CICERONE

 

 

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CiCERONE

Tutte le citazioni (67) tratte dagli 'Academica' di Cicerone
contenute negli
Stoicorum Veterum Fragmenta

 

Tutte le citazioni sono proposte in ordine crescente di Libro e di Paragrafo degli 'Academica' e rimandano al Libro ed al numero del Frammento degli SVF da cui sono tratte.

Citazioni (20) dal Libro I degli ‘Academica’

Cicerone ‘Academica’ I, § II, 7. Se infatti vuoi diventare seguace di Zenone, è una grande impresa capire cosa sia quel suo bene vero e semplice che è inseparabile dall’onestà intellettuale. [SVF I, 188 (2)]

Cicerone ‘Academica’ I, § IX, 35. Zenone e Arcesilao erano stati assidui auditori di Polemone. Ma Zenone, più anziano di Arcesilao, dialettico sottilissimo e pensatore acutissimo qual era, cercò di apportare correzioni alla dottrina. [SVF I, 13 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 35. Zenone dunque era nient’affatto il tipo, com’era invece Teofrasto, che tronca i nervi della virtù, ma al contrario riponeva tutto ciò che pertiene alla vita beata unicamente in essa, null’altro annoverava tra i beni, e la chiamava onestà intellettuale ed il semplice, il solo e l’unico bene. [SVF I, 188 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 36. Circa le altre cose, per quanto fossero né mali né beni, tuttavia Zenone ne definiva alcune secondo natura, altre contrarie a natura; e poi, oltre a queste, ne enumerava altre interposte e medie. Egli insegnava che le cose secondo natura vanno accettate e stimate di un certo valore, e che per le altre vale l’opposto; mentre quelle neutre occupano una posizione intermedia. Queste ultime per lui non avevano assolutamente alcuna capacità di spingere ad una scelta. [SVF I, 191]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 37. Delle cose degne di scelta, alcune hanno molto valore, altre meno: quelle di molto valore le chiamava ‘promosse’, quelle di minor valore ‘ricusate’. [SVF I, 193]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 37. Così come aveva cambiato tali cose non tanto nella sostanza quanto nella terminologia, tra l’azione retta e il crimine Zenone collocò sia l’atto doveroso che quello non doveroso, considerandoli realtà intermedie. Pose solo le azioni rette tra i beni, e solo le azioni malvage, cioè i crimini, tra i mali; ritenendo intermedi <come ho appena detto> gli atti doverosi sia effettuati che non effettuati. [SVF I, 231]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 38. Per quanto i filosofi precedenti non riponessero ogni virtù nella ragione, ma affermassero che alcune virtù trovano la loro perfezione nella natura o nel costume, Zenone le poneva tutte nella ragione. E mentre quei pensatori ritenevano possibile che i generi di virtù di cui ho parlato potessero essere disgiunti dalla ragione, questi ne negava categoricamente la possibilità; e sosteneva che non solo l’uso continuo della virtù, come pensavano i predecessori, ma il suo mero esercizio momentaneo era di per sé un atto preclaro, seppure non potesse dirsi virtuoso se non chi utilizzava costantemente la virtù. [SVF I, 199]

Cicerone ‘Academica’ I, § X, 38. Mentre <i filosofi precedenti> non intendevano escludere dall’animo umano la passione […] ma rimpicciolirla e ridurla a poca cosa, Zenone volle che il saggio fosse privo di qualunque passione, quasi esse fossero delle malattie. E mentre gli antichi sostenevano che le passioni erano conformi a natura e nulla avevano a che fare con la ragione, e quindi collocassero la cupidigia in una parte dell’animo e la ragione in un’altra, Zenone non era d’accordo con loro. Pensava infatti che le passioni fossero volontarie e che fossero suscitate da un giudizio congetturale, ed era convinto che madre di tutte le passioni fosse una smodata intemperanza. [SVF I, 207]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 39. <Zenone> stabiliva che il fuoco è la natura stessa. [SVF I, 171 (2)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 39. <Zenone> stabiliva che il fuoco è la natura stessa, la quale è generatrice di qualunque cosa, anche della mente e dei sensi. [SVF I, 134 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 39. Zenone non era d’accordo nemmeno con questi <Peripatetici e Accademici>, poiché pensava che una sostanza incorporea fosse incapace di qualunque attività […] mentre qualunque cosa capace di fare o di subire un’azione non poteva essere incorporeo. [SVF I, 90]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 40. In quella terza parte della filosofia <Zenone> apportò cospicui cambiamenti, in primo luogo introducendo certe novità nel campo stesso degli organi di senso, che egli valutò capaci di combinarsi con un certo stimolo proveniente dall’esterno, generando quello che egli chiamò φαντασία e che noi possiamo denominare ‘rappresentazione’. [SVF I, 55]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 40. A queste rappresentazioni che in parte provengono dai sensi <Zenone> aggiunge l’assenso dell’animo, assenso che egli vuole sia posto in noi e volontario. [SVF I, 61]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 41. <Zenone> concedeva fiducia non a tutte le rappresentazioni. [SVF I, 63 (3)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 41. <Zenone> concedeva fiducia non a tutte le rappresentazioni ma solo a quelle che recassero in sé l’intrinseca evidenza degli oggetti visti, e questa rappresentazione discernibile per la sua intrinseca evidenza la chiamava ‘comprensibile’; me lo concedete questo termine? Senza dubbio, disse <Attico>, in quale altro modo potresti tradurre καταληπτόν ? La rappresentazione accettata ed approvata, la chiamava poi ‘comprensione’, per analogia con quelle realtà che si prendono con le mani. Ecco da dove viene questo termine, che prima di allora non era mai stato usato in tale accezione. Abitualmente egli faceva uso di parecchie parole nuove; e d’altra parte diceva cose nuove. Chiamava sensazione ciò che è colto dai sensi; e se ciò era appreso in maniera tale da non poter essere sradicato dal ragionamento, lo chiamava scienza, altrimenti non-scienza. Da quest’ultima trae origine anche l’opinione, che è malferma ed ha tratti in comune con ciò che è falso o non conosciuto. Fra la scienza e la non-scienza, egli collocava quella comprensione di cui ho detto, e la annoverava tra le cose né buone né cattive; dicendo che solo ad essa si doveva dare credibilità. Dal che si capisce anche che egli dava fiducia ai sensi, per il fatto che, come ho già detto, la comprensione che origina dai sensi per lui era vera ed affidabile, non perché esaurisse tutti i caratteri che sono in una cosa, ma perché non perde alcun dato di quelli che sono di sua pertinenza: ragione per cui la natura ce l’ha data come principio e criterio della scienza. In seguito, dalla comprensione si imprimono negli animi le nozioni delle cose, grazie alle quali si aprirebbero non solo i principi primi ma anche le vie maestre alla ricerca razionale. Egli dunque rimuoveva dall’ambito della virtù e della saggezza l’errore, la precipitazione nel giudizio, l’ignoranza, l’opinione, l’approssimazione, insomma tutto ciò che è estraneo ad un saldo e costante assenso. [SVF I, 60]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 41. Chiamava sensazione ciò che è colto dai sensi. [SVF I, 62 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 41. Se ciò era appreso in maniera tale da non poter essere sradicato dal ragionamento, lo chiamava scienza, altrimenti non-scienza. [SVF I, 68 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 42. Fra la scienza e la non-scienza, egli collocava la comprensione, […] e la annoverava tra le cose né buone né cattive. [SVF I, 69 (1)]

Cicerone ‘Academica’ I, § XI, 42. <Zenone> rimuoveva dall’ambito della virtù e della saggezza l’errore, la precipitazione nel giudizio, l’ignoranza, l’opinione, l’approssimazione, insomma tutto ciò che è estraneo ad un saldo e costante assenso. [SVF I, 53]

Cicerone ‘Academica Posteriora’ I, apud Nonium p. 65, 11. Perché Antipatro lotta ai ferri corti contro Carneade in tanti volumi? [SVF III [AT], 4]

Citazioni (47) dal Libro II degli ‘Academica’

Cicerone ‘Academica’ II, § VI, 17. Alcuni filosofi, e di non piccolo calibro, reputavano che si dovesse non fare affatto ciò che noi ora ci accingiamo a fare per confutare gli Accademici, giacché non ha senso discutere con quanti ritengono che nulla sia dimostrabile. Essi perciò riprovavano lo Stoico Antipatro, il quale aveva speso in ciò molte energie, ed affermavano che non era necessario definire cosa fossero la cognizione o la percezione, o (se vogliamo una traduzione letterale) l’apprensione certa, quella che <gli Stoici> chiamano κατάληψις; giacché quanti volessero persuadere altri che esiste qualcosa che può essere percepito ed appreso con certezza, agirebbero da ignoranti. [SVF III [AT], 20]

Cicerone ‘Academica’ II, § VI, 18. Negando che possa esistere qualcosa che sia comprensibile, […] ma se ci fosse sarebbe, come lo definisce Zenone, una certa rappresentazione ossia φαντασία […] impressa e prodotta da ciò da cui deriva e che pertanto non potrebbe essere simile a ciò da cui non deriva; e questa definizione di Zenone sembra assolutamente ineccepibile […] ed è negando questo che Filone infirma ed elimina […][SVF I, 59 (1)]

Cicerone ‘Academica’ II, § VII, 22. Quale arte ci può essere se non quella che consta non di una o due ma di molte percezioni dell’animo? [SVF I, 73 (8)]

Cicerone ‘Academica’ II, § VIII, 23. Tuttavia la massima conferma che noi possiamo percepire e comprendere molte cose è la cognizione che abbiamo delle virtù. È soltanto alle cognizioni che noi diciamo inerire la scienza - e per scienza non intendiamo la semplice comprensione della cose, ma una comprensione permanente ed immutabile - ed anche la saggezza, che è quell’arte di vivere che abbia in se stessa la propria coerenza. Se però questa coerenza nulla ha in sé di percepito e di conosciuto, chiedo donde sia nata e in che modo. [SVF II, 117]

Cicerone ‘Academica’ II, § VIII, 24. Un altro aspetto perspicuo della faccenda è la necessità che esista un movente che la saggezza segue quando intraprende un’azione; e che questo movente sia in accordo con la natura. Diversamente, infatti, non può essere messo in moto l’impulso (quello che i Greci chiamano ὁρμή) che ci determina all’azione, dato che noi appetiamo ciò che abbiamo percepito. Pertanto bisogna che l’oggetto movente l’impulso sia prima visto e creduto esistente, il che non può accadere se un movente vero non potrà essere distinto da uno falso. Come potrà l’animo essere mosso alla appetizione di qualcosa qualora non sia in grado di percepire se ciò che vede s’accomoda alla natura o è alieno ad essa? Inoltre se l’animo non ha presente quale sia il proprio dovere, non agirà affatto, non impellerà ad alcunché, non si muoverà mai; giacché se uno qualche volta deve agire, bisogna pure che ritenga vero quel che gli appare. [SVF II, 116]

Cicerone ‘Academica’ II, § VIII, 26. Se queste dottrine sono vere, allora ogni ragione, quale luce e lume della vita, è totalmente abolita? […] Infatti è la ragione che dà inizio alla ricerca, è la ragione che perfeziona la virtù, giacché essa stessa si consolida nella ricerca. Quest’ultima è impulso di conoscenza, ed il suo fine è la scoperta. Ma nessuno scopre cose false, né quelle che permangono incerte possono essere scoperte. Si dicono invece scoperte quelle che prima erano come velate e poi sono state disvelate. È così che la ragione attiene sia all’inizio della ricerca che al suo esito di percezione e di comprensione. [SVF II, 103]

Cicerone ‘Academica’ II, § IX, 26. Ecco dunque la prova logica, quella che i Greci chiamano ἀπόδειξις cioè ‘dimostrazione’, la quale è così definita: ‘un ragionamento che porta da cose percepite a qualcosa non prima percepito’. Se invece tutte le rappresentazioni fossero come questi <Accademici> dicono, ossia tutte possibilmente false e senza che vi sia alcun criterio per discernere le vere dalle false, come potremmo dire che qualcuno ha provato o ha scoperto qualcosa, e quale fiducia potremmo avere in una prova logica? [SVF II, 111]

Cicerone ‘Academica’ II, § IX, 28. Da ciò è nata la richiesta di Ortensio, ossia che voi <Accademici> diciate che dal saggio almeno questo è percepito: che nulla può essere percepito. Eppure ad Antipatro che formulava questa stessa richiesta, dicendo a chi affermava che nulla può essere percepito, che era necessario riconoscesse almeno di percepire quel che affermava; Carneade si opponeva con più acume. [SVF III [AT], 21 (1)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XII, 37. Ora diremo poche cose sull’assenso e sull’approvazione, che i Greci chiamano συγκατάθεσις […] Del resto, quando spiegavamo il potere che hanno i sensi, diventava contemporaneamente chiaro che molte cose possono essere comprese e percepite dai sensi, il che non può avvenire senza assenso. Inoltre, poiché la differenza più significativa tra esseri inanimati ed animati sta essenzialmente nel fatto che l’animale compie delle azioni (ciò che non agisce neppure può essere pensato come animale) allora bisogna o togliergli la sensibilità oppure riconoscergli una facoltà di assentire che è in nostra piena potestà. [SVF II, 115 (1)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XII, 38. Ne derivano anche queste conseguenze: senza l’assenso non c’è memoria né cognizione delle cose né sono possibili le arti; ed a colui che non concede mai il proprio assenso verrà a mancare la facoltà capitale dell’uomo, che è di avere qualcosa in sua assoluta potestà. Che posto può avere in noi la virtù se nulla è in nostro esclusivo potere? [SVF II, 115 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XV, 47. <I neo-Accademici> dicono: “Quando sostenete che alcune visioni sono inviate dalla divinità, come quelle che si hanno in sogno o i responsi di oracoli, di auspici e di sacrifici (infatti essi affermano che queste manifestazioni sono approvate dagli Stoici contro i quali stanno polemizzando), come può un dio, vi chiediamo, far diventare probabili cose che sono false?” [SVF II, 66]

Cicerone ‘Academica’ II, § XV, 48. Specialmente perché proprio voi dite che il saggio, quand’è furioso, sospende qualunque assenso, giacché non distingue più tra le diverse rappresentazioni. [SVF III, 551]

Cicerone ‘Academica’ II, § XVII, 54. Perché dunque vi sforzate di provare un fatto contrario alla natura delle cose, credendo che ciò che appartiene ad un genere non sia tale e quale il genere cui appartiene, e che due o più oggetti non possiedano mai un comune carattere indistinguibile? [SVF II, 114 (1)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XVIII, 56. Giacché filosofi naturali più colti di lui insegnano che cose singole hanno proprietà singole. [SVF II, 114 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XX, 66. Arcesilao, con l’assenso di Zenone, ritiene che la massima forza del saggio consista nel badare a non farsi sedurre e nel guardarsi dallo sbagliare. [SVF I, 52]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXI, 67. Gli Stoici ed il loro sostenitore Antioco, dicono che la premessa maggiore: ‘se il sapiente darà l’assenso, allora dovrà anche avere opinioni’, è falsa. Essi pensano infatti che il saggio possa distinguere le rappresentazioni false da quelle vere e quelle che non possono essere percepite da quelle che lo possono. [SVF II, 110]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXII, 71. Dionisio di Eraclea aveva dato il suo assenso […] alla dottrina che per molti anni tenne per vera fidandosi del suo maestro Zenone, e cioè che solo quanto è intellettualmente onesto è bene, oppure aveva assentito a quella che in seguito difese, ossia che ‘intellettualmente onesto’ è un vuoto nome, e che il sommo bene è il piacere? [SVF I, 433]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXIII, 73. Eppure chi non antepone questo filosofo (Democrito) ad un Cleante, un Crisippo o ad altri più recenti? Paragonati a quello, mi sembrano filosofi di quinta classe. [SVF I, 480]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXIV, 75. Contro di voi io avrei a disposizione filosofi, seppur minori, capaci di darvi fastidio: Stilpone, Diodoro, Alessino; gente comunque capace di scagliarvi contro certi sofismi contorti e pieni di aculei (così infatti si chiamano le conclusioncelle fallaci). Ma perché chiamare a raccolta costoro quando ho Crisippo, che è ritenuto una colonna portante della Stoa? Quante confutazioni egli fece delle sensazioni, quante di tutto ciò che il senso comune approva! Tuttavia egli confutò pure le sue confutazioni. A me in verità non pare; ma diamoli per confutati. Certo però che non ne avrebbe messo insieme così tante, alcune delle quali sono con grande probabilità ingannevoli, se non avesse visto che non era poi così facile riuscire a contrastare la fiducia nelle sensazioni e il senso comune. [SVF II, 109 (5)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXIV, 77. Poniamo che <Arcesilao> chiedesse a Zenone cosa accadrebbe se il saggio non potesse né percepire qualcosa né opinare. Zenone, io credo, risponderebbe che il saggio non opinerà alcunché, poiché non c’è nulla che egli possa percepire. E cos’è che non c’è? La rappresentazione, io credo. E quale sorta di cosa è la rappresentazione? Allora <Zenone> la definirebbe così: la rappresentazione è l’impressione, il contrassegno, l’impronta che viene da ciò che esiste realmente e che gli è conforme. Dopo di che <Arcesilao> gli avrebbe chiesto se la rappresentazione vera e quella falsa abbiano identico aspetto. Al che Zenone, con la sua acutezza, avrebbe risposto che non potrebbe esserci alcuna rappresentazione percepibile, se si ammette che la percezione di ciò che esiste non è diversa da quella di ciò che non esiste. Arcesilao fu d’accordo che questa aggiunta alla definizione era corretta. [SVF I, 59 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXVI, 85. Cotesto principio è senza dubbio Stoico, ma non del tutto convincente: ‘non c’è un solo pelo né un granello di sabbia che sia completamente uguale ad un altro pelo o granello’. [SVF II, 113]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXVII, 87. Mi dilungherò ora sulle dottrine che concernono l’Universo, dottrine delle quali sono stati riempiti interi volumi non soltanto dai nostri filosofi ma anche da Crisippo. Di lui gli Stoici sogliono lamentare che abbia diligentemente radunato tutti gli argomenti possibili contro la perspicuità delle sensazioni, contro il senso comune in tutte le sue forme e contro la ragione, e che però sia poi stato inferiore nel confutare le sue stesse confutazioni, sicché fornì armi a Carneade. [SVF II, 109 (4)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXIX, 93. Quando si è interrogati grado per grado, ad esempio, se ‘tre siano pochi o molti’ Crisippo suggerisce di prendere tempo (quello che gli Stoici chiamano ἡσυχάζειν) alquanto prima di arrivare a molti. “Per quanto mi riguarda”, dice in proposito Carneade, “non solo puoi fermarti un attimo, ma pure russare”. [SVF II, 277]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXIX, 95. Fondamento della dialettica è che qualunque proposizione (che <i Greci> chiamano ἀξίωμα) […] o è vera o è falsa. E dunque? Questa proposizione: “Se tu dici di mentire, e dici il vero, tu menti” è vera o è falsa? Questo, senza dubbio, voi lo dite inesplicabile. […] Se enunciati come questo non possono essere spiegati, né si trova un criterio per rispondere se sono veri o falsi, cosa diventa la definizione di ‘proposizione’ come ‘enunciato che è o vero o falso’? [SVF II, 196]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXX, 96. Come giudichi la conclusione di questo sillogismo? ‘Se dici che ora c’è luce, e dici il vero, c’è luce; ma tu effettivamente dici che ora c’è luce e dici il vero; dunque c’è luce’. Voi certo accettate questo genere di sillogismo e ne ritenete corretta la conclusione; e perciò questo è il primo tipo di ragionamento concludente che menzionate quando insegnate. Pertanto approverete qualunque sillogismo di questo tipo, altrimenti quel che insegnate non ha valore. Allora vedi un po’ se ti toccherebbe approvare questo sillogismo: ‘Se dici di mentire e dici il vero, menti; ma tu effettivamente dici di mentire e dici il vero; dunque menti’. Come puoi non approvare questo sillogismo, se hai approvato il precedente, che è dello stesso tipo? Questi problemi logici li ha inventati Crisippo e non ha saputo risolverli. E cosa farebbe egli davanti quest’altro sillogismo: ‘Se c’è luce, c’è luce; ma c’è luce; dunque c’è luce’. Certo egli sarebbe d’accordo, giacché è la logica della sillogismo stesso che ti impone di approvare la conclusione, se hai concesso la premessa. E allora che differenza c’è fra questo sillogismo e quello precedente? [SVF II, 282]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXX, 97. I dialettici […] cioè Antioco e gli Stoici, non riuscirebbero ad ottenere che Epicuro riconosca come vero l’enunciato ‘Domani Ermarco o vivrà o non vivrà’; mentre essi invece decretano che tutte le proposizioni disgiuntive secondo la formula ‘o sì o no’ non soltanto sono vere, ma anche necessarie. [SVF II, 219]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXX, 98. Quando capitava una cosa del genere, Carneade soleva per scherzo dire: “Se la mia conclusione regge, vi tengo in pugno; se non regge, Diogene mi deve una mina”. Carneade infatti aveva appreso la dialettica da quello Stoico e di una mina era il compenso dei dialettici. [SVF III [DB], 13]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXI, 101. Né noi <Accademici> diciamo contro le sensazioni cose diverse dagli Stoici, i quali dicono che molte cose sono false e stanno ben altrimenti di come appaiono ai sensi. [SVF II, 77]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXIII, 107. Panezio dice di dubitare di ciò che tutti gli Stoici, eccetto lui, reputano certissimo: ossia che siano veri i responsi degli aruspici, gli auspici, gli oracoli, i sogni e i vaticini. [SVF II, 1188]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXIII, 108. In secondo luogo voi negate che possa compiere un’azione qualunque chi non l’approva col proprio assenso. Ma innanzitutto bisogna che una cosa sia vista, e ciò include già un assenso, giacché gli Stoici dicono che le sensazioni sono esse stesse assensi, ed è perché a queste segue un impulso che ne consegue poi l’azione: pertanto tolta la presentazione ai sensi è tolto via tutto. [SVF II, 73]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXIV, 109. Tu ti riferisci ad una argomentazione molto usata e spesso confutata, non però al modo di Antipatro ma, come dici, in modo più stringente. Infatti si rimprovera Antipatro per avere detto che chi sostiene che nulla può essere compreso, possa comprendere almeno quel che dice. Il che ad Antioco pareva grossolano e in sé contraddittorio. [SVF III [AT], 21 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXV, 113. Il saggio nulla deve opinare, […] ma nessuna di queste due posizioni fu difesa con serio impegno prima di Zenone. [SVF I, 54 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXVII, 119. Qualunque dottrina approvi, egli la terrà saldamente in animo come le cose che coglie con i sensi; e non approverà che ora c’è luce più di quanto approvi, se è Stoico, che questo mondo è sapiente, che ha una mente la quale ha costruito tanto se stessa che quello, e che modera, muove e regge tutte le cose. Egli sarà pure persuaso che il sole, la luna, tutte le stelle, la terra e il mare siano dei, poiché una certa intelligenza animata li permea ed attraversa tutti; e che ci sarà tuttavia un tempo in cui questo mondo deflagrerà nel fuoco. [SVF II, 92]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXVIII, 120. Sei tu, e non io, ad avere l’obbligo di spiegare perché dio, che farebbe per noi ogni cosa, (questo è ciò che voi pretendete) avrebbe fatto una tale massa di serpenti d’acqua e di vipere. […] Voi sostenete che creature <mortifere> di tale raffinatezza e perfezione hanno potuto essere create solo dalla destrezza di un qualche dio, la cui maestà poi avvilite fino ad attribuirgli la minuziosa fabbricazione delle api e delle formiche, come se fra gli dei ci fosse un qualche Mirmecide costruttore di opericciole in miniatura. [SVF II, 1161]

Cicerone ‘Academica’ II, § XXXIX, 123. Esenti da tale irrisione sono Socrate e Aristone di Chio, i quali ritengono che nulla si possa sapere di questi corpi celesti. [SVF I, 355]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLI, 126. Zenone e quasi tutti gli altri Stoici pensano che l’etere sia il sommo dio, dotato di una mente dalla quale tutte le cose sono rette. [SVF I, 154 (4)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLI, 126. Cleante, che è uno Stoico quasi della prima generazione, uditore diretto di Zenone, ritiene che il sole sia signore e padrone delle cose. [SVF I, 499 (4)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLII, 129. Tralascio quelle dottrine che appaiono ormai abbandonate, com’è il caso di Erillo, il quale pone il sommo bene nell’avere delle cognizioni e nella scienza. Erillo fu uditore di Zenone, ma vedi bene quanto abbia dissentito da lui e quanto poco da Platone. [SVF I, 413]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLII, 130. Aristone, che era stato discepolo di Zenone, diede la prova pratica di ciò che Zenone diceva a parole, ossia che non esiste altro bene se non la virtù, né altro male se non ciò che è contrario alla virtù. Egli ritenne infatti che non ci siano verso le cose intermedie quelle spinte ad agire che invece Zenone ammetteva. Per Aristone il sommo bene consiste nel non lasciarsi trascinare da queste cose né da una parte né dall’altra, atteggiamento che lui stesso definiva ἀδιαφορία. [SVF I, 362 (1)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLII, 131. Zenone, il primo degli Stoici e il fondatore di questa Scuola, stabilì che il sommo bene è vivere nel modo intellettualmente onesto che deriva dall’essere conciliati con la natura. [SVF I, 181]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLIV, 136. Queste dottrine proprio non le sopporto, non perché le avversi, (infatti molte delle stravaganze Stoiche, i cosiddetti ‘paradossi’, sono figlie di Socrate), ma quando mai Senocrate o Aristotele le hanno proposte? […] Avrebbero essi mai detto che solo il saggio è re, ricco e bello; che tutto, dovunque si trovi, è del saggio; che nessuno è console, pretore, imperatore e, che ne so, quinqueviro, se non il saggio; e infine che solo il saggio è cittadino ed uomo libero, mentre tutti gli stolti sono stranieri, esuli, schiavi e folli? E poi che quelle scritte da Licurgo, da Solone e le nostre Dodici Tavole non sono leggi? E che non ci sono città né Stati eccetto quelli fatti di saggi? [SVF III, 599]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLV, 137. Ho letto presso Clitomaco che quando Carneade e Diogene lo Stoico furono al Campidoglio in Senato, A. Albino, uomo di fine cultura che era pretore al tempo del consolato di P. Scipione e M. Marcello, disse scherzando a Carneade: “Io a te sembro non un vero pretore, visto che non sono saggio, né questa pare a te una città con dei cittadini”. E quello gli rispose: “È a questo Stoico che non lo sembri”. [SVF III [DB], 9]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLV, 138. È attestato che secondo Crisippo, il quale ritaglia e scarta un gran numero di definizioni del sommo bene, le tesi difendibili in proposito sono soltanto tre. Il sommo bene è l’onestà intellettuale, oppure è il piacere, oppure è una combinazione dei due. Quanti affermano che il sommo bene è l’assenza d’ogni affanno, evitano l’odioso nome ‘piacere’, ma nei fatti gli girano soltanto intorno; e lo stesso fanno quanti congiungessero l’assenza d’ogni affanno all’onestà intellettuale o quanti sommassero a questa i beni naturali primari. Ecco in che modo si riducono a tre le posizioni che a suo avviso sono difendibili. [SVF III, 21 (1)]                         

Cicerone ‘Academica’ II, § XLVI, 140. In fin dei conti resta in lizza soltanto la coppia ‘piacere’ contro ‘onestà intellettuale’. A quanto ne so in proposito, per Crisippo non ci fu gran lotta. Se rincorri il piacere crollano molte cose, e soprattutto la comunanza col genere umano, le relazioni che prescindono dal denaro, l’amicizia, la giustizia e le restanti virtù, nessuna delle quali può esistere se non sarà gratuita; giacché ciò che spinto all’azione dal compenso di un piacere non è virtù, ma una fallace imitazione e simulazione di virtù. [SVF III, 21 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLVII, 143. Anche su ciò che i dialettici insegnano quali nozioni elementari: per esempio, come occorra giudicare la verità o la falsità di qualcosa con un nesso del tipo: ‘Se è giorno, c’è luce’, quante dispute! Diodoro la pensa in un modo, Filone in un altro, Crisippo in un altro ancora. E dunque? Crisippo non dissente dal suo maestro Cleante su molte questioni? E due principi della dialettica, Antipatro e Archedemo, insuperabili opinionisti, non dissentono su molte questioni? [SVF II, 285 - SVF III [AT], 25]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLVII, 143. Perché? E due principi della dialettica, Antipatro e Archedemo, insuperabili opinionisti, non dissentono su molte questioni? [SVF III [AT], 6 (2)]

Cicerone ‘Academica’ II, § XLVII, 144. Zenone infatti nega […] che voi sappiate qualcosa. “Com’è possibile?”, dirai tu, “noi, infatti, difendiamo la tesi che anche l’insipiente comprende molte cose. Voi invece negate che qualcuno, al di fuori del saggio, conosca qualcosa”. Zenone traduceva questo in un gesto. Infatti quando mostrava la palma della mano con le dita aperte, diceva: “Ecco la rappresentazione”. Poi, con le dita un po’ piegate, diceva: “Ecco l’assenso”. Infine, col pugno completamente chiuso, affermava che quella era la ‘comprensione’. Ed è da questa similitudine che diede il nome ‘κατάληψιν’ ad una cosa prima inesistente. In seguito avvicinava la mano sinistra, e con essa stringendo nel dovuto modo e con forza il pugno, diceva che questa era la scienza, di cui nessuno, tranne il saggio, ha il pieno possesso. [SVF I, 66]

 

 

 

 

 
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