CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutti i passi (8) tratti dalle opere di Cicerone
'De oratore' (3)
'Orator' (2)
'Epistulae ad familiares' (2)
'Cato maior de senectute' (1)
contenuti negli 'Stoicorum Veterum Fragmenta'

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e/o di Paragrafo e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (1) dal Libro I del ‘De oratore’ di Cicerone

Cicerone ‘De oratore’ I, § XI, 50. Difatti vediamo che di queste stesse questioni alcuni hanno discusso in stile arido e magro: come quel Crisippo che si dice fosse acutissimo, e che non ha mancato di essere pienamente filosofo sebbene non possedesse quella capacità di esprimersi che viene da un’arte diversa dalla filosofia.[ SVF II, 26]

Citazioni (2) dal Libro III del ‘De oratore’ di Cicerone

Cicerone ‘De oratore’ III, § XVII, 62. Ci furono anche altri generi di filosofi che tutti, chi più chi meno, si proclamavano Socratici: gli Eretriaci, i seguaci di Erillo, i Megarici, i Pirroniani. Ma queste scuole sono state ormai da tempo fatte a pezzi e tolte di mezzo dalla forza delle confutazioni loro mosse dalle scuole citate in precedenza. [SVF I, 414 (2)]

Cicerone ‘De oratore’ III, § XVIII, 65. Gli Stoici, che io non disapprovo affatto, li lascio stare […] anzi io sono loro grato perché furono i soli fra tutti a chiamare l’eloquenza virtù e saggezza. [SVF II, 291]

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Citazioni (2) dal ‘Orator’ di Cicerone

Cicerone ‘Orator’ § XXXII, 113. Un certo Zenone, dal quale trae origine la filosofia degli Stoici, era solito dimostrare con la mano quale sia la differenza tra queste arti. Infatti quando stringeva le dita e faceva il pugno, affermava che così era la dialettica; quando invece le distendeva e apriva la mano, diceva che l’eloquenza era simile al palmo di quella. [SVF I, 75 (3)]

Cicerone ‘Orator’ § XXXII, 115. Io ritengo che chi è portato a cercare lode per la propria eloquenza non debba affatto essere inesperto di quelle dottrine, bensì un fine conoscitore vuoi della vecchia logica <di Aristotele>, vuoi di questa di Crisippo. In primo luogo egli dovrebbe conoscere la forza, la natura e i generi delle parole singole e di quelle che le uniscono in una frase; poi in quanti modi si possa dire una cosa; il criterio per discernere il vero dal falso; cosa producano l’uno e l’altro, cosa ne consegua e cosa ne sia il suo contrario; e quando si dicano molte ambiguità, come ciascuna di esse debba essere risolta e spiegata. [SVF II, 134]

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Citazioni (2) dalle ‘Epistulae ad familiares’ di Cicerone

Cicerone ‘Epistulae ad familiares’ IX, § IV. Sappi che circa i possibili io la penso come Diodoro. Perciò, se verrai, sappi che il tuo venire è ‘necessario’; e se invece non verrai, sappi che il tuo venire è ‘impossibile’. Ora vedi quale determinazione ti soddisfa di più: quella di Crisippo o quest’altra che era indigesta al nostro Diodoto. Ma anche di queste cose parleremo quando avremo tempo libero; ed anche questo, secondo Crisippo, è ‘possibile’. [SVF II, 284]

Cicerone ‘Epistulae ad familiares’ IX, § XXI, 1. Nell’esprimermi io amo il perbenismo, tu invece la piena libertà di parola. E proprio questa piacque a Zenone, uomo certamente acuto, per Ercole, anche se tra lui e la nostra Accademia ci sono contrasti feroci. Ma, come dico, agli Stoici piace chiamare le cose con il loro nome; ed essi argomentano che nulla c’è di osceno o di indecente nelle parole che si pronunciano. Infatti, se ci fosse qualcosa di obbrobrioso nelle parole oscene, tale obbrobrio starebbe o nella cosa che si riferisce oppure nella parola che si impiega per riferirla: non si dà una terza possibilità. Ma esso non è nella cosa, giacché il fatto in sé è esposto non solo nelle commedie […] ma anche nelle tragedie […]. Tu vedi dunque che, pur rimanendo identica la cosa significata, poiché le parole usate per significarla non sono indecenti, nulla appare indecente. Dunque l’indecenza non è nella cosa, e ancor meno è nelle parole. Infatti se ciò che è significato dalla parola non è indecente, la parola che lo significa non può essere indecente […]. Pertanto se non è nella parola; e se d’altra parte ho mostrato che neanche è nella cosa, ne consegue che l’indecenza è da nessuna parte […]. Eccoti in poche parole la posizione della scuola Stoica: <il saggio chiamerà pane il pane> ὁ σοφὸς εὐθυρρημονήσει […]. Io osservo il perbenismo nel parlare. Pertanto ti ho scritto con parole velate quello che gli Stoici dicono con parole del tutto esplicite; e tuttavia essi sostengono che anche i peti e i rutti debbano essere egualmente liberi. [SVF I, 77 (1)]

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Citazione (1) dal ‘De senectute’ di Cicerone

Cicerone ‘Cato maior de senectute’ § VII, 23. La vecchiaia ha forse costretto al silenzio e ad abbandonare i loro studi personaggi come Zenone, Cleante e quel Diogene Stoico che voi vedeste a Roma? In tutti costoro l’applicazione agli studi non fu tutt’uno con la loro vita? [SVF III [DB], 6]

 

 

 
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