rifiutano la gara, siano essi Persiani, Medi, Siriani, Macedoni, Ateniesi o Lacedemoni, eccetto io. [13] Dunque vi sembra che io sia degno di cingere la corona di pino; oppure, togliendola a me, la consegnerete a chi si è più gonfiato di carni? Riferite inoltre a coloro che vi hanno mandato qui che sono loro a commettere azioni illegali, giacché senza avere vinto alcuna gara se ne vanno in giro con delle corone in testa. E inoltre dite loro che io ho reso più celebri i giochi Istmici poiché mi sono impadronito della corona, la quale d’ora in poi deve essere oggetto di contesa per delle capre, non per degli uomini”. [14] Tempo dopo, veduto un tale che usciva dallo stadio attorniato da un codazzo di gente e che avanzava con i piedi non per terra ma portato in alto dalla folla, mentre alcuni lo seguivano gridando, altri facevano salti di gioia con le mani levate al cielo, altri gli lanciavano corone e nastri; quando riuscì ad avvicinarlo, Diogene gli domandò cosa fosse il trambusto che si faceva intorno a lui e cosa fosse accaduto. [15] Al che egli rispose: “Diogene, ho vinto la gara di corsa per uomini disarmati sulla distanza di uno stadio!”. “E con ciò?”, disse Diogene, “certo non sei diventato neppur di poco più saggio perché ti sei lasciato dietro gli altri concorrenti, né sei adesso più temperante di prima, né meno vile, né soffri meno il dolore fisico, né avrai meno bisogno di cose insignificanti, né, inoltre, vivrai libero da afflizioni”. [16] “Per Zeus”, disse quello, “ma io sono l’uomo più veloce di tutti i Greci!”. “Ma non più veloce delle lepri”, affermò Diogene, “e neppure dei cervi; e inoltre questi animali selvatici sono i più veloci ma sono anche i più pavidi di tutti, in quanto hanno paura degli uomini, dei cani, delle aquile, e vivono una vita disgraziata”. “Non sai”, aggiungeva poi, “che la velocità è segno di viltà? Infatti è accaduto ai medesimi animali di essere i più veloci e i più imbelli di tutti. [17] Per esempio Eracle, per il fatto di essere più lento di molti e di non riuscire perciò a catturare i malfattori inseguendoli a piedi, per questo portava arco e frecce e li usava contro chi scappava”. “Ma il poeta”, replicò l’altro, “dice che Achille era veloce e che era anche il più prode di tutti!” “E come sai tu”, fu la risposta di Diogene, “che Achille era veloce? Infatti egli non fu capace di raggiungere Ettore pur inseguendolo per un giorno intero.” [18] “Non ti vergogni”, continuò quindi, “di fare il solenne per una faccenda nella quale sei per natura peggiore degli animali selvatici più miserabili? Io ti credo proprio incapace di superare in velocità anche una volpe. E di quanto hai superato il secondo arrivato?” “Di poco o Diogene”, fu la risposta, “e proprio questa è anche la cosa meravigliosa della mia vittoria!” “Sicché”, riprese Diogene, “sei diventato felice per la lunghezza di un passo?” “Ma noi eravamo i più veloci corridori esistenti al mondo!” “E le allodole, quanto più velocemente di voi percorrono la distanza di uno stadio?” “Ma quelli”, fu la risposta, “sono volatili!” [19] “Quindi”, disse Diogene, “se l’essere più veloci significa essere più eccellenti, quasi quasi è molto meglio essere un’allodola che essere un uomo. Sicché non c’è alcun motivo di compatire gli usignoli e le upupe perché da esseri umani che erano sono diventati uccelli, come racconta il mito.” “Ma io”, disse l’altro, “uomo come sono, sono il più veloce degli uomini!” “E con ciò?”, lo incalzò Diogene, “Non è verosimile che anche tra le formiche ci sia una formica più veloce delle altre? Forse che le altre formiche l’ammirano per questo? Non ti pare ridicolo che uno ammiri una formica per la sua velocità? [20] E dunque? Se tutti i corridori fossero zoppi, dovresti tu avere un’altissima opinione di te perché da zoppo quale sei hai raggiunto il traguardo prima di altri zoppi?” Dialogando in questi termini con il vincitore, Diogene fece sì che molti astanti finissero per considerare la faccenda come di poco conto, e che il corridore si allontanasse piuttosto abbattuto e con un’aria assai più umile. [21] Questo è il non piccolo servigio che Diogene rendeva agli uomini ogni volta che vedeva qualcuno esaltarsi follemente ed uscire di testa per una faccenduola da nulla; facendo in modo che con poche parole costui abbassasse le ali, e sottraendogli almeno parte della sua stolidità, come fa chi punge e buca parti turgide e gonfie. [22] In questa occasione capitò anche a Diogene di vedere, mentre una gran folla stava intorno e li osservava, due cavalli legati allo stesso albero lottare scalciandosi a vicenda fino a che uno dei due, spossato, riuscì a strappare la fune che lo legava e fuggì. Allora egli si avvicinò e incoronò il cavallo rimasto, proclamandolo a gran voce vincitore dei giochi Istmici nella gara dei ‘calciatori’. Ci fu allora una risata e un trambusto generali, e molti ammiravano Diogene e sbeffeggiavano gli atleti; e si dice che alcuni dei presenti se ne andarono senza vedere le gare, almeno quelli che erano male attendati o che proprio non avevano un riparo.

 

Orazione n. 14

ΠΕΡΙ  ΔΟΥΛΕΙΑΣ  ΚΑΙ  ΕΛΕΥΘΕΡΙΑΣ  Α

SULLA SCHIAVITU’ E LA LIBERTA’   I

Gli uomini, sopra ogni altra cosa, smaniano d’essere liberi ed affermano che la libertà è il sommo dei beni, mentre la schiavitù è la più vergognosa e peggior fortuna che possa capitare; e però non sanno proprio questo, ossia cos’è ‘essere libero’ o cos’è ‘essere schiavo’. Pertanto essi neppure fanno mai qualcosa per sfuggire, come si dice, ciò ch’è vergognoso ed infesto, ossia la schiavitù; o per acquisire ciò che reputano di gran valore, ossia la libertà. Anzi, tutt’al contrario essi effettuano quelle azioni la pratica delle quali di necessità li costringe poi a passare tutto il tempo in stato di schiavitù ed a non centrare mai la libertà. [2] Ma forse non vale neppure la pena di stupirsi se costoro non possono né impadronirsi di né proteggersi da ciò che sono nella condizione di ignorare. Se essi, ad esempio, si trovassero davanti una pecora e un lupo ed ignorassero qual è l’uno e qual è l’altra, e però fossero al corrente che uno dei due è di giovamento e buono da possedere mentre l’altro è dannoso ed inutile, non ci sarebbe da stupirsi se a volte essi avessero paura e fuggissero la pecora come se fosse un lupo ed invece si avvicinassero al lupo e lo aspettassero ritenendolo una pecora. Giacché l’ignoranza ha effetti di questo genere su coloro che non sanno, e li costringe a fuggire e ad inseguire cose contrarie a quel che vogliono ed a ciò che è loro utile. [3] Orbene, analizziamo se i più sanno con chiarezza cosa siano la libertà e la schiavitù; giacché forse noi li accusiamo senza ragione, quando essi, invece, queste cose le sanno benissimo. [4] Se dunque qualcuno chiedesse loro cosa significa essere libero, essi forse affermerebbero che significa non ascoltare nessuno e fare semplicemente quel che ci pare. Se però uno ponesse a chi ha risposto così questa seconda domanda, ossia se crede che agisca bene e che sia un uomo libero colui che da corista in un coro non presta attenzione al capocoro e non lo ascolta, ma canta in tono e fuori tono come gli salta in mente; e se ritenga vergognoso e degno di uno schiavo il comportamento opposto, cioè il prestare attenzione ed obbedire al capocoro cominciando e smettendo di cantare quando quello lo comanda: ebbene, io credo che egli non si direbbe d’accordo. [5] Credo anche che egli non si direbbe d’accordo quando gli si domandasse se ritiene che per chi naviga sia un comportamento da uomo libero quello di non preoccuparsi del pilota e di non fare qualunque cosa questi dica di fare. Per esempio, restare in piedi sulla nave, soltanto perché questo gli è saltato in testa, quando invece il pilota ordina di sedersi. E credo che neppure chiamerebbe libero e degno d’emulazione l’uomo che, quando il pilota comanda di buttare fuori dalla nave l’acqua accumulatasi nella sentina o di tirare giù le vele, invece né svuota la sentina né mette mano alle funi perché in questo modo lui fa quel che gli pare. [6] Di certo, poi, uno non chiamerebbe schiavi i soldati perché ascoltano il generale, perché si levano in piedi quando egli ne dà l’ordine, perché consumano il cibo, prendono le armi, si dispongono in formazione, attaccano e si ritirano non altrimenti che come e quando il generale lo comanda. E quando obbediscono ai medici, gli ammalati non diranno certo di essere per questo degli schiavi. [7] Eppure essi obbediscono loro in cose né spicciole né facili, giacché i medici ingiungono a volte di digiunare e di astenersi da qualunque bevanda. Quando poi il medico ritenga di dover legare il paziente, ecco che immediatamente egli è legato; e se ritiene di dover operare un taglio e di cauterizzare, ecco che egli sarà tagliato e cauterizzato per quanto pare al medico. Se invece il paziente non obbedisce, tutti i presenti in casa fanno da assistenti al medico; e non soltanto gli uomini liberi ma spesso i domestici stessi dell’ammalato legano strettamente il padrone, recano il fuoco così che egli possa essere cauterizzato e si prestano per tutti gli altri servizi. [8] Non diresti dunque che quest’uomo, il quale sopporta molte cose spiacevoli per ordine di un altro, è un uomo libero? Certamente non diresti che non era un uomo libero Dario, il gran re dei Persiani, poiché, essendo caduto da cavallo nel corso di una battuta di caccia ed essendosi slogato una caviglia, diede ascolto ai medici, ed erano medici che venivano dall’Egitto, i quali gli tiravano e torcevano il piede per rimettere a posto l’articolazione. A sua volta, non diresti che non era un uomo libero Serse, quando, ritirandosi dalla Grecia e colto da una tempesta mentre era in nave, obbedì in tutto e per tutto al pilota e non si permise né di fare un cenno col capo né di cambiare posto contro il parere del pilota. Pertanto non si affermerà più che la libertà consiste nel non dare alcun ascolto ad altre persone o nel fare qualunque cosa si voglia. [9] Ma forse i più diranno che questi individui ascoltano gli ordini perché sono ordini che mirano al loro utile, com’è il caso dei passeggeri col pilota della nave. Ed è per questo motivo che i soldati obbediscono al generale ed i pazienti al medico, giacché costoro null’altro ingiungono se non ciò ch’è utile a chi esegue i loro ordini.
- Invece i padroni non ordinano ai loro schiavi ciò che sarà utile a questi ultimi, bensì ciò che i padroni credono [10] essere vantaggioso per loro stessi.
- Ma che dici? È forse utile al padrone che il suo domestico muoia o che si ammali o che sia un schiavo malvagio? Nessuno direbbe questo. Ben al contrario, io credo, è utile al padrone che il domestico viva, sia in salute e sia un buon servo. Queste stesse cose parranno utili anche al domestico; sicché il padrone, se è assennato, ingiungerà di fare ciò che è non meno utile al servo, giacché queste sono le cose che paiono utili anche al padrone stesso.
- [11] Ma l’uomo, chiunque sia, per il cui acquisto uno abbia versato del denaro, è necessariamente uno schiavo.
- Eppure molti non hanno forse pagato del denaro per tanti uomini che erano liberi cittadini, alcuni dando il prezzo del riscatto ai nemici, altri ai briganti? E altri ancora non hanno forse pagato il prezzo del loro riscatto ai padroni? E questi padroni non sono di certo schiavi di se stessi.
- [12] Però qualora uno abbia la potestà di frustare un altro, di metterlo in catene, di eliminarlo o di fare di lui qualunque altra cosa voglia, allora quest’individuo è schiavo di quello.
- Che dici? I briganti non hanno la potestà di fare ciò a coloro che hanno catturato? E nondimeno questi prigionieri non sono degli schiavi. E allora? I giudici non hanno la potestà di comminare il carcere, la morte o qualunque altra pena vorranno a molti dei giudicati? E costoro non sono certo degli schiavi. E se anche lo fossero per un giorno, quello nel quale ciascuno di loro è giudicato, ciò non significherebbe nulla; giacché chi ha mai sentito dire che un uomo è stato schiavo per un giorno solo?
- [13] Ma invero bisogna pur dichiarare, per dirlo in poche parole, che chiunque ha la potestà di fare ciò che vuole è un uomo libero, mentre invece chi non ha questa potestà è uno schiavo.
- No, tu non potrai dire questo di chi naviga, né degli ammalati, né di chi è impegnato in una campagna militare, né di quanti stanno imparando le lettere, o a suonare la cetra, o i movimenti della lotta, o qualche altra arte. A costoro, infatti, è concesso di effettuare non le azioni che vogliono, bensì quelle che comandano il pilota, il medico o l’insegnante. E neppure gli altri uomini hanno la potestà di fare quel che vogliono, giacché chi effettuerà qualcosa che va contro le leggi in vigore sarà punito.
- [14] Dunque, chi ha la potestà di effettuare oppure no, e come vuole lui, quanto è compreso entro l’ambito di ciò che è stato né proibito né ordinato dalle leggi è un uomo libero; mentre chi, al contrario, non ha questa potestà è uno schiavo.
- Che dici? Credi tu di avere la potestà di effettuare tutto ciò che non è espressamente proibito dalle leggi ma che peraltro gli uomini reputano vergognoso e fuori luogo: intendo, per esempio, fare l’esattore d’imposte, il tenutario di un bordello o altre attività simili?
- No, per Zeus. Io direi anzi che siffatte attività non sono neanche concesse a chi è libero, giacché esse comportano quale pena d’essere odiati ed abominati dagli uomini.
- [15] E allora? Nel caso degli spudorati, quanto costoro fanno a causa della loro impudenza; nel caso dei dissennati, quanto costoro fanno a causa della loro sconsideratezza, trascurando le loro sostanze o il loro corpo o trattando gli altri uomini ingiustamente e scriteriatamente: ebbene, tutte queste cose non sono altrettante penalità per coloro che le fanno? Infatti essi ne vengono danneggiati o nel corpo o nelle sostanze o, penalità più grande di tutte, nel loro animo.
- Questo che dici è vero.
- Pertanto neppure è lecito effettuare queste cose.
- Certo che no.
- [16] In una parola, non è lecito effettuare azioni viziose, assurde e inutili; mentre è d’uopo affermare che è conveniente e lecito effettuare quelle giuste, utili e virtuose?
- A me sembra che sia così.
- Dunque, per nessuno è senza punizione il fare azioni viziose e sconvenienti, sia egli greco o barbaro …. e neppure se ha pagato un prezzo in denaro per l’acquisto di chiunque?
- Certo che no.
- A tutti è però similmente accordata la possibilità di fare il contrario, e coloro che effettuano queste azioni trascorrono la vita senza punizione alcuna, mentre coloro che effettuano le azioni vietate sono puniti.[17] A te sembra che quanti effettuano le azioni lecite siano diversi da coloro che hanno scienza di esse, e che quanti effettuano le azioni contrarie siano diversi dagli ignoranti?
- In nessun modo diversi da costoro.
- Pertanto tutto ciò che gli uomini saggi decidono di effettuare è loro lecito. Invece tutto ciò che le persone stolte decidono, non è lecito a chi mette mano ad effettuarlo. Cosicché è necessario che i saggi siano uomini liberi e che sia loro lecito fare ciò che dispongono, mentre è invece necessario che i dissennati siano individui schiavi e che facciano proprio ciò ch’è loro non lecito.
- Forse è così.
- [18] Dunque è d’uopo anche chiamare la libertà scienza delle cose che è accordato effettuare e di quelle che è impedito effettuare; e chiamare la schiavitù ignoranza delle cose lecite e di quelle illecite. Da questo discorso discende la conclusione che nulla impedirebbe che il Gran Re, pur portando sulla testa una grandissima tiara, sia uno schiavo e che non gli sia lecito effettuare nessuna delle cose che fa, giacché quelle che effettua comportano per lui altrettante penalità e sono tutte altrettanto inutili. Se ne conclude anche che invece un altro individuo, che sembra uno schiavo e che così è chiamato; che è stato venduto non una volta sola ma, se così capita, molte volte; che, se così dovesse avvenire, porta pesantissimi ceppi, è più libero del Gran Re.
- [19] A me sembra del tutto assurdo che un uomo il quale porta dei ceppi, che è marchiato o che fa girare la macina in un mulino, sia più libero del Gran Re.
- Che dici? Sei mai stato in Tracia?
- Io sì, certo.
- Dunque là hai visto le donne di condizione libera piene di marchi, e con un numero di simili tatuaggi tanto maggiore e tanto più vari quanto più esse sono nobili e di nobile casata.
- E cosa significa questo?
- [20] Significa che nulla impedisce, com’è verosimile, che la regina sia marchiata. Credi tu di poter impedire un re? Tu quindi non hai sentito parlare di quel popolo presso il quale il re è custodito in un’altissima torre ed a cui non è lecito scendere dalla torre? Se ne avessi sentito parlare, sapresti che è possibile essere re anche se si è tenuti in completo isolamento. E se tu narrassi loro del Re dei Persiani, caso mai sentiresti quegli uomini manifestare grande stupore e non credere affatto che possa esistere un re che se ne va in giro su un carro e che va dove vuole.
- Però tu non potrai dimostrare che uno in catene è un re.
- Forse un re degli uomini, no. Ma il re degli Dei, il primo e più antico re è stato, come si racconta, messo in catene; almeno se bisogna credere ad Esiodo, ad Omero e ad altri uomini sapienti i quali questo dicono di Crono. E fu incatenato, per Zeus, non ingiustamente ad opera di un suo nemico personale; ma subì questo trattamento da parte del suo figlio più caro, il quale stava manifestamente riservando al padre un trattamento regale e a lui conveniente. [22] Però gli uomini ignorano questi fatti e non crederebbero mai che un poveraccio, qualcuno in catene o una persona screditata possa essere un re; seppure sentano raccontare che Odisseo, quand’era un poveraccio e un postulante presso i pretendenti, era nondimeno il re e il padrone di casa; mentre Antinoo ed Eurimaco, che Omero denominava re, erano persone meschine e preda della malasorte. Questi fatti, come dicevo, gli uomini li ignorano e si cingono, quali segni regali, di tiare, di scettri e di diademi, affinché non sfugga a nessuno che essi sono dei re; come, io credo, fanno i padroni quando marchiano il bestiame affinché esso sia facilmente distinguibile. [23] È appunto per questo che il re dei Persiani si preoccupava di essere l’unico a portare la tiara diritta; e se qualcun altro lo faceva, subito il re ordinava di mandarlo a morte, come se fosse né bene né utile che tra tante decine di migliaia di uomini ce ne fossero due che portavano in capo la tiara diritta. E però non gli importava un bel nulla di avere retta l’intelligenza e che [24] nessun altro avesse una mente più saggia della sua. Io dunque non vorrei che come esistevano allora siffatti segni del potere regale, dovessero esistere anche oggi simboli del genere per la libertà; e che si dovesse incedere portando in testa un berretto di feltro, perché altrimenti non potremo riconoscere l’uomo libero dallo schiavo.

 

Orazione n. 15

ΠΕΡΙ  ΔΟΥΛΕΙΑΣ  ΚΑΙ  ΕΛΕΥΘΕΡΙΑΣ  B

SULLA SCHIAVITU’ E LA LIBERTA’   II

Poco tempo fa, posso assicurarvi, fui presente ad una lunghissima discussione tra due persone che dibattevano circa la schiavitù e la libertà, non davanti a dei giudici né sulla pubblica piazza, ma in casa e a loro agio, avendo ciascuno dalla sua parte non pochi degli astanti. Secondo me era capitato che in precedenza essi avevano dibattuto altre questioni, e che uno dei due, trovatosi nel corso del dibattito sconfitto e a corto di argomenti, s’era dato ad ingiuriare l’altro, come suole accadere spesso, e gli aveva rinfacciato di non essere un uomo libero. Al che l’altro sorrise con grande mitezza e disse:
- [2] E da cosa sei in grado di dirlo? È possibile, mio caro, sapere chi è schiavo e chi è libero?
- Sì, per Zeus, rispose quello; io so bene di essere un uomo libero e che liberi sono tutti i presenti, mentre tu con la libertà non c’entri proprio nulla.
Alcuni degli astanti risero, ma l’altro non provò punto vergogna. E come i galli da combattimento davanti alla botta subita si scuotono e prendono coraggio, così lui pure, davanti all’ingiuria, si scosse e prese coraggio, domandandogli donde gli veniva questa conoscenza riguardo a loro due.
- [3] Dal fatto che io so per certo che mio padre è Ateniese quant’altri mai, mentre il tuo è un servo domestico del tale, e ne disse il nome.
- Se è così, disse allora l’altro, che cosa m’impedisce di fare gli esercizi ginnici e di ungermi d’olio nel Cinosarge insieme ai figli bastardi, visto che mi capita d’essere nato da una madre di condizione libera, e forse addirittura cittadina Ateniese, e dal padre di cui parli tu? Non è forse vero che molte cittadine Ateniesi, a causa dell’isolamento e della penuria di maschi, sono rimaste incinte alcune ad opera di stranieri ed altre di schiavi, alcune ignorando questo fatto ma altre anche ben sapendolo? Nessuno dei figli generati così è schiavo, ma soltanto non è cittadino Ateniese.
- [4] Ma io so bene, disse quello, che anche tua madre è una serva domestica come tuo padre.
- E sia pure, rispose l’altro; ma tu sai chi è tua madre?
- Lo so benissimo: è cittadina Ateniese, figlia di Ateniesi e che ha anche portato al marito una bella dote.
- Potresti tu affermare sotto giuramento di essere figlio dell’uomo che dice tua madre? Telemaco, come sai, non riteneva affatto il caso di sostenere con tutte le sue forze, in difesa di Penelope figlia di Icario, la quale era reputata una moglie della massima castigatezza di costumi, che ella dice la verità quando dichiara che Odisseo è suo padre. Tu invece giureresti non soltanto in difesa tua e di tua madre, ma se qualcuno te lo intimasse giureresti, a quanto pare, anche a proposito di non importa quale schiava, come tu affermi essere mia madre, di sapere ad opera di chi rimase incinta. [5] Ti sembra impossibile che ella sia rimasta incinta ad opera di un altro uomo, di un libero cittadino o del suo stesso padrone? Non sono molti gli Ateniesi che hanno rapporti sessuali con le loro ancelle, alcuni di nascosto ma altri anche apertamente? Tutti gli Ateniesi, infatti, non sono certo migliori di Eracle, il quale non stimò indegno avere rapporti sessuali con la schiava di Iardano, dalla quale nacquero i re di Sardi. [6] Non ti pare che Clitennestra, figlia di Tindareo e moglie di Agamennone, abbia avuto rapporti coniugali, com’è verosimile, con suo marito Agamennone; e che quando questi se ne andò lontano abbia avuto rapporti sessuali con Egisto? Non ti pare che Aerope, la moglie di Atreo, abbia accettato le profferte di Tieste; e che molte altre mogli di uomini celebri e ricchi, sia anticamente che di questi tempi, abbiano avuto rapporti sessuali con altri uomini, e che a volte abbiano avuto da essi dei figli? Tu invece sei sicuro che l’ancella di cui parli abbia custodito la propria fedeltà a suo marito così precisamente da non avere avuto rapporti sessuali con nessun altro. [7] Per di più tu garantisci, a tuo ed a mio riguardo, che ciascuno di noi due è figlio di colei che sembra e si dice essere nostra madre. Eppure potresti dire il nome di molti Ateniesi, e dei più conosciuti, dei quali fu in seguito acclarato non soltanto che non erano figli del padre, ma neppure della madre che si diceva; trattandosi di bambini allevati da qualche parte come figli suppositizi. Queste vicende le vedi mostrate e raccontate ogni volta dagli scrittori di commedie e nelle tragedie; e tu nondimeno insisti egualmente a dire, a tuo ed a mio riguardo, di sapere bene le circostanze della nostra nascita e da chi siamo nati. [8] Non sai, concluse, che la legge permette di intentare un processo per calunnia contro colui che diffama qualcuno senza poter dimostrare chiaramente nulla di ciò di cui parla?
- Io so bene, disse quello, che se non hanno figli perché non riescono a rimanere incinte, le donne di condizione libera fanno spesso passare un figlio altrui come proprio; volendo ciascuna di esse tenersi stretto il proprio marito e conservare la casa, e poiché nel contempo non mancano loro i mezzi coi quali allevare i bambini. So anche che delle schiave, al contrario, alcune abortiscono; ed altre, se possono tener ciò nascosto e a volte anche con la complicità dei mariti, uccidono il bambino dopo il parto per non avere fastidi e non essere costrette, oltre al lavoro servile, anche ad allevare il neonato.
- [9] Sì, per Zeus, disse l’altro, se però si eccettua quella schiava di Oeneo, figlio bastardo, si diceva, di Pandione. Infatti, il pastore di Oeneo e sua moglie, che vivevano ad Eleutere, non soltanto non esponevano i figli da loro generati, ma raccoglievano anche neonati non loro che trovavano per strada, senza sapere di chi fossero; li allevavano come figli loro e mai in seguito ammisero volontariamente che fossero figli altrui. Tu invece forse copriresti d’ingiurie anche Zeto ed Anfione, prima che la loro identità diventasse chiara; e circa dei figli di Zeus giureresti che sono degli schiavi.
- [10] Quello allora rise molto ironicamente e disse: ‘E tu chiami testimoni gli scrittori di tragedie?’
- Sì, disse l’altro, chiamo a testimoniare coloro nei quali i Greci hanno fiducia. Giacché quelli che i tragediografi ci mostrano come eroi, ebbene è a costoro che i Greci offrono sacrifici come ad eroi; ed è possibile vedere che i sacrari degli eroi sono stati edificati in loro onore. E fatti lo stesso concetto, se vuoi, anche della schiava Frigia di Priamo, la quale, presolo dal marito che era un bovaro, allevò Alessandro sul monte Ida come figlio suo, e portò innanzi l’allevamento del bambino senza esserne affatto incomodata. I Greci raccontano anche che Telefo, il figlio di Auge e di Eracle, non fu allevato da una donna ma da una cerva. E a te sembra che una cerva avrebbe più compassione di un neonato e proverebbe più desiderio di allevarlo di un essere umano, pur se costui è una schiava? [11] Orsù, per gli Dei! E se io pur ammettessi con te che i miei genitori sono quelli che tu dici, come fai tu a sapere che sono degli schiavi? Oppure tu conoscevi con assoluta certezza anche i loro genitori, e sei pronto a giurare a loro proposito che entrambi erano nati da genitori tutti e due schiavi, e che ciò vale anche per le generazioni precedenti e così per tutti loro fin dal principio? È infatti manifesto che qualora un membro della discendenza sia di condizione libera, non è più permesso né corretto legittimare i suoi discendenti come schiavi. Ciò non è possibile, mio caro, perché è impossibile, come si dice, che da tutta l’eternità esista una generazione di uomini nella quale non siano nati un numero sconfinato di individui di condizione libera, e in numero non minore individui di condizione schiava; e poi che non vi siano stati tiranni, re, prigionieri, schiavi marchiati, bottegai, calzolai e addetti a tutte quante le altre attività umane: tutta gente passata attraverso ogni sorta di lavoro, ogni sorta di vita, ogni sorta di fortuna e di guai. [12] Non sai che è questo il motivo per cui i poeti fanno risalire direttamente agli Dei la discendenza dei cosiddetti eroi, di modo che non si possa indagare più oltre il personaggio? Essi affermano anche che la maggior parte di tali eroi sono discendenti di Zeus, affinché i loro re, i loro fondatori di città e i loro eroi eponimi non si imbattano in situazioni tali che agli uomini sembrano essere vergognose e disonorevoli. Pertanto, se lo stato delle cose umane è questo che diciamo noi e che dicono altri più sapienti di noi, quanto a discendenza a te non si converrebbe più libertà, ed a me più schiavitù, di quanta ne convenga a chiunque di coloro che sembrano essere puri e semplici servi domestici, a meno che anche tu non faccia in fretta risalire i tuoi progenitori a Zeus o a Poseidone o ad Apollo.
- [13] Lasciamo dunque stare, disse quello, la faccenda della discendenza e degli antenati, poiché a te sembra una questione così difficile da appurare e poiché forse ne risulterà addirittura che tu sei come un Anfione, uno Zeto o come Alessandro, il figlio di Priamo. Quanto a te proprio, però, noi tutti sappiamo che sei di condizione servile.
- Ma che dici? continuò l’altro. A te sembra che tutti gli individui di condizione servile siano degli schiavi? Molti di essi non sono uomini liberi ingiustamente tenuti in schiavitù? Alcuni di questi, infatti, hanno adito i tribunali ed hanno dimostrato di essere uomini liberi. Altri, invece, sopportano di restare per sempre in stato servile poiché non hanno modo di dimostrare chiaramente la loro libertà, oppure affinché i cosiddetti padroni non siano duri e violenti con loro. [14] Orsù, prendi Eumeo, figlio di Ctesia, a sua volta figlio di Ormeno. Eumeo era figlio di un uomo assolutamente libero e ricco, eppure non svolgeva forse mansioni servili ad Itaca, presso Odisseo e Laerte? E pur essendogli permesso di navigare spesso verso casa, se così voleva, non ritenne mai il caso di farlo. E allora? Molti Ateniesi catturati in Sicilia, pur essendo uomini liberi non rimasero come schiavi in Sicilia e nel Peloponneso? E dei prigionieri di guerra catturati in molte altre battaglie, alcuni non rimasero schiavi per qualche tempo, ossia fino a che non trovarono chi pagava il loro riscatto; mentre altri lo rimasero per sempre? [15] Sembra che anche il figlio di Callia sia stato schiavo per lungo tempo in Tracia, dopo la battaglia nei pressi di Acanto nella quale gli Ateniesi furono sconfitti. Sicché successivamente, essendo riuscito a fuggire dalla prigionia ed a tornare a casa, egli avanzò pretese sull’eredità del padre e procurò molti fastidi ai parenti. Quello era però, io credo, un falso figlio di Callia, in quanto non ne era il figlio ma lo stalliere, simile soltanto di vista al figlio adolescente di Callia, cui invece era capitato di morire in battaglia. Egli, inoltre, parlava greco correttamente e conosceva le lettere; [16] ma miriadi di altre persone hanno sofferto vicende simili; poiché anche ora, di coloro che sono schiavi qui dove ci troviamo io non disconosco che molti sono uomini liberi. Se infatti un libero cittadino Ateniese preso prigioniero in guerra, sarà condotto in Persia oppure, per Zeus, portato in Tracia o in Sicilia e colà venduto, noi non diremo che costui è uno schiavo. Se invece sarà portato qui un Trace o un Persino, non soltanto nato colà da genitori di condizione libera ma pure figlio di qualche principe o di qualche re, noi non ammetteremo che costui sia un uomo libero. [17] Non sai, continuò, che ad Atene e in molti altri Stati, la legge non permette a chi è schiavo di partecipare dei diritti di cui godono i cittadini? Nessuno invece avrebbe sollecitato di escludere dalla cittadinanza Ateniese il figlio di Callia, se davvero egli si salvò dopo la cattura e giunse qui dalla Tracia dopo esservi vissuto per lunghi anni ed esservi stato spesso frustato. Sicché in certi casi anche la legge afferma perentoriamente che quanti sono tenuti ingiustamente in condizione servile non sono per questo diventati schiavi. [18] Per gli Dei, cosa sai tu che io faccio o subisco, per affermare di sapere che io sono uno schiavo?
- Io so che tu sei nutrito dal tuo padrone, che lo segui, che fai qualunque cosa egli ti ingiunga; e che se non la fai sei picchiato.
- Dicendo così, rispose l’altro, tu stai dichiarando che anche i figli sono schiavi dei loro padri. Infatti i figli seguono i padri, soprattutto se poveri, e vanno con loro in palestra o a pranzo. Tutti i figli sono nutriti dai padri, sono spesso da loro picchiati ed ubbidiscono a qualunque cosa i padri ingiungano loro di fare. [19] E a motivo dell’ubbidire e del prendere botte, allora tu dirai che quanti imparano le lettere sono servi domestici dei loro maestri di grammatica; e che gli istruttori di ginnastica o gli insegnanti di qualcos'altro sono padroni dei loro allievi, giacché in effetti essi ingiungono loro certe cose e li battono quando non ubbidiscono.
- Per Zeus, disse quello, così è; però né gli istruttori di ginnastica né gli altri insegnanti possono imprigionare i loro allievi né venderli, e neppure possono sbatterli in un mulino a far girare la macina; mentre tutte queste punizioni sono invece permesse ai padroni.
- [20] Forse tu non sai che in molti Stati retti da buonissime leggi, le cose che tu dici sono nella potestà dei padri verso i figli. I padri, infatti, possono imprigionare i figli quando vogliono, possono venderli e, cosa ancor più dura e violenta, possono ucciderli senza far loro un processo e senza neppure incriminarli di qualcosa. Eppure nondimeno essi non sono gli schiavi dei padri, ma i figli. E se io pur fossi uno schiavo quant’altri mai e giustamente schiavo fin dalla nascita; cosa impedisce, continuò l’altro, che io sia adesso nondimeno un uomo libero e che tu a tua volta, pur se fossi nato da genitori liberissimi, sia al contrario schiavo più di chiunque altro?
- [21] Io, disse quello, non vedo come potrò mai essere uno schiavo. Non è invece impossibile che tu divenga un uomo libero se il tuo padrone ti emancipa.
- O carissimo, rispose l’altro, che dici mai? Davvero nessuno schiavo potrebbe diventare libero se non per emancipazione dal proprio padrone?
- E come, se no? chiese quello.
- In questo modo: dopo la battaglia di Cheronea, gli Ateniesi decretarono che i servi domestici i quali avessero in futuro preso parte alla guerra sarebbero diventati uomini liberi. Se dunque la guerra fosse continuata e Filippo non avesse fatto pace con loro troppo presto, molti o praticamente tutti i servi domestici Ateniesi sarebbero oggi uomini liberi, senza essere stati emancipati uno per uno dal loro padrone.
- Sia pur così, se lo Stato ti libererà a sue spese.
- [22] Ma che dici? Ti pare che io non potrò liberarmi da solo?
- Sì, se verserai al tuo padrone il denaro che hai trovato da qualche parte.
- Non intendo in questo modo, ma nel modo in cui Ciro liberò non soltanto se stesso ma anche tutti i Persiani, una folla così numerosa di persone, senza versare ad alcuno del denaro e senza essere liberato dal proprio padrone. Non sai che Ciro era un vassallo di Astiage, e che quando poté e gli parve il momento divenne libero e re dell’Asia intera?
- E sia. Ma come fai a dire che io potrei diventare schiavo?
- [23] Io dico che in effetti miriadi di uomini liberi vendono se stessi per lavorare come schiavi a contratto, a volte a condizioni non solo inique ma durissime.
Fino a questo punto i presenti avevano prestato attenzione ai discorsi dei due come a cose dette non tanto sul serio quanto per scherzo. Successivamente, però, i due entrarono in una seria disputa, giacché sembrò loro assurdo che non si potesse invocare una prova certa grazie alla quale distinguere in modo incontestabile lo schiavo dall’uomo libero; e che invece fosse facilmente possibile in qualunque caso mettere in piedi una controversia ed obiettare polemicamente. [24] Lasciata pertanto cadere la considerazione dello specifico caso della schiavitù o meno di uno dei due, essi presero a considerare chi sia in generale lo schiavo. E parve ad essi che qualora uno entri in pieno e incondizionato possesso di un essere umano, così com’è padrone assoluto di qualunque altro dei suoi beni o dei suoi capi di bestiame, tanto da avere la potestà di servirsene come vuole, allora quest’essere umano può rettamente essere chiamato, e di fatto è, schiavo del suo possessore.
Ma a questo punto quello cui era stato rinfacciato di essere uno schiavo mise di nuovo in piedi una controversia, obiettando polemicamente di voler sapere cosa fosse il ‘pieno e incondizionato possesso’. [25] Giacché, diceva, era già venuto chiaramente in luce come molti di coloro che da lungo tempo possedevano una casa, un podere, un cavallo o un bue, e taluni avendoli ricevuti dai propri padri, non godevano di tale possesso secondo giustizia; e pertanto, allo stesso modo, era possibile anche l’ingiusto possesso di un essere umano. Infatti, come nel caso di tutti gli altri beni, tra i beni che si acquisiscono ci sono anche i servi domestici, che alcuni padroni prendono da altri possessori o per cessione gratuita, o per eredità, o per acquisto oneroso; mentre altri schiavi essi li possiedono fin dal principio, in quanto sono stati generati presso gli stessi padroni e sono quelli che si chiamano schiavi nati in casa. Il terzo modo di acquisire uno schiavo è quando si prenda qualcuno prigioniero in guerra, oppure lo si rapisca e lo si riduca in schiavitù; modo, questo, che io credo sia il più antico di tutti. Non è infatti verosimile che i primi individui diventati schiavi siano nati da uomini fin dal principio per natura schiavi, bensì che per rapimento o per cattura in guerra alcuni individui siano poi stati costretti alla schiavitù da coloro che li avevano catturati. [26] Dunque questo antichissimo modo dal quale tutti gli altri dipendono è, quanto a giustizia, debolissimo e per nulla fondato; sicché qualora quegli schiavi possano fuggire, nulla impedisce che essi siano di nuovo uomini liberi; e poiché erano ingiustamente schiavi ne consegue che essi non erano schiavi neppure prima. A volte, poi, questi schiavi non soltanto fuggirono dalla schiavitù ma ridussero in schiavitù i loro stessi padroni. Anche in questo caso, come si dice, a seconda di come cade e si rivolta il coccio, tutto diventa il contrario di com’era prima. A questo punto uno dei presenti disse che forse quelli non potrebbero essere chiamati schiavi in senso proprio, ma che ai loro figli e a quelli di seconda e terza generazione potrebbe convenire in senso proprio il nome di schiavi.
- [27] Ma com’è possibile ciò? Se infatti a fare uno schiavo è la cattura, questo nome converrebbe a coloro che sono stati catturati ben più che ai loro discendenti. Se invece a fare uno schiavo è la nascita da genitori schiavi, poiché i catturati sono manifestamente degli uomini liberi, i loro discendenti non potrebbero essere dei servi domestici. Noi ad esempio vediamo che dopo tanti anni i famosi Messeni recuperarono non soltanto la libertà ma anche le loro terre. [28] Quando infatti gli Spartani furono sconfitti a Leuttra dai Tebani, questi ultimi e i loro alleati entrarono militarmente nel Peloponneso, costrinsero gli Spartani a cedere la Messenia e reinsediarono a Messene quanti erano originari di quella regione, e che in precedenza erano tenuti in schiavitù dagli Spartani e chiamati Iloti. E nessuno afferma che i Tebani abbiano compiuto queste imprese contro giustizia, bensì del tutto onorevolmente e secondo giustizia. Se pertanto questo modo, dal quale tutti gli altri originano, di entrare in possesso di un uomo non è giusto, si rischia che nessun altro lo sia, e dunque che effettivamente la parola ‘schiavo’ non sia pronunciata secondo verità. [29] Può tuttavia darsi che la parola ‘schiavo’ non sia stata da principio pronunciata in questo senso, ossia a proposito di colui per il cui corpo qualcuno abbia versato del denaro; oppure, come ritengono i più, che schiavo sia chi è nato da genitori schiavi; ma che il termine ‘schiavo’ indicasse piuttosto chi è d’animo non libero ed incline al servilismo. Noi infatti ammetteremo che dei cosiddetti schiavi molti sono certamente uomini d’animo libero, e che invece molti dei cosiddetti uomini liberi sono persone del tutto inclini al servilismo. Ciò vale anche per le persone ‘di nobile indole’ e ‘bennate’. Dapprima gli uomini chiamarono così coloro che mostravano d’essere nati per la virtù, senza impicciarsi di sapere di chi fossero figli. Successivamente, però, i discendenti di famiglie d’alta reputazione e d’antica ricchezza furono da alcuni chiamati ‘bennati’. [30] Di ciò rimane un segno chiarissimo nel fatto che la designazione ‘di razza’, quale era stata applicata anche agli uomini in tempi antichi, si è conservata nel caso dei galli, dei cavalli e dei cani. Chi infatti vede un cavallo focoso, fiero, ben dotato per la corsa, senza cercare di sapere se il padre sia uno stallone proveniente dall’Arcadia o dalla Media o dalla Tessaglia, lo giudica per le sue doti e dice che è un cavallo ‘di razza’. Similmente, se chi è esperto di cani vede una cagna veloce, piena di slancio e sagace nel seguire le orme, non va a cercare se sia di un genere proveniente dalla Caria, dalla Laconia o da qualche altra regione, ma dice che è una cagna ‘di razza’. La stessa cosa vale nel caso di un gallo e degli altri animali. [31] È dunque manifesto che la faccenda starebbe in questi termini anche nel caso degli uomini. Sicché chi sarà bennato per la virtù, costui conviene che sia chiamato di nobile indole, anche se nessuno conosce i suoi genitori né i suoi antenati.
- Ma non è proprio possibile che uno sia ‘di nobile indole’ e che non sia ‘bennato’, né che sia ‘bennato’ e che non sia un uomo ‘libero’: sicché è anche del tutto necessario che chi è ‘ignobile’ sia uno ‘schiavo’. Dunque s’intende che se ci fosse l’abitudine di parlare della libertà e della schiavitù come se ne parla nel caso dei cavalli, dei galli e dei cani, noi non diremmo che alcuni sono ‘di razza’ ed altri invece sono ‘liberi’, né  che alcuni sono ‘schiavi’ ed altri invece sono ‘ignobili’.
- [32] Allo stesso modo, anche nel caso degli uomini non è verosimile chiamare alcuni ‘di nobile indole’ e ‘bennati’ ed altri invece ‘liberi’, giacché deve trattarsi delle stesse identiche persone; e così pure è inverosimile chiamare alcuni ‘ignobili’ e ‘servi nell’animo’ ed altri invece ‘schiavi’.
- Così il ragionamento rende palese che a fare un cattivo uso dei nomi non sono i filosofi bensì la maggioranza degli uomini dissennati, per la loro inesperienza in materia.

 

Orazione n. 24

ΠΕΡΙ  ΕΥΔΑΙΜΟΝΙΑΣ

SULLA FELICITA'

In generale, la maggior parte degli uomini non si è data cura alcuna di conoscere quale sorta d’uomo uno debba essere; né quale sia il bene supremo dell’uomo, ossia ciò per il cui raggiungimento bisogna fare tutto il resto. In particolare, comunque, alcuni si sono dedicati interamente all’ippica, altri alla carriera militare, altri alle gare atletiche, altri alla musica, altri all’agricoltura, altri ancora all’oratoria. Ma quale bisogno ci sia di ciascuna di queste attività o che pro ce ne verrebbe da esse, essi né lo sanno né cercano di saperlo. [2] Pertanto taluni, e sono coloro che si applicano seriamente e si esercitano con continuità, diventano buoni cavalieri; altri sono lottatori o pugili o corridori o atleti di altre discipline molto più validi di altri. Alcuni sanno assai meglio di altri come non sbagliare la semina, come non far naufragare la nave quando navigano, oppure hanno conoscenze musicali molto superiori ad altri. È però impossibile trovare tra costoro anche un solo individuo nobile e saggio che sappia definire chi è l’uomo virtuoso ed accorto. [3] Per esempio, sono molti gli uomini di condizione libera ed ambiziosi di onori che si sono dedicati interamente all’oratoria. Alcuni per arringare nei tribunali parlando al popolo e, grazie a ciò, avere più potere degli altri e far effettuare ciò che vogliono. Altri si sono dedicati interamente all’oratoria per la gloria che ne ottengono, così da acquistare fama di formidabili parlatori. Altri ancora affermano di desiderare ardentemente l’acquisizione delle abilità legate all’esperienza pratica dell’oratoria, alcuni limitandosi a pronunciare discorsi ed altri a scriverli: e sono coloro che un tempo qualcuno chiamò uomini che abitano la zona di confine tra la filosofia e la politica. E tuttavia quale sia l’utilità dell’oratoria per coloro che la praticano, o per cosa la gloria sia loro giovevole, o che pro venga loro da simile esperienza pratica: questo essi non lo prendono in considerazione. [4] Io affermo invece che se manca siffatta diligente ricerca, tutte le attività che ho citato hanno ben poco valore; ed è soltanto per l’uomo che ciò ha bene inteso e capito che l’oratoria, la carriera militare o qualunque altra attività diventa cosa utile e fatta per bene. Lo sostengo perché, in caso contrario, il semplice fatto di essere lodato da uomini dissennati quali sono i più, o l’avere potere su gente siffatta, o il vivere tra i piaceri equivarrebbe, quanto a felicità, all’essere denigrato, al non esercitare alcun potere o al vivere tra i dolori.

Orazione n. 66

ΠΕΡΙ  ΔΟΞΗΣ ΠΡΩΤΟΣ

SULL'OPINIONE PUBBLICA I

 

Certuni qualificano come dissolute e sventurate le persone avide di denaro, i ghiottoni, gli avvinazzati, quelle che palpitano per femmine o per maschi, ritenendo ognuno di questi vizi l’onta più grande che esista; ed invece coprono di lodi le persone avide di onori e del consenso dell’opinione pubblica e le considerano persone molto illuminate. Sicché individualmente ciascuno di costoro si vergogna d’essere un crapulone, di sbevazzare, di essere l’amasio di qualcuno e cerca di occultare la propria non padronanza di sé; mentre nessuno nasconde deliberatamente di ambire al consenso dell’opinione pubblica e di essere avido di onori, ed anzi li persegue apertamente. [2] In genere, infatti, chiunque parla bene di questa sorta di malattia, poiché ritiene che gli sia vantaggiosa. E così quasi tutti i governi delle città hanno ufficialmente inventato esche d’ogni genere per gli imbecilli: corone, posti in prima fila, proclamazioni pubbliche. Pertanto, senza desiderare da essi alcunché di grande o di ammirevole, ma portandoli in giro con un rametto, come si fa con le pecore, o con una corona o permettendo loro di cingersi il capo con una benda, tali governi hanno fatto diventare coloro che smaniano per qualcuna delle loro esche gente infelice e ridotta in povertà. E chi è così stupido, visto che gli è possibile procurarsi gratis, se lo volesse, miriadi di corone, e non averne una sola d’olivo o di quercia, ma anche di edera e di mirto, spesso vende la casa e i poderi che possiede, e se ne va in giro facendo la fame e con addosso un mantello sdrucito. Ma il suo nome, si dice, è acclamato a gran voce dai suoi concittadini! Si, come si fa con quello di uno schiavo fuggitivo! [3] È verosimilmente per questo motivo, cioè perché è per natura amaro, che nelle votazioni per alzata di mano i cittadini usano un rametto di olivo. I governi democratici in particolare, a forza di urla e strepiti di acclamazione, allontanano dai loro poderi quanti ambiscono al consenso dell’opinione pubblica; proprio come, io credo, fanno i contadini per allontanare gli storni. Ma gli storni si spostano per poco tempo, mentre coloro che si allontanano dai loro poderi non hanno più alcuna possibilità di ritornarvi e dopo poco tempo vanno in giro come dei poveracci, mentre nessuno di quanti tempo addietro si sgolavano a lodarlo, vedendolo gli rivolgerebbe più la parola. [4] Il potere della vanità è così grande che tu comprerai per due o tre mine un buon manto di porpora dai tintori, ma se tu volessi ottenere lo stesso manto per pubblico decreto, esso ti costerebbe molti più talenti. Il costo delle fasce con cui ci si cinge il capo è, al mercato, di poche dracme; mentre le fasce conferite per pubblico decreto dell’Assemblea dei cittadini, spesso costano una vera e propria fortuna. Tutti ritengono che gli individui i quali, nella piazza del mercato sono proclamati a gran voce schiavi in vendita, siano degli infelici; mentre quelli acclamati a gran voce nel teatro siano dei beati. Ma, si dice, quelli in teatro sono ‘acclamati’, mentre quelli al mercato sono ‘proclamati’: è proprio vero che una sola sillaba fa tutta la differenza! [5] Gli antichi avevano così poca stima degli uomini e scorgevano in essi una tale dabbenaggine da proporre loro delle foglie quale premio per grandissime fatiche e tanti colpi subiti? Eppure ci sono uomini che per ottenere queste foglie scelgono di morire. Tra le capre non ce n’è una sola che si getterebbe in un precipizio per un rametto di olivo selvatico; e ciò perché ha a disposizione dell’altra pastura e benché l’olivo selvatico non sia sgradito alle capre, mentre un uomo invece non ne mangerebbe. Ai pini dell’Istmo, che non sono più verdi dei pini di Megara, si presta attenzione poiché con essi si fanno corone che i vincitori dei Giochi guadagnano con molta fatica, dopo molte avversità, e avendo sovente speso molto denaro; e ciò senza che quel pino abbia utilità alcuna, visto che esso non fa ombra, non dà frutti, ha foglie aghiformi e bruciando fa soltanto del fumo, mentre nessuno riserva neppure uno sguardo ai pini di Megara. Similmente, se qualcuno si benda la testa senza essersela rotta è oggetto di derisione; mentre sembra che il bendarsi la testa si confaccia assai ai re, e così molte decine di migliaia di persone sono morte per la difesa di questo cencio. [6] Ed è per il vello d’oro di un agnello che andò in completa rovina la tanto celebre stirpe di Pelope, come raccontano i tragediografi. E i figli di Tieste furono fatti a pezzi, il padre violentò la propria figlia Pelòpia e generò Egisto. Ed Egisto insieme a Clitennestra assassinò Agamennone, il pastore degli Achei. E Oreste, il figlio, assassinò Clitennestra, sua madre, e fatto ciò, ecco, impazzì. Merita prestar fede a queste tragedie, scritte non da gente qualunque ma da Euripide e da Sofocle, e che sono recitate nei teatri. E merita di badare anche ad un’altra stirpe, molto più ricca di quella di Pelope, sbriciolata dalle malelingue; e pure un’altra che, per Zeus, corre il pericolo di esserlo. [7] Se simili tragedie e migliaia di altre ancora più assurde sono connaturate al consenso dell’opinione pubblica, com’è possibile che chi rimane a bocca aperta davanti ad essa non abbia una sorte peggiore di chi palpita per qualunque altra cosa? Il ghiottone si riempie la pancia con un pesce, e nessuno dei suoi nemici gli impedirebbe di goderselo. Similmente, chi va matto per i ragazzi, se gliene capita a tiro uno bello si dedica tutto intero a lui solo, e sovente con poco raggiunge il suo scopo. Chi è avvinazzato tracanna una coppa di vino di Taso, e dopo averlo bevuto dorme un sonno più piacevole di quello di Endimione. Invece a chi ambisce al consenso dell’opinione pubblica, una sola lode non basterebbe mai, e spesso neppure mille. [8] Chi non affermerebbe che il più irritante degli adolescenti è più facile da maneggiare della più ordinaria delle assemblee popolari? Ebbene, quanto più innanzi procede la sua sete del consenso dell’opinione pubblica, tanto più diventa impossibile per il suo aspirante prendere sonno; e come se fosse in preda a frenesia egli è sempre alzato, sia di notte che di giorno. “Sì per Zeus, si dice, ma quegli altri è dato vederli altrettanto impegnati col loro vino, con le loro etere e con i loro arrosti”. E a questo avido del consenso dell’opinione pubblica non tocca necessariamente comprare molte pietanze e molto vino? E per di più gli tocca arruolare flautiste, mimi, suonatori di cetra, saltimbanchi, e inoltre pugili, pancraziasti, lottatori, corridori e gente di questa razza, se intende far banchettare la folla in modo non insipido né ignobile. [9] Nessun crapulone è mai arrivato al punto da desiderare di cibarsi d’un intero selvaggio leone o di cento tori, mentre coloro che vogliono riuscire graditi alla folla desiderano avere a loro disposizione non soltanto le persone appena citate ma innumerevoli altre. La caccia al consenso dell’opinione pubblica non si fa, come si dice, con poche reti, con due o tre etere né con dieci Lesbiche; né con ciò si riduce un’intera popolazione all’obbedienza e alla docilità, poiché le resistenze sono numerosissime. Il cacciatore deve necessariamente avere in sé tutta l’impudenza di una città ed essere un amante del canto e della danza, un beone, un crapulone ed avere insomma tutte le qualità di questo genere, non quante ne ha un individuo singolo ma quante ne hanno diecimila, ventimila, centomila persone, come fosse un amante tanto grande quanto una città. [10] A casa di un individuo simile troveresti sempre:

‘suono di flauti e di zampogne, e chiasso d’uomini’

e presso di lui le tavole sono piene di pani e di carni, mentre coppieri portano vino versato da crateri.

‘Piena del fumo dei grassi, la casa risuona nell’atrio,
il giorno; la notte presso le spose fedeli’

non dormono mai, neppure se molti tappeti saranno stesi per accoglierli. [11] Sicché io credo che gli amanti dei ragazzi, se paragonati agli avidi del consenso dell’opinione pubblica, siano molto più beati; dal momento che ricercano, quali doni, delle quaglie o un gallo o un usignolo, mentre vedono che quegli altri hanno la necessità di andare in cerca di un cantante come Amebeo o un attore come Polo, o di noleggiare un vincitore di gare Olimpiche contro un compenso di cinque talenti. E mentre loro riempiono la pancia di un pedagogo o dell’accompagnatore del ragazzo, se quegli altri non offriranno di che mangiare sontuosamente almeno a cento persone in un giorno, non ne ricaveranno alcun pro. Quanti si prendono cura degli ammalati provvedono innanzitutto alla loro quiete, così che possano dormire; invece quando dei momenti di quiete capitino a coloro che ambiscono al consenso dell’opinione pubblica, proprio allora ad essi non sopraggiunge il sonno. [12] Quanti hanno avuto dalla sorte ricchezze di famiglia, un nobile casato o qualche altra dote del genere, o di corpo o d’intelletto, oppure sono provvisti di una parlantina sciolta, non solo si comportano come gente discesa dagli astri del cielo ad ali spiegate, ma sono chiamati del popolo duci, condottieri, sofisti; e vanno a caccia di Stati, di governatorati e di discepoli. Invece ciascuno degli altri avidi del consenso dell’opinione pubblica, ossia di coloro che non hanno tale fornitura d’ali pur essendo preda della medesima malattia, se ne va in giro con gli occhi rivolti agli altri, preoccupandosi continuamente di cosa si dica di lui. E se crede che qualcuno parli bene di lui, si sente beato e si mostra raggiante; diversamente, si sente meschino e si mostra accasciato, ritenendosi davvero l’uomo che quel tale l’ha giudicato essere. E se ha in corso un arbitrato o un processo con qualcuno, egli non sollecita l’arbitro o il giudice ad ascoltare i testimoni del caso, ma si crede capace di fare a propria difesa tutto da solo. [13] Cosa c’è di più infelice di uomini dipendenti da altri uomini, di persone che hanno come signore chi viene loro incontro e che devono necessariamente scrutare per vedere che faccia abbia, come fanno i servi coi padroni? Ogni schiavitù è ben ardua da sopportare, ma coloro ai quali è toccato in sorte d’essere schiavi in una casa nella quale ci siano due o tre padroni, e questi pure diversi per età e per indole - intendo dire un anziano spilorcio e due figli di costui, due giovanotti volenterosi soltanto nel bere e nello scialacquare - ebbene, chi non ammetterebbe che questi sono molto più disgraziati degli altri schiavi domestici, visto che debbono servire più persone del genere, ciascuna delle quali vuole e comanda cose differenti e contrastanti? [14] Se qualcuno fosse uno schiavo pubblico, ossia lo schiavo di anziani, di giovanotti, di poveri, di ricchi, di dissoluti, di gente avida di denaro: ebbene, quale sorte sarebbe la sua? E se una persona facoltosa fosse costretta a vivere in una città nella quale fosse possibile a chiunque sottrarre con la violenza al prossimo ciò che possiede e nella quale nessuna legge lo impedisse, io credo che all’istante costui prenderebbe le distanze dai suoi quattrini anche se fino ad allora nessuno l’aveva mai sorpassato quanto ad avidità di denaro. La stessa cosa vale per il consenso dell’opinione pubblica, giacché chi, sia egli un cittadino, uno straniero o un meteco, vuole danneggiare qualcuno è la pubblica opinione di costui che egli prende di mira. [15] A chi è privato dell’onore, la vita appare a ragione invivibile; e molti scelgono la morte piuttosto che vivere dopo avere perso l’onorabilità, giacché è concesso a chiunque lo voglia di percuoterli e non è prevista alcuna pena per chi li copre di fango. Dunque tutti hanno la potestà di percuotere chi ambisce al consenso dell’opinione pubblica, e si tratta di percosse ben più difficili da sopportare di quelle che si infliggono al corpo. Eppure tra le persone disonorate si troverebbe difficilmente qualcuno che subisca questo trattamento da parte di qualche concittadino, giacché la maggior parte di questi si cautela di non incorrere in una vendetta e nell’invidia divina; anche se alla fin fine essi non corrono alcun pericolo ad opera di chi è più debole di loro. Nessuno comunque si risparmia il piacere di lanciare parole blasfeme soprattutto contro coloro che sono reputati persone rinomate, né esiste qualcuno così incapace da non avere la forza di inveire a parole contro di essi. [16] Perciò uno degli antichi, persona equilibrata, ad un tale che si rivolgeva continuamente a lui in quei termini, disse: “Se non la smetti di dare ascolto alle diffamazioni a mio danno, anch’io comincerò a dare ascolto a quelle a tuo danno”. Perciò sarebbe forse meglio simulare di non sentire nemmeno chi comincia a diffamare. Quando il padrone di casa soggiunge e vede sovente lo schiavo non fare altro che giocare, lo riempie di botte fino a farlo urlare; e chi vuole farlo, con una sola parola può umiliare chi è succube dell’opinione pubblica. Se, per averli imparati dai Medi o dai Tessali, uno conoscesse quegli scongiuri di tale potenza che appena pronunciati, ed anche in assenza di qualunque male, sono capaci di far rompere in alti lamenti e di gettare nelle doglie gli uomini che vuole, il potere che costui ha non parrebbe una tirannide? E non c’è alcuno che non abbia questo potenza nei confronti di chi è gonfio di orgoglio per l’opinione che il pubblico ha di lui. [17] Infatti, dicendo due o tre parole, lo si può gettare nella sciagura e nell’afflizione. E se uno avesse, per opera di un qualche demone, un corpo tale che se qualcuno gli lancia contro una maledizione, all’istante egli ha la febbre o il mal di testa: ebbene, costui sarebbe più disgraziato di chi è tre volte disgraziato. E quindi, se uno avesse un intelletto così debole da perdersi all’istante d’animo dinanzi alle ingiurie altrui, come potrebbe la vita di una persona simile essere altro che qualcosa da rifuggire? Infatti, se uno subisse ogni giorno un processo per un motivo qualsiasi: ad esempio, per il suo stile di vita oppure per le proprietà che possiede, non sarebbe assolutamente meglio per lui rinunciare al possesso di ciò che gli viene contestato, e così nel prosieguo non correre più pericoli: se si tratta di proprietà, rinunciare alle proprietà e se si tratta di vita, rinunciare alla vita? E dunque? [18] La gara degli uomini dissennati per ottenere il favore dell’opinione pubblica non è forse una gara sempre in corso, non soltanto una volta al giorno ma molte volte al giorno, e non alla presenza di giudici definiti ma semplicemente di uomini che non hanno prestato giuramento e non producono testimoni né prove documentali? Senza essere a conoscenza dei fatti, senza ascoltare deposizioni e senza essere stati sorteggiati, costoro amministrano la giustizia; e per loro non fa differenza alcuna votare mentre bevono o mentre fanno il bagno. E poi la cosa più strabiliante di tutte: chi sia stato da loro assolto oggi, domani è condannato. [19] Pertanto, chi è preda di questa malattia deve necessariamente andare in giro come persona soggetta a critiche, fare attenzione a ciascuno di coloro che incontra, nel timore di causare, volente o nolente, il risentimento di qualcuno, soprattutto di coloro che prontamente vi sono portati o che ad esso inclinano facilmente. Infatti, se pure per una inezia, come spesso avviene, gli succede di causare il risentimento di qualcuno, subito costui gli lancia contro una parola pesante e volgare, e dopo averla detta, seppure ha mancato in un certo senso il bersaglio, nondimeno chi ambisce al consenso dell’opinione pubblica ne rimane sconcertato, mentre qualora il colpo abbia colto il segno, all’istante si sente morire. E molti sono gli uomini che di fronte a qualunque difficoltà restano sgomenti e vengono meno. [20] Nondimeno, a volte cose diverse hanno maggior potere su persone diverse. Così, io credo, accade ai bambini; ciascuno dei quali ha timore di un qualche babau particolare e dinanzi ad esso abitualmente si spaventa - mentre bambini che sono per natura timidi gridano di terrore dinanzi a qualunque cosa paurosa si mostri loro - eccetto che a costoro che bambini non sono più, a fare onta sono cose diverse da persona a persona. Il babau Iro terrorizza chi ambisce al consenso dell’opinione pubblica perché ne fa saltare fuori il mendicante cialtrone che vuole mostrarsi un Creso, e che neppure legge l’Odissea, perché:

‘E sopraggiunse un popolare accattone, che
per la città d’Itaca sempre accattava’

[21] Il babau Cecrope, perché ne fa saltare fuori la persona d’origine schiava; il babau Tersite perché ne fa saltare fuori l’individuo da quattro soldi che però vuole essere bello. Infatti, se schernirai chi si pavoneggia per la propria temperanza o per essere iscritto al circolo dei virtuosi, chiamandolo leccaculo o avido di denaro o cinedo o malvagità assoluta, l’hai fatto perire tutto intero. Perseo, portando in giro con sé la testa della Gorgone e mostrandola ai nemici li trasformava in sassi. Basta un sola parola affinché la maggior parte degli uomini, sentendola, diventi all’istante di sasso. E non c’è bisogno che essa sia visibile, perché basta serbarla in una bisaccia. [22] E aggiungiamo anche questo: se noi capissimo il significato delle voci degli uccelli, per esempio dei corvi e delle cornacchie; e degli altri animali, per esempio delle rane e delle cicale; è manifesto che noi presteremmo attenzione a tali voci: a cosa stia dicendo di noi la cornacchia in volo in questo momento, o cosa sta affermando la gazza e quale opinione ha di noi. E meno male che non lo capiamo! In verità, quanti uomini sono più stolti delle rane e delle cornacchie? Eppure le loro opinioni ci fanno sussultare e ci mettono di cattivissimo umore. [23] Chi ha fatto di se stesso un uomo libero non bada alle chiacchiere dei più, ma deride le loro ciarle poiché ormai da molto tempo ha detto a tutti:

‘Non me ne curo, come se donna o sciocco bimbo m’avesse colpito.
Debole è il dardo di un uomo vigliacco, da nulla’.

Quanti uomini credi tu che non abbiano lanciato parole blasfeme contro Eracle, figlio di Zeus, alcuni chiamandolo ladro, altri violentatore, altri ancora pure adultero o infanticida? Eppure ad Eracle nulla importava di ciò. E forse nemmeno ci fu qualcuno che pronunciasse apertamente tali parole contro di lui, giacché all’istante ne avrebbe pagato il fio. [24] Se non persuaderai te stesso a dare poco peso alle opinioni altrui, non smetterai mai di essere infelice, vivrai sempre una vita sventurata e penosa, sempre alla mercé di tutti coloro che vogliono affliggerti e vivendo, questa è l’espressione che si usa, una vita da lepre. Ma le lepri sono intimorite dai cani, dalle reti e dalle aquile, mentre tu lo sarai dalle parole, e te ne andrai in giro tutto rannicchiato e tremante, incapace di difenderti qualunque cosa tu faccia ed impossibilitato a passartela al modo che vuoi tu. [25] Infatti, se entrerai ed uscirai di continuo dalla piazza del mercato, ti sentirai chiamare vagabondo sfaccendato e delatore. Se, al contrario, ti guarderai dal fare ciò e te ne starai la maggior parte del tempo in casa e per i fatti tuoi, ti sentirai chiamare vile, idiota, uno zero assoluto. Se provvederai ad istruirti, ti sentirai chiamare sempliciotto e mollaccione. Se ti darai a qualche lavoro, ti sentirai chiamare mestierante. Se passeggerai a tuo bell’agio, ti sentirai chiamare inetto. Se indosserai un abito più morbido del solito ti sentirai chiamare cialtrone ed effeminato. Se te ne andrai scalzo e con addosso soltanto un mantellino, affermeranno che sei impazzito. [26] Proprio costoro solevano affermare che Socrate corrompeva i giovani e che, non rispettando il divino, era colpevole di empietà. E non dicevano soltanto questo, giacché questa sarebbe la parte meno terribile dell’accusa, ma lo fecero uccidere anche per fargli pagare il fio di andare a piedi scalzi. Inoltre, gli Ateniesi ostracizzarono anche Aristide, benché fossero chiaramente persuasi che si trattava di un uomo giusto. Perché mai bisogna dunque smaniare per il consenso dell’opinione pubblica, consenso che quand’anche fosse ottenuto non lo è a fin di bene? A Bione -semplicisticamente, a mio parere - sembra impossibile riuscire gradito ai più se non dopo essere diventato una focaccia o un vino di Taso. Spesso, infatti, già in un pranzo con dieci convitati la focaccia non è gradita a tutti; giacché uno sostiene che è stantia, un altro che è calda e un altro che è troppo dolce. A meno che, per Zeus, Bione intenda sostenere che uno deve diventare una focaccia sia calda, sia stantia, sia fredda. Ma la faccenda non sta in questi termini. E come lo potrebbe? [27] Giacché allora uno dovrebbe diventare anche sia un profumo, sia una flautista, sia un bel ragazzo, sia Filippo il ciarlatano. Rimane forse soltanto la possibilità che chi vuole essere gradito ai più diventi dell’argento monetato. Ma anche chi lo diventasse, non per questo sarebbe all’istante gradito, perché deve prima essere sbattuto per terra ed essere morso. Perché insegui ancora, o infelice, un risultato irraggiungibile? Tu non diventeresti mai un profumo, né una corona, né un vino, né dell’argento. [28] E se pur uno diventasse dell’argento, l’oro è però più pregiato; e se diventasse dell’oro monetato gli toccherà subire continui sfregamenti. Ciascuna persona ricca del consenso dell’opinione pubblica somiglia a differenti monete. Nessuno loda la moneta in quanto tale, e chi prende la moneta, semplicemente la utilizza. Poi man mano la moneta, ad opera di chi la usa, si consuma e da ultimo diventa qualcosa che non ha più validità. E così anche chi era ricco del consenso della pubblica opinione viene relegato tra i poveri e gli invalidi, e più nessuno di coloro che in precedenza lo ammiravano gli si rivolge, anzi lo evita senza neppure voltarsi. [29] Il consenso dell’opinione pubblica somiglia alle Erinni dei tragediografi. Esso appare avere uno splendore pari a quello di una loro fiaccola; il rumore della loro frusta si potrebbe paragonare allo strepito e ai boati della moltitudine; e coloro che a volte sibilano, ai serpenti che le accompagnano. Spesso, quindi, è una delle Erinni che ghermisce qualcuno che se ne sta in perfetta quiete e non sente alcun male, che facendo schioccare la sua frusta lo caccia dentro una processione solenne o un teatro.

 

Orazione n. 67

ΠΕΡΙ  ΔΟΞΗΣ ΔΕΥΤΕΡΟΣ

SULL'OPINIONE PUBBLICA II

Interlocutore. Da chi di noi, che siamo la maggioranza e che ci comportiamo a casaccio, pare a te che differisca particolarmente l’uomo temperante, il filosofo?
Dione. A me, per esprimermi con parole semplici e frasi non ricercate, sembra che il filosofo differisca non soltanto dai più ma anche dai pochissimi che sono reputati baciati dalla fortuna, per la sua conoscenza della verità.
Interlocutore. La tua affermazione è davvero semplice e non ricercata.
Dione. Dimmi, per gli dei! Tu affermi che il filosofo differisce dagli altri per qualcosa di diverso dalla conoscenza della verità e per la considerazione di ciascuno secondo la sua conformità alla verità e non in relazione all’opinione pubblica?
[2] Interlocutore. Misurerebbe come stanno le cose con uno strumento di misura sbagliato e del tutto inaffidabile, mio caro! Chi prova a rettificare come stanno le cose ricorrendo all’opinione pubblica, usa uno strumento che è un regolo non con una sola spezzatura ma con miriadi di spezzature tutte contrastanti.
Dione. E sarebbe un uomo di valore chi considera tutte le altre cose secondo la loro conformità alla verità, in nessun caso applicando ad esse l’opinione pubblica, in quanto regolo misuratore falso, fallace e del genere che tu hai detto poco fa; ed invece misurasse sé stesso proprio con questo regolo misuratore?
Interlocutore. Per Zeus, nient’affatto di valore.
Dione. Infatti è manifesto che in nessun caso egli potrebbe conoscere chi è, esaminandosi in questo modo.
Interlocutore. No, non potrebbe conoscersi.
[3] Dione. Sicché neppure potrebbe ubbidire al motto Delfico, che intima sopra ogni altra cosa di riconoscere se stessi.
Interlocutore. E come potrebbe ubbidirgli?
Dione. Pertanto, essendo ignorante di se stesso, egli neppure capirà qualcosa delle altre faccende, né potrà indagarle secondo la loro conformità alla verità, avendo fallito per prima cosa nella conoscenza di se medesimo.
Interlocutore. È assolutamente così.
Dione. Il filosofo dirà dunque addio agli onori e alla mancanza di onori, e così pure alla lode da parte degli sciocchi, tanto se essa provenga da molti di loro o caso mai da pochi, pur potenti e ricchi. E riterrà la cosiddetta fama nulla più che un’ombra, osservando come essa sia piccola per le cose grandi e grande per le cose piccole, e spesso a volte maggiore ed a volte minore per le medesime cose.
Interlocutore. A me sembra che tu abbia fatto un’eccellente similitudine.
[4] Dione. Infatti, se uno fosse un genere di uomo tale da regolare la propria vita in conformità alla dimensione della sua ombra, sicché quando essa si allunga, egli si esalta e si vanta, offre sacrifici agli dei ed intima ai suoi amici di fare altrettanto; e quando invece l’ombra si accorcia egli si affligge e si vede più meschino, e tanto più meschino quanto più piccola esso diventa, proprio come se lui stesso deperisse: ebbene, credo che questo fatto procurerebbe l’occasione per infinite chiacchiere.
Interlocutore. Si tratterebbe di un individuo ancor più insulso di Margite, il quale ignorava che lo sposato deve avere rapporti sessuali con la moglie.
[5] Dione. Costui nella stessa giornata sarebbe ora afflitto ed ora allegro. Infatti, di buonora, poiché vede la sua ombra mattutina assai lunga e quasi più grande dei cipressi e delle torri entro le mura della città, è manifesto che si rallegrerebbe, come se fosse diventato subitamente pari ai figli di Aloeo e camminerebbe verso la piazza del mercato, verso i teatri e dovunque in città per essere osservato da tutti. Ma circa all’ora in cui la piazza del mercato è piena di gente, egli comincerebbe a mostrarsi man mano più accigliato e si allontanerebbe. A mezzogiorno, poi, si vergognerebbe d’essere visto da chiunque e se ne rimarrebbe ben chiuso in casa poiché vede l’ombra ai suoi piedi. Di poi, a pomeriggio inoltrato di nuovo si riprenderebbe e, avanzando verso sera si mostrerebbe man mano più altero.
[6] Interlocutore. Mi sembra proprio che tu abbia raffigurato un uomo sciocco e con una disposizione d’animo assurda.
Dione. Ebbene, chi bada all’opinione pubblica non sta affatto meglio, anzi è molto più meschino. Spesso, infatti, nel corso dello stessa giornata sono molti di più i suoi mutamenti d’umore, giacché essi non avvengono, come nel caso di quell’altro individuo, in determinate ore del giorno. Pertanto, sia di pomeriggio inoltrato che di prima mattina nulla gli impedisce di essere il più sventurato degli uomini: ora sollevato e in volo più in alto delle nuvole, se mai per caso alcuni lo hanno innalzato fin lassù con delle lodi; ora invece contrito e miserabile, giacché la sua anima va incontro a stati di umore crescente e calante con molta più frequenza delle fasi della luna. [7] Non gli è dunque toccata una sorte più meschina e un destino più sventurato di quelli che toccarono, come si racconta, a Meleagro, il figlio di Altea e Oineo, la durata della cui vita dicono che fosse custodita in un certo tizzone spento? Se quel tizzone spento veniva riacceso, finché il fuoco vivo permaneva in esso, Meleagro era destinato a vivere e ad essere nel pieno delle forze, ma man mano che il tizzone si consumava anche Meleagro era destinato a deperire per afflizione e scoramento, e quando il fuoco si spegneva del tutto anche Meleagro veniva a morire.

Orazione n. 68

ΠΕΡΙ  ΔΟΞΗΣ ΤΡΙΤΟΣ

SULL'OPINIONE PUBBLICA III

Tutte quante le cose che la maggior parte degli uomini fa od aspira a fare, le fa senza sapere quale ne sia la natura, né che giovamento portino, ma condottovi dall’opinione pubblica, da un piacere o da una consuetudine. Circa poi le cose dalle quali gli uomini si astengono o che sono cauti ad effettuare, essi se ne astengono senza sapere cosa esse danneggino né quale danno procurino, ed anche qui badano a quali siano le cose verso le quali gli altri uomini mostrano cautela o sono abitualmente disposti a mostrarla; oppure si astengono perché si tratta di attività che ritengono spiacevoli o che paiono dolorose; e queste ultime sono quelle che maggiormente li insospettiscono. [2] Tratto caratteristico del piacere e del dolore è di essere comuni a tutti gli uomini, sebbene essi ne siano asserviti chi di più e chi di meno. Caratteristico dell’opinione pubblica è invece di essere variabile e di non essere la stessa in tutti i momenti: laonde alcuni lodano ed altri denigrano le stesse cose, molte volte cambiando anche partito. Per esempio, l’Indiano e lo Spartano provano dolore quando subiscano una ferita o una bruciatura, e questo vale anche per il Frigio e per il Lidio; ma i primi due non capitolano essendo esercitati al dolore, mentre i secondi capitolano per via dell’essere deboli e non esercitati ad esso. Altro esempio: è necessità di natura che lo Ionico, il Tessalo, l’Italico, il Geta, l’Indiano e lo Spartano provino godimento nel sesso, nei cibi e nelle bevande; ma taluni di essi non mostrano alcun particolare interesse per i godimenti e neppur di tutti assaporano l’inizio, mentre altri accetterebbero di morire pur di godere un pochino di più. [3] Caratteristiche dell’opinione pubblica appaiono dunque essere l’immensa variabilità e le sue numerosissime ed enormi differenze. È per questo motivo che non si troverebbero in alcun altro genere di animali conflitti così grandi, né si potrebbe scoprire un genere che sia a tal punto anche il contrario di se stesso. Per esempio, gli appartenenti al genere dei cavalli, dei cani, dei leoni, dei bovini, dei cervi, si nutrono tutti nel modo specifico di ciascuno, si riproducono, allevano la prole, provano impulso per le identiche cose e similmente tutti si astengono dalle medesime cose, giacché essi vanno dietro al massimo grado unicamente a ciò ch’è piacevole e rifuggono ciò ch’è doloroso. [4] Invece l’uomo, che partecipa della saggezza ma che può abbandonarla per insipienza e per trascuratezza, è ricolmo nell’intimo di opinioni pubbliche ingannevoli. Gli uomini differiscono l’uno dall’altro in tutto: nel modo di abbigliarsi, nei vestiti che usano, nel cibo che consumano, nei costumi sessuali, in ciò che considerano onorevole e disonorevole, a seconda delle etnie e degli Stati. Similmente, entro ciascuno Stato ognuno s’è industriato individualmente, chi per possedere la maggior quantità possibile di terra, chi di denaro, chi di schiavi e chi di tutte queste cose insieme; chi per essere ammirato per il suo modo di parlare e, grazie a questa eloquenza, avere più potere degli altri; chi ha posto tutto il proprio impegno soltanto nell’essere un esperto e sperimentato politico, chi nell’ottenere supremazia da qualche altra attività, chi nel dedicarsi al lusso più sfrenato. [5] Eppure, come dicevo e com’è verosimile, al raggiungimento di nessuna di queste mete opererebbero rettamente neppure quanti paiono dedicarsi alle più importanti. Infatti, non sapendo essi cos’è il meglio, cos’è il peggio e cos’è l’utile: ebbene, neppure possono sceglierlo. Invece, chiunque ha desiderato con forza la saggezza, ha riflettuto come si deve prendendosi cura di sé ed acquisendo tale educazione, ed è diventato un uomo virtuoso e diverso dalla massa: ebbene, io affermo che costui ha centrato la buona natura e similmente la buona sorte. Si spera, infatti, che chi a tale ricerca si educa riesca a scoprire ciò ch’è indispensabile conoscere, ed a quel punto necessariamente egli si governa ed effettua tutto il resto con gli occhi e la volontà tesi a quella scoperta. [6] Chi ha capito ciò, d’ora in avanti effettuerebbe bene qualsiasi cosa, tanto quelle che appaiono più importanti quanto le meno importanti; tanto se si dedicasse all’addestramento dei cavalli quanto se si interessasse di musica o di agricoltura, tanto se volesse diventare generale dell’esercito o svolgere altri ruoli di comando o ricoprire altri incarichi pubblici nello Stato. Ebbene, egli svolgerebbe ottimamente tutti questi compiti e non fallirebbe in alcuno di essi. Chi non ha capito ciò, in ciascuna delle opere nelle quali è impegnato potrebbe a volte apparire a se stesso e agli altri come un uomo di successo che opera rettamente: per esempio, se datosi all’agricoltura ottenesse abbondanti raccolti, o mostrasse particolare abilità nel cavalcare, o di essere un capace musicista, o gareggiando fosse capace di battere gli avversari; e però egli avrebbe fallito il conseguimento dell’essenza del tutto giacché ha lavorato a nulla che sia vero bene e che gli sia davvero giovevole. [7] Pertanto egli rimane un uomo incapace di essere felice, così come non si può navigare bene non sapendo dove si sta navigando, spostandosi a casaccio sul mare, con la nave che procede come capita, ora in linea retta ed ora invece cambiando rotta, ora spinta da un vento da poppa e ora da uno da prua. Bisogna invece fare come fanno i musicisti con la lira, e quindi fissare la corda centrale alla nota fondamentale e poi in seguito accordare a questa le altre corde, altrimenti non ne ricaverebbero mai alcuna armonia. Così è anche nella vita, nella quale bisogna capire innanzitutto cos’è l’ottimo per noi, ed una volta fissato questo limite fare tutto il resto conformemente ad esso. Diversamente è verosimile che la vita umana diventi qualcosa di disadattato e dissonante.

Orazione n. 69

ΠΕΡΙ  ΑΡΕΤΗΣ

SULLA VIRTU'

A me sembra una via senza uscita quella nella quale si cacciano gli uomini, i quali lodano ed ammirano certe cose ma ne prendono di mira altre, ed altre ancora sono quelle per le quali si sono industriati. Infatti tutti gli uomini lodano, come si dice, e chiamano divina e solenne la virilità, la giustizia, la saggezza: insomma, ogni virtù. Essi ammirano ed inneggiano a coloro che ritengano virtuosi o che siano stati virtuosi o quasi virtuosi, e li dichiarano dei, o eroi, com’è il caso di Eracle, dei Dioscuri, di Teseo, di Achille, o di tutti i cosiddetti semidei. Sicché tutti gli uomini sono pronti ad ubbidire e servire chi concepiscano essere pari a costoro, qualunque cosa egli ingiunga di fare, e lo designano loro re e comandante; e sono pronti ad affidare i loro averi a chi concepiscano essere davvero temperante, giusto, saggio e quindi uomo realmente per bene. [2] Sicché, a questo riguardo, nessuno potrebbe muovere loro il biasimo di non rendersi conto che la virtù è un affare solenne, che fa onore ed è del tutto degno. E però, nei fatti, essi desiderano ardentemente di tutto ma non di diventare virtuosi, ed effettuano di tutto ma mai al fine di essere temperanti né di diventare saggi, giusti, uomini industriosi nella virtù, capaci di avere piena padronanza di sé, di amministrare per bene una casa, di governare per bene uno Stato, di gestire come si deve tanto la ricchezza quanto la povertà, di avere buone relazioni sia con gli amici che con i parenti, di prendersi cura dei genitori secondo le leggi umane e di rendere culto agli dei secondo quelle divine. [3] Al contrario, alcuni di loro si affaccendano con l’agricoltura, altri col commercio, altri si arruolano per una campagna militare, altri si dedicano alla medicina, altri imparano da qualcuno a fabbricare degli edifici o a costruire delle navi, altri a suonare la cetra oppure il flauto, o a fare i calzolai, o a praticare la lotta, altri dedicano ogni loro cura al fine di apparire valentissimi oratori davanti ad una assemblea popolare o ad un tribunale, e altri ancora al fine di avere corpi robustissimi. Eppure si scoprirebbe che di questi commercianti, agricoltori, soldati, medici, costruttori, citaredi, flautisti, istruttori di ginnastica e pure dei cosiddetti oratori e di quanti hanno corpi robustissimi, molti o quasi tutti sono persone meschine e preda di cattiva sorte. [4] Se l’animo loro diventerà cosciente e la loro mente buona ed essi saranno in grado di effettuare rettamente le faccende proprie e quelle altrui, ebbene è necessario che costoro vivano anche felicemente, poiché sono diventati uomini rispettosi della legge, hanno centrato il buon genio e sono amici degli dei. Giacché non è verosimile che alcuni siano saggi e che siano altri ad essere esperti delle faccende umane, né che alcuni abbiano scienza delle faccende umane mentre sono altri ad avere scienza delle faccende divine, né che alcuni siano scienziati delle faccende divine mentre sono altri ad essere santi, né che alcuni siano santi mentre sono altri ad essere cari agli dei, né che gli uni siano cari agli dei mentre sono gli altri ad essere felici. Neppure avviene che gli uni siano individui stolti mentre sono gli altri ad ignorare le faccende loro confacenti, né che coloro che ignorano le proprie faccende conoscano quelle divine, né che coloro che hanno concezioni da insipiente circa le cose divine non siano sacrileghi. Neppure, allora, è possibile che gli individui sacrileghi siano amici degli dei, né che quanti sono non amici degli dei non abbiano cattiva sorte. [5] Perché mai, dunque, coloro che desiderano essere felici non provano l’irrefrenabile slancio di diventare tali, e pongono invece ogni loro studio nel fare attività effettuando le quali nulla impedisce loro di vivere male una vita meschina? Eppure, anche facendo a meno di flautisti, citaredi, calzolai, istruttori di ginnastica, oratori, medici; ed io aggiungo, anche di agricoltori e di palazzinari, non è impossibile per gli uomini vivere benissimo e con pieno rispetto della legge. [6] Nulla impedisce agli abitanti della Scizia, che sono nomadi, che non hanno case, che non seminano il terreno né piantano alberi, di governarsi da cittadini secondo giustizia e con rispetto delle leggi; mentre là dove mancano legge e giustizia è impossibile che gli uomini non vivano male e molto più crudelmente delle belve. Inoltre laddove ci sono scadenti calzolai, agricoltori o edificatori, non accade per questo alcunché di insopportabile. Semplicemente le calzature sono di qualità peggiore e la disponibilità di frumento e di orzo è minore; mentre laddove ad essere pessimi sono i governanti, i giudici, le leggi, le faccende di tali popoli vanno molto male, la sorte della loro vita è peggiore e presso di loro germogliano vigorose le guerre civili, le opere ingiuste, le azioni oltraggiose ed ogni sorta di empietà. [7] Per di più, se uno non è un calzolaio, ebbene trova vantaggioso comprare le calzature da qualcun altro; chi non sa edificare una casa trova vantaggioso pagare qualcun altro che gliela edifichi; e chi non è agricoltore comprare grano e legumi. Ma se uno è una persona ingiusta, ebbene costui non trova affatto vantaggioso ottenere giustizia da qualcuno degli uomini giusti; e se è una persona stolta e ignorante di quali azioni bisogna fare e da quali altre bisogna astenersi, egli non trova affatto vantaggioso recarsi a consultare un altro e cambiare opinione su ciascuna faccenda. In altri casi, chi ha bisogno di denaro, di mantelli, di una casa o di qualcos'altro, sa bene a chi rivolgersi e cerca di ottenerli da chi queste cose le ha. Ma chi è demente è proprio di essere demente che non sa; afferma anzi di essere all’altezza di ogni situazione e ingigantisce così la propria stoltezza facendo e dicendo stoltamente ogni cosa; ed afferma di essere né ingiusto, né demente, né impudente ma perfettamente competente di cose delle quali non s’è mai preso la minima cura né circa le quali imparò mai alcunché. [8] Gli uomini, invero, ritengono che non esista affatto una scienza grazie alla quale conoscere cosa si deve effettuare, cosa si deve non effettuare e come si vive rettamente. Essi ritengono invece che a questo fine sia sufficiente che le leggi siano scritte, e però del modo in cui ubbidiranno alle leggi, ossia se faranno ben volentieri quanto da esse prescritto, non si preoccupano affatto. Eppure chi si astiene dal rubare per paura, pur approvando e non odiando né condannando il furto, è forse meno ladro dei ladroni? A meno che chi ruba non di giorno ma di notte, noi si dica che di giorno non è un ladro ma una persona onesta. In seguito a ciò, c’è bisogno che siano in molti a minacciare e castigare siffatte persone, in quanto incapaci di astenersi da sole dai delitti, e tali anche in casa loro. E pur essendo persone del genere, esse hanno il diritto di scegliere i legislatori e di punire chi compie delle illegalità, come se i digiuni di musica scegliessero i musicisti e gli inesperti di geometria i geometri. [9] Questo è un segno certo della malvagità degli uomini. Se infatti si abolissero le leggi e fosse permesso il percuotersi l’un l’altro, uccidere, granfiare le proprietà del prossimo, commettere adulterio, darsi al brigantaggio, quali s’ha da credere che saranno coloro che si asterranno da questi delitti e quali invece coloro che decideranno di commettere facilissimamente e prontissimamente questi delitti? Anche proprio adesso noi nondimeno conviviamo da cittadini nascosti tra individui che sono ladri, schiavi e adulteri; ed a questo riguardo non stiamo meglio che se vivessimo tra le belve: anch’esse, se s’impauriscono di uomini o cani che stanno in guardia, evitano di granfiare.

 

Orazione n. 70

ΠΕΡΙ  ΦΙΛΟΣΟΦΙΑΣ

SULLA FILOSOFIA

Dione. Orsù, se tu sentissi qualcuno dire che ha deciso di fare l’agricoltore e però lo vedessi non effettuare nulla a questo scopo, giacché non compera né alleva buoi, non si fornisce di aratri né di altri attrezzi agricoli, non dimora stabilmente in una campagna di sua proprietà o presa in affitto; e passa invece la maggior parte del tempo in città bighellonando nella piazza del mercato e nelle palestre, sempre in cerca di occasioni per una bevuta, di meretrici e di altre frivolezze del genere, dimmi: tu presteresti più attenzione a ciò che egli va dicendo oppure a ciò che effettivamente fa? Ed affermeresti che quell’uomo è un lavoratore agricolo oppure che è uno dei tanti frivoli fannulloni?
Interlocutore. Di sicuro che è un fannullone.
[2] Dione. Bene. Se qualcuno dicesse di essere un cacciatore e di superare gli stessi Ippolito o Meleagro per valentia e resistenza alla fatica; e però mostrasse di non praticare alcuna attività simile, dal momento che non possiede né cani, né delle reti, né un cavallo e che non esce mai a caccia; il cui corpo è né abbronzato dal sole né capace di sopportare il freddo, e pare anzi cresciuto all’ombra, delicato com’è e in tutto simile ad un corpo femminile: ebbene, potresti tu concepire che costui stia dicendo la verità, e che gli si attagli qualcosa che ha a che fare con la caccia?
Interlocutore. Io no.
[3] Dione. Infatti è assurdo arguire la vita di ciascuno di noi più dalle parole che uno dice che dalle opere che fa. Se qualcuno professasse di essere un perfetto conoscitore della musica e di dedicare ad essa tutto il proprio tempo, mentre nessuno l’ha mai sentito suonare la cetra né l’ha mai visto con una cetra o con una lira in mano, né l’ha mai udito proferire una sola parola sulla musica, fatta eccezione per l’annunzio di saperne al riguardo più di Orfeo o di Tamiri; e invece lo vedesse prendersi cura ed allevare galli da combattimento e quaglie, e passare la maggior parte del tempo con persone che a ciò si dedicano: ebbene, uno deve concepire che costui è un musicista oppure che fa lo stesso mestiere delle persone che frequenta?
Interlocutore. Evidentemente che è uno di questi ultimi.
[4] Dione. Se qualcuno garantisse di essere un astronomo e di avere sicurissima scienza dei cicli regolari, delle orbite, delle distanze reciproche di sole, luna, costellazioni varie e per di più dei fenomeni celesti, senza però avere mai mostrato in precedenza interesse per qualcosa di simile e senza preoccuparsene al presente; mentre invece frequenta soprattutto i giocatori d’azzardo, anzi vive con loro ogni volta che lo si vede: ebbene, tu affermeresti che costui è un astronomo oppure che è un giocatore d’azzardo?
Interlocutore. Per Zeus, mai riterrei che gli si attagli qualcosa che ha a che fare con l’astronomia, ma molto di più qualcosa che ha a che fare col gioco d’azzardo.
[5] Dione. Di due tali, uno dei quali dice che salperà al più presto e guadagnerà molto denaro col commercio, e che però non ha in pronto una nave né dei marinai, che non dispone di alcun carico e che addirittura non frequenta affatto il porto né il mare; mentre l’altro si è dato da fare al riguardo, sta esaminando con cura la nave, imbarcando il pilota e caricando le merci: ebbene, quale dei due dirai che ha un serio interesse per il commercio? Quello che ne parla o quello che fa in modo di avere in pronto tutto il necessario per la navigazione e il commercio?
Interlocutore. Io dico quest’ultimo.
[6] Dione. In qualunque circostanza riterrai pertanto priva di valore e indegna di fede la parola non accompagnata dall’atto corrispondente, mentre riterrai degno di fede e veritiero l’atto di per sé, pur se non preceduto da alcuna parola?
Interlocutore. È così.
Dione. Se dunque esistono operazioni ed attrezzi specifici per l’agricoltura o per la navigazione marittima, ed altri che si attagliano specificamente al cacciatore o all’astronomo, e se è così pure per tutte le altre attività; non c’è invece alcuna operazione, né faccenda, né preparazione che sia specifica della filosofia?
Interlocutore. Esiste sicuramente.
[7] Dione. E però tutte quelle che si attagliano al filosofo e alla filosofia se ne stanno celate nell’oscurità, mentre quelle che si attagliano ai commercianti, agli agricoltori, ai musicisti e agli astronomi dei quali ho appena parlato sono invece evidenti e sotto gli occhi di tutti?
Interlocutore. A me pare che non sia così.
Dione. Dunque esistono dei ragionamenti ai quali chi fa filosofia deve dare retta, cognizioni che deve imparare e un regime di vita al quale deve attenersi; sicché, in generale, una cosa è la vita del filosofo e altra cosa è la vita della maggioranza degli uomini. Il primo ha lo sguardo continuamente rivolto alla verità e alla saggezza, alla cura solerte degli dei e, lungi da cialtronerie, inganni ed effeminatezze, alla sobrietà e alla temperanza del proprio animo. [8] Inoltre, diverso è l’abbigliamento di chi vive da filosofo, e diverso da quello delle persone comuni è anche lo scopo del suo giacere a letto, del frequentare palestre e terme, come pure degli altri suoi atti quotidiani; e bisogna legittimare quale uomo dedito alla filosofia soltanto chi segue strettamente e mette in pratica questi comportamenti; mentre chi invece non si distingue per alcuno di essi e non è diverso dalla maggioranza degli uomini in tutto il resto, non va affatto posto nel novero dei filosofi anche se ripetesse migliaia di volte e professasse davanti all’assemblea del popolo di Atene o di Megara, oppure alla presenza dei re di Sparta, di vivere da filosofo; anzi costui va immediatamente cacciato nello stuolo dei cialtroni, dei dissennati e degli effeminati. [9] Seppure è impossibile che sia musicista chi non pratica le attività del musicista, la musica tuttavia non costringe il musicista ad interessarsi esclusivamente di essa ed a non fare assolutamente altro. Così se uno è astronomo, nulla parimenti gli impedisce di allevare galli da combattimento o di giocare d’azzardo, giacché l’astronomia non è di alcun intralcio a fare ciò che è doveroso non fare; e se, per Zeus, uno è diventato un eccellente cavaliere o pilota di navi o geometra oppure un esperto letterato, non c’è da meravigliarsi che egli sia visto in casa di meretrici o in compagnia di flautiste. Infatti il possesso di quelle conoscenze non rende affatto migliore l’animo dell’uomo, né lo tiene lontano dalle aberrazioni. [10] Chi invece si dedica alla filosofia e fa intimamente proprie le sue cognizioni, non si distornerà mai dalle azioni più nobili e generose, e neppure, incurante di queste, egli mai sceglierebbe di proposito di effettuare qualcosa di vergognoso e di stolto, o di rimanersene inattivo, di fare il ghiottone o di ubriacarsi di continuo. Il non provare ammirazione per simili bravate e l’estirpare dall’animo il desiderio di esse ed anzi, tutt’al contrario, il promuovere l’aborrimento e la condanna di esse, è fare filosofia. Nulla impedisce però, parimenti, di affermare di stare facendo vita da filosofo mentre invece si fanno cialtronerie, e di ingannare così tanto se stessi quanto gli altri.

 

Orazione n. 71

ΠΕΡΙ  ΦΙΛΟΣΟΦΟΥ

SUL FILOSOFO

Certe persone dicono che il filosofo dev’essere un uomo superiore, sempre e in tutto. Costoro sostengono infatti che nel conversare con gli altri il filosofo debba essere valentissimo, non mancare mai d’una risposta né difettare di discorsi capaci di deliziare i presenti. Altrimenti, la persona priva di siffatta preparazione, essi dicono, è un individuo qualsiasi e di ben poco valore. Per parte mia, io sostengo che alcune affermazioni di costoro sono giuste e vere, mentre altre non lo sono. [2] Infatti, a mio parere essi sollecitano correttamente che il filosofo si differenzi dagli altri uomini per moltissimi aspetti, a meno però che non pretendano che il filosofo conosca tutte le arti e che in ogni arte sia capace di ottenere risultati migliori di quelli degli artigiani esperti del mestiere: come nell’edificare case, nel costruire navi, lavorare il bronzo, produrre tessuti o coltivare la terra. Com’era il caso di Ippia di Elide, il quale stimava di essere il più sapiente dei Greci non soltanto perché in occasione dei giochi Olimpici e di altre grandi festività Greche declamava suoi poemi d’ogni sorta e pronunciava discorsi su un’ampia varietà di temi, ma anche perché sfoggiava altre opere da lui prodotte con le proprie mani: come l’anello, la fiaschetta, il raschiatoio, il mantello, la cintura; e le mostrava ai Greci quali primizie della sapienza. [3] Anche Omero, a un dipresso, ha fatto di Odisseo un uomo che si differenzia dagli altri non soltanto per intelligenza e per capacità di dare buoni consigli su faccende pratiche, non soltanto per una somma valentia nel parlare alla folla, a poche persone o a un singolo ed anche, per Zeus, all’assemblea riunita, in occasione di un simposio e, se capitava, camminando per strada con qualcuno, davanti ad un re o ad una persona qualunque, ad un uomo libero o ad uno schiavo, tanto quand’era celebre e re, quanto in seguito, invece, quand’era un poveraccio sconosciuto, ad un uomo e parimenti ad una donna e ad una fanciulla; ma anche un uomo che sapeva perfettamente combattere e che era esperto di tutti i mestieri, come quello del falegname, dell’edificatore di case e del costruttore di navi. [4] Infatti, come avrebbe potuto ricavare il suo letto nuziale ritagliandolo dal tronco d’un olivo, senza avere perfette conoscenze di falegnameria? Come avrebbe potuto costruirgli tutt’intorno la sua camera da letto, senza conoscere perfettamente come si edifica una casa? E come avrebbe fatto a fabbricare la sua zattera, senza essere esperto di costruzioni navali? Quanto al piantare e coltivare alberi, egli mostra di essersene occupato seriamente ben presto sin da fanciullo, visto che chiedeva a suo padre di dargli alberi e viti. D’altra parte, essendo suo padre un agricoltore assai solerte e molto esperto, è del tutto verosimile che Odisseo non ignorasse questa materia, nella quale anzi egli sfida Eurimaco a misurarsi con lui in abilità di mietitura e di aratura. Ma Odisseo afferma anche di essere esperto di attività quali il cucinare, il mescere il vino e tutti quei servizi che quanti sono di rango inferiore somministrano a quelli di rango superiore. [5] Dunque in queste attività Ippia e Odisseo erano entrambi parimente straordinari. Io dico però che il filosofo non è tale da conoscere tutte le arti (giacché è arduo esercitarne anche una soltanto con precisione) ma che egli fa tutto ciò che gli capita di fare meglio degli altri uomini e che, quanto alle arti, se qualche volta sarà costretto ad accostarsi a qualcosa del genere, egli non si segnalerà nell’arte in quanto tale, non essendo infatti possibile che il profano in falegnameria operi meglio di un falegname o che chi è inesperto di agricoltura appaia più esperto dell’agricoltore in qualche lavoro agricolo. [6] Dove potrebbe allora segnalarsi il filosofo? Coll’operare o non operare in modo utile e col conoscere il quando si deve, il dove, il momento opportuno di un’opera, ed anche la sua possibilità meglio dell’artigiano. Per esempio, a me pare che Dedalo non operasse affatto bene nella costruzione del Labirinto di Creta, labirinto una volta entrati nel quale i suoi concittadini, sia maschi che femmine, perivano: giacché operando così egli operava contro giustizia. E neppure operò rettamente quando collaborò a soddisfare l’insana smania di Pasife, giacché non era utile, non era giusto, non era bello secondare smanie siffatte ed inventare congegni per scopi vergognosi e sacrileghi. E pure quando dotò Icaro di ali, se è il caso di fidarsi del mito, io affermo che il suo non fu un buon ritrovato, giacché costruì per il figlio e gli applicò ali non abbastanza potenti, col risultato di causarne la morte. [7] E mi sembra che anche Omero usi parole pesanti contro un certo falegname Troiano, e non per avere costruito male le navi con le quali Alessandro navigò verso la Grecia, giacché egli nulla aveva di cui incolparlo quanto all’arte sua. Dice infatti Omero:

‘il quale costruì per Alessandro navi ben proporzionate,
origini di molti mali’.

Così dicendo, Omero non solo non loda il costruttore delle navi, ma lo denigra molto più che se avesse detto che costui aveva costruito navi lente o con qualche altro difetto, giacché gli muove l’esplicita accusa di avere costruito navi che non doveva costruire. Sempre Omero denigra similmente anche un certo cacciatore e ne ridicolizza l’abilità, dicendo che egli la possedeva del tutto invano, poiché sapeva sì cacciare gli animali selvatici, ma in guerra non riusciva mai a centrare neppure un solo nemico e quindi risultava assolutamente inutile a causa della sua viltà; anche se aggiunge poi che in tali circostanze Artemide non gli veniva in aiuto. [8] Pertanto è manifesto da questi esempi che saggezza e virtù vanno applicate tanto alle arti che gli uomini conoscono quanto agli esiti che da esse possono risultare e che essi non conoscono. Facendo tutto così, il virtuoso, quale è d’uopo che il filosofo sia, si differenzierebbe dagli altri, poiché è l’unico che sa quando è il caso di fare oppure di non fare qualcosa, qualunque sia l’arte nella quale è impegnato. Ma che il filosofo dipingerà meglio dei pittori, pur non essendo un pittore; o che curerà secondo l’arte medica più efficacemente dei medici, pur non essendo un medico; o che canterà più musicalmente dei musicisti, pur essendo inesperto o appena mediamente esperto di musica; o che si mostrerà più esperto dei matematici in fatto di numeri, o dei geometri in fatto di geometria, o di piantagioni degli agricoltori, o di pilotaggio dei piloti, o capace di sgozzare un animale più in fretta dei macellai, oppure, quando lo si deve fare a pezzi, di farlo a pezzi più in fretta dei professionisti di tale lavoro: ebbene questo non bisogna pensarlo. [9] Eppure uno dei sovrani d’oggi pretendeva d’essere sapiente di quella sapienza che consiste nel saperne più di tutti nella conoscenza, ben s’intende, non di quelle cose che gli uomini non ammirano, ma di quelle grazie alle quali si viene incoronati: bandire gare e spettacoli, cantare accompagnandosi con la cetra, recitare in teatro, competere nella lotta e nel pancrazio. Dicono anche che egli era capace di dipingere meglio di tutti, così come di modellare statue e di suonare il flauto sia con la bocca sia con la zampogna sotto l’ascella, per evitare il gonfiore delle guance che rese brutta Atena. Dunque chi potrà mai dire che ai nostri tempi non esisteva un sapiente?

 

 
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