La filosofia stoica di Epitteto in cinque dialoghi

Dialogo 4

La Natura delle Cose

 

 

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Οὐ μὲν οὖν τῇ ἀληθείᾳ, φάναι, ὦ φιλούμενε Ἀγάθων, δύνασαι ἀντιλέγειν, ἐπεὶ Σωκράτει γε οὐδὲν χαλεπόν.

“Mio amato Agatone -replicò allora Socrate- è alla verità che tu non puoi opporre argomenti, giacché a quelli di Socrate non è affatto difficile opporne”
(Platone ‘Simposio’ 201D)

 

Dialogo 4.A.4

La natura delle cose

 

Addossato ad un muro di pietre e non lontano dal piccolo anfiteatro affacciato sul mare, svetta un gran ginepro secolare e ancora vitalissimo, folto di coccole aulenti. I suoi lunghi, rugosi e pungenti rami inferiori si allargano a raggiera e scendono fino a terra. Potandoli appropriatamente, Raniero è riuscito a ricavare qui uno stupendo gazebo naturale. Nei dopo pranzo estivi, quando il sole riversa sull’isola i suoi lucidi torrenti di calore ed è impossibile qualunque spostamento, è piacevolissimo fare una siesta all’ombra e nella frescura che il gazebo regala.
Muriel ha raccontato che, quel giorno, era stata invitata da Raniero e da Irene a raggiungerli nel tardo pomeriggio. Mentre stava guardando se la lavanda, il geranio, il rosmarino e  la ginestra, che erano state piantate qualche giorno prima, avevano bisogno di acqua, è stata sorpresa dalla improvvisa presenza, alle sue spalle, dei suoi due amici.
-Non vi ho visto arrivare e mi sono un po’ spaventata, ha detto Muriel. Da dove spuntate?-
-Abbiamo schiacciato un pisolino sulle brandine collocate sotto il gazebo, ha risposto Irene; e quando ti abbiamo visto arrivare ti siamo venuti incontro. Oggi Raniero mi ha proprio divertito: sai con quale nome ha battezzato il gazebo?-
-Non ne ho idea, ha risposto Muriel; ma siccome Raniero scherza spesso, mi aspetto che sia un nome divertente-
-Adesso lo chiama “la nostra Cappella Siestina”, ha detto Irene ridendo e guardando con affetto Raniero-
Anche Muriel si è messa a ridere, mentre Raniero si è sforzato di rimanere serio serio finché è stato costretto a coprirsi il viso con le mani per nascondere l’allegria che lo pervadeva.
-Nonostante il vento dei giorni scorsi le piante che avete trapiantato stanno benissimo! ha notato Muriel-
-Sì, ha concordato Raniero. Non mi aspettavo tanto successo per chi come noi è, in fondo, ancora un dilettante in queste cose. Adesso però vi propongo di entrare in casa per preparare un buon caffé. Poi, se volete, possiamo riprendere le nostre conversazioni nell’anfiteatro-
-Accetto con entusiasmo, ha subito annuito Muriel-
-Non fa più così caldo come qualche ora fa, ha detto Irene; e anche il vento si è molto calmato. Sarà magnifico conversare nuovamente insieme-
Dopo avere gustato il caffé ed essersi accomodati sui gradini dell’anfiteatro, Muriel si è rivolta a Raniero e gli ha chiesto:
-Tu parli spesso della natura delle cose. Capire qual è la natura delle cose significa per te essere in  grado di cogliere i dati di una determinata situazione?-
-Non tanto i dati, le ha risposto Raniero, che potremmo anche chiamare le rappresentazioni che una persona si  fa di una determinata situazione. Quando io parlo della natura delle cose intendo in primo luogo riferirmi al fatto che delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. La natura delle cosesi sostanzia in una bipartizione fondamentale tra cose che dipendono esclusivamente da noi e cose che non dipendono esclusivamente da noi ossia in cose, come le definisce Epitteto, proairetiche e in cose aproairetiche-
-Per chiarezza, puoi farci ancora una volta un esempio delle une e delle altre? ha chiesto Irene-
-Ebbene, ha risposto Raniero, in nostro esclusivo potere, e dunque proairetiche, sono: concezione, impulso, desiderio, avversione, assenso e, in una parola, quanto è opera nostra. Non in nostro esclusivo potere, e dunque aproairetiche, sono ad esempio: il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, quanto non è opera nostra-
-Ma questo stoicismo, perché di questo si tratta, ha domandato Muriel, non è una cosa ‘ideologica’? A me sembra che sia soltanto uno dei tanti ‘ismi’ come, per citarne alcuni, l’epicureismo, l’idealismo, il marxismo e così via-
-E per di più, ha ribadito a sua volta Irene, non è una cosa del tutto ‘culturale’ ossia una costruzione legata a contingenze storiche e a modelli di civiltà che non hanno affatto valore universale?-
-Voi ponete subito e giustamente il problema dell’esistenza stessa di una natura delle cose ossia di qualcosa che possa essere definito come ‘invariante’ e rispetto al quale tutto il resto è relativo. Cominciamo allora dal mondo materiale e dalla fisica. Quando si parla della ‘Teoria della relatività’, ad un certo tipo di persone piace moltissimo ripetere che ‘tutto è relativo’. Questa è naturalmente una sciocchezza, giacché la cosiddetta teoria della relatività non dimostra per nulla come, nel mondo fisico, tutto è relativo. Al contrario, essa è volta ad escludere tutto ciò che è relativo e a giungere ad una sistemazione delle leggi fisiche che sia completamente indipendente dalle condizioni dell’osservatore. Esiste nel mondo fisico almeno una grandezza che sia invariante e rispetto alla quale le altre sono relative?-
-Non sapremmo dire, hanno risposto perplesse Irene e Muriel-
-La risposta è affermativa, ha spiegato Raniero. Einstein e molti altri fisici con lui hanno dimostrato che questa grandezza esiste e che essa è la velocità di propagazione del campo elettromagnetico nel vuoto o, per dirlo più semplicemente, la velocità della luce. Ora tralasciamo del tutto di interessarci del diluvio di implicazioni e di conseguenze che sono insite in ciò e poniamoci questa semplice domanda: la luce è cosa proairetica o aproairetica?-
-Certamente aproairetica, ha risposto con sicurezza Irene-
-Allora possiamo concluderne, ha continuato Raniero, che nell’ambito delle cose aproairetiche è legittimo parlare dell’esistenza di una natura delle cose. Questo significa, in altre parole, che è possibile proporre regole che ci permetteranno di interpretare e di prevedere il comportamento di almeno alcuni oggetti materiali-
-In effetti, ha convenuto Muriel, fin qui il discorso mi sembra filare liscio-
-Chiediamoci adesso se sia possibile parlare dell’esistenza di una natura delle cose anche nell’ambito di ciò che è proairetico. Poniamo la domanda sotto questa forma: è possibile trovare anche qui una grandezza che abbia la stessa importanza e lo stesso significato che ha la velocità della luce nell’ambito di ciò che è aproairetico?-
-Mi sembra, ha confessato Irene, una domanda difficilissima, alla quale è impossibile dare una risposta-
-Non è così, ha affermato Raniero. La grandezza invariante che ricerchiamo nell’ambito di ciò che è proairetico esiste, la conosciamo tutti e si chiama ‘libertà’-
-Ma come, si è stupita Muriel, tu paragoni la velocità della luce alla libertà? La velocità della luce è una grandezza che ha un valore finito e preciso, misurabile. Non puoi parlare della libertà come se fosse una grandezza misurabile-
-Capisco la tua perplessità, ha ammesso Raniero, e non intendo entrare in dettagli che neppure io padroneggio. Mi basta che si ammetta che esistono anche grandezze infinite, le quali si prestano ad essere trattate con la stessa semplicità con la quale trattiamo i numeri interi e le grandezze finite. Se è così, siamo autorizzati a credere che esiste una natura delle cose anche nell’ambito di ciò che è proairetico ed a parlare di esso, ossia delle nostre concezioni, impulsi, desideri, avversioni e così via, come aspetti di una stessa grandezza invariante ed infinita che chiameremo ‘libertà’-
-Ma che cos’è la libertà di cui parli? ha chiesto Muriel
-Più che di libertà in astratto, preferirei parlare di uomini e donne liberi. Essi sono coloro ‘ai quali tutto accade secondo proairesi’. Coloro, cioè, che non perseguono ciò che non è in loro esclusivo potere come se lo fosse; che sanno fronteggiare qualsiasi evento aproairetico e che da questa prova sanno trarre virtù, bellezza e felicità. Libero è dunque colui che usa la diairesi e che conosce la natura delle cose-
-Sai, quell’affermazione che dice che ‘la mia libertà finisce dove inizia la tua’, come si relaziona, secondo te, è intervenuta Irene, con quanto detto sopra?-
-Epitteto dice ‘Nessuno può essere padrone della proairesi altrui’. La proairesi non può essere costretta né impedita da null’altro che da se stessa, quindi essa è una grandezza infinita-
-Allora vuol dire che uno può fare tutto ciò che vuole?-
-Infinità non equivale per nulla ad onnipotenza. Dunque benché infinita, non esistendo alcuna grandezza maggiore di lei, quando ti scontri con un’altra proairesi, lì finisce la tua onnipotenza perché tu non puoi mai, come dicevamo, essere padrone della proairesi altrui. Se la proairesi fosse una grandezza finita, allora la proairesi più grande o più forte sarebbe padrona della proairesi più debole. La proairesi di qualunque persona, invece, non è né più grande né più piccola di un’altra, ma infinita, e può essere condizionata soltanto da se stessa-
-Mi rendo conto adesso, ha interrotto Irene con un po’ di tremito nella voce, che quando discutiamo di Proairesi parliamo proprio di questa grandezza e che la definiamo sempre inasservibile e insubordinabile-
-Proprio così, ha concluso Raniero. Ciò che nessuna forza al mondo è capace di asservire e di subordinare può a buon diritto essere definita come una grandezza infinita. Tale è la libertà di ciascuno di noi, di ciascun essere umano. Questa è la risposta che cercavamo alla domanda sull’esistenza di una natura delle cose nel campo di ciò che è proairetico-
-Ma scusa, ha protestato Muriel, tu dimentichi che per subordinare ed asservire un essere umano basta minacciarlo di morte!-
-Come dice Epitteto, ha risposto Raniero, non è la minaccia di morte a subordinare e asservire quell’individuo, ma è l’infinita libertà della sua proairesi a giudicare che è meglio per lui fare quanto gli viene richiesto che morire. È sempre il giudizio che costringe il giudizio, ossia la proairesi che costringe se stessa, giacché una grandezza infinita non può essere superata da una grandezza finita-
-Ma non hai ancora spiegato, ha detto Muriel, perché non ritieni ‘ideologica’ e ‘culturale’ l’esistenza di una natura delle cose e la loro bipartizione. La difficoltà principale che io vedo in proposito sta nella constatazione che male e bene, felicità e infelicità, bellezza e bruttezza sono giudizi che appartengono soltanto ai singoli individui e che sono forme, per usare la tua terminologia, della loro infinita libertà. Enorme è però la varietà di civiltà, culture, lingue ed individui umani e non vedo proprio come si potrebbe privilegiare un modello definendolo, ad esempio, ‘giusto’ rispetto ad altri che sarebbero invece ‘ingiusti’. È questo che io intendo, quando affermo di averne fin sopra i capelli delle ‘ideologie’ e quando dico che tutti i ‘modelli culturali’ sono relativi-
-Riassumiamo, ha ripreso Raniero, quanto abbiamo detto fin qui. Penso che siamo ormai d’accordo nel sentirci autorizzati a parlare dell’esistenza di una bipartizione delle cose in proairetiche e aproairetiche. Questa bipartizione è un dato né ideologico né culturale: si tratta, credetemi, della semplice e incontrovertibile constatazione empirica di che cosa siamo in grado di fare e di che cosa non siamo in grado di fare. Siamo anche d’accordo nel sentirci autorizzati a parlare dell’esistenza di una natura delle cose aproairetiche, così come ce ne parlano i fisici che le studiano. Come tali, tutte le cose aproairetiche sono deboli, serve, soggette ad impedimenti e costrizioni da parte di ciò che, di volta in volta, assume un valore finito superiore ad esse. Siamo inoltre d’accordo nel sentirci autorizzati a parlare dell’esistenza di una natura delle cose proairetiche, la quale si sostanzia nella infinita libertà della nostra proairesi. La difficoltà che Muriel vede, può essere risolta in questo modo. È fuori di dubbio che male e bene, felicità e infelicità, bellezza e bruttezza e così via sono giudizi che appartengono soltanto ai singoli individui e che sono forme della loro infinita libertà. Poniamoci adesso la domanda cruciale in questa forma: anche se è certo che noi differiamo nel giudicare buone o cattive certe cose, esiste almeno un giudizio o una coppia di giudizi sui quali tutti gli esseri umani non possono non concordare, indipendentemente dalla loro cultura, razza, religione, ideologia, lingua, età, sesso, e quant’altre differenze si possano immaginare? Se la risposta sarà: sì, ecco che avremo trovato il fondamento incrollabile sul quale basare la fiducia nell’esistenza di una natura umana. Se la risposta sarà: no, dovremo concluderne che non esiste una natura umana e che noi saremo eternamente chiusi entro i limiti dell’’ideologia’ e della ‘cultura’, con tutto ciò che ne consegue. Qualcuno di voi ha una risposta o si sente di azzardarne una?-
Nel silenzio, si udiva il sibilo delle ali dei grandi gabbiani che sfrecciavano in cielo ed i cui rauchi stridii si mescolavano al frinire inesausto delle cicale.
-Va bene, ha ripreso Raniero, allora tenterò io di dare una risposta. Esiste una coppia di giudizi sui quali tutti gli esseri umani non possono non concordare, indipendentemente -come dicevo poco fa- dalla loro cultura, razza, religione, ideologia, lingua, età, sesso, e così via. Infatti nessun essere umano, ripeto nessuno, può fare a meno di giudicare bello, felice, buono l’ottenere ciò che desidera e di giudicare brutto, infelice e cattivo l’incappare in ciò che avversa. Questo fonda l’esistenza di una natura umana-
-Non capisco, lo ha interrotto Irene, in quale senso la fonda-
-La fonda, ha spiegato Raniero, nel senso che la natura umana esiste giacché è tale che ogni essere umano tende ad ottenere per sé ciò che è bello, giusto, buono e così via ed a fuggire da quanto è per lui brutto, ingiusto, cattivo e così via. Dunque siamo autorizzati a definire la natura umana come una natura che tende alla felicità e non al suo contrario-
-Non sono d’accordo con te, ha detto Irene. Una mia amica che fa di professione la psicoterapeuta mi racconta di quanto invece le persone che vengono da lei si lamentino di fare continuamente scelte che definiscono ‘sbagliate’ e che le rendono infelici. Esse dichiarano di scegliere continuamente ciò che le fa stare male, in una sorta di coazione a ripetere-
-Vedi, ha chiarito Raniero. Apparentemente sembra che queste persone contraddicano quanto ho detto prima, ma in realtà quando scelgono qualcosa che può pure apparire loro ‘negativo’, come per esempio abbuffarsi di cibo per una persona bulimica, la quale sa che non le fa bene mangiare tanto perché poi vomiterà, fanno una scelta che in quel momento è in ogni caso buona per loro perché altrimenti non la farebbero-
-Sì è vero, ha commentato Irene. In fondo, la terapia che cos’è se non un percorso che porta a cambiare il proprio giudizio su ciò che è buono per sé e ad accettare di confrontarsi con la realtà per quello che è, senza fuggirla?-
-Siamo d’accordo su questo, ha detto Muriel: qualunque individuo desidera per sé il suo bene ed avversa il proprio male, ma è del tutto evidente che la differenza tra  gli individui sta proprio in ciò che ciascuno di essi intende per bene e per male, per giusto e per ingiusto e quindi in ciò che ciascuno di essi desidererà o avverserà per sé concretamente-
-Limitiamoci pure, per semplicità, a prendere in esame desiderio e avversione. E’ vero: la differenza tra noi, ha risposto Raniero, sta in ciò che desideriamo o avversiamo e per ciascuno di noi il verbo desiderare e il verbo avversare hanno un senso diverso. Vi ricordate il discorso sulle tre città che facemmo parlando, a suo tempo, della proairesi?-
-Sì, lo ricordiamo perfettamente, hanno dichiarato Muriel e Irene-
-Ebbene io credo che la chiave per la soluzione del problema stia proprio là. Gli esseri umani desiderano cose diverse, ma sono soltanto due le classi di cose che essi in ogni caso possono desiderare o avversare: cose proairetiche e cose aproairetiche. Questa affermazione è valida sempre e per tutti, giacché non riflette altro che la fondamentale bipartizione delle cose. Dunque di fronte a qualunque desiderio o avversione di qualunque essere umano la sola domanda sensata che dobbiamo porci è questa: questo individuo desidera o avversa qualcosa di proairetico o qualcosa di aproairetico? Limitiamoci, sempre per semplicità, a considerare unicamente il caso del desiderio e dell’avversione e facciamo un esempio. Qualcuno di voi vuole proporne uno?-
-Parla del denaro, ha suggerito Muriel-
-Ottimo spunto, si è complimentato Raniero. Dunque, questo individuo giudica desiderabile il denaro e lo ritiene essere un bene. Il denaro è ovviamente una cosa aproairetica ed è su di essa che egli pone il suo desiderio-
-Così facendo, è intervenuta Irene, egli fa dipendere la propria felicità, ossia il compimento del proprio desiderio, dal possesso di un oggetto aproairetico che non sarà mai, vista la natura delle cose, in suo esclusivo potere. Dunque corre un rischio gravissimo-
-Non soltanto, ha ripreso Raniero, tu dici il vero quando affermi che egli corre un rischio gravissimo ma, siccome stiamo facendo il caso di un individuo che sa quello che dice, egli non può non porsi l’obiettivo di possedere tutto il denaro del mondo e per fare ciò egli deve essere disposto, seppure tacitamente, a rubare a più non posso. Se un individuo è serio e per lui il denaro è un bene, egli ‘deve’, per semplice rispetto della non-contraddizione, diventare un ladro. E visto che egli non raggiungerà mai lo scopo della sua vita, che è quello di possedere tutto il denaro del mondo, ecco che il rischio è diventato mortale ed egli si è votato alla perenne infelicità-
-Tu però esageri, lo ha interrotto Muriel, quando fai l’esempio di Paperon de’ Paperoni. Comunemente un individuo non desidera possedere tutto il denaro del mondo e si accontenta di molto meno-
-Certo, ha risposto Raniero; ma questo accade semplicemente perché al mondo pullulano da sempre gli individui di mezza tacca, coloro che un po’ desiderano e un po’ non desiderano, che credono di poter dire sì e no allo stesso tempo-
-E anche la vita di costoro, ha interloquito Irene, è comunque una galoppata di infelicità. Ma facciamo adesso il caso di un individuo che invece giudica il denaro essere un male e quindi ne avversa il possesso-
-Accetto il suggerimento, ha detto Raniero. Questo individuo giudica il denaro un male e dunque per prima cosa si sbarazzerà di quello che eventualmente possiede-
-Questo accenno, ha detto Muriel, mi fa subito venire in mente la storia del poverello di Assisi-
-Lasciamo in pace il poverello di Assisi, ha continuato Raniero, e parliamo di un individuo che sa quello che avversa. Qualunque sia il modo in cui si è sbarazzato del denaro in suo possesso, costui farà dipendere la propria felicità dall’avversare il denaro dovunque esso si trovi. Ma egli incappa continuamente in ciò che avversa, e questo fa la sua infelicità, perché interseca senza posa persone che lo usano e che glielo propongono. Si sforzerà allora di convincere gli altri individui a fare come lui, spiegando loro che il denaro è un male.  Ma il suo progetto di sradicare il denaro dal mondo è del tutto insensato poiché contraddice le sue stesse necessità di vita le quali, anche se non coinvolgessero apertamente del denaro ne implicherebbero comunque degli equivalenti. Sapete qual era la battuta che circolava a suo tempo tra coloro che facevano parte del più immediato entourage di Gandhi? La battuta era questa: “E’ inimmaginabile quanto denaro ci costa il mantenere Gandhi povero!” Siccome il nostro individuo è una persona coerente, si troverà dunque ben presto costretto a fuggire da tutti i contatti umani che implicano scambio. Questo equivale ad una fuga dal mondo civile e alla ricerca di una pura, assoluta e totale autarchia. Come si vede, quest’individuo ‘deve’ fuggire e isolarsi. E siccome non trova mai il perfetto isolamento e la perfetta autarchia, non mi stupirei se decidesse di suicidarsi. E qui lo lasciamo-
-Insomma, ha concluso Irene, smaniare per avere un qualunque oggetto aproairetico oppure smaniare per non averlo non fa gran differenza. In entrambi i casi mostriamo di non conoscere l’arte di usarlo rettamente per godere serenità ed essere felici-
-E’ esattamente così, ha concluso Raniero. Ci rimane da considerare l’ultimo caso ossia il caso dell’individuo per il quale non gli oggetti aproairetici bensì soltanto i nostri giudizi sugli oggetti aproairetici possono essere bene o male. Questo individuo giudicherà che il denaro non è né un bene né un male e si comporterà in conseguenza-
-Intendi dire, ha chiesto Irene, che se avrà molto denaro saprà essere ricco di denaro con dignità e rispetto di sé e degli altri, non dimenticando dove sta la sua vera ricchezza, e che farà altrettanto se sarà povero di denaro?-
-E’ esattamente così, ha risposto Raniero. Bene non è il denaro bensì il giudizio che il denaro non è né bene né male. Basta possedere intimamente questo giudizio, farlo proprio, applicarlo nel quotidiano e si è felici e uomini virtuosi. Allo stesso modo si può affermare che male non è il denaro bensì il giudizio che ci fa smaniare per esso come se fosse bene o se fosse male. Chi si nutre del giudizio che il denaro è un bene è infelice e vizioso tanto quanto chi si nutre del giudizio che il denaro è un male-
-Proviamo a fare anche un altro esempio, ha proposto Muriel, che non abbia a che fare con il denaro-
-Ecco, disse Raniero, un altro esempio che riguarda l’incapacità di riconoscere la natura delle cose e la loro fondamentale bipartizione. Un individuo non può sopportare che altri individui abbiano giudizi diversi dai suoi e, credendo di poter essere padrone della proairesi altrui, cerca in vario modo di imporre i propri. Chiediamoci: i giudizi altrui sono cose proairetiche o aproairetiche? Evidentemente essi sono cose aproairetiche come il denaro di cui parlavamo prima anche se, a differenza del denaro, possiamo ritenerle cose immateriali. Pure in questo caso valgono le conclusioni che abbiamo appena raggiunto. Bene è il giudizio che i giudizi altrui sono, per me, né bene né male. Male è il giudizio che i giudizi altrui siano, per me, bene o siano male. Nel primo caso io sarò tollerante e cercherò di comprendere e di farmi comprendere. Nel secondo caso sarò pronto a farmi adepto di una setta, di un partito, di una religione e mi riterrò obbligato a fare di tutto perché chi non ha i miei giudizi li abbia. Nel tentativo di far cambiare i giudizi altrui, gli infelici e i viziosi di mezza tacca si accontenteranno d’essere volpi ingiuriose e maligne o qualcos'altro ancor più sfortunato e miserabile, ma le scelte di un ‘kamikaze’ che massacra persone a lui del tutto sconosciute sulla base di criteri puramente, questa volta davvero ‘ideologici’ o ‘culturali’, hanno esattamente questa radice-
-Che è anche la radice, se non sbaglio, che sottostà a tutte le grandi religioni monoteistiche, ha aggiunto Muriel. Nessuna di esse riconosce la bipartizione fondamentale delle cose e la loro natura. Tutte si dichiarano invece depositarie della ‘Verità rivelata’ e si pongono come scopo quello di ‘salvare’ gli altri portandoli dalla condizione di ‘infedeli’ a quella di ‘fedeli’-
-Voglio anch’io, è intervenuta Irene, fare un esempio più vicino all’esperienza di tutti noi. Quando due persone fanno all’amore può succedere che non raggiungano l’orgasmo, tutti e due o una di loro, anche se stanno molto bene insieme. Ci sono due modi di prendere la cosa: il primo, molto diffuso, è quello di pensare che la colpa sia dell’altro; il secondo è quello di sentirsi colpevoli per non essere stati all’altezza della situazione. Questo, come tante altre cose che qui è inutile adesso considerare, deriva dal fatto che uno pensa che raggiungere l’orgasmo sia cosa in proprio esclusivo potere e dunque proairetica. Da questo modo di pensare derivano infelicità, accuse, dissidi o disamoramento. Ma l’orgasmo non è in nostro esclusivo potere, giacché moltissime cose esterne a noi possono condizionarlo. Soltanto il pensare in questo modo ci permette di godere con piacere quello che viviamo e che abbiamo vissuto, i baci, le carezze, la sensualità, e di non distruggere ciò che viviamo perché non abbiamo raggiunto l’orgasmo-
-Anche dopo tutti gli esempi fatti, ha aggiunto Muriel, a me rimane sempre il dubbio che una simile posizione di fronte alla vita condanni ad una certa passività: se tutto è aproairetico tranne il giudizio che ne dai, nulla si può cambiare!-
-Non è esatto affermare che nulla si può cambiare, ha risposto Raniero. Intanto puoi cambiare i tuoi giudizi, e qualche tempo fa abbiamo già discusso a fondo di ciò, concludendo che non è corretto chiamare ‘attività’ il tentativo di dominare ciò che è aproairetico e chiamare ‘passività’ il progetto di usare rettamente la nostra proairesi. In secondo luogo abbiamo già constatato che nessuno di noi può fare a meno di interagire con le persone e le cose esterne. Ebbene, abbiamo chiarito che non dobbiamo avere alcun timore di questi rapporti con tutto ciò che è aproairetico e che non dobbiamo aspettarci da essi alcun male bensì un bene, qualora noi sappiamo, grazie alla capacità di usare la diairesi, tenere fermo il loro valore. In terzo luogo, l’imparare ad usare correttamente la diairesi è indispensabile per riconoscere la natura delle cose e la loro fondamentale bipartizione. Allo stesso modo, imparare ad usare correttamente l’antidiairesi è del tutto doveroso al fine di non usare i normali materiali dell’esistenza con trascuratezza, con avventatezza e con negligenza. Ricordiamoci che tutte le cose aproairetiche ci sono indifferenti ma che il nostro uso di esse non è affatto indifferente e deve essere caratterizzato da cura, diligenza ed attenzione estrema-
-Io avrei voglia di un altro caffé, ha interrotto Irene. Quello che abbiamo bevuto era così buono... Non ti pare, Muriel?-
-Sono d’accordo per un secondo caffé, ha risposto Muriel. Se mi offrite anche qualche tavoletta di cioccolato, che qui da voi non manca mai...-
-Anch’io bevo volentieri un caffé e direi di sospendere per oggi la nostra conversazione, ha detto Raniero. Potremmo rivederci qui tra qualche giorno. Avrei da raccontarvi una storia, se avrete ancora voglia di sentirla, a proposito di un certo Gige-

 

 

 

 

 

 
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