CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutte le citazioni (56) tratte dal 'De natura deorum' di Cicerone
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e di Paragrafo del 'De natura deorum' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (13) dal Libro I del ‘De natura deorum’

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 36. Zenone ritiene che la legge naturale sia divina e che la sua forza stia nel comandare le cose giuste e proibire quelle contrarie. [SVF I, 162 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 36. Altrove Zenone afferma che dio è etere. [SVF I, 154 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 36. <In altri libri Zenone> reputa che la ragione insita nella natura di tutte le cose contenga in sé la forza divina. [SVF I, 161 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 36. Zenone attribuisce forza divina agli astri, agli anni, ai mesi e alle stagioni dell’anno. [SVF I, 165]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 36. Nell’interpretare la Teogonia, cioè l’origine degli dei, di Esiodo, <Zenone> elimina del tutto le usate e tradizionali concezioni degli dei. Egli infatti non annovera tra gli dei né Giove né Giunone né Vesta, né altri che abbiano appellativi analoghi; ma insegna che questi nomi sono stati assegnati allegoricamente a cose inanimate e prive di parola. [SVF I, 167]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 37. Fra i discepoli di Zenone, la dottrina di Aristone non è meno errata. Egli infatti pensa che non si possa conoscere la forma divina, afferma che gli dei non hanno sensazioni e lascia completamente nel dubbio la questione se dio sia un essere animato oppure no. [SVF I, 378]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XIV, 37. Cleante, che era stato uditore di Zenone, in accordo con <Aristone> che ho appena nominato, una volta dice che il mondo stesso è dio, un’altra riserva questo nome alla mente e all’animo della natura intesa nella sua interezza; un’altra ancora non esita ad affermare che dio è l’ardore ultimo e altissimo, dovunque circonfuso ed estremo, che tutto cinge e comprende e che viene chiamato etere. Sempre lui, quasi delirando, nei libri che scrisse ‘Contro il piacere’, a volte dà agli dei una forma e un aspetto, a volte attribuisce tutta la divinità agli astri, un’altra ancora ritiene che nulla sia più divino della ragione. [SVF I, 530]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XV, 38. Persèo, uditore dello stesso Zenone, sostiene che furono ritenuti dei quanti inventarono cose sommamente utili al nostro tenore vita, e che anzi le stesse cose utili e salutari abbiano assunto il nome di dei; e dice questo per non chiamarle opera di dei ma divine esse stesse. Cosa c’è di più assurdo che conferire a cose vili e di nessun valore l’onore di essere dei, oppure annoverare fra gli dei uomini già consumati dalla morte, per i quali l’unica forma di culto è il cordoglio? [SVF I, 448 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XV, 39. Crisippo, considerato il più scaltrito interprete dei sogni degli Stoici, congrega una turba immensa di dei ignoti; talmente ignoti che non possiamo dar loro neppure una forma congetturale, pur potendo la nostra mente crearsi l’immagine di qualunque cosa. Egli sostiene che la potenza divina è posta nella ragione, animo e mente dell’onnicomprensiva natura; ed afferma che il mondo stesso è dio, il cui animo è effuso dappertutto nell’universo. Del mondo, dio è sia il sovrano che dimora nella mente e nella ragione, sia la natura delle cose comune a tutti, sia la natura onnicomprensiva, sia la forza fatalmente necessitata degli eventi futuri, sia il fuoco, che in precedenza chiamai etere, sia gli influssi e le emanazioni naturali, sia l’acqua, la terra, l’aria, il sole, la luna, le stelle, sia l’unità che contiene ogni cosa, sia persino gli uomini che abbiano attinto l’immortalità. Similmente argomenta che l’etere è quello che gli uomini hanno chiamato Giove, che l’aria che si estende sul mare è Nettuno, che la terra è la dea chiamata Cerere; e con lo stesso metodo tratta dei nomi di tutti gli altri dei. Inoltre dice che Giove è la forza della legge perpetua ed eterna che è come guida della vita e maestra dei doveri, e la chiama fatale necessità e verità sempiterna delle cose future;  sebbene in esse nulla appaia incorporare in sé una potenza divina. Tutto queste cose sono contenute nel primo libro de ‘La natura degli dei’, mentre nel secondo Crisippo tenta accordare le favolette di Orfeo, di Museo, di Esiodo e di Omero a ciò che egli aveva detto degli dei immortali nel primo libro, così da far risultare Stoici anche quegli antichissimi poeti, i quali invero queste storie neppure le sospettavano. [SVF II, 1077]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XV, 41. In seguito, Diogene di Babilonia, nel libro che scrisse su Minerva prende le distanze dal mito e trasforma la nascita della vergine da Giove in un processo naturale. [SVF III [DB], 34]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XVIII, 47. Voi senza dubbio, o Lucilio, […] quando illustrate l’abilità artistica e la capacità costruttiva divina, solete sottolineare non soltanto quanto tutti i componenti della figura umana siano adatti all’uso, ma anche quanto siano belli. [SVF II, 1165]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XXV, 70. Arcesilao incalzava Zenone perché, mentre egli sosteneva che tutte le sensazioni sono false, secondo Zenone non tutte lo sono ma soltanto alcune. [SVF I, 63 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ I, § XLIV, 121. Quanto meglio <di voi Epicurei> parlano gli Stoici! Essi infatti ritengono che il saggio sia amico del saggio anche se non lo conosce. Nulla infatti è più amabile della virtù, sicché chiunque ne è seguace sarà a noi caro ovunque si trovi. [SVF III, 635]

Citazioni (28) dal Libro II del ‘De natura deorum’

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § 5, 13. Il nostro Cleante parlò di quattro cause che nell’animo umano originarono le nozioni riguardanti gli dei. La prima causa egli la pose nell’idea di cui ho appena parlato, che sorgerebbe dalla premonizione degli eventi futuri. La seconda l’avremmo desunta dalla consistenza dei benefici che godiamo per la mitezza del clima, la fertilità del terreno e l’abbondanza di tante altre condizioni favorevoli. La terza deriva dal terrore che nell’animo inducono i fulmini, le tempeste, le nuvole, le nevi e le grandinate, la devastazione, le pestilenze, i terremoti e i frequenti bradisismi; le piogge di pietre e di gocce di sangue, smottamenti e sprofondamenti del terreno e di tanto in tanto la nascita di forme mostruose e innaturali sia fra gli uomini sia fra gli animali; e poi ancora dal terrore suscitato dalla visione di fuochi celesti o di quelle stelle che i Greci chiamano comete e noi a ricciolo […] o di un doppio sole […]: tutte cause per le quali gli uomini, sgomenti, sospettarono l’esistenza di una forza celeste e divina. La quarta e più rilevante causa, fu la regolarità dei moti e delle rivoluzioni del cielo, la distinta varietà e l’ordinata bellezza del sole, della luna e di tutti i corpi celesti, il cui stesso aspetto indicherebbe trattarsi di entità frutto non del caso. [SVF I, 528 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VI, 16. Crisippo, quantunque uomo di penetrantissimo ingegno, espone le proprie dottrine in modo da sembrare che le abbia apprese dalla natura in persona e non che le abbia scoperte lui. Egli dice: “Se nella natura delle cose vi è qualcosa che la mente o la ragione o la forza o la capacità dell’uomo non possa creare, ebbene ciò che lo crea è di certo migliore dell’uomo; ma le cose celesti e tutte quelle il cui ordine è sempiterno non possono essere prodotte dall’uomo; dunque ciò dalla cui opera tali cose sono prodotte è migliore dell’uomo. E quale nome migliore daresti ad esso se non dio? Del resto, se gli dei non esistono, cosa può esservi nella natura delle cose migliore dell’uomo? Nell’uomo soltanto c’è la ragione, della quale nulla può essere più eccellente; ma, d’altro canto, è segno di insipiente arroganza che un uomo reputi non esistere nel mondo intero nulla migliore di sé; dunque esiste qualcosa di migliore, e questo è senz’altro dio”. [SVF II, 1012 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VI, 17. Comunque sia, se tu vedessi una casa grande e bella, pur senza vedere il padrone non la reputeresti edificata per topi e per faine. Ora, non sembreresti un puro e semplice insipiente se reputassi dimora tua e non degli dei immortali un mondo così ricco di ornamenti, una così grande varietà e bellezza di cose celesti, una così enorme forza e grandezza del mare e delle terre? [SVF II, 1012 (3)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VIII, 21. Tutto ciò che ha l’uso della ragione è migliore di ciò che ne è privo. Ma nulla è meglio del mondo, dunque il mondo fa uso della ragione. [SVF I, 111 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VIII, 22. Zenone si esprime in questo modo: “Di nulla che sia privo di sensibilità, una parte può essere senziente. Ma del mondo ci sono parti senzienti; dunque il mondo non è privo di sensibilità”. [SVF I, 114 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VIII, 22. Nulla che sia privo di animo e di ragione può generare da sé un essere animato e dotato di ragione. Ma il mondo genera esseri provvisti d’animo e di ragione; dunque è esso stesso animato e razionale. [SVF I, 113 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § VIII, 22. Com’era solito fare, Zenone concluse il ragionamento con questa similitudine: “Se da un olivo nascessero dei flauti che suonano armoniosamente, dubiteresti forse che nell’olivo sia insita l’arte di suonare i flauti? Cosa diresti se i platani producessero strumenti a corde che suonano a ritmo? Anche in questo caso senz’altro riterresti che nei platani è insita la musica. E perché allora non ritenere il mondo dotato d’animo e di sapienza, dato che da sé procrea esseri animati e sapienti?”. [SVF I, 112]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § IX, 23. La faccenda sta in modo che tutte le cose che si alimentano e crescono contengono in sé una massa di calore, senza la quale non potrebbero né alimentarsi né crescere. Infatti tutto ciò che è caldo ed igneo si muove ed agita di moto proprio, mentre ciò che è alimentato e s’accresce utilizza una qualche sorgente stabile e costante di moto la quale, quanto a lungo rimane in noi, tanto a lungo durano in noi vita e sensibilità, mentre quando il calore si raffredda e si estingue, allora noi moriamo e ci estinguiamo. [SVF I, 513 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § IX, 24. Quanto grande sia la massa di calore presente in ogni corpo è cosa che Cleante insegna anche con argomentazioni aggiuntive. Egli infatti nega che vi sia alcun cibo così pesante da non essere digerito in un giorno e una notte; e sostiene che parte di questo calore è ancora presente negli escrementi che la natura elimina. [SVF I, 513 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XIV, 37. A ragion veduta Crisippo afferma che, come la guaina è fatta per lo scudo ed il fodero per la spada, così pure ogni cosa, ad eccezione del cosmo nel suo complesso, è stata generata in funzione di un’altra: le biade e i vegetali nascenti dalla terra per gli animali; gli animali invece per gli uomini: com’è il caso del cavallo per il trasporto, del bue per l’aratura, del cane per la caccia e per la guardia. L’uomo invece è nato per contemplare il mondo ed imitarne la perfezione. [SVF II, 1153]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XIV, 38. Servendosi di similitudini, Crisippo fa bene ad insegnare che tutto è migliore negli esseri perfetti e maturi: ad esempio, in un cavallo più che in un puledro, in un cane più che in un cucciolo, in un uomo più che in un bambino. Ora, ciò che vi è di più eccellente al mondo deve appartenere all’essere assolutamente perfetto; ma nulla è più perfetto del mondo e nulla vale più della virtù; dunque la virtù è propria del mondo. Invece la natura dell’uomo non è perfetta, e tuttavia nell’uomo si realizza la virtù. Quanto più facile sarà dunque che essa si realizzi nel mondo; e dunque il mondo è virtuoso. Ma se è virtuoso è saggio, e perciò è dio. [SVF II, 641]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XV, 39. Una volta percepita la divinità del mondo, la stessa divinità va attribuita ai corpi celesti generati dalla parte più mobile e pura dell’etere, la cui natura non è commista ad altro e sono tutto fuoco e tutta luce; sicché anch’essi rettissimamente sono detti esseri animati dotati di sensazioni e di intelligenza. [SVF II, 684]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XV, 40. Cleante ritiene che la testimonianza di due sensi confermi la natura ignea di tutte quelle stelle: il tatto e la vista. Infatti la luminosità del sole supera quella di ogni altro fuoco, visto che esso emette luce in lungo e in largo nell’immenso mondo, e che il suo contatto non intiepidisce soltanto ma spesso abbrucia: cose che non potrebbe fare, né l’una né l’altra, se non fosse igneo. ‘Ora’, egli sostiene, ‘poiché il sole è di natura ignea e si alimenta delle esalazioni dell’Oceano, e poiché nessun fuoco può permanere vivo senza una qualche pastura, è necessario che esso sia simile o al fuoco d’uso domestico e alimentare, oppure a quello che è contenuto nei corpi viventi. Ma il fuoco richiesto per i nostri bisogni vitali, disperde e consuma ogni cosa, e dovunque si diffonde lascia distruzione e rovina. Per contro, il fuoco corporeo è vitale e salutare, conserva ogni cosa, la nutre, la fa crescere, la sostenta e le conferisce sensibilità’. Cleante pertanto nega ogni dubbio circa a quale dei due tipi di fuoco sia simile quello del sole, perché anch’esso fa sì che ogni cosa fiorisca e si sviluppi secondo la sua specificità. Di conseguenza, siccome il fuoco del sole è simile a quelli presenti nei corpi viventi, è necessario che anche il sole sia un vivente, e che lo siano anche i restanti astri che sorgono nella celeste vampa chiamata etere o cielo. [SVF I, 504]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXII, 57. Zenone quindi così definisce la natura: “La natura è fuoco artefice che procede con metodo alla generazione”. Egli sostiene infatti che è compito specifico dell’arte creare e generare; e che ciò che nei prodotti delle nostre arti è fatto dalla mano, con arte assai più fine questo lo produce la natura, ossia, come ho detto, il fuoco artefice che è maestro di ogni altra arte. [SVF I, 171 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXII, 58. Secondo questo ragionamento ogni singola natura è artefice, giacché ha un metodo ed un indirizzo che segue; ma la natura del mondo, che racchiude e contiene in sé tutte le cose, dallo stesso Zenone è chiamata non solo ‘artefice’ ma propriamente ‘l’artista’, consultrice com’è di tutte le utilità e provvida di tutte le opportunità. Inoltre, come le singole nature sono generate, crescono e sono contenute entro i propri semi, così la natura del mondo ha tutti i moti volontari, i conati e gli impulsi che i Greci chiamano ὁρμαί ed a questi adatta le azioni confacenti come facciamo noi che siamo mossi dall’animo e dai sensi. Ecco dunque com’è ‘la mente del mondo’, e per tale motivo essa può rettamente chiamarsi saggezza o provvidenza (quello che i Greci chiamano πρόνοια) la quale specialmente provvede e si occupa al massimo: in primo luogo di far sì che il mondo abbia in sé le condizioni di una stabile esistenza; in secondo luogo, che non manchi di nulla; in terzo luogo e in misura particolare, che sia dotato d’una superlativa bellezza e di ogni ornamento. [SVF I, 172]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXIV, 63. Una gran moltitudine di dei discesero poi da un’altra teoria razionale di carattere fisico; dei che, vestiti in forma umana, rifornirono i poeti di favole e riempirono la vita degli uomini d’ogni genere di superstizione. Questo tema, trattato da Zenone fu poi abbondantemente spiegato e chiarito da Cleante e da Crisippo. [SVF I, 166]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXIV, 63. Una gran moltitudine di dei discesero poi da un’altra teoria razionale di carattere fisico; dei che, vestiti in forma umana, rifornirono i poeti di favole e riempirono la vita degli uomini d’ogni genere di superstizione. Questo tema, trattato da Zenone fu poi abbondantemente spiegato e chiarito da Cleante e da Crisippo. Infatti, poiché in Grecia era largamente diffusa l’arcaica credenza che Cielo fosse stato evirato dal figlio Saturno e quest’ultimo incatenato dal figlio Giove; i filosofi spiegarono che di questo racconto tutt’altro che pio c’era una valida spiegazione naturale. Esso significava che la parte più alta del cielo, di natura eterea cioè ignea, e che da se stessa genera tutte le cose manca dell’organo del corpo bisognoso di congiungersi ad un altro per procreare. [SVF II, 1067]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXV, 64. <I filosofi> stabilirono che Saturno è chi governa il moto nello spazio e il ciclo del tempo, dato che il suo nome equivale proprio a questo: infatti in Greco è detto ‘Crono’, che è identico a χρόνος, cioè l’intervallo di tempo. […] Di solito è raffigurato nell’atto di mangiare i suoi figli, perché consuma le parti del tempo […] Inoltre si raffigura come legato in catene da Giove, affinché i suoi cicli non siano irregolari ed egli rimanga vincolato ai moti delle stelle. [SVF II, 1091]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXVI, 66. L’aria, come argomentano gli Stoici, trovandosi a mezzo fra mare e cielo viene divinizzata col nome di Giunone, che è sorella e consorte di Giove, per il fatto che l’aria è simile all’etere ed è ad esso congiunta nelle regioni più alte. La fecero inoltre femmina e la identificarono con Giunone, perché nulla è più soffice dell’aria. [SVF II, 1075]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXVIII, 71. Seppure ripudiate e disdegnate queste favole, si potrà capire quale sia il dio che per natura si riferisce a ciascuna cosa: Cerere alla terra, Nettuno al mare e poi altri dei ad altre cose. E quali che siano questi dei, noi dobbiamo venerarli e celebrarli, qualunque sia il nome che la consuetudine ha loro dato. [SVF II, 1080]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XXXI, 78. Se gli dei esistono, è necessario […] che essi siano dotati di animo, e non soltanto dotati di animo ma anche partecipi della ragione e uniti fra loro come in una società civile e solidale, e che reggano il cosmo unitariamente come fosse uno stato comune e una città. Ne consegue che vi è in essi la ragione  che c’è nel genere umano, e che per entrambi vale la stessa verità e la stessa legge: quella che è prescrizione del bene e respingimento del male […] Siccome in noi ci sono saggezza, ragione e prudenza, è necessario che gli dei le possiedano in maggior grado; e non soltanto che le abbiano ma anche le usino per cose di sommo valore; ma siccome nulla c’è di più grande e migliore del cosmo; è dunque necessario che esso sia governato dalla sapienza e provvidenza divina. [SVF II, 1127]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XLV, 115. Il cosmo è così stabile e coeso che, al fine della sua permanenza, non si potrebbe escogitare nulla di meglio. Infatti, da ogni direzione certe sue parti tendono tutte egualmente a gravitare verso un centro; mentre al contrario permangono strettamente collegati gli uni agli altri i corpi celesti formanti le costellazioni, come fossero tenuti insieme da un laccio che li circonda. Tutto ciò lo opera quella natura che è diffusa dappertutto nel cosmo, che tutto effettua razionalmente e che trascina con forza verso il centro certe parti e fa ruotare le costellazioni più lontane. [SVF II, 549]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XLVI, 118. Le stelle sono per natura ignee, e sono perciò alimentate dai vapori della terra, del mare e delle acque, i quali sono suscitati dal sole quando riscalda i campi e le acque. Di poi le stelle e tutto l’etere, una volta così alimentati e rivitalizzati, restituiscono i vapori e di nuovo li riassorbono, sicché praticamente nulla, o soltanto una parte trascurabile di tali vapori va perduta in quanto consumata dal fuoco degli astri e della fiamma dell’etere. A seguito di ciò i filosofi della nostra scuola reputano […] che da ultimo tutto il cosmo conflagrerà in fuoco, quando per effetto di essiccazione, né la terra avrà più di che alimentarsi né circolerà più l’aria, non potendo più essa salire in alto una volta esauritasi l’acqua. Così non resta altro che il fuoco, dal quale nuovamente, in quanto elemento animato e divino, si rigenererebbe il mondo, che ritornerebbe ad essere identico a prima. [SVF II, 593]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § XLVIII, 123. In verità la pinna, […] un’ostrica dotata di due grandi valve ha, per così dire, stretto con la piccola squilla un accordo per procurarsi il cibo; sicché quando dei pesciolini finiscono nuotando nelle sue valve spalancate, la pinna, avvertita da un morso della squilla, chiude le valve. In tal modo animaletti diversi cooperano per procurarsi il cibo. Vedendo ciò, viene da chiedersi con stupore se l’associazione di queste due creature origini da un qualche accordo, oppure se sia la natura stessa ad averle associate fin dalla nascita. [SVF II, 729]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § LIII, 133. Per chi si direbbe dunque che sia stato creato il mondo? Di sicuro per quegli esseri animati che fanno uso della ragione, ossia per gli uomini e per gli dei; dei quali certamente nulla è migliore, data l’assoluta superiorità della ragione. Diventa così credibile che il mondo, e tutto ciò che esso contiene, sia stato creato per gli uomini e gli dei. [SVF II, 1131 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § LIX, 148. A partire dalle percezioni, collegandole tra di loro e comparandole, costituiamo anche le arti, che in parte soddisfano delle necessità pratiche. [SVF I, 73 (10)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § LXII, 154. In primo luogo il mondo stesso è stato creato per gli dei e per gli uomini, e tutto ciò che esso contiene è stato concepito ed apparecchiato a vantaggio degli uomini. Il mondo è infatti come la casa comune di dei ed uomini o la città di entrambi, giacché essi soltanto hanno l’uso della ragione e vivono secondo il diritto e la legge. [SVF II, 1131 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ II, § LXIV, 160. Cosa ci fornisce il maiale a parte il cibo? Crisippo sostiene che l’animo gli è stato dato perché facesse la funzione del sale e così la sua carne non imputridisse, e che la natura nulla ha creato di più prolifico di tale bestia, poiché essa era adatta a nutrire gli uomini. [SVF II, 1154]

Citazioni (15) dal Libro III del ‘De natura deorum’

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § VI, 14. […] specialmente dato che proprio voi Stoici sostenete che tutto avviene fatalmente, e che il fato è ciò che è sempre vero dall’eternità. [SVF II, 922]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § VII, 16. Infatti Cleante, come tu dicevi, ritiene che siano quattro i modi in cui nell’animo umano hanno preso forma le nozioni riguardanti degli dei. Il primo modo è […] quello suscitato dalla premonizione degli eventi futuri; il secondo dagli spaventi che suscitano le tempeste e gli altri cataclismi; il terzo dalla comodità ed abbondanza di cose a nostra disposizione; mentre il quarto è legato ai movimenti ordinati degli astri ed alla regolarità dei cieli. [SVF I, 528 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § X, 25. Secondo te Crisippo, uomo senza dubbio scaltro e sperimentato (e chiamo scaltri quanti sono di mente rapida, e sperimentati coloro il cui animo è incallito dall’uso come la mano dal lavoro), parlava dunque acutamente quando diceva: “Se c’è qualcosa che l’uomo non possa creare, chi ciò crea è migliore dell’uomo; ma l’uomo non può creare le cose che vediamo nel mondo; quindi chi le ha create è superiore all’uomo. E chi può essere superiore all’uomo se non dio? Dunque dio esiste”. [SVF II, 1011 (1)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § X, 26. Se gli dei non esistessero, Crisippo parimenti nega che nell’intera natura esista qualcosa che sia migliore dell’uomo; e però ritiene pure che è uomo di somma arroganza chi reputa che nulla sia migliore dell’uomo. […] Egli dice anche: “Se la casa è bella, noi capiamo subito che essa è stata edificata per dei signori e non per topi; e pertanto dobbiamo considerare il mondo come casa degli dei”. [SVF II, 1011 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XI, 27. […] <non> della natura che procede <quale fuoco> artefice, come dice Zenone. [SVF I, 171 (3)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XIV, 35. Ma i vostri, Balbo, sogliono riportare tutto ad una forza ignea seguendo, così mi pare, Eraclito […] Voi sostenete che ogni forza è ignea e che pertanto anche negli animali la morte interviene allorché il calore si dissipa, e che è nella natura di tutte le cose che viva e vegeti solo ciò che ha calore […] Voi pensate, io reputo, che nulla di intrinsecamente animato esista in natura e nell’universo se non il fuoco […] Sicché se il fuoco è di per sé un ente animato al quale non si mescola alcun’altra natura; siccome esso, quando è presente nei nostri corpi, fa si che noi sentiamo, il fuoco non può essere privo di sensazione […] A ciò consegue che non possiate attribuire eternità al fuoco. E che? Non siete voi a ritenere che ogni fuoco abbisogna di pastura e che non può in alcun modo sussistere se non è alimentato? E poi che il sole, la luna e gli altri astri lo sono, alcuni dalle acque dolci e altri da quelle salmastre? [SVF II, 421]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XIV, 37. E che? Non siete voi a ritenere che ogni fuoco abbisogna di pastura e che non può in alcun modo sussistere se non è alimentato? E poi che il sole, la luna e gli altri astri lo sono, alcuni dalle acque dolci e altri da quelle salmastre? Questa è la causa che Cleante adduce per cui il sole torna indietro e non va oltre l’orbita solstiziale estiva ed invernale, e cioè per non allontanarsi troppo dal cibo. [SVF I, 501 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXIV, 63. Prima Zenone, poi Cleante e Crisippo, si presero il fastidio niente affatto necessario di rendere ragione delle finzioni delle favole e di spiegare il perché dei nomi con cui si indicano le varie divinità. Così facendo voi ammettete palesemente che la faccenda è ben diversa da come la opinano gli uomini, e che quelli chiamati dei sono nature delle cose, non figure di dei. [SVF II, 1069]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXVIII, 70. A questo tipo di argomentazione voi solete controbattere: se molti uomini usano in modo perverso il beneficio loro elargito dagli dei, non per questo gli dei non hanno ottimamente provveduto a noi; giacché pure molti uomini usano male il patrimonio ereditato, ma non per questo essi non sono stati beneficati dai loro padri. [SVF II, 1186]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXI, 77. Se è vero quel che soleva dire Aristone di Chio, ossia che i filosofi nuocciono agli ascoltatori che interpretano male le loro giuste affermazioni, allora dalla Scuola di Aristippo possono davvero uscire dei dissoluti e da quella di Zenone dei burberi immaturi. [SVF I, 242 (2)]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXI, 77. Se è vero quel che soleva dire Aristone di Chio, ossia che i filosofi nuocciono agli ascoltatori che interpretano male le loro giuste affermazioni, allora dalla Scuola di Aristippo possono davvero uscire dei dissoluti e da quella di Zenone dei burberi immaturi. [SVF I, 348]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXV, 86. Gli dei trascurano le faccende minori, né si accaniscono contro i campicelli o le povere viti dei singoli, né bisogna volgere l’animo a Zeus se il golpe o la grandine hanno danneggiato qualcuno; né certo nei regni il re si cura d’ogni minima cosa: questo voi dite. [SVF II, 1179]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXVII, 90. ‘Né gli dei né i re’ si dice, ‘volgono l’animo a tutto’. Che razza di paragone è questo? Infatti, per i re è una grande colpa lasciare di proposito impunito qualcuno, mentre per dio neppure il non sapere di un delitto è una scusa. Eppure voi bellamente difendete dio, quando dite che, seppure qualcuno fosse sfuggito con la morte alla pena per il suo delitto, tale è la potenza degli dei che essa sarà pagata dai figli, dai nipoti e dai posteri. [SVF II, 1180]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXIX, 92. Proprio voi <Stoici> solete dire che nulla v’è che dio non possa effettuare, e pure senza alcuna fatica. Infatti, come le membra umane sono mosse dalla mente e della volontà senza sforzo alcuno, così ad un cenno degli dei tutto può prender forma, muoversi e mutare. Queste dottrine che voi sostenete non sono superstizioni da vecchiette, ma verità fisiche basate su un saldo ragionamento; giacché la materia delle cose, della quale sono tutte costituite e nella quale tutte sussistono, è completamente plasmabile e trasformabile; sicché non c’è cosa che non possa d’un tratto convertirsi in essa o prender forma da essa. Voi sostenete anche che foggiatrice e regolatrice di questo materiale universale è la provvidenza divina; la quale può effettuare qualunque cosa voglia a qualunque cosa ponga mano. [SVF II, 1107]

Cicerone ‘De natura deorum’ III, § XXXIX, 93. Ma non siete proprio voi a negare che gli dei si occupino di tutto, e poi a volere che i sogni siano ripartiti e suddivisi tra gli uomini dagli dei immortali? Discuto di questo con te, poiché la dottrina sulla veridicità dei sogni è una vostra dottrina. Inoltre siete voi a definire opportuno che i voti <degli uomini> siano accolti <dagli dei>? [SVF II, 1197]

 

 

 

 
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