La filosofia stoica di Epitteto in cinque dialoghi

Dialogo 1

La Proairesi

 

 

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Funzione esponenziale

 

Οὐ μὲν οὖν τῇ ἀληθείᾳ, φάναι, ὦ φιλούμενε Ἀγάθων, δύνασαι ἀντιλέγειν, ἐπεὶ Σωκράτει γε οὐδὲν χαλεπόν.

"Mio amato Agatone -replicò allora Socrate- è alla verità che tu non puoi opporre argomenti, giacché a quelli di Socrate non è affatto difficile opporne"
(Platone ‘Simposio’ 201D)

 

Dialogo 4.A.1

La Proairesi

 

Qualche settimana fa Muriel è tornata dalle sue vacanze in Grecia. Mi raccontava di essere stata in un’isola delle Cicladi e di avervi incontrato due suoi carissimi amici, Raniero e Irene. Raniero e Irene hanno l’abitudine di incontrarsi in un piccolo anfiteatro che Raniero ha costruito nel terreno che circonda la loro casa. Di lì la visione del mare e delle isole limitrofe è straordinaria, ed esso è diventato per loro il posto ideale per qualunque confronto di idee. Invitata da Raniero a passare un pomeriggio con loro, Muriel si era dunque recata nel piccolo anfiteatro. La conversazione aveva toccato vari argomenti ed era poi caduta sull’arte del vivere. Incuriosito dagli accenni che Muriel ne faceva, l’ho pregata di raccontarmi il più esattamente possibile come si fosse svolta quella conversazione. Muriel ha accettato volentieri il mio invito e, con uno sforzo di memoria, ha riferito che Raniero, come se si trattasse della sceneggiatura di un film, ha cominciato a descrivere tre scene sulle quali voleva portare l’attenzione di Irene.

La prima scena, diceva Raniero, è quella che si potrebbe chiamare ‘La scena del vento’ ed è ambientata in un’isola dell’Egeo come questa nella quale ci troviamo. Un uomo, rivolto verso il mare, osserva con apprensione il vento che soffia forte e, dovendo partire con una piccola nave, si domanda: “Che vento soffia?” Una voce fuori campo risponde: “Borea”. La notizia non rende l’uomo tranquillo ed egli ribatte: “Quando soffierà lo Zefiro? Quando soffierà?”, Quindi è preoccupato, si agita, pensa in ambasce al suo viaggio, desiderando per esso le condizioni di vento migliori. Incapace di star fermo, si dirige verso una spiaggia e qui incontra un uomo dall’aspetto assai intrigante, di età indefinita, piacevole alla vista, che gli dice: “Perché ti affanni per qualcosa su cui non hai alcun potere di decisione? Come spira il vento non lo puoi scegliere tu ma soltanto Eolo, il padrone dei venti. Questa è la natura del vento. Se ti ribellerai a ciò otterrai soltanto irritazione, ansia e perfino disperazione, ma non otterrai di cambiare il vento. Puoi decidere di partire oppure no, ma non puoi decidere altro. Dunque ricorda che bisogna strutturare ottimamente quanto è in nostro esclusivo potere, e usare il resto secondo che è per natura delle cose”.

Irene, a questo punto, ha chiesto a Raniero se il suo racconto facesse riferimento a qualche testo. Raniero ha fatto cenno di sì toccandosi il capo con l’indice della mano destra ed ha affermato che il testo al quale faceva riferimento erano le “Diatribe” di Epitteto. Mentre il suo lavoro lo portava a vivere nei posti più svariati del mondo, Raniero aveva curato per anni la traduzione dal greco antico delle opere di questo filosofo. Ha anche aggiunto che era suo intento quello di accompagnare Irene nella lettura di quest’opera così importante, anzi fondamentale, per la sua vita. Ma appunto accompagnarla, non semplicemente fornirle un lavoro già fatto.

La seconda scena che Raniero ha proposto aveva anch’essa un riferimento ad Epitteto e Irene, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarne lo spunto nel I° Capitolo del I° Libro delle ‘Diatribe’. Questa seconda scena si potrebbe chiamare ‘La scena dei condannati a morte’. Siamo nel cortile di una grande caserma, durante una delle guerre mondiali che l’umanità ha vissuto nel secolo scorso. Che si tratti della prima o della seconda, la sostanza non cambia. Il plotone di esecuzione è pronto. I pali, ai quali verranno legati i condannati, sono già sistemati e i condannati attraversano il cortile tra due ali di soldati schierati. È una specie di corteo. C’è il prete che legge le sue litanie. È suo dovere farlo e sembra che lo faccia più per abitudine che per altro, giacché non si nota sul suo volto alcuna partecipazione emotiva. Il primo condannato, con voce disperata, geme ripetutamente: “Ma perché devo morire? Non voglio morire! Non voglio morire! Non rivedrò più mia madre! Non rivedrò più nessuno! Non voglio morire!” Accanto a lui, il secondo condannato tace. Come ad esprimere i suoi pensieri, fuori campo si sente una voce piena di calma che dice: “Bisogna che io muoia. Questo è inevitabile ed io non ho più scelta. Forse bisogna pure che io gema? È forse inevitabile che io mi lamenti? Forse qualcuno impedisce che io rida, che sia di buon umore, che sia sereno? Nessuno! Dunque conviene che io scelga questo atteggiamento”.

Irene era molto colpita dal racconto ed era rimasta senza parole, quando Raniero le propose una terza scena sulla quale avrebbero poi ragionato.

La terza scena potrebbe essere chiamata ‘La scena della tortura’ ed ha il suo spunto nel paragrafo 23 del I° Capitolo del I° Libro delle ‘Diatribe’ di Epitteto. Un uomo viene duramente interrogato allo scopo di strappargli dei segreti che si suppone egli conosca. Siamo in una camera di tortura, ma non ha molta importanza sapere dove, né chi sono i torturatori. Il dialogo si svolge tra il prigioniero e il suo torturatore. Già alla prima domanda che gli viene posta l’uomo risponde: “Non ho nulla da dire”. Ed è così che ha inizio la tortura. “Non hai nulla da dire? Allora ti metterò in catene!”. Ma l’uomo non sussulta e ribatte: “Che dici? Incatenare me? Tu incatenerai la mia gamba, non me”. “Ti butterò in prigione e allora vedremo se continui a non aver nulla da dire!” E il prigioniero obietta: “In prigione? Butterai in prigione il mio corpo, non certo me”. Il torturatore, che ha la sensazione di essere preso in giro ed è sempre più inferocito, urla: “Ti taglio la testa!” Al che l’uomo risponde: “Ti ho forse mai detto che il mio collo non sia mozzabile? Tu puoi decapitarmi, ma guarda che la mia proairesi né tu né Zeus potete togliermela. Io non svelerò alcun segreto giacché questa decisione è in mio esclusivo potere”.

A questo punto Irene sgranò gli occhi e chiese: “Proairesi, ma che cosa significa?” Raniero la guardò con tenerezza e sorridendo le disse: “Dobbiamo davvero prendere in mano il I° Libro delle Diatribe di Epitteto e leggere una citazione. Poi cercherò di fare degli esempi in modo che possa essere chiaro questo concetto che non è di immediata comprensione. Non parliamo poi della sua applicazione alla vita di tutti i giorni perché, alla fin fine, di questo si tratta. Noi usiamo continuamente la proairesi ed essa opera anche nelle situazioni più banali, non soltanto in situazioni drammatiche come quelle che ti ho illustrato nelle tre scene.

La citazione era questa: “Delle altre arti e facoltà, nessuna troverete conoscitiva dei principi generali di se stessa e quindi neppure atta a valutarsi positivamente o negativamente. La grammatica fino a che punto possiede conoscitività di principi generali? Fino a vagliare le lettere. La musica? Fino a vagliare la melodia. Conosce dunque una di esse i principi generali di se stessa? Nient'affatto. Ma quando, se scriverai qualcosa per il compagno, c'è bisogno dei segni che vanno scritti, questi li dirà la grammatica; se però si deve scrivere o no per il compagno, la grammatica non lo dirà. Anche sulle melodie, allo stesso modo la musica: essa non dirà se ora si deve cantare e suonare la cetra oppure né cantare né suonare la cetra” (Epitteto: Diatribe, Libro I°, Cap. I°, paragrafi 1-3)
-Vuoi dire, chiese allora Irene, che la proairesi è la capacità di decidere?-
-Non è esattamente così ma quasi, le rispose Raniero sfogliando il suo libro. Vedrai che tutto diverrà più chiaro quando accenneremo alle rappresentazioni. Per ora pensa che la proairesi è una facoltà logica, capace di valutare se stessa e avente la comprensione del proprio uso, cosa che nessun’altra arte o facoltà può fare. La grammatica e la musica possono valutare scritture e melodie ma non dirci quando è il momento di scrivere né quando è il momento di cantare e suonare. Se non è la musica, cos’è che sceglie quando cantare e suonare?-
-Non lo so, azzardò Irene. Forse io?-
-Chiameremo questa cosa capace di scegliere: ‘proairesi’-
-Non capisco ancora, confessò Irene. Ma vorrei subito sapere se parli di qualcosa che hanno tutti gli uomini oppure solo alcuni-
-Sì, rispose Raniero. Tutti gli esseri umani hanno la proairesi, ma pochi se ne rendono conto e ancora meno la sanno usare-
-Perché accade questo?-
-Guarda, continuò Raniero. La tua mente è piena di immagini o, per dire meglio, delle rappresentazioni più svariate. Tu conosci la musica. Sai parlare correttamente l’italiano e il tedesco e quindi ne conosci le grammatiche. Ma c’è qualcosa che collega le tue conoscenze e le usa al momento opportuno. Ecco questa è la proairesi, che per ora definiremo in modo sufficientemente esatto come la facoltà atta ad usare le rappresentazioni-
-Ma allora, obiettò Irene, se tutti siamo dotati di proairesi e siamo tutti capaci di usare le rappresentazioni, come mai siamo così diversi, facciamo cose svariate e tra loro spesso opposte?-
-C’è uso ed uso della proairesi, precisò Raniero. C’è un uso corretto ed un uso scorretto-
-E come faccio a sapere qual è l’uso corretto?-
-Quando tu nasci e fino ad un certo tempo della tua adolescenza tu non sai di avere questa facoltà. La proairesi è una facoltà che tu naturalmente acquisisci man mano che acquisisci la capacità di renderti conto che esistono cose che dipendono esclusivamente da te e cose che non dipendono esclusivamente da te. Le cose che dipendono esclusivamente da te sono queste:

  1.    la capacità di ‘impellere’ cioè di spingerti per istinto verso qualcosa o qualcuno e la capacità di ‘repellere’ ossia di allontanarti per istinto da qualcosa o qualcuno
  2.    la capacità di ‘desiderare’ cioè di spingerti razionalmente verso qualcosa o qualcuno e la capacità di ‘avversare’ ossia di allontanarti razionalmente da qualcosa o qualcuno
  3.    la capacità di ‘assentire’ cioè di dire di sì a qualcosa o qualcuno e la capacità di ‘dissentire’ ossia di dire di no a qualcosa o qualcuno

Ti bastano queste cose che hanno la caratteristica di essere esclusivamente tue, in tuo esclusivo potere?-
-No, protestò Irene, no! Non mi bastano! Non mi interessa, non mi consola e non mi aiuta avere queste capacità se non posso avere ciò di cui ho bisogno al momento. Dico: una casa confortevole, un lavoro decoroso, una quantità sufficiente di denaro, la soddisfazione che deriva da ciò che faccio, l’amore! Capisci che cosa voglio dire? Quello che mi interessa sapere è come faccio a raggiungere queste cose che possono rendermi felice-
-Dunque, replicò con gravità Raniero, tu valuti le cose che hai detto molto di più della tua proairesi, cioè della tua stessa facoltà di valutarle-
-Sì, perché tu mi parli di un’astrazione, ossia della facoltà di valutarle, mentre io ti parlo di cose concrete. E bada bene che io non ti parlo solo di me, giacché tutti facciamo così-
-Tu consideri un’astrazione la facoltà che ti fa dire quello che stai dicendo adesso? La proairesi è un’astrazione? Interessante! Quanto al resto: sì, lo so. Siete davvero in tanti. E credete, per questo, di avere ragione? Tu puoi credermi o non credermi ma esiste una natura delle cose che non cambia, che è valida per tutti: me, te e gli altri compresi. Con questa soltanto si fanno i conti e se tu non la conosci io non te la rivelerò, perché ci devi arrivare tu stessa piano piano-
-Forse mi servirebbero degli esempi, riprese Irene. Non capisco perché ora sei così severo e perché dovrei già sapere qualcosa alla quale mi sto avvicinando proprio ora. Non dovrebbe stupirti che io non sappia, ma se non hai più voglia di parlare con me possiamo interrompere qui... Mi è venuta una curiosità, però. Dimmi: chi decide qual è la natura delle cose quando ci sono opinioni diverse? Per esempio, se io e te avessimo una percezione diversa di una certa realtà, come si decide qual è la natura delle cose? E poi, se io non me ne rendo conto e tu non vuoi rivelarmi come essere consapevole della natura delle cose, come farò?-
-Vieni con me, la invitò Raniero, e riguardiamo le tre scene. Nella prima scena, quell’individuo di cosa si lamenta? Si lamenta forse del vento? La sua proairesi ha scelto di partire ma la partenza è contrastata dal vento di Borea. Chiediti cosa accadrebbe se la proairesi di quell’individuo scegliesse di non partire più. Avrebbe ancora lo stesso giudizio sul forte vento? Causa del suo comportamento è dunque il vento, come egli afferma, o non piuttosto il progetto di partire in quelle circostanze? Non ti pare che egli si autocondanni così all’ansia e poi, forse, alla disperazione; e che nessuna delle due risolverà il suo problema?-
-Chi è la persona che gli viene incontro sulla spiaggia?-
-Quella persona potrebbe benissimo essere la personificazione della sua proairesi che opera in modo retto e gli suggerisce il giusto comportamento da tenere-
-E’ normale che si provi ansia e forse anche disperazione quando le cose che si sono programmate non si realizzano. In questo non c’è nulla di male: capita a tutti!-
-Anche se ne dubito molto, io posso immaginare che -di per sé- non siano un male né l’ansia né la disperazione; ma aggiungo che è sicuramente un bene il saper dominare l’ansia e la disperazione-
-Certo, ammise Irene, ma a forza di dominarmi diventerò una persona insensibile, una che non prova più nulla!-
-Dunque tu tendi a identificare la preziosa capacità di essere felice con la impossibilità di essere felice. Tu, così facendo, pensi di poter essere viva e sensibile soltanto a patto di essere disperata o in perenne ansia! La vita dell’uomo è come un viaggio che può finire in tre città diverse. Quelli che finiscono nella prima città pensano che tutti gli oggetti esterni, ad esempio il lavoro e il denaro in quanto tali, siano di per sé i beni o i mali dell’uomo. Quelli che finiscono nella seconda città pensano che tutto quanto riguarda il corpo, ad esempio l’integrità fisica e la salute in quanto tali, siano di per sé i beni o i mali dell’uomo. Converrai con me che possiamo chiamare tutte queste cose ‘aproairetiche’, giacché si tratta di cose che non sono in nostro esclusivo potere. Chi finisce il suo viaggio nella terza città pensa invece che i retti giudizi sugli oggetti esterni e sul nostro corpo siano i beni dell’animo e quindi le fonti del suo piacere, così come i corrispondenti giudizi non-retti siano i mali dell’animo e le fonti del suo dispiacere. Converrai con me che in questa terza città beni e mali dell’animo sono dunque ‘proairetici’-
-Ma tu, Raniero, in quale città hai vissuto?-
-Io ho vissuto tutta la mia vita un po’ nella prima e un po’ nella seconda città. Poi una sera, tornato a casa ed entrato nella mia stanza, sono stato colto da un feroce mal di testa. E adesso eccomi qua. Ma dimmi, Irene, che cosa vedi nella seconda scena?-
-Una tragedia, rispose Irene, che è la condanna a morte-
-Guarda meglio, le suggerì Raniero, e vedrai che oltre la condanna a morte, che è un fatto, le due persone vivono quella situazione in modi opposti. Il primo si autocondanna all’infelicità. Il secondo, invece, fa una scelta diversa liberandosi dell’infelicità. Le circostanze nelle quali si trovano i due condannati a morte sono esattamente identiche. Cos’è che fa la differenza tra di loro?-
-A fare la differenza tra di loro è il fatto che, di fronte alle medesime circostanze, il primo usa la sua proairesi in un certo modo mentre il secondo usa la sua proairesi in un modo del tutto differente-
-Hai detto benissimo, sorrise Raniero. Il primo rende a chi lo uccide non solo ciò che è di chi lo uccide, ossia il suo corpo; ma gli riconosce anche il potere di renderlo felice o infelice. Felice, se per un caso qualunque l’esecuzione non dovesse più essere eseguita. Infelice, perché egli è disperato, si lamenta e non vuole morire! Il secondo, come il primo, rende a chi lo uccide ciò che è di chi lo uccide, ossia il suo corpo, ma resta padrone della sua proairesi. Tiene cioè per sé, con meravigliosa dignità, ciò che chi lo uccide non potrebbe mai togliergli senza il suo consenso, ossia l’atteggiamento alto, nobile, libero, da tenere in questa situazione!-
-Scusa, disse Irene, ma perché dici che il mio corpo è di chi lo uccide? Chi uccide il mio corpo uccide anche la mia proairesi. E lo dico per affermare che corpo e proairesi sono tra loro strettamente uniti, anche se non sono la stessa cosa-
-Tieni presente, le rispose Raniero, quanto poco è di per sé libero il corpo. Non puoi infatti negare che il corpo sia schiavo della febbre, del cancro, della dissenteria, di un tiranno, del fuoco, del ferro e insomma di qualunque cosa è più forte di lui. Per il resto è vero che per uccidere la proairesi non si deve necessariamente uccidere il corpo, perché la proairesi può uccidere se stessa quando rinuncia alla sua libertà e si rende infelice-
-Intendi dire che liberarsi dall’infelicità significa accettare ciò che ti capita?-
-Quando giochi a carte non puoi rifiutarti di accettare le carte che ti capitano. L’abilità sta nel saper fare il miglior uso possibile delle carte che ti sono capitate. Retto è dunque quell’uso della proairesi che ti permette di essere felice nelle circostanze di vita che non sei stato tu a scegliere. Ma su questo avremo modo di tornare. Dimmi, invece: che cosa vedi nella terza scena?-
-Vedo, rispose Irene, un uomo coraggioso e coerente con le proprie idee. Certo, avrebbe anche potuto fare un compromesso e salvarsi la vita, che è la cosa più importante...-
-Quali sono secondo te, domandò Raniero, i segreti che il torturatore vuole conoscere?-
-Mah...penso che voglia avere informazioni su certi agitatori politici; oppure il nome dei capi di qualche organizzazione clandestina-
-Può darsi che sia così. Però, se ci pensi bene, quello che il torturatore vuole conoscere non è tanto il nome dei cospiratori quanto il segreto che permette a quest’uomo di comportarsi in quel modo e di rimanere sereno. La proairesi del torturatore si mette così in una posizione di grave debolezza in quanto fa dipendere la propria, diciamo così, felicità o infelicità dalle risposte del torturato. Felicità, se il torturato rivela quello che sa. Infelicità nel caso contrario. Come un toro cieco, il torturatore è costretto a sevizie sempre più brutali ed a minacce sempre più gravi. Infatti è esattamente il dominio della propria proairesi il segreto del torturato. Ed è un comportamento alla luce del sole; di quel sole che il torturatore si ostina a negare di vedere. Se invece la proairesi dell’uomo si arrendesse ai tormenti corporali essa si condannerebbe, avendo perso il dominio di sé, alla sua stessa morte pur restando l’uomo fisicamente in vita-
Era il tramonto. Il sole si tuffava nell’Egeo e la luce indorava ogni cosa. Tutti guardavamo a occidente.
-Scusate, disse Raniero dopo un lungo silenzio, non è venuta fame anche a voi?-
-Proprio così, replicò Irene. Ora sospendiamo la nostra conversazione e andiamo tutti e tre a cenare da Irini-

 

 

 

 

 

 
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