DIONE CRISOSTOMO

 

 

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13B DIONE CRISOSTOMO

Tutte le citazioni delle Orazioni di Dione Crisostomo
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

1 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ I, 42. Posso dunque ben parlare del governo dell’intero cosmo il quale, tutto quanto felice e sapiente, sempre percorre l’eternità infinita, costantemente, in cicli infiniti, con buona fortuna e consimile divino potere e Prònoia; e che con un comando giustissimo ed ottimo procura che noi siamo simili a lui, in armonia con la comune natura sua e nostra, adorni d’un solo statuto e d’una sola legge e partecipi della medesima costituzione. Colui che onora questa costituzione, la custodisce e nulla effettua di contrario ad essa si conforma alla legge, è caro agli dei, composto; mentre chi invece, per quanto sta a lui, la manda sossopra, la viola e la ignora è un individuo senza legge, scomposto, tanto se è chiamato persona comune quanto se occupa delle cariche. [SVF III, 335]

2 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ III, 43. Si chiama ‘comando’ il ‘governo degli uomini conforme alla legge’ e il ‘provvedere agli uomini secondo la legge’. [SVF III, 331]

3 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ VII, 102. Proprio a questi versi (di Euripide) ha obiettato uno dei maggiori filosofi; e nessuno, a mio parere, potrebbe affermare che egli abbia obiettato ad essi e a quelli di Sofocle sulla ricchezza di denaro, per ambizione di vittoria. A quelli (di Euripide) egli ha obiettato un poco, a quelli di Sofocle un po’ di più; e non, come stiamo facendo noi ora, a lungo, in quanto lì per lì egli non aveva molta potestà di dilungarsi, ma ne scriveva nei libri. [SVF I, 562]

4 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ VII, 134. [I lenoni] non hanno vergogna di nessuno, né di uomini né di dei; né di Zeus protettore delle nascite, né di Era protettrice delle nozze. [SVF III, 727]

5 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XIV, 16. In una parola, non è lecito effettuare azioni viziose, mentre è d’uopo affermare che è conveniente e lecito effettuare quelle giuste, utili e virtuose. Dunque per nessuno è senza perdita il fare azioni viziose e sconvenienti. A tutti è però similmente accordata la possibilità di fare il contrario, e coloro che effettuano queste azioni trascorrono la vita senza perdita alcuna, mentre coloro che effettuano le azioni vietate sono puniti. A te sembra che quanti effettuano le azioni lecite siano diversi da coloro che hanno scienza di esse, e che quanti effettuano le azioni contrarie siano diversi dagli ignoranti? Pertanto tutto ciò che gli uomini saggi rettamente decidono di effettuare è loro lecito. Invece tutto ciò che le persone stolte decidono, non è lecito a chi mette mano ad effettuarlo. Cosicché è necessario che i saggi siano uomini liberi e che sia loro lecito fare ciò che dispongono, mentre è invece necessario che i dissennati siano individui servi e che facciano proprio ciò ch’è loro non lecito. Dunque è d’uopo anche chiamare la libertà scienza delle cose che è accordato effettuare e di quelle che è impedito effettuare; e chiamare la servitù ignoranza delle cose lecite e di quelle illecite. [SVF III, 356]

6 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XV, 31. Sicché chi sarà bennato per la virtù, costui conviene che sia chiamato di nobile natura. […] Ma non è proprio possibile che uno sia di nobile natura e non sia di nobile indole, né che sia di nobile indole e non sia un uomo libero. Sicché è anche del tutto necessario che la persona ignobile sia serva. [SVF III, 365]

7 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXIII, 53. Si racconta che una valente persona di qui (Tarso) giungesse in una certa città e che fosse in grado di fare questo lavoro, ossia di riconoscere all’istante il modo d’essere di ciascuno e di esporne le caratteristiche, senza mai fallire, in quest’opera, con alcuno. […] che costui è un tipo virile, che costui è un vile, costui un cialtrone, costui è una persona oltraggiosa o un cinedo o un adultero. Siccome l’uomo era stupefacente nel dimostrare questa capacità e non si sbagliava in alcun caso, ecco che gli portano innanzi un tale con tratti somatici spigolosi, con le sopracciglia fuse, squallido, malconcio, con i calli alle mani, avvolto in un manto fosco e ruvido, peloso fino alle caviglie e tutto scarmigliato, chiedendogli di dire chi fosse. Dopo averlo guardato per parecchio tempo, da ultimo l’uomo, a me sembra peritandosi di dire quel che aveva riscontrato, affermò di non avere compreso il caso ed ordinò a quello di partirsene. Mentre si discostava, quello però fece uno sternuto ed allora egli subito gridò a gran voce che si trattava di un cinedo. [SVF II, 10a]

8 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 20. Essi affermano che lo Stato è una moltitudine di uomini dimoranti nello stesso luogo e governata dalla legge. [SVF III, 329]

9 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 23. Giacché è d’uopo chiamare felice allo stato puro unicamente questa costituzione politica e questo Stato, ossia la società che lega gli dei gli uni agli altri. Se poi si vorranno abbracciare in essa tutti quanti gli esseri dotati di ragione, allora si terrà conto anche della società degli uomini con gli dei, contando però gli uomini come ragazzi dei quali si dice che partecipano dello Stato insieme con gli adulti. I ragazzi, infatti, sono per natura cittadini ma non pensano né operano da cittadini e neppure sono accomunati agli adulti dalla legge, della quale non hanno alcuna comprensione. [SVF III, 334]

10 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 29-31. Ma, dissi io, la parola ‘Stato’ non va intesa nel senso che gli Stoici dichiarino che il cosmo è senza altre mediazioni uno Stato. Questo, infatti, sarebbe in contrasto col discorso stoico sullo Stato, che i nostri maestri hanno definito, come dicevo, un insieme organizzato di uomini. Allo stesso tempo, non sarebbe forse confacente né persuasivo dire che il cosmo è principalmente un essere vivente e poi essere dell’avviso che è uno Stato, giacché credo che nessuno accetterebbe facilmente di concepire che la stessa entità è uno Stato e insieme un essere vivente. Tuttavia il presente buon ordinamento cosmico- dove il tutto è stato suddiviso e ripartito in molteplici e diverse forme di vegetali, di esseri viventi mortali e immortali, e inoltre d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco; il quale è nondimeno per natura uno solo pur in tutte queste fogge e che è diretto da un solo animo e da una sola forza- gli Stoici lo fanno in certo modo somigliare ad uno Stato, a causa della moltitudine delle creature che in esso nascono e decedono, e inoltre del buon ordine e della bella compostezza del suo governo. La dottrina stoica, in poche parole, s’è industriata di armonizzare insieme il genere umano e quello divino, e di abbracciare tutto ciò ch’è razionale in un unico discorso, trovando questo l’unico potente e indissolubile fondamento della società e della giustizia. [SVF II, 1130]

11 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 37-38. Se gli uomini non chiamano re chi è a capo del cosmo nella sua interezza, non ammetterebbero che il cosmo sia retto da un re; e negando che esso sia retto da un re, negherebbero di essere cittadini di uno Stato e l’esistenza di una vita politica [regale] dell’universo. Se invece convengono sull’esistenza di una vita politica, non si tratterrebbero dall’ammettere l’esistenza di uno Stato o qualcosa di simile all’essere cittadini di uno Stato. Questo è dunque il ragionamento dei filosofi, che dimostra la buona e filantropica comunanza di demoni e di uomini e fa partecipi di legge e di vita politica non degli esseri viventi qualunque, ma quanti partecipano di ragione e di saggezza. [SVF II, 1129]

12 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 43 segg. <Il primo cavallo> differisce <dagli altri tre> per bellezza, per grandezza e per velocità -in quanto corre in corsia esterna e quindi compie il percorso più lungo- ed è sacro allo stesso Zeus. <I Magi dicono> che è alato, di un colore che ha la brillantezza dei raggi di luce più puri, e che su di esso si vedono i contrassegni di Sole e Luna risaltare in modo lampante. […] Gli altri astri fanno tutti per natura parte di esso, compiono il loro percorso circolare insieme a lui ed hanno questo solo movimento, pur essendocene però alcuni che seguono percorsi variabili. […] <Il secondo cavallo> gli è accosto vicinissimo ed ha nome Era. È docile e mansueto, molto inferiore al primo per vigoria e per velocità; di un colore per sua natura nero, che è reso lucente quando sia rischiarato dal sole ma che, quando nel suo percorso circolare si trovi nell’ombra, riprende la sua propria tinta. […] <Il terzo cavallo> è sacro a Poseidone ed è più lento del secondo. […] <Il quarto cavallo> è solido e immobile, non soltanto senz’ali, ed ha nome Estia. […] <Gli altri cavalli> stringono e premono su di lui da ogni direzione; e i due che gli sono prossimi s’inclinano e piegano su di lui cadendogli addosso e sospingendolo imperitamente, mentre il primo cavallo, quello più all’esterno, gira intorno a quello che sta fermo come intorno ad una meta. [SVF II, 569]

13 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 51 segg. [Si narra come avvenga la conflagrazione universale] Tra questi <quattro elementi> avvengono delle trasformazioni e dei cambiamenti di forma, fino a che tutti quanti, vinti da quello più potente, sono riuniti insieme in una sola natura. […] È come se un mago plasmasse dei cavalli di cera e poi, levandone e raschiandone via da ciascuno un po’, l’aggiungesse altrove ad un altro e infine, dopo averli consumati tutti a favore di uno solo dei quattro, col proprio lavoro traesse fuori da tutto il materiale un cavallo d’una sola foggia. Siffatto lavoro non è però, come nel caso di artefatti inanimati, quello d’un artigiano creativo che s’affaccenda e trasferisce il materiale dall’esterno, bensì una passione che nasce nei cavalli stessi, come se essi si disputassero la vittoria in una grande e verace gara. […] <Il cavallo di Zeus> in quanto è il più vigoroso di tutti e focoso per natura, dopo aver fatto velocemente consumare gli altri, come se essi fossero realmente -io credo- di cera; in non molto tempo, che invece a noi sembra infinito […] prende in sé tutta quanta la sostanza degli altri ed appare alla vista molto più grande e più radioso di quanto fosse in precedenza […] così da pigliarsi più spazio possibile ed abbisognare di un posto più grande […] ed è allora ormai semplicemente l’animo dell’auriga e padrone, o piuttosto proprio la parte saggia ed egemone di esso. [SVF II, 602]

14 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XXXVI, 55 segg. Una volta rimasta soltanto la mente, dopo che essa ebbe riempito di sé uno spazio inconcepibilmente grande in quanto espansasi altrettanto in ogni direzione; e dopo che in essa nulla più di fitto rimase poiché la radezza ebbe l’assoluta preminenza, nel momento in cui la mente diventa bellissima e prende la natura purissima di un raggio di luce incontaminato, ecco che essa per prima cosa bramò intensamente la vita. E presa d’amore, […] provò l’impulso di generare ciascuna cosa, attribuendole un posto e fabbricando così l’attuale cosmo, da principio molto migliore e molto più radioso in quanto più giovane. Nell’istante di questa intellezione, la mente intera si mutò con facilità in un lampo sfolgorante, non distorto e sordido […] ma puro e non mischiato a tenebra alcuna. Allora, memore di Afrodite e della generazione, quel lampo s’ammansì e placò; e smorzata di molto la sua luce, si converte nell’aria ignea d’un fuoco lene. Mischiatosi dunque ad Era, con lei condivide la più perfetta unione nuziale, e mentre cessa di agitarsi eiacula l’intero germe dell’universo. È questo felice sposalizio di Zeus ed Era quello cui inneggiano i discepoli dei sapienti nelle iniziazioni misteriche. Una volta resa umida l’intera sostanza, solo ed unico sperma dell’universo, che egli stesso percorre come fa lo pneuma che plasma e crea dentro un seme, allora soprattutto Zeus diventa per composizione somigliante alle altre creature viventi, in quanto si direbbe non per metafora che esse consistano di corpo e d’animo, ed ormai plasma e modella con facilità tutto il resto, spandendo intorno a sé la sostanza scorrevole e morbida e tutta agevolmente cedevole. Lavoratolo tutto alla perfezione, da principio Zeus mostrò il cosmo esistente inconcepibilmente nobile e bello, molto più radioso di quello che si può ora vedere […] [SVF II, 622]

15 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XL, 37. Quello che dai sapienti è chiamato ‘predominanza dell’etere’, è un periodo nel quale predomina la parte regale e dominante della facoltà psichica -parte che i sapienti spesso non disdegnano di denominare ‘fuoco’- che entro tempi definiti è diventata mite e rispettosa dei limiti, e sembra avere come attributi necessari amicizia e concordia. Invece, quando la sopraffazione degli altri e la litigiosità è diventata, contro la legge, preminente, allora esse portano con sé un estremo pericolo di totale rovina; rovina che non sarà mai intenzione dell’intero cosmo perché in esso esiste totale pace e giustizia tra le parti, ed esse ovunque obbediscono e cedono il passo alla sua legge equa e ragionevole, servendola ed adeguandosi ad essa. [SVF II, 601]

16 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ XLVII, 2. Dapprima io mi stupivo di quei filosofi che si lasciano dietro le loro patrie senza che nulla li costringa a ciò, ma per la scelta di vivere presso altre genti; pur dichiarando che si deve onorare e far gran conto della patria e che partecipare agli affari pubblici e interessarsi dello Stato è cosa, per l’uomo, secondo natura. Intendo riferirmi a Zenone, a Crisippo, a Cleante, nessuno dei quali rimase in patria, pur affermando queste cose. [SVF I, 28]

17 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ LIII, 4-5. Anche il filosofo Zenone ha scritto sull’Iliade, sull’Odissea e intorno al Margite; ed a lui sembra che quest’ultimo poema sia il parto di un Omero più giovane, che mette alla prova la sua attitudine naturale alla poesia. Zenone nulla denigra di Omero, benché nel contempo esponga ed insegni che Omero ha scritto alcune cose secondo opinione ed altre secondo verità, affinché non appaia che egli si contraddica nel caso di certe vicende che sembrano narrate in modo opposto. Questo discorso, ossia che alcune vicende sono state narrate dal poeta secondo opinione e altre secondo verità, fu fatto per primo da Antistene. Ma questi non lo elaborò, mentre Zenone lo rese manifesto in tutti i suoi particolari. [SVF I, 274]

18 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ LIII, 4-5. Anche il filosofo Zenone ha scritto sull’Iliade e sull’Odissea […] ed insegni che <Omero> ha scritto alcune cose secondo opinione ed altre secondo verità, affinché non appaia che egli si contraddica […]. Inoltre anche Persèo, il discepolo di Zenone, ha scritto seguendo questa stessa ipotesi e pure molti altri. [SVF I, 456]

19 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ LXXI, 5. Io dico che il filosofo non è tale da conoscere tutte le arti (giacché è arduo esercitarne anche una soltanto con precisione) ma che egli fa tutto ciò che gli capita di fare meglio degli altri uomini e che, quanto alle arti, se qualche volta sarà costretto ad accostarsi a qualcosa del genere, egli non si segnalerà nell’arte in quanto tale, non essendo infatti possibile che il profano in falegnameria operi meglio di un falegname o che chi è inesperto di agricoltura appaia più esperto dell’agricoltore in qualche lavoro agricolo. Dove potrebbe allora segnalarsi il filosofo? Coll’operare o non operare in modo utile e col conoscere il quando si deve, il dove, il momento opportuno di un’opera e anche la sua possibilità meglio dell’artigiano. [SVF III, 562]

20 - Dione Crisostomo ‘Orationes’ LXIX, 4. Se l’animo loro diventerà cosciente e la loro mente buona ed essi saranno in grado di effettuare rettamente le faccende proprie e quelle altrui, ebbene è necessario che costoro vivano anche felicemente, poiché sono diventati uomini rispettosi della legge, hanno centrato il buon genio e sono amici degli dei. Giacché è inverosimile che alcuni siano saggi e che siano altri ad essere esperti delle faccende umane, né che alcuni abbiano scienza delle faccende umane mentre sono altri ad avere scienza delle faccende divine, né che alcuni siano scienziati delle faccende divine mentre sono altri ad essere santi, né che alcuni siano santi mentre sono altri ad essere cari agli dei, né che gli uni siano cari agli dei mentre sono gli altri ad essere felici. Neppure avviene che gli uni siano individui stolti mentre sono gli altri ad ignorare le faccende loro confacenti, né che coloro che ignorano le proprie faccende conoscano quelle divine, né che coloro che hanno concezioni da insipiente circa le cose divine non siano sacrileghi. Neppure, allora, è possibile che gli individui sacrileghi siano amici degli dei, né che quanti sono non amici degli dei non abbiano cattiva sorte. [SVF III, 584]

 

 
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