CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutte le citazioni (11) tratte dal 'De fato' di Cicerone
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Paragrafo del 'De fato' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (11) dal ‘De fato’

Cicerone ‘De fato’ § IV, 7. Ritorniamo alle sottigliezze di Crisippo e in primo luogo diamogli una risposta sulla contagiosa influenza delle cose. […] Noi vediamo quanto siano differenti le caratteristiche naturali di varie località: alcune sono salubri, altre pestilenziali, in altre abitano uomini linfatici ed obesi, in altre ancora gente asciutta e secca. E così molte altre differenze si trovano da luogo a luogo: ad Atene l’aria è sottile, motivo per cui gli Attici sono ritenuti più perspicaci; a Tebe è spessa, e perciò i Tebani sono pingui e vigorosi. Tuttavia né quell’aria sottile farà sì che uno segua le lezioni di Zenone piuttosto che quelle di Arcesilao o di Teofrasto; né l’aria spessa farà sì che uno cerchi di vincere i giochi Nemei piuttosto che gli Istmici. Proseguiamo in queste distinzioni: come può la natura del luogo far sì che noi si passeggi nel portico di Pompeo piuttosto che in campagna? O che io passeggi con te piuttosto che con un altro? Alle Idi piuttosto che alle Calende? Come infatti la natura del luogo influisce su alcune cose e non su altre, così l’influenza degli astri, se vuoi, può avere influenza su certe cose ma non certo su tutte. [SVF II, 950]

Cicerone ‘De fato’ § IV, 8. Eppure fra le nature degli uomini ci sono delle differenze per cui certi uomini prediligono i cibi dolci, altri quelli un po’ amari; alcuni sono libidinosi, altri iracondi o crudeli o superbi ed altri ancora aborriscono questi vizi. Se dunque, Crisippo afferma, tanto differisce una natura dall’altra, perché meravigliarsi se queste differenze derivano da cause differenti? Ma così argomentando egli non vede di cosa si parli ed in cosa consista la causa. Infatti, se alcuni hanno propensioni diverse da altri per cause naturali antecedenti, non per questo ci sono cause naturali antecedenti anche per le nostre volontà e i nostri impulsi; giacché, se così fosse, nulla sarebbe più in nostro potere. Ora, ammettiamo pure che essere acuti o tardi di mente, vigorosi o fiacchi non dipenda da noi; ma chi reputa che perciò neppure dipenda dalla nostra volontà lo star seduti o il camminare, non vede cosa consegua a cosa. Posto che gli intelligenti e gli ottusi nascano tali per cause antecedenti, e che lo stesso valga per i vigorosi e i fiacchi, tuttavia non ne consegue che anche lo star seduti o il passeggiare o il fare qualcosa sia definito e fissato da cause principali. [SVF II, 951]

Cicerone ‘De fato’ § V, 11. <Questi> vizi possono nascere da cause naturali, ma la loro estirpazione ed eliminazione dalle fondamenta […] non dipende da cause naturali, bensì dalla volontà, lo studio e la disciplina dell’individuo: tutte cose che invece risultano inefficaci se la forza e la natura del fato sono provati dalla teoria della divinazione. Infatti, se esiste la divinazione, quali sono i principi teorici (e chiamo ‘principi teorici’ quelli che i Greci chiamano θεωρήματα) dai quali essa in quanto arte discende? Infatti sono certo che utilizzino principi teorici sia gli artigiani dediti ciascuno alla propria arte, sia quanti usano la divinazione per predire il futuro. Ora, i principi teorici degli astrologi sono di questo genere: ‘Se uno, si fa per dire, è nato al sorgere della Canicola, non morirà in mare’. Bada, Crisippo, di non lasciare indifesa la causa per la quale accanitamente combatti contro il grande dialettico Diodoro, giacché se è vero il nesso ipotetico ‘Se uno è nato al sorgere della Canicola, non morirà in mare’ allora sarà vero anche quest’altro: ‘Se Fabio è nato al sorgere della Canicola, Fabio non morirà in mare’ […] Ora, se si dà per vero che Fabio sia nato al sorgere della Canicola, […] l’affermazione ‘Fabio morirà in mare’ è del genere dell’impossibilità. Pertanto tutto ciò che si dichiara falso nel futuro diventa impossibile che accada. Ma questo, o Crisippo, è ciò che tu assolutamente non vuoi, e proprio in ciò sta la tua contesa con Diodoro. Questi sostiene infatti che può avvenire soltanto ciò che è vero o che sarà vero, e che tutto ciò che avverrà è necessario che avvenga,  mentre ciò che non avverrà, secondo lui è impossibile che avvenga. Invece tu dici che rimane possibile anche ciò che in futuro non avverrà: come la rottura di questa gemma anche se essa non si romperà mai, ed il fatto che Cipselo non era necessitato regnare a Corinto, quantunque l’oracolo di Apollo l’avesse predetto mille anni prima. Ma se tu dai per vera questa predizione divina, se tieni per impossibile ciò che è dichiarato falso nel futuro […] e se dai per necessario che avvenga ciò che è stato dichiarato vero nel futuro: questa è né più né meno la dottrina di Diodoro che voi Stoici avversate. Effettivamente, se è vero il nesso ipotetico ‘Se tu sei nato al sorgere della Canicola, non morirai in mare’, e la premessa ‘sei nato al sorgere della Canicola’ è necessaria (tutto ciò che nel passato è veramente avvenuto è necessario, come piace dire a Crisippo in dissenso dal suo maestro Cleante, perché è immutabile, e il passato non può convertirsi da vero in falso), allora pure la conseguente è necessaria. Ma Crisippo non crede che ciò valga in ogni caso; e che se c’è una causa naturale per cui Fabio non muoia in mare, Fabio non può morire in mare. A questo punto egli diventa titubante e spera che i Caldei e i restanti indovini siano in errore e che non ricorreranno più a nessi ipotetici per pronunciare i loro oroscopi così: ‘Se uno è nato al sorgere della Canicola, non morirà in mare’; ma piuttosto dicano: ‘Non si dà che uno sia nato al sorgere della Canicola, e che muoia in mare’. Bella presa in giro! Per non finire fra le braccia di Diodoro, Crisippo insegna ai Caldei a che patto essi han da esporre i loro oroscopi. Mi chiedo: se i Caldei dovrebbero parlare così, cioè ponendo la negazione di infinite proposizioni coordinate, piuttosto che infiniti nessi ipotetici, perché i medici, i geometri e tutti gli altri non dovrebbero fare lo stesso? […] Quali periodi, in questo modo, non possono essere ridotti da nessi ipotetici a negazione di coordinate? Di certo noi possiamo dire le stesse identiche cose in molti modi. […] Ci sono molti modi per esprimere qualcosa, ma nessuno è più contorto di questo con cui Crisippo spera che i Caldei facciano contenti gli Stoici. […] Infatti la proposizione: ‘Carneade discende dall’Accademia’ non è vera per effetto di cause eterne derivanti dalla necessità della natura, né d’altra parte è senza causa, ma sta in mezzo fra le cause fortuite pregresse e le cause aventi in sé una naturale efficacia. […] Neppure quelli che affermano che il futuro è immodificabile e che ciò che sarà vero non può essere convertito in falso, danno per garantita la necessità del fato, ma semplicemente spiegano il significato delle parole. Invece coloro che introducono una sempiterna serie di cause, incatenano con essa la mente dell’uomo alla necessità del fato, dopo averla spogliata della libera volontà. [SVF II, 954]

Cicerone ‘De fato’ § VII, 14. Tutto ciò che nel passato è veramente avvenuto è necessario, come piace dire a Crisippo in dissenso dal suo maestro Cleante, perché è immutabile, e il passato non può convertirsi da vero in falso. [SVF I, 489 (2)]

Cicerone ‘De fato’ § X, 20. Crisippo giunge a questa conclusione: “Se esiste un moto senza causa, non ogni enunciato (quello che i dialettici chiamano ἀξίωμα) sarà o vero o falso, giacché ciò che non avrà cause efficienti sarà né vero né falso. Invece ogni enunciato è o vero o falso; e dunque non esiste un moto senza causa. Se così è, tutte le cose che avvengono, avvengono per cause antecedenti; e se così è, tutte avvengono fatalmente; e pertanto qualunque cosa avvenga, essa avviene per opera del fato”. […] Perciò Crisippo mette tutto il suo impegno per convincerci che ogni enunciato è o vero o falso. Come Epicuro paventava che se avesse accettato questo avrebbe dovuto anche accettare che qualunque cosa avvenga, essa avviene per opera del fato, […] così Crisippo temeva che se non avesse provato che ogni enunciato è o vero o falso, non avrebbe salvato il principio che tutto avviene fatalmente e per opera delle cause eterne delle cose future. [SVF II, 952 (1)]

Cicerone ‘De fato’ § XII, 28. Anche se si sostiene che qualunque enunciato è o vero o falso, non ne consegue seduta stante che esistano cause immutabili ed eterne capaci di proibire che un fatto accada, ora o in futuro, diversamente. Le cause che fanno sì che sia vera la proposizione ‘Catone verrà in Senato’ sono cause fortuite, non incluse nella natura delle cose e nell’ordine cosmico. Tuttavia, che ‘egli verrà’, quando ciò si avveri, è tanto immutabile quanto ‘egli è venuto’; e non s’ha da temere di attribuirne la causa al fato o alla necessità. Perciò bisognerà riconoscere anche che se l’enunciato ‘Ortensio verrà al Tuscolano’ non è vero, ne consegue che è falso. Ma i nostri oppositori vogliono che sia né vero né falso, il che è assurdo. [SVF II, 953]

Cicerone ‘De fato’ § XIII, 30. Questo ragionamento è criticato da Crisippo. Egli infatti dice che nella realtà esistono due classi di fatti: quelli semplici e quelli connessi. Semplice è il fatto ‘Socrate morirà quel giorno’. Per Socrate, sia che faccia qualcosa sia che non la faccia, il giorno della morte è fissato. Se però è fatale che ‘Edipo nascerà da Laio’, non si potrà dire ‘sia che Laio giaccia con la moglie, sia che non giaccia con lei’, perché qui si tratta di fatti connessi, cioè co-destinati. Crisippo li chiama così perché è fatale sia che Laio giaccia con la moglie, sia che procrei da lei Edipo. Se si dicesse ‘Milone lotterà ad Olimpia’ e qualcuno replicasse ‘Dunque lotterà sia che abbia un avversario sia che non lo abbia’, costui sbaglierebbe; giacché ‘lotterà’ è un termine connesso, e senza un avversario non c’è lotta. Tutte le capziosità di questo genere possono essere confutate così. Dire: ‘Sia che tu ti rechi dal medico, sia che tu non ti ci rechi, guarirai’ è capzioso; giacché tanto il recarsi dal medico, quanto il guarire sono decretati dal fato. Questi fatti connessi, come ho detto, egli li chiama co-destinati. [SVF II, 956]

Cicerone ‘De fato’ § XIV, 33. In conseguenza di ciò, <Carneade> nega che Apollo potesse predire la sorte di Edipo, non essendovi nella natura delle cose alcuna causa che predisponesse necessariamente Edipo all'uccisione del padre <Laio>. Se dunque per gli Stoici, i quali affermano che tutto avviene fatalmente, è consentaneo approvare oracoli di tal genere e tutto quanto pertiene alla divinazione; non si può dire la stessa cosa di quanti affermano che gli avvenimenti futuri sono veri fin dall’eternità. Infatti tu vedi bene come la posizione di questi ultimi non sia la stessa degli Stoici: gli Stoici sono chiusi entro confini molto più angusti, mentre il modo di ragionare degli altri è aperto e libero. [SVF II, 955]

Cicerone ‘De fato’ § XVI, 36. <Gli Accademici> dicono che c’è differenza fra ciò <la causa accessoria> senza di cui qualcosa non può avvenire e ciò <la causa efficiente> che necessariamente fa avvenire qualcosa. Nessuna delle cose riferite più sopra è dunque una causa, perché nessuna per capacità propria fa avvenire ciò di cui si dice causa; né ciò senza il quale qualcosa non avviene è causa, mentre lo è invece ciò il cui accesso a ciò di cui è causa lo fa necessariamente avvenire. [SVF II, 987]

Cicerone ‘De fato’ § XVI, 38. Si riterrà così vera la dottrina che Crisippo difende: ossia che ogni enunciato è o vero o falso. [SVF II, 952 (2)]

Cicerone ‘De fato’ § XVII, 39. Circa il fato e la necessità furono due le dottrine avanzate dagli antichi filosofi: una sosteneva che tutto avviene per volere del fato, il quale porterebbe in sé la forza della necessità; l’altra invece affermava che i moti dell’animo umano sono volontari e completamente indipendenti dal fato. A me pare che Crisippo, in veste di giudice onorario, abbia voluto colpire nel mezzo; giacché mentre personalmente propende alla tesi di quanti dichiarano i moti dell’animo umano del tutto immuni dalla necessità, purtuttavia nei suoi discorsi scivola su difficoltà tali che, pur contro voglia, è costretto a confermare la necessità del fato. Se siete d’accordo, vediamo come stia la faccenda nel caso degli assensi. […] Gli antichi sostenitori della dottrina che tutto avvenga fatalmente, dicevano che gli assensi sono forzati e necessari. I loro oppositori sottraevano invece l’assenso al dominio del fato e negavano che, una volta messi sotto il dominio del fato, gli assensi potessero sottrarsi alla necessità. Le loro argomentazioni erano queste […]. Crisippo, rifiutando la necessità ma volendo che nulla avvenga senza cause antecedenti, al fine di sfuggire alla necessità pur conservando il dominio del fato, distingue vari generi di cause. “Delle cause, egli dice, alcune sono perfette e principali, altre invece sono coadiuvanti e prossime. Pertanto, quando diciamo che tutto avviene fatalmente per cause antecedenti, non vogliamo intendere per cause perfette e principali bensì per cause coadiuvanti e prossime”. Dunque al ragionamento che ho citato poco fa, Crisippo obietta: “Se tutto avviene fatalmente, ne consegue che tutto avviene per cause antecedenti, che però non sono perfette e principali, ma coadiuvanti e prossime. Ora, sarà pur vero che queste non sono in nostro potere, ma non ne consegue che neppure i nostri desideri lo siano. Questa conseguenza sarebbe invece inevitabile se noi dicessimo che tutto avviene a seguito di cause perfette e principali, giacché al fatto che tali cause non sono in nostro potere seguirebbe necessariamente che anche i nostri desideri non lo sono. Perciò tale argomentazione sarà pienamente valida contro quanti introducono il fato per agganciargli la necessità; mentre non avrà alcun valore contro quanti non parlano di cause perfette e principali quali antecedenti”. Quanto al perché si dica che gli assensi avvengano per cause antecedenti, <Crisippo> non lo ritiene difficile da spiegare. Infatti, quantunque l’assenso non possa avvenire se non è messo in moto da una rappresentazione, quest’ultima costituisce una causa prossima e non principale; e quindi rientra, come vuole Crisippo, nel caso appena descritto. L’assenso, cioè, non può verificarsi se non è attivato da una forza esterna, in quanto è necessario che l’assenso sia messo in moto da una rappresentazione; e così, giunto a questo punto, Crisippo può riproporre il suo esempio del cilindro e della trottola, che non possono iniziare a muoversi se non avviati da una spinta. Una volta avvenuto ciò, egli pensa che il resto vada poi per sua natura, sicché il cilindro rotola e la trottola gira su se stessa. Dice Crisippo: “Come chi ha dato una spinta al cilindro, gli ha dato non la capacità di rotolare ma l’avvio del moto; così la rappresentazione imprime nell’animo un oggetto e vi lascia come il segno del suo aspetto, ma l’assenso resterà pur sempre in nostro potere ed esso, al modo che abbiamo detto del cilindro, benché abbia ricevuto una spinta dall’esterno, si muoverà poi per il resto secondo le proprie capacità naturali. Se qualcosa potesse verificarsi senza una causa antecedente sarebbe falso che tutto avvenga fatalmente; ma se è verosimile credere che in ogni caso e per qualsiasi fatto vi è una causa antecedente, cosa farà sì che si ammetta che non tutto avviene per fatalità? Basterà che si comprendano la distinzione e la differenza fra le cause”. […] Crisippo, concedendo che la causa dell’assenso sia una causa prossima, limitata e posta nella rappresentazione, non concede però che essa porti necessariamente all’assenso; sicché, se tutto avviene fatalmente, tutto avviene per cause antecedenti e necessarie. [SVF II, 974]

 

 

 

 

 
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