CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutte le citazioni (38) tratte dal 'De divinatione' di Cicerone
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e di Paragrafo del 'De divinatione' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (22) dal Libro I del ‘De divinatione’

Cicerone ‘De divinatione’ I, § III, 6. Quasi tutti gli Stoici difendevano <quelle pratiche divinatorie>, giacché Zenone aveva sparso nei suoi commentari una sorta di semi […] [SVF I, 173]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § III, 6. Quasi tutti gli Stoici difendevano <quelle pratiche divinatorie>, giacché Zenone aveva sparso nei suoi commentari una sorta di semi, che Cleante rese poi ancor più fertili. [SVF I, 550]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § III, 6. Dopo di loro venne Crisippo, uomo d’ingegno acutissimo, il quale spiegò la dottrina della divinazione in due libri, uno dedicato agli oracoli e uno ai sogni; testi che in seguito il suo discepolo Diogene di Babilonia rese pubblici in un unico libro. [SVF II, 1187]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § III, 6. […] Testi che in seguito il discepolo <di Crisippo> Diogene di Babilonia rese pubblici in un unico libro. [SVF III [DB], 35]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § III, 6. […] Testi che in seguito il discepolo <di Crisippo> Diogene di Babilonia rese pubblici in un unico libro, e Antipatro in due libri. [SVF III [AT], 37]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § VIII, 13. Chi può a portare alla luce le cause dei presentimenti? Eppure vedo che lo Stoico Boeto ha tentato di farlo, e si è spinto fino a spiegare la ragione dei fenomeni celesti e marini. [SVF III [BS], 4 (1)]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XIX, 37. Crisippo raccolse innumerevoli oracoli, ciascuno ben corredato di autore e testimoni. [SVF II, 1214 (2)]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XX, 39. Veniamo ai sogni. Disquisendo di essi, Crisippo, che ne raccolse molti banali, fa quel che fa Antipatro e li spiega usando il metodo interpretativo di Antifonte. L’opera mette certo in luce l’acume dell’interprete, ma gli conveniva usare esempi più seri. [SVF II, 1199 - SVF III [AT], 41]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XXVII, 56. Cosa c’è di più premonitore di quei due sogni rammentati così spesso dagli Stoici? Uno è di Simonide. Simonide, visto uno sconosciuto disteso morto a terra, lo inumò. Successivamente, avendo egli in animo di imbarcarsi, in una visione fu ammonito di non farlo da colui cui aveva dato sepoltura, giacché se fosse salpato sarebbe perito in un naufragio. Così Simonide tornò sui suoi passi, mentre coloro che allora salparono perirono tutti. [SVF II, 1200]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XXVII, 57. Il secondo sogno tramandatoci è un sogno molto noto. Due conoscenti Arcadi facevano la stessa strada e, giunti a Megara, uno alloggiò in una bettola, l’altro fu ospitato da un amico. Dopo cena ambedue andarono a riposare, ma nel primo sonno quello che era ospite sognò che l’altro lo supplicava di soccorrerlo, perché il bettoliere si apprestava ad ucciderlo. Egli si svegliò dal primo sonno tutto atterrito; ma poi riavutosi, e giudicando di non dover dare alcun peso al sogno, tornò a dormire. Mentre dormiva, ecco che rivede lo stesso amico supplicarlo, poiché non lo aveva soccorso da vivo, di non lasciare invendicata almeno la sua morte: era stato assassinato dal bettoliere, e il suo cadavere gettato su un carretto e ricoperto di letame. Lo scongiurava dunque di essere di mattina presto alla porta della città, prima che il carretto ne uscisse. Agitatissimo per questo sogno, la mattina si trovò col bifolco alla porta; gli chiese cosa ci fosse sul carretto e quello, atterrito, si diede alla fuga. Così si estrasse il morto, fu denunciato il crimine e il bettoliere ne scontò la pena. [SVF II, 1204]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XXXIII, 72. Quei generi di divinazione che si effettuano per via di congettura, oppure sono colti ed evidenziati da certi eventi, come ho già detto, sono chiamati artificiali e non naturali. Fra di essi si annoverano l’ispezione delle interiora delle vittime sacrificali, il volo degli uccelli e l’interpretazione dei sogni. Questi generi sono disapprovati dai Peripatetici e difesi dagli Stoici. [SVF II, 1207]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XXXVIII, 82. Che <la divinazione> sia senza dubbio cosa reale lo si conclude da questo ragionamento degli Stoici. “Se gli dei esistono e non preavvisano del futuro gli uomini: o essi non hanno cari gli uomini, o ignorano l’avvenire, o stimano che agli uomini non interessi affatto conoscere il futuro, o non ritengono consono alla loro maestà il predire il futuro agli uomini, o neppure gli dei stessi possono intenderlo. Ora: è escluso che essi non ci abbiano cari, visto che gli dei sono, per genere, benefici amici degli uomini; è escluso che essi ignorino ciò che proprio loro stabiliscono e designano; è escluso che a noi non interessi affatto il nostro avvenire, giacché sapendolo saremmo più cauti; è escluso che gli dei ritengano ciò alieno alla loro maestà, giacché nulla è più eccellente del beneficare; è escluso che essi non conoscano in anticipo il futuro, giacché in tal caso non sono dei e non intendono il futuro. Invece gli dei esistono e quindi intendono il futuro; e se lo intendono è escluso che non diano a noi uomini le capacità per accedere alla scienza dell’intenderlo, giacché invano ce lo farebbero intendere; e se ce ne danno la capacità è escluso che la divinazione non esista; dunque la divinazione esiste”. Questo è il ragionamento usato da Crisippo, da Diogene e da Antipatro. [SVF II, 1192]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XXXIX, 84. Questo è il ragionamento usato da Crisippo, da Diogene e da Antipatro. [SVF III [DB], 37 - SVF III [AT], 40]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § XLIX, 109. Che c’è di strano se la dottrina della premonizione artificiale risulta facile e invece quella della premonizione divina è alquanto più oscura? Le viscere delle vittime, le folgori, i portenti e gli astri dai quali si traggono le premonizioni, sono infatti oggetti di osservazione quotidiana. Inoltre, osservazioni lungamente estese nel tempo forniscono in ogni caso una incredibile massa di conoscenze certe, le quali possono formarsi anche senza intervento diretto o impulso degli dei, giacché da cosa origini alcunché e cosa esso significhi può essere colto con una attenta e continua osservazione. Altra cosa è la divinazione naturale, come ho detto prima. Questa divinazione, secondo le sottili distinzioni della fisica, va riferita alla natura degli dei; natura dalla quale, come hanno sostenuto uomini dottissimi e saggissimi, noi abbiamo aspirato e bevuto i nostri animi; e siccome tutto è compenetrato e ricolmo di eterna sensibilità e di mente divina, è necessario che gli animi umani risentano fortemente del contatto con con gli animi divini. [SVF II, 1208]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LII, 118. Gli Stoici non credono che gli dei si interessino delle singole fessure del fegato o del canto degli uccelli; giacché ciò è indecoroso e indegno di loro, e quindi non può in alcun modo avvenire. Ritengono però che il mondo sia stato congegnato fin dall’inizio in modo che certe cose siano precedute da certi segni, alcuni nelle viscere, altri nel volo degli uccelli, altri nelle folgori, altri nei portenti, altri nelle stelle, altri nei sogni, altri nelle voci degli invasati. I segni, quando siano bene interpretati, quasi mai sbagliano; mentre se sono male intesi e male interpretati risultano falsi, non per loro difetto ma per l’imperizia degli interpreti. [SVF II, 1210]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LII, 118. Posto e concesso che esista una certa forza divina che pervade la vita degli uomini, non è difficile immaginare per quale ragione avvengano le cose che vediamo con certezza avvenire. Infatti anche nello scegliere la vittima sacrificale può guidarci una qualche sensibilità diffusa in tutto il mondo; e allora proprio quando tu voglia immolare la vittima, può avvenire una mutazione delle interiora in aumento o in diminuzione, giacché basta un attimo perché la natura aggiunga, o muti, o tolga qualcosa. [SVF II, 1209 (1)]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LIII, 120. La mente divina produce analoghi effetti sugli uccelli, sicché quelli chiamati ‘alites’ volano ora in una direzione ora in un’altra e si celano ora in un luogo ora in un altro; mentre quelli chiamati ‘oscines’ cantano ora da destra, ora da sinistra. Infatti, se ogni animale muove il corpo a suo piacimento: ora prono, ora su un fianco, ora supino, e piega, contorce, stende, contrae le membra in qualunque direzione voglia, e lo fa quasi prima ancora di averci pensato, quanto più ciò è facile per un dio, al cui volere tutto ubbidisce. [SVF II, 1213]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LIV, 123. Moltissime delle cose divinate da Socrate furono raccolte da Antipatro; ma le tralascerò. […] Però la cosa più straordinaria e quasi divina di quel filosofo fu che egli disse, pur essendo condannato del tutto iniquamente, che moriva con animo assolutamente tranquillo, giacché né quando usciva di casa né quando saliva la tribuna per difendersi, il dio gli aveva dato alcun segno di un male incombente, come faceva d’abitudine. [SVF III [AT], 38]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LV, 125. Chiamo ‘fato’ ciò che i Greci chiamano εἱμαρμένη, ossia la serie ordinata delle cause; giacché a generare qualunque cosa è una concatenazione di cause. Esso è verità sempiterna che si dipana da tutta l’eternità. Stando così le cose, nulla avviene che non dovesse avvenire e, allo stesso modo, nulla avverrà che non abbia nella natura le cause efficienti del proprio avvenire. Da ciò si capisce che il fato è ‘causa eterna delle cose’ intesa quale causa non soprannaturale ma fisica, ossia il perché le cose passate sono avvenute, le presenti avvengono e le future avverranno. [SVF II, 921]

Cicerone ‘De divinatione’ I, § LVI, 127. Inoltre, poiché tutto avviene fatalmente, come sarà mostrato altrove, se mai esistesse un mortale capace di cogliere con l’animo suo l’intera serie delle cause, nulla gli sfuggirebbe; giacché chi conosce le cause degli eventi futuri necessariamente conosce il futuro. Siccome ciò non è alla portata di nessun uomo ma solo di un dio, l’uomo deve accontentarsi di fare previsioni sulla base di certi segni che anticipano gli eventi futuri; questi infatti non vengono in esistenza all’improvviso, perché la successione del tempo è come lo svolgersi di una fune, che non crea nulla di nuovo ma srotola cose preesistenti. [SVF II, 944]

Citazioni (16) dal Libro II del ‘De divinatione’

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XIV, 33. D’altra parte, quale parentela hanno le interiora delle vittime con la natura delle cose? Ammettendo che la natura sia un tutto unico e ininterrotto, dottrina che so essere gradita ai fisici, e soprattutto a quanti dissero che tutto ciò che esiste è un’unica realtà: che connessione può esserci tra il mondo e la scoperta di un tesoro? Se le viscere predicono per me un aumento di patrimonio, e ciò la natura fa avvenire: in primo luogo c’è una relazione tra esse ed il mondo, e in secondo luogo la natura delle cose include quel mio lucro. I fisici non si vergognano di dire cose simili? Ammettiamo che tra le cose naturali esista una certa connessione: questo lo concedo, giacché gli Stoici ne elencano molti esempi. Essi infatti dicono che i fegati dei topolini aumentano di volume in inverno; che il puleggio secco fiorisce proprio il giorno di tale solstizio; che quando i follicoli si gonfiano e si rompono, i semi, racchiusi all’interno dei frutti, sono lanciati in varie direzioni; che se si pizzicano alcune corde della cetra, altre risuonano anch’esse; che ostriche e mitili di ogni genere crescono e decrescono di volume in sintonia con la luna; che si ritiene adatta per il taglio degli alberi la stagione invernale nella fase di luna calante, quando essi sono secchi. Perché dilungarsi oltre sugli stretti e sui flussi e riflussi marini determinati dai moti della luna? Concediamo pure che si possano citare moltissimi esempi simili, dai quali risulta la parentela naturale tra cose distanti tra di loro. Ma in base a quale connessione naturale, a quale concerto e consenso, quello che i Greci chiamano συμπάθεια, potrà mai darsi un legame tra una fessura del fegato e un mio misero guadagno o fra un meschino lucro ed il cielo, la terra e la natura delle cose? [SVF II, 1211]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XV, 35. Non mi vergogno di te ma di Crisippo, di Antipatro e di Posidonio, i quali sostengono le stesse cose che sostieni tu, ossia che nella scelta della vittima sacrificale ci guida una certa sensibilità divina e diffusa in tutto il mondo. E ancor più assurdo è ciò che tu hai preso da loro ed essi hanno detto, e cioè che quando uno vuole immolare una vittima, avviene una mutazione in aumento o in diminuzione delle interiora, giacché tutto ubbidisce alla volontà degli dei. [SVF II, 1209 (2) - SVF III [AT], 39]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XVII, 41. Quando hanno più fretta <gli Stoici> sogliono dimostrarlo così: “Se gli dei esistono, esiste la divinazione; ma gli dei esistono; dunque c’è la divinazione”. [SVF II, 1193]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XIX, 44. Gli Stoici sono dell’avviso che gli aneliti della terra, se sono freddi, quando abbiano preso a scorrere siano i venti. Quando questi venti penetrano in una nube, cominciando a lacerarla in una sua parte più tenue e poi facendolo con un crescendo di veemenza, allora si formano tuoni e lampi. Se poi lo scontro fra nubi causa l’espulsione del forte calore che esse contengono, allora si ha il fulmine. [SVF II, 699]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XXI, 47. Hanno cercato di indagare le cause dei pronostici sia Boeto di Sidone, che tu hai nominato, sia anche il nostro Posidonio. [SVF III [BS], 4 (2)]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § XLIII, 90. Diogene lo Stoico concede che i Caldei possano predire non più in là della natura di qualcuno ed a cosa in futuro sarà adatto, ma nega recisamente che essi possano conoscere tutto il resto che dichiarano di sapere. In effetti l’aspetto di due gemelli può essere simile, ma la loro vita e il loro destino possono essere diversissimi. Procle ed Euristene, re di Sparta, erano fratelli gemelli, eppure non vissero lo stesso numero di anni. Procle morì un anno prima, eppure le sue imprese furono molto più gloriose di quelle del fratello. Io invece nego che i Caldei possano conoscere anche le cose che l’ottimo Diogene, per una sorta di collusione, concede loro di sapere. [SVF III [DB], 36]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LVI, 115. Ed ora vengo a te, santo Apollo […] Crisippo infatti ha riempito un intero volume dei tuoi oracoli: alcuni falsi; altri, a mio avviso, avveratisi per caso, come accade spessissimo per qualunque discorso; altri così tortuosi ed oscuri che l’interprete necessita a sua volta di un interprete e la sorte stessa va tirata a sorte; altri di un’ambiguità tale da necessitare dell’indagine di un dialettico. [SVF II, 1214 (1)]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LVII, 117. Ma […] come mai a Delfi non si pronunciano più oracoli di questo genere, non da oggi ma ormai da molto tempo, sicché nulla può ormai considerarsi più spregevole? Messi alle strette da questa obiezione, <i loro difensori> dicono che col tempo è svanita la forza del luogo da cui si sprigionavano le esalazioni che ispiravano la mente della Pizia e le facevano proferire gli oracoli. [SVF II, 1215]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LVIII, 119. Zenone reputava che l’animo si contraesse, quasi uno scivolare e un collassare, e che in ciò appunto consistesse il sonno. [SVF I, 130]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXI, 126. In particolare Crisippo, nello sforzo di confutare gli Accademici, afferma che le rappresentazioni che abbiamo da svegli sono molto più chiare e certe di quelle in sogno. [SVF II, 62]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXIII, 129. Invece i tuoi Stoici negano che qualcuno possa essere un divinatore se non è un saggio. [SVF III, 607]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXIII, 130. Crisippo definisce la divinazione con queste parole: “Il potere di riconoscere, osservare e spiegare i segni che gli dei presentino agli uomini. È suo dovere conoscere in anticipo cos’abbiano in mente gli dei nei confronti degli uomini, di cosa li avvertano e quale sia il modo per scongiurare ciò o per placarli”. Parimenti, definisce in questo modo l’interpretazione dei sogni: “Il potere di distinguere ed elucidare ciò di cui gli dei avvertano gli uomini nei sogni”. [SVF II, 1189]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXV, 134. Un tale riferisce all’interprete dei sogni - questo sogno si trova in un libro di Crisippo - di avere sognato che un uovo pendeva da una cinghia del letto su cui dormiva. Al che l’interprete gli risponde che sotto il letto è sepolto un tesoro. Quello scava e trova una certa quantità d’oro con intorno dell’argento. Porta allora all’interprete quel po’ d’argento che gli pare giusto, e l’interprete gli fa: “E del tuorlo nulla?”; giacché per lui era chiaro che il tuorlo di un uovo significa oro e il resto argento. [SVF II, 1201]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXX, 144. Le congetture degli stessi interpreti dei sogni non rendono forse evidente la scaltra ingegnosità dei loro autori nel raggirare gli altri, piuttosto che la forza e il consenso ad esse della natura? Un corridore che aveva in animo di partire per Olimpia, sognò d’esservi portato su di una quadriga. La mattina, eccolo dall’interprete dei sogni. E quello gli fa: “Vincerai; giacché questo sogno indica la velocità e la forza dei cavalli”. Più tardi il corridore si reca da Antifonte, il quale gli dice: “Sarai per forza sconfitto. Non vedi che ne hai davanti altri quattro nella corsa?” Ecco un altro corridore - di questi e di altri sogni sono pieni il libro di Crisippo e quello di Antipatro - ma torno al corridore. Costui riferisce all’interprete d’aver sognato d’essersi trasformato in un’aquila. E l’interprete gli fa: “Hai vinto; giacché non c’è uccello che voli più veloce dell’aquila”. Al contrario, a costui Antifonte dice: “Balordo, non vedi che sei sconfitto? Questo uccello insegue ed incalza gli altri uccelli, e dunque è sempre ultimo”. Una sposa che desiderava avere figli e dubitava di essere incinta, sognò di avere l’utero occluso e riferì questo sogno all’interprete. Questi escluse che potesse concepire, dato che aveva l’utero occluso. Un altro interprete le disse invece che era incinta, perché non sarebbe normale occludere qualcosa che è vuoto. Qual è l’arte dell’interprete dei sogni se non una scaltra ingegnosità nel raggirare gli altri? I fatti che ho citato ed innumerevoli altri che gli Stoici hanno raccolto, che altro provano se non l’acume di uomini che da una qualche analogia sanno trarre ora questa ora quella interpretazione? [SVF II, 1206]

Cicerone ‘De divinatione’ II, § LXX, 144. Le congetture degli stessi interpreti dei sogni non rendono forse evidente la scaltra ingegnosità dei loro autori nel raggirare gli altri, piuttosto che la forza e il consenso ad esse della natura? Un corridore che aveva in animo di partire per Olimpia, sognò d’esservi portato su di una quadriga. La mattina, eccolo dall’interprete dei sogni. E quello gli fa: “Vincerai; giacché questo sogno indica la velocità e la forza dei cavalli”. Più tardi il corridore si reca da Antifonte, il quale gli dice: “Sarai per forza sconfitto. Non vedi che ne hai davanti altri quattro nella corsa?” Ecco un altro corridore - di questi e di altri sogni sono pieni il libro di Crisippo e quello di Antipatro - ma torno al corridore. [SVF III [AT], 42]

 

 

 

 

 

 
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