CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutte le citazioni (8) tratte dal 'De officiis' di Cicerone
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e di Paragrafo de l 'De officiiis' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (4) dal Libro I del 'De officiis’

Cicerone ‘De officiis’ I, § II, 6. […] le dottrine di Aristone, di Pirrone e di Erillo sono state rigettate già da tempo. Essi avrebbero avuto il diritto di trattare del dovere, se solo avessero lasciato all’uomo una possibilità qualsiasi di preferire delle cose ad altre, così da lasciare aperta una strada al rinvenimento degli atti doverosi. [SVF I, 363 (4) - SVF I, 418]

Cicerone ‘De officiis’ I, § XXXV, 128. Non bisogna dare retta ai Cinici o a quegli Stoici, se ce ne furono, molto vicini ai Cinici, che ci rimproverano e ci deridono perché consideriamo obbrobriose cose che in realtà non sono indecenti, e invece altre cose che sono indecenti le chiamiamo col loro nome. Rubare, defraudare, commettere adulterio sono di fatto cose indecenti, ma non è osceno menzionarle per nome. Fare quel che serve per mettere al mondo dei figli è in realtà una cosa onesta, ma il dirlo a parole è osceno. E gli Stoici portano molti argomenti dello stesso tenore contro il perbenismo nel parlare. [SVF I, 77 (2)]

Cicerone ‘De officiis’ I, § XXXVIII, 136. Le passioni, cioè moti eccessivi dell’animo che non obbediscono a ragione. [SVF I, 205 (4)]

Citazioni (4) dal Libro III del ‘De officiis’

Cicerone ‘De officiis’ III, § III, 11. E così ci è stato tramandato che Socrate soleva esecrare quanti per primi opinarono di poter fare a brani l’unità di queste cose che sono invece per natura inseparabili. E sulla linea di Socrate si posero poi gli Stoici, per i quali tutto ciò che è intellettualmente onesto è anche utile, e per i quali non esiste cosa utile che non sia anche intellettualmente onesta. [SVF I, 558 (2)]

Cicerone ‘De officiis’ III, § X, 42. Con la sua usuale finezza, Crisippo dice: “Nello stadio, il corridore deve impegnarsi e gareggiare al massimo delle proprie forze per vincere, ma non deve mai fare lo sgambetto o ritardare con le mani la corsa di un altro concorrente. Così nella vita non è malvagio cercare di ottenere qualcosa che ci è utile, ma non si ha il diritto di sottrarlo ad un altro”. [SVF III, 689]

Cicerone ‘De officiis’ III, § XII, 50. Come ho detto prima, capitano spesso situazioni nelle quali l’utile appare in contrasto con l’onestà intellettuale, sicché si deve esaminare bene se tale contrasto ci sia davvero, oppure se le due cose possano andare d’accordo. […] In casi del genere, Diogene di Babilonia, Stoico di grande levatura e serietà, suole vedere le cose in un modo e Antipatro in un altro […] Per Antipatro bisogna dire apertamente tutto, affinché nulla di ciò che il venditore sa resti ignoto al compratore. Per Diogene, invece, è opportuno che il venditore dica i difetti della merce per quanto è previsto dal diritto civile, e per il resto agisca senza sotterfugi per vendere, e vendere al meglio. ‘Ho trasportato qui la merce, l’ho esposta, la vendo a un prezzo non maggiore di quello degli altri, forse anzi inferiore, perché ne ho maggior copia. Chi subisce un’ingiustizia?’ Dall’altra parte Antipatro fa valere le sue ragioni […] Al che Diogene risponderà forse così: ‘Una cosa è nascondere, un’altra è tacere. Seppure te lo taccia, io adesso non ti sto nascondendo quale sia la natura degli dei o il sommo bene, cose la cui conoscenza ti sarebbe molto più utile di quella del prezzo del grano. Insomma non è necessario che io ti dica tutto ciò che ti è utile sentire’. ‘Invece’, direbbe l’altro, ‘è necessario, se solo ti ricordi che fra gli uomini esiste per natura un vincolo sociale’. ‘Lo ricordo eccome’, direbbe l’altro, ‘ma questo vincolo sociale è forse tale che nessuno possiede nulla? Giacché, se è così, uno non deve vendere qualcosa ma donarlo’. […] E Diogene di rimando: ‘Ti ha forse costretto lui a comprare, lui che neppure ti ha esortato a farlo? Lui ha solo messo in vendita ciò che non gli interessava più possedere, e tu hai comprato ciò che ti interessava possedere. Se coloro che mettono in vendita come bella e ben edificata una villa, non sono ritenuti colpevoli anche se tale villa è né bella né edificata ad arte, ancor meno saranno colpevoli coloro che neppure hanno tessuto le lodi di una casa. Laddove l’acquirente ha tutto il tempo di giudicare, quale frode del venditore può mai esserci? Se non si deve prestare ascolto a tutto ciò che è detto, reputi che si debba prestare ascolto a ciò che detto non è? Cosa c’è di più stolto del comportamento di un venditore che espone i difetti della sua merce? Cosa c’è di più assurdo del comportamento di un banditore che per ordine del padrone annuncia: ‘Vendo una casa malsana?’ [SVF III [DB], 49]

Cicerone ‘De officiis’ III, § XII, 50. Capitano spesso situazioni […] nelle quali l’utile appare in contrasto con l’onestà intellettuale, sicché si deve esaminare bene se tale contrasto ci sia davvero, oppure se le due cose possano andare d’accordo. […] In casi del genere, Diogene di Babilonia, Stoico di grande levatura e serietà, suole vedere le cose in un modo e Antipatro, suo discepolo ed uomo di ingegno acutissimo, in un altro. Per Antipatro bisogna dire apertamente tutto, affinché nulla di ciò che il venditore sa resti ignoto al compratore. […] Dall’altra parte Antipatro fa valere le sue ragioni: ‘Che dici? Tu che devi dare consigli agli uomini e servire alla società umana, che hai questa legge innata alla quale devi ubbidire, e queste pulsioni naturali primarie cui devi dar seguito affinché il tuo utile sia l’utile comune e viceversa l’utile comune sia anche il tuo, celerai agli uomini le risorse che hanno ed in quale abbondanza le abbiano? […] ‘Cos’altro è il non mostrare la via a chi si è smarrito, atto che ad Atene è sancito con la pubblica esecrazione, se non accettare che un compratore agisca sconsideratamente ed incorra per errore in una gravissima frode? È molto peggio che il non mostragli la strada, giacché significa indurre scientemente in errore un’altra persona. [SVF III [AT], 61]

 

 

 

 
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